Gli scali di Bologna, Milano-Linate, Treviso e Venezia fino al 9 aprile soggetti a restrizioni di rifornimento. Ryanair: «Criticità da maggio se la guerra continua». Lufthansa: «Aumenti del cherosene oltre il 100%».
La stagione estiva 2026 somiglia sempre più a quella 2020, durante il Covid. Le restrizioni in atto sui carburanti e i voli fanno pensare a quelle terribili del lockdown. In quattro aeroporti italiani viene segnalata una «disponibilità ridotta» o «limitata» di carburante per gli aerei almeno fino al 9 aprile, come segnale di una gestione «controllata» dei volumi da parte di uno dei principali fornitori, la «Air Bp Italia», alla luce della guerra in Medio Oriente.
Per i voli di Pasqua e dei giorni successivi non ci sono problemi. Ma con l’ultima nave cisterna carica di cherosene, partita dal Golfo Persico e in arrivo in Europa il 9 aprile, la situazione, a livello europeo, potrebbe degenerare.
È quello che emerge dai «Notam», i bollettini aeronautici relativi agli aeroporti di Milano-Linate, Venezia, Treviso e Bologna. Negli avvisi relativi agli scali di Bologna e Venezia, si precisa che «la priorità sarà data ai voli di ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore». Nei restanti collegamenti in partenza dai quattro scali, l’erogazione del carburante procederà in forma contingentata. All’aeroporto dell’Umbria, invece, ci sono scorte di carburanti per un mese. «Nessun problema previsto al momento», assicura il direttore. L’Ue importa la metà del carburante che consuma dal Medio Oriente. Oltre ai Paesi del Golfo, i maggiori produttori mondiali di cherosene sono l’India e la Cina ma, a fronte della crisi, stanno riservando le scorte per il proprio mercato interno. C’è aria di austerità. Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia. In Egitto è stato imposto un consumo minore di energia elettrica. In Corea del Sud l’uso dell’auto è stato limitato per i dipendenti pubblici. Le Filippine hanno accorciato la settimana lavorativa (a quattro giorni) per i dipendenti pubblici. In Myanmar, sono in vigore le targhe alterne per i privati. In teoria, l’Italia potrebbe non essere toccata dal problema perché ha le raffinerie, però inevitabilmente sconterà le ricadute della guerra.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha azzerato le partenze dei carichi di cherosene dal Golfo. Il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, in un’intervista al Financial Times di qualche giorno fa, aveva già messo in guarda: «Dobbiamo prepararci a una crisi energetica di lunga durata. Stiamo valutando tutte le possibilità per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio. Per il carburante di aerei o diesel le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane».
Il prezzo del carburante per gli aerei è più che raddoppiato dall’inizio del conflitto, ma il rialzo non si riflette ancora nei prezzi dei voli perché le compagnie aeree tendono ad acquistare il cherosene con largo anticipo, proprio per proteggersi dalle fluttuazioni. Ryanair sostiene che le forniture ci saranno fino a metà-fine maggio. «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione», dicono dalla compagnia low cost irlandese. «Se la guerra in Iran dovesse concludersi presto, l’approvvigionamento non verrà interrotto. Se, invece, la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino a maggio o giugno, non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei». Tuttavia, avvertono: «Prevediamo che tutte le compagnie aeree trasferiranno questi costi sotto forma di tariffe aeree più alte dopo Pasqua e nel corso dell’estate».
Lufthansa si associa all’allarme e avvisa di possibili colli di bottiglia nella disponibilità di carburante. La compagnia tedesca ha preparato un piano d’emergenza che prevede di tenere fermo il 30-40% della sua flotta. «La questione della disponibilità di carburante per l’aviazione è già problematica in alcuni aeroporti asiatici», afferma la consigliera di Lufthansa, Grazia Vittadini, in un’intervista a Die Welt. «Più a lungo lo Stretto di Hormuz rimarrà bloccato, più critica potrà diventare la sicurezza dell’approvvigionamento di cherosene. Cherosene aumentato di oltre il 100%. Per le nostre compagnie aeree, l’aumento del prezzo del petrolio sarà, in parte, attenuato da un tasso di copertura dell’80% del fabbisogno di carburante nell’anno in corso. Ma naturalmente l’aumento dei prezzi del cherosene sta interessando anche noi». Air France-KLM ha già introdotto un supplemento di 50 euro per ogni biglietto.
Il gruppo Save, la società che gestisce Venezia, Treviso e Verona, in una nota cerca di ridimensionare il problema dicendo che «le limitazioni di carburante non sono significative. Il problema è relativo a un solo fornitore e negli scali del gruppo ne sono presenti altri che riforniscono la gran parte dei vettori. Comunque, nessuna limitazione è posta per i voli intercontinentali e per l’area Schengen ed è garantita l’operatività senza alcun allarmismo».
Anche il presidente dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, Pierluigi Di Palma, è ottimista: «Le difficoltà sono legate al periodo pasquale di traffico intenso e non al blocco di Hormuz».
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Ansa
Il presidente del Consiglio, senza velo, incontra i leader di Arabia, Qatar ed Emirati: «Qui per difendere i nostri interessi». Priorità alla libertà di navigazione nello Stretto.
Tre tappe in due giorni. Si è conclusa ieri sera la missione nei Paesi del Golfo del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni . «Non è stata una visita simbolica», ha spiegato in serata con un video, «era importante essere presente nei luoghi dove si decide il nostro futuro e la nostra sicurezza economica». È la prima volta per un leader europeo e il premier lo sottolinea.
«Sono qui per difendere gli interessi dell’Italia. Se la produzione e il transito nel Golfo si fermano, la situazione peggiora per tutti. E ne risente il potere d’acquisto delle famiglie». In cima alle preoccupazioni del capo del governo c’è lo Stretto di Hormuz. «Per me la politica estera non è una materia lontana, ma il modo più concreto per difendere l’Italia e il futuro della nazione».
Meloni, al contrario di quanto fatto dall’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, e dall’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha inteso presentarsi ai capi di stato dei Paesi del Golfo senza indossare il velo, rivendicando senza timore le sue radici occidentali. Con questo punto di forza ha incontrato il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman. Con lui ha discusso dell’assistenza militare difensiva fornita dall’Italia nelle zone di conflitto confrontandosi sulle prospettive e sugli sforzi in corso per una soluzione diplomatica e, più ampiamente, su come promuovere un quadro regionale che possa uscire dall’attuale ciclo di conflittualità. Il focus per Meloni resta quello degli approvvigionamenti energetici. L’obiettivo è ridurre l’impatto della crisi su imprese e cittadini. I due leader hanno anche concordato sull’importanza di assicurare al più presto la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Sviluppare una cooperazione ad ampio raggio su economia, investimenti, infrastrutture strategiche, sicurezza e difesa, l’obiettivo condiviso al termine del vertice.
Lasciata Gedda, Meloni ha fatto tappa a Doha dove è stata ricevuta dall’Emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. A lui ha rivolto i suoi ringraziamenti per aver fornito assistenza per l’evacuazione degli italiani in Qatar al momento dell’esplosione del conflitto. Insieme hanno discusso degli sforzi diplomatici in corso per l’uscita dalla crisi e hanno quindi approfondito le questioni energetiche, anche alla luce del rapporto consolidato tra Italia e Qatar in questo ambito, confrontandosi sulle possibili azioni di mitigazione per gli choc subiti. Meloni ha assicurato la disponibilità dell’Italia a contribuire alla riabilitazione delle infrastrutture energetiche qatarine, fondamentali per la sicurezza energetica su scala globale. La libertà di navigazione attraverso Hormuz resta obiettivo comune e infine si è stabilito di lavorare per sviluppare ulteriormente la cooperazione e gli investimenti congiunti, per rafforzare ogni dimensione della sicurezza, soprattutto negli ambiti strategici della difesa, delle infrastrutture critiche, della sicurezza alimentare e della cooperazione multilaterale per la gestione dei fenomeni migratori nelle rotte mediterranee.
La terza tappa l’ha vista recarsi ad Al Ain, negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il presidente, Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. Anche in questo caso il premier ha espresso la «forte vicinanza dell’Italia a una nazione amica, vittima di continui attacchi dell’Iran». Meloni ha inoltre tenuto a «manifestare profonda gratitudine per il sostegno ricevuto alle operazioni di rimpatrio dei turisti in transito e delle migliaia di cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto». E anche in questo caso il colloquio ha focalizzato l’attenzione sulle prospettive del conflitto e sulle condizioni necessarie per la cessazione delle ostilità, a partire dalla necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La conversazione ha infine permesso di fare il punto sulla cooperazione bilaterale, con particolare riferimento a un ulteriore rafforzamento degli investimenti reciproci nei settori strategici dell’energia, della difesa e della sicurezza.
La missione che molti hanno definito un «blitz» era prevista ma è stata tenuta segreta per evidenti ragioni di sicurezza. Il territorio è infatti molto rischioso per chiunque in questo momento per via dei bombardamenti. Ma lo è soprattutto per un leader di governo di un Paese che fa parte della Nato. Eventuali comunicazioni avrebbero potuto mettere a rischio l’incolumità del premier e di tutto il suo staff.
Nonostante le difficoltà, Meloni ha voluto essere in presenza nei tre Paesi del Golfo per dare un segnale e per provare a mettere in sicurezza l’approvvigionamento energetico italiano. La missione è stata lodata dalla maggioranza e criticata dalle opposizioni che l’hanno accusata di fare una passerella. Eppure il valore della due giorni è oggettivamente grande, lo ha ammesso anche il leader di Italia viva ed ex premier, Matteo Renzi, che ha parlato di «scelta politicamente intelligente anche se occorre allacciarsi le cinture perché ci attendono mesi difficili». Meloni lo sa, per questo ha inteso recarsi di persona nel Golfo. La partita per la riapertura dello Stretto di Hormuz è diventata una delle priorità. La strategia è quella di evitare lo scontro frontale che altri Paesi invece suggeriscono per scongiurare la pericolosa escalation dei prezzi e il razionamento delle materie prime. Un’emergenza che viaggia sopra le teste degli italiani ma che ha ricadute nella vita quotidiana di tutti. Di questo parlerà il premier giovedì prossimo quando interverrà in Parlamento per la sua informativa sul rilancio dell’azione di governo.
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Giorgia Meloni durante la sua visita in Arabia Saudita (Ansa)
Scattano le prime restrizioni sui carburanti per gli aerei. La Meloni non aspetta Europa e Usa e vola nel Golfo. Incontra i leader di Arabia, Qatar ed Emirati per rafforzare la nostra sicurezza energetica. Pd, M5s e Avs parlano invece di «fallimento» e di un «premier che fugge dai problemi della gente». Ci sono o ci fanno?
Ora è ufficiale: la sinistra lavora contro l’interesse nazionale. La prova? Le reazioni al viaggio a sorpresa del presidente del Consiglio nei Paesi del Golfo. Se Pd, 5 stelle e Avs avessero avuto a cuore la sicurezza energetica dell’Italia infatti avrebbero dovuto esultare alla notizia che Giorgia Meloni ha usato la pausa pasquale per una missione in Arabia, Emirati e Qatar. E invece no.
I compagni, pur di polemizzare con il governo, sono riusciti a criticare il viaggio, quasi che il premier fosse volato a Riad per una vacanza. E che gli incontri con i monarchi dell’area siano una violazione delle regole europee.
Come abbiamo scritto più volte, nella Ue ognuno gioca per sé. La Germania fa da sempre gli affari suoi, spingendo per l’adozione di norme comunitarie in funzione delle necessità interne. La Francia si comporta pure peggio e l’ultimo esempio lo abbiamo descritto ieri, dopo il voto di Parigi insieme a Russia e Cina contro l’operazione di sblocco del traffico navale nello Stretto di Hormuz. Emmanuel Macron dovrebbe avere tutto l’interesse a riportare alla normalità il trasporto marittimo di petrolio, salvo che trattando probabilmente sottobanco con gli ayatollah ha già ottenuto che le petroliere battenti bandiera francese non siano fermate o fatte colare a picco. Dunque, invece di condannare Teheran si oppone a qualsiasi misura.
Ecco, di fronte a un’Europa che procede in ordine sparso, senza alcuna strategia, la sinistra invece di approvare l’azione di Giorgia Meloni che fa? L’attacca, accusandola di rompere il fronte comune. Secondo Sergio Costa, il pentastellato che vicepresiede la Camera dei deputati, il blitz di Meloni è segno di fragilità, perché mostra la debolezza energetica del nostro Paese. Peccato che l’onorevole dimentichi che a contribuire alla mancanza di forza nel settore contribuisca anche la governatrice grillina della Sardegna, contraria agli insediamenti eolici al largo delle coste mediterranee. Per Chiara Braga, capogruppo pd a Montecitorio, il viaggio nel Golfo servirebbe a nascondere il fatto che la guerra scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu è illegale. Mentre per Francesco Boccia, altro luogotenente di Elly Schlein, invece di andare a Riad, Meloni avrebbe dovuto recarsi a Washington e Tel Aviv a dire al presidente americano e al premier israeliano: fermatevi. Angelo Bonelli, verde di sinistra, ha detto anche peggio, perché pur senza sapere nulla delle intese raggiunte con Arabia, Emirati e Qatar, il leader di Avs ha già bollato la missione come un fallimento.
Insomma, avete capito. Avendo deciso di intraprendere un viaggio pasquale per mettere in sicurezza le forniture energetiche (offrendo in cambio assistenza militare), Giorgia Meloni è attaccata da una combriccola di onorevoli a cui spesso si deve proprio la debolezza dell’Italia negli approvvigionamenti di gas e petrolio. Di chi è infatti la responsabilità se il nostro Paese non ha energia nucleare, idroelettrica, rigassificatori o impianti di raffinazione che ci consentano di essere meno dipendenti dall’estero e dai conflitti? La risposta è facile. Lo stop al nucleare lo hanno voluto i verdi e i compagni, le centrali sono osteggiate dalla solita compagnia di giro e pure i rigassificatori e le raffinerie. Dunque, se l’energia e i trasporti in Italia costano più che altrove dobbiamo ringraziare Schlein, Costa, Braga, Boccia e Bonelli. Le bollette stellari sono colpa loro. E adesso, invece di fare mea culpa, la banda del buco vorrebbe pure condannarci a seguire le linee guida della Ue. Insomma, hanno creato i problemi e non chiedono neanche scusa, vorrebbero al contrario costringerci a un suicidio collettivo. Per fortuna che la Pasqua offre la possibilità di risorgere.
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Oleodotto Druzhba (Ansa)
Tra le sanzioni alla Russia e la dipendenza dal Medio Oriente, aggravata dal conflitto, l’Unione europea si è infilata in un vicolo cieco. La svolta passa dalle dimissioni di Ursula von der Leyen.
La visita di Giorgia Meloni in Arabia Saudita è certamente utile per manifestare solidarietà a un Paese coinvolto in una guerra, ma anche per garantire le forniture di energia al nostro Paese. Va ricordato che Meloni è stata l’unica leader straniera presente alla riunione dello scorso dicembre del Consiglio di cooperazione del Golfo, organizzazione per la cooperazione tra sei Paesi del Golfo Persico.
Dal Medio Oriente arrivano in Italia ogni anno circa 10 milioni di tonnellate (mt) di petrolio greggio, pari al 16,5% dell’import italiano, e circa 4,7 mt di prodotti raffinati (Gpl, benzina, jet fuel, gasolio e altri), pari al 26% dell’import italiano (dati Unem relativi all’anno 2024).
Nel 2024 il nostro Paese ha consumato 8,6 mt di benzina, 26,1 mt di gasolio, 5 mt di carburante per aviazione e 3,2 mt di Gpl, per un totale di circa 43 mt di prodotti. L’Italia dispone di una capacità di raffinazione pari a 87,5 milioni di tonnellate all’anno e nel 2024 l’Italia ha lavorato in raffineria circa 80 mt di materia prima, esportando circa 24 mt di prodotti. Le importazioni complessive italiane nel 2024 sono state di 57 mt di greggio e 15 mt di prodotti.
Sulla base di quanto previsto dal D.lgs. 249/2012, per l’anno 2025 gli obblighi di scorta in Italia ammontano complessivamente a 10,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (mtep), pari a 90 giorni di importazioni nette giornaliere medie dell’Italia nell’anno 2024. Al momento l’Italia detiene 23 giorni di scorte specifiche di proprietà dell’Ocsit, pari a 2,6 mtep, mentre le rimanenti scorte in prodotti con le stesse caratteristiche delle scorte specifiche, di proprietà dei soggetti obbligati, sono pari a 7 giorni e ammontano a 0,8 mtep. Le scorte di sicurezza libere, non quindi in prodotti specifici, ammontano invece, a livello Paese, a 8,4 mtep.
Ieri intanto sono iniziate in Italia le prime forniture contingentate negli aeroporti. Air Bp Italia, uno dei principali operatori che forniscono carburante per aerei, ha diffuso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informarle che per i prossimi giorni, fino al 9 aprile, negli aeroporti di Linate, Bologna, Venezia e Treviso vi saranno limitazioni per il carburante. La priorità nel rifornimento, ha spiegato la società del colosso britannico Bp, sarà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore, mentre per tutti gli altri ci sarà una distribuzione contingentata.
L’Italia dipende dall’estero per poco meno della metà del suo fabbisogno di jet fuel. Nel 2024 l’Italia ne ha consumato circa 5 mt, importandone 2,61 mt ed esportandone 0,5 mt. La produzione interna si attesta quindi intorno a 2,86 mt, meno del 60 percento del fabbisogno nazionale. Riguardo al gasolio, invece, l’Italia nel 2024 ne ha prodotto circa 28,7 mt, importandone 5,4 mt ed esportandone 8,1 mt (saldo netto positivo per circa 2,7 mt di gasolio).
La svolta nella dipendenza energetica dal Medio Oriente, per l’Europa, è arrivata con la guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni applicate dall’Unione europea alla Russia. Nel 2021, la Russia copriva il 27% delle importazioni petrolifere totali dell’Ue. In termini di volumi, esportava verso l’Europa circa 175 mt di greggio, più 65 mt all’anno di prodotti raffinati, tra cui diesel, jet fuel e benzina, per un totale di oltre 240 mt. Con l’embargo del dicembre 2022 sul greggio e del febbraio 2023 sui prodotti, quelle forniture sono crollate a circa 25 mt nel 2025 (resta solo l’oleodotto Druzhba verso Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca). Un taglio del 90%.
Quei volumi non sono spariti dal mercato mondiale, ma sono stati in gran parte reindirizzati verso l’Asia. Oggi l’80% delle esportazioni petrolifere russe (circa 190 mt, inferiori al passato) va a Cina e India. La Cina ne ha assorbiti circa 108 mt nel 2024, solo di greggio. L’India è diventata il primo importatore di greggio russo tra il 2023 e il 2024, portando la propria quota dal 2,5% pre guerra ucraina al 36% del proprio fabbisogno.
Le sanzioni alla Russia hanno costretto l’Europa a sostituire un fornitore vicino e a basso costo con forniture dal Medio Oriente, percorrendo rotte molto più lunghe e vulnerabili. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Europa è ora bloccata dalle sue scelte, da una parte, e dalle contingenze di una guerra lontana dall’altra.
La gravità della crisi dipende da quanto la guerra in Iran durerà. L’Ue ha infragilito il sistema energetico europeo, con l’irragionevole e fallita combinazione rinnovabili-elettrificazione, e ora scarica il costo delle sue scelte disastrose sui cittadini, invocando austerità nei consumi. È evidente che per l’Ue il costo politico di una riapertura alla Russia, oggi, è enorme. Significherebbe smentire quanto è stato fatto negli ultimi anni e la Commissione europea dovrebbe sconfessare il suo operato. A questo proposito, il primo ministro slovacco, Robert Fico, ha affermato ieri che l’Ue dovrebbe porre fine alle sanzioni, dopo aver sentito il leader ungherese Viktor Orbán. Sulla stessa linea è arrivata in serata anche una nota della Lega. Ci possono essere molte ragioni che ostacolano una riapertura a Mosca, ma una tra le più rilevanti è che Ursula von der Leyen dovrebbe dimettersi.
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