Il libro del giornalista Danilo Chirico racconta la storia di Giusy Pesce, nata e cresciuta nella ‘ndrangheta. Arrestata, decise di voltare pagina. Dopo 30 anni rivela le pressioni, anche giudiziarie, e la vita sotto copertura.
L’ultimo incontro con la magistrata Cerreti è a Roma l’11 aprile, come sempre, in una caserma dei carabinieri. Quel giorno Giusy viene posta davanti a un bivio: dentro o fuori. Deve decidere se firmare o non firmare il verbale di fine collaborazione, quello che viene sottoscritto al termine dei centottanta giorni che i pentiti hanno a disposizione per raccontare tutto quello che sanno.
«È stato un momento dolorosissimo. Mi sono trovata lì ad aspettarmi la psicologa, alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, tante persone che mi erano state vicine in quei mesi di collaborazione. Prima di entrare dalla dottoressa mi hanno fatto tutto un ragionamento per dirmi: “Sai a cosa stai andando incontro, che rischi di morire, che i tuoi figli rischiano di essere affidati al Tribunale dei minori?”».
Giusy si sente mancare l’aria. Cerca di mantenere la calma e ripassa la linea che le ha dettato l’avvocato: ha fatto tutte le dichiarazioni soltanto perché costretta, perché era sotto pressione e non era lucida «a causa degli psicofarmaci». Insomma, deve mettere nero su bianco che «tutte le cose che ho detto non sono vere, le ho inventate». La strada è segnata, l’orizzonte che l’avvocato le propone è che presto sarà tutto finito. Poi però, all’ultimo istante, dentro di lei scatta qualcosa, che la salva.
«Avrei dovuto dire e non ho detto». Quando la pm le chiede se quello che ha dichiarato fino a quel momento «è tutto inventato e frutto della sua immaginazione», Giusy si prende qualche interminabile secondo di riflessione, la guarda in faccia e dice: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». E quindi «io in qualche modo non smentisco niente di quello che avevo detto fino a quel momento».
Stupisce tutti. Non se l’aspetta l’avvocato, che le chiede: «Perché l’hai fatto?». Lei si limita a rispondere: «Non mi faccia questa domanda». Lui non insiste, anzi la rassicura: «“Non ti preoccupare, Giuseppina, non è un problema”. Lui si preoccupava per me. “Se tu mi dici che non vuoi dirlo, io me lo tengo per me”. E così ha fatto: loro non lo sapevano».
Non se l’aspetta neppure Alessandra Cerreti: «Ho letto sul suo viso un sentimento di sollievo».
Subito dopo Giusy scoppia in lacrime. «Ancora adesso mi viene da piangere se ci penso. La dottoressa, con una freddezza che non avevo mai avvertito, si è alzata di scatto, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Le auguro comunque il meglio”.
Ed è stato ancora peggio, se possibile». Perché in quello stesso istante Giusy pensa: «Sto sbagliando un’altra volta». Ma ormai è troppo tardi. E, in fondo, la verità è che sente di non avere più obiettivi, se non quello di riprendersi i figli: non ha l’energia di affrontare una battaglia processuale contro tutta la famiglia.
Appena uscita dalla saletta, e fino al rientro in casa, viene assalita da pensieri contrastanti. Sale le scale pensando alle domande che le faranno, alle risposte che deve dare. Non c’è nessuno, per fortuna. Ha il tempo di stemperare la tensione. I Palaia arrivano la sera, portano le pizze. Si festeggia tutti insieme. «È stato un fuoco di fila di domande: “Che cosa hai detto, che cosa ti hanno detto?”. Ho mentito: “Ho detto che mi sono inventata tutto”. Loro erano sollevati e mi rassicuravano dicendo che sarebbe andato tutto bene.» Brindano.
Il giorno dopo ripartono per Rosarno. Giusy non può, deve aspettare che l’autorizzino a spostarsi, che le accordino i domiciliari e che il Tribunale dei minori conceda che i suoi figli vivano con lei anche fuori dal programma di protezione. Serve un po’ di pazienza.
Quello che non può aspettare è invece l’avvio della controffensiva mediatica: tutti devono sapere che Giusy non ha firmato, che Giusy ha ritrattato, che Giusy non è più una collaboratrice di giustizia, che i Pesce sono tornati gli stessi, inscalfibili di prima.
Spetta all’avvocato Madia ufficializzare la fine della collaborazione. Con una nota diffusa alla stampa il 16 aprile 2011, a un anno dai primi arresti, spiega: «A distanza di due mesi dall’inizio della collaborazione, Giuseppina Pesce ha chiamato il pubblico ministero della Dda di Reggio Calabria informandolo di essere intenzionata a non proseguire la collaborazione con la giustizia». Dice di più il legale: «Ha sostenuto, inoltre, di avere detto cose non vere perché assolutamente non a conoscenza degli episodi di cui si parlava».
Una posizione che mira a porre una pietra tombale su quanto Giusy ha dichiarato fino a quel giorno. E Salvatore? Anche lui è a conoscenza di quello che sta avvenendo. E proprio lui – che non ha mai mostrato nessun cenno di condivisione o apprezzamento per la collaborazione – questa volta compie un gesto importante. Fa recapitare a Giusy un messaggio tramite sua madre. Le manda a dire: «Qualunque cosa stai per fare, non fidarti di nessuno. Comunque vadano le cose, non tornare in Calabria, almeno finché non sarò di nuovo libero». La comunicazione è chiara e senza ambiguità: Giusy, che in quei giorni è ancora a Nettuno, è in pericolo e deve stare attenta.
Salvatore è fuori dai giochi, e lei rischia di essere uccisa, anche se adesso tutti fingono di volerla riaccogliere in famiglia. Le manda a dire anche un’altra cosa, Salvatore Pesce, piuttosto importante. «Se decidi di continuare» perché evidentemente aveva la sensazione che sarebbe finita così «lascia andare tua figlia». «Sapeva che Chiara era il mio punto debole».
In questo momento Salvatore parla a sua figlia, non alla pentita, non alla traditrice, non alla donna che forse lo ha deluso, neppure a quella che sta tornando sui suoi passi. Salvatore parla alla figlia e, a modo suo, vuole proteggerla. Almeno questo è quello di cui è convinta Giusy, quello a cui si aggrappa per dire che suo padre non ha mai smesso di amarla, anche se l’ha persa.
Nel frattempo, la collaboratrice di giustizia Pesce Giuseppina diventa l’oggetto di una sorta di guerra di nervi tra la famiglia Pesce e i magistrati reggini. Il procuratore Pignatone chiarisce che la collaborazione di Giusy è durata sei mesi, e non due, e conferma che «allo stato la collaborazione è interrotta». Interrotta, non conclusa.
Nella stessa giornata la procura fa di più: arresta Angela Ferraro e Marina Pesce, la madre e la sorella di Giusy. L’accusa è di avere fatto da collegamento tra Salvatore Pesce e gli affiliati alla cosca. È il secondo fermo, dopo l’operazione All Inside.
Il 21 aprile il gup di Reggio Calabria rinvia a giudizio sessantaquattro persone e dispone il processo con rito abbreviato per dodici. Parte ufficialmente il processo All Inside.
Il 28 aprile – proprio nell’anniversario degli arresti – tocca all’avvocato Madia assestare un colpo contro la procura. Consegna all’allora direttore del quotidiano regionale Calabria Ora, Piero Sansonetti, la copia della lettera con cui Giusy Pesce ha dichiarato di voler interrompere la collaborazione e accusa i magistrati di averla costretta a parlare. È una lettera che il giornale pubblica con un titolo a tutta pagina: «Costretta a collaborare».
Il giornale sposa la causa del nuovo difensore di Giuseppina e avvia una campagna mediatica molto dura. Leggo quelle pagine – le ho rilette di recente – e non le trovo improntate al garantismo e agli ideali di giustizia. Tutt’altro. Ho lavorato per quel giornale – per la verità, quando succedono quei fatti l’ho già lasciato da anni, per una disgustosa esperienza di interferenze al mio lavoro giornalistico – ma devo dire che mi fa comunque un certo effetto seguire l’evoluzione di quegli eventi. Ricordo di averne parlato a lungo a cena, in quelle settimane, con un sacerdote impegnato sul fronte antimafia, che condivideva il mio sconcerto. E certamente non perché non siano criticabili, i magistrati. Anzi, mi è capitato spesso di farlo. Osserviamo solo che non è strano che un clan convinca un affiliato a ritrattare, è curioso che un giornale si pronunci con quella nettezza e spregiudicatezza, senza esprimere nessun dubbio. Come se quello ’ndranghetista non fosse un contesto di privazione della libertà.
A quell’attacco scomposto il procuratore risponde con una nota in cui nega che Giusy sia stata «costretta a pentirsi» e ricostruisce l’intera collaborazione giudicata attendibile «in più provvedimenti dei giudici». Ma la polemica tuttavia prosegue su un altro quotidiano diretto da Sansonetti, Il Riformista. È una battaglia combattuta su più fronti. In gioco ci sono da una parte la credibilità dei magistrati e dall’altra la sopravvivenza del clan Pesce. In mezzo c’è la vita di Giusy e dei suoi figli, che non trovano le parole per dire la loro.
Il 17 maggio l’avvocato verga una lettera per chiedere la revoca del regime di protezione di Giusy, ancora attivo nonostante da un mese abbia annunciato di voler rinunciare alla collaborazione. Giusy in quel momento si trova ancora a Nettuno con due dei suoi figli.
Il 20 maggio la Commissione centrale sui pentiti revoca il piano di protezione dell’ex collaboratrice. Il gip riceve le carte il 6 giugno e tre giorni più tardi ordina che Giusy sia scortata con i suoi bambini a Vibo Marina, nella casa messa a disposizione dal suocero. Sconterà lì gli arresti domiciliari.
La partita, insomma, sembra concludersi così. Nessuno però può immaginare che Chiara – prima di fare ritorno in Calabria – voglia fare un viaggio in Toscana.
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Accolta l’azione del Movimento consumatori. Annullate le clausole che avevano permesso l’aumento degli abbonamenti. Gli utenti potranno ottenere le somme indebitamente pagate e forse anche un indennizzo. Il colosso: «Faremo ricorso».
Prima abbonamenti promo, poi rincari o meglio modifiche all’abbonamento. Quanto vissuto dagli utenti di Netflix Italia, negli ultimi anni, era solo uno dei tanti leit motiv dello streaming. Ma, adesso, una sentenza del Tribunale mette nero su bianco che quegli aumenti erano totalmente «illegittimi». Una pillola difficile da mandare giù per l’azienda dopo la decisione del Tribunale di Roma che ha accolto il ricorso presentato da Movimento consumatori. I giudici hanno accertato la vessatorietà, e quindi la nullità, delle clausole che consentivano la modifica del prezzo degli abbonamenti e di altre condizioni contrattuali dal 2017 a gennaio 2024.
Il ricorso aveva preso il via da anomalie riscontrate nelle variazioni di prezzo che si sono registrate, in particolare, in quel periodo. E che, in un primo momento, erano state recepite come «normali» dai clienti Netflix. Nello specifico, secondo quanto evidenziato anche nello stesso ricorso, quelle clausole, «in violazione» del Codice del consumo, hanno consentito di modificare gli abbonamenti in realtà senza indicare nel contratto un giustificato motivo. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato illegittimi gli aumenti unilaterali degli abbonamenti applicati da Netflix negli anni 2017, 2019, 2021 e novembre 2024 (si fa però eccezione per gli aumenti relativi a contratti che sono stati stipulati successivamente a gennaio 2024).
Adesso che cosa succederà? Da quanto si è appreso, ogni abbonato avrà diritto a una riduzione del prezzo attuale dell’abbonamento, alla restituzione delle somme indebitamente pagate e anche all’eventuale risarcimento del danno. Ma, la novità sostanziale della sentenza è che il rimborso dovrebbe spettare anche agli ex clienti. Infatti, ora le tante domande e i dubbi che assalgono gli abbonati o ex abbonati riguardano proprio modalità e tempistiche con cui chiedere i rimborsi.
Difatti, si parla di un rimborso di circa 500 euro, ma che non spetterebbe a tutti perché la cifra dovrebbe dipendere dalla durata dell’abbonamento e anche dal Piano tariffario sottoscritto. Il condizionale è d’obbligo dal momento che, dopo la decisione dei giudici, bisognerà valutare l’iter per quantificare l’ammontare dei rimborsi. Ma c’è dell’altro. La sentenza impone a Netflix di ridurre anche i prezzi degli abbonamenti attuali in misura pari agli aumenti illegittimi. Per intenderci: se un cliente premium ha attivato l’abbonamento nel 2017 e oggi paga 19,99 euro, ha diritto allo stesso servizio al corrispettivo di 11,99 euro. Mentre un cliente standard che paga 13,99 dovrà corrispondere 9.99 euro.
La decisione dei giudici romani è ben strutturata. Infatti, il Tribunale ha imposto a Netflix di pubblicare il contenuto della sentenza sul proprio sito e su quotidiani di rilevanza nazionale e di informare tutti i consumatori, inclusi quelli che hanno disdetto l’abbonamento, della nullità delle clausole e del diritto al rimborso. Gli avvocati Paolo Fiorio e Corrado Pinna, che hanno assistito il Movimento consumatori nella causa, hanno spiegato il significato di questa sentenza e pure le conseguenze che ne deriveranno: «La decisione riguarda milioni di consumatori. Si stima che, in Italia, Netflix sia passata da 1,9 milioni di clienti nel 2019 a circa 5,4 milioni a ottobre 2025. Per il Piano Premium, gli aumenti illegittimi applicati negli anni 2017, 2019, 2021 e 2024 ammontano oggi complessivamente a otto euro al mese, mentre per il piano standard gli aumenti ammontano ad oggi complessivamente a quattro euro al mese. Gli aumenti illegittimi riguardano anche il piano base che ha visto un aumento di due euro nell’ottobre del 2024. Un cliente premium che ha pagato ininterrottamente Netflix dal 2017 ad oggi, ha diritto alla restituzione di circa 500 euro, mentre a un cliente standard dovrebbero essere restituiti circa 250 euro».
La posizione del Movimento consumatori è abbastanza chiara. Secondo il presidente Alessandro Mostaccio, «se Netflix non provvederà immediatamente a ridurre i prezzi e a rimborsare i clienti avvieremo una class action per garantire a tutti gli utenti la restituzione di quanto indebitamente pagato». Infatti, potrebbero essere avviate anche delle azioni collettive. Si tratta, però, di una vicenda ancora tutta in evoluzione sia per quanto riguarda le procedure che gli eventuali rimborsi. Intanto, Netflix Italia ha già reso noto di «presentare ricorso» contro la decisione del Tribunale di Roma perché, spiegano, «i nostri abbonati vengono prima di tutto. Prendiamo molto sul serio i diritti dei consumatori e crediamo che le nostre condizioni siano sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane».
Ma, in soldoni, chi può quindi chiedere il rimborso? Anche in questo caso, per avere una certezza bisognerà attendere la formalità dell’iter procedurale. Eppure, già si sa chi può potenzialmente sperare di ottenere indietro dei soldi versati in modo «illegittimo»: gli utenti che hanno attivato un abbonamento prima del 2024; gli ex abbonati in quegli anni di riferimento anche se ora non sono più clienti Netflix; ma anche tutti gli abbonati che, nel corso degli anni, hanno subito un aumento tariffario non motivato. Ovviamente, bisognerà fare chiarezza su come utenti ed ex utenti saranno informati sulla procedura da seguire, ovvero se Netflix renderà note queste informazioni sulla propria piattaforma. La sentenza, emessa dal Tribunale di Roma, rappresenta un segnale importante, e allo stesso tempo pone sotto i riflettori l’atavica questione della trasparenza nei contratti digitali e nella comunicazione degli aumenti di prezzo. Si tratta di un problema che è diventato da tempo più evidente nel settore dello streaming, ma che ha da sempre preoccupato i servizi con abbonamento.
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I pedaggi voluti dal Parlamento sciita si riscuotono in yuan o, meglio, in stablecoin. Eludendo i circuiti occidentali. Un deputato alla «Verità»: «Ci lavoriamo da tempo».
Il passaggio dallo Stretto di Hormuz è stato trasformato dalle Guardie della Rivoluzione iraniane (Irgc) in un checkpoint a pagamento, dove le navi devono presentare una documentazione per ottenere il permesso di transito. Dopo un’attenta verifica, anche geopolitica, il naviglio ottiene il passaggio dietro pagamento in yuan cinesi o in stablecoin, una delle criptovalute più stabili presenti sul mercato.
Questi asset digitali contribuiscono alla creazione di un vero e proprio sistema bancario ombra, estremamente difficile da tracciare, perché esterno al sistema Swift. La procedura, ricostruita da Bloomberg, prevede l’assegnazione di un codice al mercantile e di una scorta armata da parte delle marina iraniana. Tutto fatto attraverso alcune agenzie di intermediazione che lavorano a stretto contatto con il comando navale della provincia dell’Hormozgan, che si occupa di controllare che la nave non abbia nessun collegamento con Israele, Stati Uniti o altri Paesi considerati nemici. Viene poi applicato un punteggio di amicizia da 1 a 5, spiega ancora Bloomberg, che si tramuta nel costo di 1 dollaro al barile per le petroliere che vogliono passare da Hormuz. Secondo Al Jazeera, almeno due navi avrebbero già pagato questa tariffa ed altre sarebbero sotto esame in questi giorni.
Il Parlamento di Teheran ha approvato una proposta di legge formale per istituzionalizzare tale sistema. «Chi vuole passare da Hormuz deve pagare», dice alla Verità il deputato Mohammad Rezaei Kouchi, che guida la commissione civile del Parlamento. «La nostra Marina garantisce la sicurezza di questa arteria vitale ed è stata necessaria una legge sulle tariffe. Non siamo influenzati dall’aggressione sionista-americana, da tempo pensavamo che fosse giusto mettere un pedaggio e stiamo istituzionalizzando pagamenti in criptovalute ed in moneta cinese, ma come un meccanismo duraturo per ottenere entrate certe da un luogo strategico per le economie globali. Sarà tutto molto semplice: deve passare sotto il controllo del checkpoint tra le isole di Qeshim e di Larak e le motovedette della marina della Repubblica islamica garantiranno che tutto si svolgerà in sicurezza».
Non è ancora chiaro se le petroliere dirette in Asia abbiamo rispettato questo tariffario, né se la valuta cinese sia già stata scartata e si punti esclusivamente sulle criptovalute perché ritenute più sicure, come dicono alcuni economisti. Il vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref, è stato fra i primi a introdurre l’idea di superare i pagamenti in dollari, scegliendo un asseti di riferimento differente.
«Nel novembre del 2025», ha spiegato il politico, «ho proposto alle nazioni che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) di creare una sorta di stablecoin sotto il nostro controllo che sarebbe fondamentale per i commerci e aggirerebbe le ingiuste e crudeli sanzioni che da 47 anni cercano di strangolare il popolo iraniano. Questa valuta appoggiata da Cina, India, Russia e tutte le altre nazioni, potrebbe cambiare gli equilibri economici globali, rafforzare la fiducia e aumentare la trasparenza fra i membri, tutto con l’obiettivo di uno sviluppo comune. Un argomento che avevamo affrontato anche nei Brics , il gruppo economico nato per contrastare l’egemonia dell’occidente, ma che non si era mai concretizzato. Serve un sistema che sia indipendente dal dispotismo americano e il transito dello stretto di Hormuz ci sembra un’ottima occasione per rompere questa dittatura economica di Washington e dei suoi alleati.
Da tempo l’Iran ha intrapreso la strada dell’adozione delle criptovalute, ritenendole un mezzo fondamentale per rafforzare l’indipendenza finanziaria della nostra nazione. L’Iran non sarebbe in grado di raggiungere l’obiettivo di sviluppo di digitalizzare il 10% della sua economia senza adottare le criptovalute. Questa metodica offre un nuovo modo di fare affari e pagare le transazioni commerciali e adesso noi lo utilizzeremo per aumentare le nostre entrate e molte nazioni sono già pronte ad accettare le nostre condizioni».
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Guido Crosetto (Ansa)
Italia, Germania e Francia pronte al richiamo se non cambiano le regole d’ingaggio.
Il fronte libanese resta incandescente e, questa volta, a essere colpiti sono anche i caschi blu. Un’esplosione avvenuta ieri pomeriggio in un sito delle Nazioni Unite vicino a Odaisseh ha ferito tre militari, due dei quali in modo grave. L’origine resta ancora sconosciuta, ma il segnale è chiaro: la missione Unifil si trova ormai nel pieno di un conflitto che non ha più nulla del peacekeeping tradizionale. Sul terreno, infatti, il ritmo degli scontri ha ormai raggiunto livelli da guerra aperta: oltre 100 lanci quotidiani da parte di Hezbollah e circa 300 attacchi israeliani al giorno.
La giornata, del resto, è stata segnata da un’escalation continua. L’esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso 15 miliziani di Hezbollah nel Sud del Libano, sostenendo che stavano preparando un attacco. Nelle stesse ore, l’Idf ha avvertito la popolazione della valle della Bekaa di evacuare l’area in vista di raid contro due ponti strategici, quelli di Sohmor e Mashghara, per interrompere il flusso di rinforzi e armamenti ai miliziani pro Teheran. Parallelamente, nuovi attacchi hanno colpito i quartieri meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah, mentre l’ambasciata Usa ha invitato i propri cittadini a lasciare il Paese, avvertendo che le università libanesi potrebbero diventare obiettivi di attacchi da parte di gruppi legati all’Iran.
In questo contesto, Israele sta dettando una linea sempre più dura. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha parlato apertamente della necessità di smantellare l’arsenale di Hezbollah «con mezzi militari e politici», arrivando a evocare la distruzione dei villaggi di confine sul modello di quanto avvenuto a Rafah e Khan Younis nella Striscia di Gaza. Una posizione che, tuttavia, si scontra con le valutazioni più caute degli stessi vertici militari: secondo fonti dell’Idf, disarmare Hezbollah richiederebbe di fatto l’occupazione dell’intero Libano. Uno scenario che, obiettivamente, al momento appare fuori portata.
Da qui prende forma un’altra opzione sul tavolo: la creazione di una zona cuscinetto nel Sud del Paese, larga tra i due e i tre chilometri lungo il confine con Israele. Il piano dell’esercito prevede l’evacuazione della maggior parte dei civili dai villaggi interessati e l’assenza di avamposti permanenti, con l’obiettivo di impedire il ritorno dei miliziani di Hezbollah e ridurre il rischio di contatti diretti con la popolazione. Una soluzione che, di fatto, significa militarizzare l’intera area, cristallizzando e normalizzando il conflitto.
Tra l’incudine libanese e il martello israeliano restano, sempre più esposti, i contingenti internazionali. L’esplosione di ieri e la serie di incidenti registrati negli ultimi giorni confermano che i caschi blu operano ormai in un contesto per il quale non sono stati pensati, senza strumenti adeguati a difendersi in uno scenario di guerra aperta. Di qui la mossa italiana. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu, António Guterres, chiedendo una revisione delle regole d’ingaggio della missione Unifil. La richiesta, coordinata con Francia e Spagna, è perentoria: o si rafforza il mandato, consentendo ai militari di operare in condizioni di maggiore sicurezza, oppure si dovrà valutare un ritiro anticipato del nostro contingente. Una posizione che riflette la crescente preoccupazione per l’incolumità dei circa 1.300 militari impegnati nell’area. D’altronde, proprio il giorno precedente, la base italiana a Shama era stata colpita da un razzo, senza provocare feriti. Ma non è detto che la prossima volta i nostri soldati saranno così fortunati.
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