Giorgia Meloni e il governo durante l'informativa alle Camere (Ansa)
Il leader alle Camere: «Non c’è subalternità agli Usa. Migranti? Metodo da consolidare. Sulle liste d’attesa patto con le Regioni».
Un’informativa urgente sull’azione di governo, ma non c’è nessuna Fase due. Lo chiarisce subito il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo discorso alla Camera dei deputati. «Si continua a parlare di rimpasti, fase due, alchimie di palazzo, un mondo distante anni luce da noi. Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato e da giorni lavora, come si è visto, per scongiurare le conseguenze della crisi internazionale e per mettere a terra altri provvedimenti.
E non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di governo». Chiarisce subito tutti i dubbi il premier e mette un punto ai chiacchiericci sollevati intorno alle dimissioni degli ultimi giorni ma poi passa subito ai temi e non scampa dai dossier più caldi, le tre «S»: soldi, sanità e sicurezza. Le tre emergenze del Paese come ha scritto il direttore della Verità, Maurizio Belpietro.
Sulle liste d’attesa, nonostante il governo abbia avuto «il coraggio, per primo, di contribuire a cercare soluzioni invece di limitarsi a dire che la competenza era delle Regioni», è «evidente che, per molti italiani, i tempi restano troppo lunghi. E questo non è accettabile, perché la sanità è uno dei pilastri della nostra nazione», ricorda. E lancia un appello alle Regioni: «Facciamo squadra. Perché l’esito di questa sfida dipenderà dalla capacità che avremo soprattutto di lavorare insieme. Presto arriveranno i dati del monitoraggio Regione per Regione, prestazione per prestazione. E questo ci consentirà, finalmente, di intervenire in modo mirato ed efficace. E servirà un impegno corale per riuscire a risolvere gli ambiti più critici». Non nomina mai il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ma il suo si può interpretare quantomeno come un avviso bonario. Fare meglio, fare di più. Lo stesso vale per l’immigrazione che si lega a doppio filo con la sicurezza.
«Sull’immigrazione abbiamo segnato un cambio di passo anche se non ci basta». Per il presidente del Consiglio, «ora è necessario consolidare questo approccio» fatto di accordi internazionali. Un approccio che ha convinto anche l’Europa, con la lista dei Paesi sicuri, e ha fatto anche meno morti in mare. Sulla sicurezza non si ritiene soddisfatta dei risultati perché «dobbiamo riuscire a incidere con maggiore efficacia nella vita quotidiana dei cittadini e nella loro percezione di sicurezza». Rivendica le assunzioni nelle forze dell’ordine ma intende distribuirle meglio, «incrementando ulteriormente la presenza di forze dell’ordine sul territorio, continuando a riorganizzare l’attività amministrativa per avere più personale in strada». Anche sulla criminalità minorile, «dopo Caivano, bisogna intervenire ancora». E aggiunge: «Intendiamo andare avanti anche sulla proposta di legge a prima firma della presidente della commissione Antimafia, Colosimo, per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi, tanto per rispondere ancora una volta con il sorriso e con i fatti all’ultima palata di fango infilata nel ventilatore da un’opposizione disperata, che costruisce surreali teoremi su una mia presunta vicinanza con la criminalità organizzata tirando in ballo un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo 11 anni».
Un discorso onesto e severo il suo, anche con l’Europa, quando parla di Patto di stabilità. «Se la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza, dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. In quel caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo Stato membro, ma un provvedimento generalizzato. Così come l’Italia rimane pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche». Insiste, come già fatto, anche con gli Ets: «Continueremo anche a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico».
Ma ancora temi economici interni al centro dei pensieri di Meloni. «Purtroppo, oggi il problema dell’accesso alla casa riguarda una quantità sempre maggiore di cittadini». E ancora, il lavoro: «Abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550.000 precari in meno», ma «c’è ancora molto da fare. C’è molto da fare, ad esempio, per ciò che riguarda l’occupazione delle donne», sottolinea.
Tanto altro nei discorsi di Meloni. Sul rapporto con il presidente Usa: «Io subalterna a Donald Trump? Uno scontato ritornello, il rapporto con gli Usa è lo stesso da 80 anni».
E ancora, investimenti, commercio, energia e tecnologia. Una linea programmatica di chi guarda al futuro, perché spiega: «Non rinunciamo a convincere con risposte concrete e di lungo periodo, una strategia chiara, continuità nelle scelte che hanno funzionato, riforme coraggiose, verità in luogo delle menzogne e tanto, tanto lavoro. È quello che faremo anche in questo ultimo anno di governo, per poi attendere con serenità il giudizio sul nostro lavoro e sui risultati che ha prodotto». E il governo appunto prosegue il lavoro.
Dopo l’informativa alla Camera (dopo il premier ha sottolineato di aver sentito solo «insulti e demagogia» dai banchi dell’opposizione) si passa al al Senato. Non solo, ieri question time del ministro della Difesa, Guido Crosetto, interrogato su Leonardo e il suo ad, Roberto Cingolani, che potrebbe essere sostituito: «Non è la politica che giudica, ma il mercato».
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte (Getty Images)
Cresce l’attivismo di Giuseppi. Dopo il pranzo con l’inviato di Donald Trump (ma le interlocuzioni sono a un livello anche più alto), lancia messaggi di apertura a Pechino e frena sul gas russo. A consigliarlo, l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che punta alla Farnesina.
In fondo, a chi è stato presidente del Consiglio prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, deve sembrare un giochetto da ragazzi andare d’accordo sia con Donald Trump che con Xi Jinping. Giuseppe Conte, il CamaleConte, ci prova: campione mondiale di cinismo politico, si lascia intervistare da Bloomberg, colosso dell’informazione globale con sede a New York, di orientamento politico pragmatico e tutto orientato al business, e rispolvera la sua mai sopita passione per il multilateralismo e in particolare la Cina: «Trump e gli Usa», sottolinea Giuseppi, «ovunque si muovono tutelano i loro interessi economici e commerciali. La formula Make America Great Again non può essere sottoscritta dagli alleati più piccoli come l’Italia. Io non posso dare il sangue al mio alleato to Make America Great Again».
E poi, a proposito della Cina: «È chiaro che un approccio multipolare è fondamentale», si barcamena Conte, «pur nel quadro di un’alleanza che in questo momento sta attraversando una fase completamente critica, che io non voglio buttare a mare. Nessuno può chiedere che i miei interessi siano rimessi nelle condizioni e nei ricatti del mio alleato maggiore che mi fa la guerra commerciale». E la Russia? Qui Conte mantiene la linea della fermezza inaugurata da qualche settimana: «È ovvio che oggi il gas russo è per noi il più conveniente», sostiene l’ex premier, «quello più a portata di mano, ma fino a quando la Russia, anche come strumento di pressione, non sottoscrive un trattato che sia onorevole per l’Ucraina, l’Ue non deve comprare gas russo».
L’intervista a Bloomberg ha almeno due significati: il primo è quello di lanciare un messaggio a Pechino, il secondo è che i media internazionali stanno puntando su di lui come sfidante di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Del resto, già all’interno dei confini nazionali nessuno scommette un centesimo su Elly Schlein: figuriamoci all’estero, dove in pochi la conoscono e praticamente nessuno ha idea di cosa abbia in mente.
La Cina, dunque: correva l’anno 2019, Conte, a capo allora del governo gialloblu, firmò, unico leader dei Paesi del G7, il memorandum d’intesa per l’ingresso dell’Italia nella Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) alla presenza del presidente Xi Jinping. Una intesa benedetta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prevedeva collaborazioni in settori strategici come logistica, infrastrutture, energia e finanza, con un potenziale di accordi per miliardi di euro. Nel 2023, il governo guidato da Giorgia Meloni è uscito dall’accordo, su preciso suggerimento (eufemismo) dell’amministrazione americana guidata all’epoca da Joe Biden. Giuseppi, ieri, ha teso di nuovo la mano a Xi Jinping.
L’attivismo di Conte, che agisce come se fosse già il candidato alla presidenza del Consiglio, è sotto gli occhi di tutti. Alla fine di marzo ha incontrato a Roma Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali. Il pranzetto ha suscitato polemiche, considerate le posizioni anti Donald sbandierate dal leader del M5s, ma chi conosce bene il mondo delle relazioni di Conte non se ne meraviglia per niente: «Conte», confida alla Verità una fonte molto bene informata, «non ha mai interrotto i rapporti con l’universo che ruota intorno a Trump. Altro che Zampolli: parliamo di relazioni dirette con Washington, certo non più a livello altissimo, ma il ponte è sempre rimasto aperto. Gli attacchi al presidente Usa? Conte è all’opposizione, è il gioco delle parti, e l’ambiguità è un terreno sul quale si trova a suo agio». Giuseppi, negli anni in cui è stato a Palazzo Chigi, ha intrecciato ovviamente una fitta rete di relazioni internazionali, che è riuscito a conservare, sia in maniera diretta che attraverso protagonisti del mondo diplomatico a lui vicini. Uno su tutti: «L’uomo da tenere d’occhio», aggiunge la nostra fonte, «è l’ex ambasciatore Pietro Benassi, che è stato consigliere diplomatico di Conte a Palazzo Chigi e che l’ex premier nominò autorità delegata del governo per i servizi di sicurezza negli ultimi giorni del governo giallorosso. È lui che sta aiutando Conte sul fronte delle relazioni internazionali».
Benassi, ora in pensione, è stato un pezzo da novanta della diplomazia italiana: rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea, ambasciatore in Tunisia e in Germania, editorialista di Repubblica, negli ultimi tempi lo si è ascoltato in tv criticare aspramente le politiche del governo guidato da Giorgia Meloni. C’è chi scommette che, se Conte dovesse ritornare a Palazzo Chigi, Benassi sarebbe il suo uomo alla Farnesina.
E il Vaticano? L’antico rapporto di stima e amicizia con il segretario di Stato Pietro Parolin non si è mai incrinato, anche se in questo momento lo sguardo sulla politica italiana dalle parti della Santa Sede è concentrato su Ernesto Maria Ruffini, nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo Ernesto e fratello del giornalista Paolo, dal luglio 2018 prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.
Per il resto, a quanto apprendiamo da fonti europee, Conte può vantare un legame di amicizia personale con il presidente polacco Donald Tusk e con il presidente della Repubblica Slovacca Peter Pellegrini, che ha un bisnonno italiano. Saldi, ovviamente, i legami con i leader progressisti, in particolare la spagnola Yolanda Diaz e la greca Zoe Konstantopoulou. Cordiali ma non eccezionali i rapporti di Conte con Emmanuel Macron, mentre nessun contatto diretto con Friedrich Merz, diventato cancelliere tedesco dopo che Conte aveva lasciato Palazzo Chigi. Ma ci pensa Benassi a tenere aperti i canali di comunicazione con Berlino.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
Incassata la sberla delle urne, il premier ignora le sirene del rimpasto o del voto. E si concentra sugli interessi degli italiani, mettendo al centro le tre «S»: soldi, salute e sicurezza. Al campo largo restano solo gli insulti.
Dopo la batosta del referendum, molti hanno tirato Giorgia Meloni per la giacchetta. C’è chi le ha suggerito un rimpasto, per rafforzare la squadra di governo eliminando i ministri più scarsi, e chi (ignorando che il ricorso alle urne lo decide il capo dello Stato) addirittura ha proposto di portare gli italiani alle elezioni, per ricevere un nuovo mandato popolare. Per fortuna il presidente del Consiglio non ha prestato attenzione a queste esortazioni. Così, presentandosi ieri alle Camere, il premier non soltanto ha smentito un aggiustamento della squadra di governo, ma ha pure spiegato di non avere alcuna intenzione di dimettersi per anticipare il voto.
Giorgia Meloni, dunque, si dimostra più lucida di certi aspiranti statisti, soprattutto quando annuncia di non avere in serbo misure roboanti, «tipo potrete ristrutturare le vostre ville con i soldi dello Stato», ricordando quei tipi che invitano tutti al bar per poi lasciare il conto da pagare ad altri. «L’ultimo anno di questa legislatura non sarà tempo di attesa, ma di costruzione, per rafforzare una decisione solida, che è difendere l’interesse degli italiani». E quale sia questo interesse il premier sembra averlo ben chiaro e credo si possa sintetizzare come abbiamo fatto qualche giorno fa nella regola delle tre «S». Come ho spiegato, non si tratta del vecchio insegnamento dei capi cronisti ai giovani redattori, ovvero la scrittura di articoli che parlino di sesso, sangue e soldi. No, in politica le tre «S» sono sicurezza, salute e soldi. E cominciando da quest’ultima, Meloni ha toccato il tema del pareggio di bilancio, dicendosi pronta a superarlo in caso di necessità, e del piano Casa, una proposta a cui il governo sta lavorando da tempo e che dovrebbe essere portata in Consiglio dei ministri all’inizio di maggio. Un programma per dare alle giovani generazioni un tetto, con la costruzione di 100.000 abitazioni a prezzo calmierato, sia per la vendita che per l’affitto. Il mattone è la pietra angolare su cui costruire una strategia per fermare il declino demografico, ma anche per consentire di studiare e lavorare lontano da casa. Mettere sul mercato nuovi alloggi equivale a mettere nelle tasche degli italiani, soprattutto a quelli a reddito più basso, un po’ di quattrini. Non si tratta di spregiudicate operazioni, come gli 80 euro infilati in busta paga da Matteo Renzi a un mese esatto dalle Europee o il Superbonus, ma di un atto concreto per migliorare le condizioni di decine di migliaia di famiglie.
Alle Camere Meloni ha però parlato anche di sicurezza, argomento che fu centrale nella campagna elettorale del 2022 e che anche ora è ai primi posti del programma politico. Il presidente del Consiglio ha ammesso di non essere soddisfatta dei risultati raggiunti e oltre a illustrare il rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, per avere più personale in strada, ha annunciato l’assunzione di 10.000 ausiliari di carabinieri e polizia per fare più prevenzione sul territorio. Però, a proposito dei migranti, dopo aver parlato della possibilità di un blocco navale temporaneo per fermare gli sbarchi, Meloni ha aggiunto che, una volta lasciate alle spalle le polemiche sulla riforma della giustizia, si aspetta che i magistrati applichino le leggi, quelle stesse che l’Europa ora guarda con interesse, prendendole a esempio.
Nel dibattito parlamentare c’è stato spazio anche per l’ultimo tema, quello della salute, che pur essendo di competenza regionale, per il governo è argomento centrale. «Non è accettabile che ci siano ancora così tante disparità. Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio delle liste d’attesa e questo ci consentirà di intervenire in modo efficace». Ovviamente per ridurre i tempi per curarsi.
Ma alle opposizioni la regola delle tre «S» importa poco. Ieri alla Camera e al Senato non volevano sentir parlare di piano Casa, di sicurezza o salute, ma di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, le loro ossessioni. Da Meloni pretendevano una dura condanna del presidente americano e del premier israeliano, come se agli italiani una polemica con Washington e Tel Aviv porti qualche cosa nelle tasche. Così abbiamo assistito al solito teatrino, con qualcuno che chiedeva perfino di distanziarsi da Orbán (da Xi Jinping invece no, anzi quello è ritenuto da Giuseppe Conte una buona alternativa a Trump, forse perché non ha ancora bombardato Taiwan). Alla fine, l’esibizione di chiacchiere inutili si è conclusa con Meloni che salutava dicendo: «Ho sentito tanti insulti e demagogia, ora aspettiamo le proposte. Ma se l’opposizione continuerà a inveire, ce ne faremo una ragione». Sipario.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Il segretario del Pd inveisce: «Non sapete fermare Trump». Ma nemmeno Giuseppe Conte la ascolta, poi ripete slogan: «Vi manderemo a casa». Angelo Bonelli (Avs): «Vedo il declino».
La voce trafelata di Elly Schlein. Giuseppe Conte prende affannosamente appunti. Matteo Renzi con il fiatone mentre sbraita. Nel gran circo del Parlamento non è mancato nulla. La prima informativa ufficiale alle Camere del premier, Giorgia Meloni, dall’esito del referendum, ha fatto venire la tachicardia alle opposizioni. Con rischio infarto. Difficile descrivere per iscritto ciò che le immagini hanno trasmesso: le espressioni, i toni e le parole dei leader della sinistra con le facce rosso paonazzo. Non aspettavano altro che farsi venire le palpitazioni pur di inveire contro il governo.
Una carnevalata di dichiarazioni che ha rasentato una comicità surreale. La segretaria del Pd ansima, schiuma dalla bocca per dire che la premier non riesce nemmeno «a fermare Donald Trump!». Poi corregge: «Nessuno vuole rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti, ma ci si sta a testa alta, dicendogli che si sbaglia, che si deve fermare!». Da appuntarsi la formula di politica estera della Schlein che goffamente è certa del suo futuro: «Toccherà a noi costruire l’alternativa con gli alleati e tra le persone e riuscire ad attuare fino in fondo la Costituzione». Poi la provocazione: «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione. Non vi preoccupate, vi accontenteremo. Lei ci sfida, ma le do una notizia: l’avete già persa quella sfida, perché avete sfidato la Costituzione e il popolo vi ha battuto nelle urne». Schlein prova a parlare da premier ma, finito lo sproloquio, criticando tutto l’universo mondo (stipendi bassi, calo della produzione industriale, scarsa sicurezza, pensioni minime, sanità, scuola, infrastrutture), torna a essere semplicemente Elly. Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, sale in cattedra: «Meloni trasforma Palazzo Chigi in fortino. Non siamo più davanti a un errore politico: siamo davanti a un fallimento». La guerrigliera, Laura Boldrini, deputata pd, si mette in coda: «Toccherà a noi risolvere i problemi delle italiane e degli italiani. Lo faremo nella prossima legislatura».
La palla passa a Conte, assente in aula quando la compagna Schlein interveniva, che invece crede di non essere mai andato via da Palazzo Chigi: «Lei continua a dire “ma io ci metto la faccia”, cosa lodevole, ma se non ci metti anche competenza e capacità l’Italia si trova in braghe di tela». Per inciso le competenze e le capacità sarebbero le sue. E in politica estera taccia Meloni di «subalternità ignobile» nei confronti di Trump: «Sta contribuendo a distruggere il diritto internazionale«. E in più «Se Vance, il vicepresidente, dice che siamo dei parassiti in Europa e lei si fa firmare la prefazione per vendere qualche copia in più, commette un delitto morale», aggiunge il leader M5s. Che, infine, la minaccia: «La manderemo a casa perché gli italiani non ne possono più delle sue menzogne». Per il vicepresidente M5s, Stefano Patuanelli, abbiamo assistito al primo comizio della campagna elettorale della destra. Mentre il Paese arranca, loro fanno propaganda».
Lo spettacolo più bello è quello inscenato da quell’altro ex premier. Mister 2% Renzi, leader di Italia viva, sprigiona veleno da tutti i pori, con le sue faccette e i suoi falsetti, regalandoci dieci minuti di pura stand up comedy: «Sa qual è la differenza tra voi e noi? Io non ho mai attaccato il presidente del Consiglio per suo padre, sua madre o la sua famiglia», addita Renzi il livoroso. Lo show continua con le accuse ai suoi colleghi senatori della maggioranza: «Colleghi battimani che avete approvato una riforma costituzionale senza avere il diritto di portare un emendamento perché non vi hanno fatto fare nemmeno un emendamento». Poi fa quello che gli riesce meglio, gli slogan: «Il Sì conferma, il No riaccende. C’è stato un No grosso come una casa che cambia la storia politica di questa legislatura, se lo faccia dire da un esperto della materia. Il No rimbomba per i prossimi 14 mesi». Anche lui ne è certo: «Con le opposizioni unite, alle prossime elezioni va a casa». Aggiungendo: «Quando i cittadini ti dicono no, non si fa il video con gli uccellini ma si va al Quirinale e ci si dimette. Ma voi siete il governo Vinavil. Avete una possibilità per restare in piedi: quella di far dividere l’opposizione. Preparate le valigie. Tra poco ritocca a noi». La sua sodale, presidente dei deputati di Italia viva, Maria Elena Boschi, la mette sul personale: «Dice che non scappa, ma per averla in aula ci sono voluti 20 giorni. La verità è che scappa, eccome. E quando dice che ci ha messo la faccia, sì, una faccia ce l’ha messa, ma non la sua, quella della Santanchè».
Non poteva mancare il buon Carlo Calenda, che studia ancora da premier. Il leader di Azione, che ha festeggiato in aula il suo compleanno, definisce questa «l’ora più buia» per l’Italia a livello internazionale ma invita ad abbassare i toni ed evitare le risse verbali. «La rissa non giova a nessuno, non le attribuiamo colpe che non ha».
Infine, tocca alle briciole, che premier non diventeranno mai. Il leader di +Europa, Riccardo Magi, parla di «governo in crisi irreversibile, ha esaurito la spinta politica». Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, gioca a fare il cinefilo: «Meloni ai titoli di coda, fine di una stagione». Per Angelo Bonelli di Avs quello della Meloni è stato «il discorso del suo declino». Poi la butta sul comico: «Come Avs siamo pronti a governare l’Italia. Abbiamo proposte». Anzi, tragicomico.
Continua a leggereRiduci







