Francesca Scopelliti (Imagoeconomica)
La compagna del giornalista, presidente del comitato «Cittadini per il sì»: «La storia di Enzo è il paradigma della malagiustizia, perciò disturba ancora gli oppositori della riforma. Separare le carriere sarà la svolta».
«Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, che non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà vengano a cessare». Così scriveva Enzo Tortora dal carcere, nelle Lettere a Francesca, mentre attraversava l’ora più buia del tritacarne mediatico e giudiziario.
Francesca Scopelliti, compagna del celebre giornalista ed ex senatrice, oggi presiede il comitato «Cittadini per il sì» al referendum sulla riforma della giustizia. E portando avanti la memoria del conduttore, non nasconde lo stupore: «Non immaginavo che questa campagna referendaria sarebbe stata segnata da un tale livello di volgarità. E invece mi trovo costretta a ribadire, ancora una volta, “giù le mani da Tortora”».
La campagna per il referendum si è incattivita. Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ha scritto: «Il mantra è che separando le carriere non avremo più un caso Tortora. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore».
«Mi infastidisce molto che Travaglio si permetta di mettere il naso nella vicenda di Tortora. Non è degno neanche di nominarlo. I sostenitori del no al referendum hanno impostato la loro campagna sul capovolgimento della realtà e su interpretazioni strumentali dei fatti».
Si pensava che almeno sul caso Tortora vi fosse uniformità di vedute. Invece?
«La storia di Enzo, che è ancora molto amato dalla gente, attraverso i racconti dei padri e dei nonni, non si presta alle interpretazioni. È il paradigma della malagiustizia, e per questo disturba profondamente gli oppositori della riforma. Riflettere ancora oggi sul caso Tortora induce naturalmente a desiderare un vero cambiamento, attraverso la separazione delle carriere dei magistrati».
Un tema, quello della separazione delle carriere, che si pose con forza anche ai tempi del processo Tortora?
«Certo, Tortora fu condannato in primo grado perché un giudice era in combutta con i procuratori. Fu condannato sulla base delle dichiarazioni “concordanti” di 18 pentiti, e poi assolto perché quelle dichiarazioni erano semmai “concordate”. Venne dichiarato innocente perché un giudice veramente imparziale si prese la briga di verificare. Solo per fare un esempio: un pentito raccontò di aver consegnato a Tortora chili di droga. Ma si scoprì che nel periodo contestato era rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Non era vero nulla».
Sembra che anche Giovanni Falcone sia stato arruolato, suo malgrado, dai sostenitori del No alla separazione delle carriere.
«In questo crescendo di volgarità, ho sentito il procuratore Gratteri, che in quanto a presenzialismo televisivo mi ricorda Wanda Osiris, attribuire a Falcone frasi non vere. Nei giorni successivi ha ammesso l’errore, ammettendo di essere stato mal consigliato. Spero che Gratteri non applichi gli stessi metodi alle sue indagini. Altrimenti poveri cittadini».
È sorpresa dalla potenza di fuoco dell’Anm e del comitato del No?
«Hanno affisso dei manifesti propagandistici 3 per 6, che costano 1.000 euro l’uno. Immagino che per la campagna referendaria valgano le stesse regole della campagna elettorale, ci saranno dei tetti di spesa, e questa spesa dovrebbero giustificarla. Chi finanzia il comitato per il No? Forse l’Anm, che è un’associazione privata?».
Immagina dei finanziatori?
«Se hanno trovato i soldi sono stati bravissimi, ma dovrebbero dichiararlo. Temo invece che il comitato del No faccia un po’ quello che vuole: d’altro canto, se dovessi denunciarli, dovrei fare un esposto presso i loro colleghi, il che sarebbe paradossale. Insomma, sono intoccabili».
In occasione del referendum, il «partito delle toghe» è uscito allo scoperto?
«Mi occupo di giustizia in prima persona da 37 anni. E oggi hanno svelato la loro vera anima. Si vestono da partito politico, e questo non credo sia consentito dalla Costituzione. All’inizio hanno persino adoperato siti istituzionali e palazzi di giustizia per le loro manifestazioni. C’è un abuso di potere senza limiti. E mi spavento ancora di più, se mi fermo a pensare che potrebbe vincere il No, il che per me equivarrebbe a un golpe».
Anche lei è convinta che ci sia un’avanguardia politicizzata della magistratura che tiene in scacco l’intera categoria?
«Questa distinzione la faceva anche Tortora. Scelse di dimettersi dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e finì poi agli arresti domiciliari, per rispetto “ai magistrati di giustizia che onorano la toga che indossano”. Molto diversi dall’altra categoria, quelli che lui definiva “magistrati di potere”, contro i quali diresse l’impegno politico».
Chi sono i magistrati di potere?
«Si identificano soprattutto con i procuratori, i più famosi, i più visibili. I due procuratori che arrestarono Enzo furono definiti “i Maradona del diritto”. Finirono sulle copertine dei settimanali mentre giocavano a pallone. Ecco, questa minoranza di magistrati ha in mano il potere istituzionale e mediatico: gli altri preferiscono lavorare nel silenzio, subendo la situazione».
Il sistema fondato sulle correnti si sente minacciato da questa riforma?
«Non vogliono che qualcuno interferisca nel loro sistema di potere, che poi è quello raccontato da Luca Palamara. Le correnti fanno il loro gioco, difendono i loro interessi«.
L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu uno dei primi a denunciare lo strapotere delle correnti, e lei lo conosceva bene.
«Cossiga diceva che il ruolo delle correnti era di tipo mafioso, e aveva ragione. Decidono tutto, promozioni, punizioni e trasferimenti. Cossiga mi raccontò che, nella prima seduta del Csm, gli si parò davanti Francesco Di Persia, uno dei procuratori che condussero l’inchiesta contro Tortora. Cossiga gli disse: “La mano non gliela stringo, perché lei ha fatto morire un uomo perbene”».
Il sorteggio per il nuovo Csm è stato bersagliato da critiche. Dicono che non è un metodo in grado di garantire rappresentatività.
«Cosa significa: ci sono magistrati bravi e meno bravi? Quelli meno rappresentativi non possono arrivare al Csm, ma li lasciamo nelle aule dei tribunali, magari a condannare e comminare ergastoli?».
Il giustizialismo è un virus ancora presente nella società italiana?
«Il comitato che presiedo ha organizzato una bellissima manifestazione a Napoli. C’erano tanti ragazzi che indossavano magliette con stampati i nomi, più o meno illustri, delle vittime della giustizia. Ecco, in Italia c’è ancora qualcuno che considera queste vittime non innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca».
Lei ha avuto anche una breve esperienza politica, prima con Pannella e poi con Forza Italia. Si stupisce del fatto che quasi tutti, a sinistra, sono contrari a questa riforma?
«La sinistra ormai ha perso la sua capacità riformista. E di questo mi dispiaccio molto. Anche volersi allargare a tutti i costi nel campo dei 5 stelle, che restano il partito del vaffa, legato a doppio filo alla magistratura, lo considero un suicidio politico. Hanno perduto la loro identità. Per un periodo sono stata contattata dal partito di Renzi, ma alla fine sono rimasta delusa. La politica non ha ancora capito che la battaglia sulla giustizia non è una crociata di parte. Non riguarda “io”, ma tutti noi».
Enzo Tortora scriveva: «Solo i pazzi, i bambini e i magistrati non pagano mai per i loro crimini». Frasi ancora attuali?
«Il processo Tortora non è mai finito, perché non abbiamo ancora avuto una classe politica che sia riuscita a far tesoro dell’esperienza di Enzo, con il coraggio e la cultura giusta, accompagnando le riforme necessarie per cambiare davvero le cose. È incredibile pensare che abbiamo dovuto attendere fino al 2026 per promuovere la riforma della svolta. Voglio sperare che, nel segreto dell’urna, i cittadini e anche i magistrati votino sì. Perché il “sì” protegge le persone e non il potere, e ci consentirà di liberarci della cupola mafiosa delle correnti della magistratura. Rendendo onore alla memoria di Enzo Tortora».
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Riduci
Béatrice Pilloud, Pg del Canton Vallese (Ansa)
Cara Béatrice Pilloud, cara procuratrice generale del Canton Vallese e responsabile dell’inchiesta sulla strage di Crans-Montana, le scrivo questa cartolina per farle i complimenti: è riuscita, infatti, ad accorgersi che anche in Svizzera esiste il pericolo di fuga. Non è da tutti. Ci ha messo nove giorni, è vero. Glielo hanno ripetuto in tutte le lingue del mondo, è vero. Ma alla fine lei ci è arrivata. Nei giorni scorsi aveva rassicurato: pericolo di fuga? Non esiste. Ancora due giorni fa l’aveva ripetuto: pericolo di fuga? Non esiste. Poi l’illuminazione: il pericolo di fuga esiste. I due gestori del locale, Jacques Moretti e la moglie Jessica, indagati per la strage, potrebbero scappare. Chi l’avrebbe detto, eh? Avanti di questo passo, tra qualche mese potrebbe pure accorgersi che i due hanno avuto pure qualche copertura dalle pubbliche autorità. Non mettiamo limiti alla sua perspicacia.
Le confesso: per quale motivo il pericolo di fuga le sia apparso come un’Epifania ritardata solo il 9 gennaio, per me resta un mistero. A prima vista, infatti, i due francesi, con noti intrallazzi fuori dalla Svizzera, contatti con corsi e marsigliesi, precedenti penali non irrilevanti (almeno lui), capaci di far girare fiumi di soldi di sospetta provenienza, potevano scappare anche il giorno della strage. Figuriamoci quando sono stati indagati. Paradossalmente, visto che nel frattempo non sono fuggiti, il 9 gennaio il pericolo ci sembrava meno elevato di quanto lo fosse il 2 gennaio. Ma noi siamo scribacchini italiani, mica procuratori svizzeri…
Avvocatessa, nata nell’Alto Vallese, cresciuta a Sion, di lei, cara Pilloud, sappiamo che parla francese e tedesco (più francese, però), che si definisce testarda e soprattutto che ama svegliarsi presto. Non si direbbe. Almeno da come conduce le indagini. Anzi, non conduce perché a quanto pare ha delegato la fase operativa ai suoi sottoposti, prendendo per sé solo il palcoscenico mediatico. «Mi sveglio sempre alle 4.30», ha raccontato al Blick, «ma con mio marito François ho stabilito una regola: non uscire mai di casa prima delle 5». Per fare che, non si sa. Del marito François sappiamo che è attivo nel campo dei vini. Ad un certo punto si era diffusa la notizia che questi vini fossero venduti anche nei locali dei Moretti, ma sono arrivate severe smentite. Comunque è certo che i vini, a casa sua, sono molto importanti. Il che potrebbe spiegare molte cose.
È diventata procuratrice generale del canton Vallese nel gennaio 2024, in quota Plr, partito liberale radicale, con l’appoggio del Ps e dell’Udc. Ebbene sì: in Svizzera i procuratori generali hanno la targa del partito. Più o meno come in Italia, insomma, ma senza ipocrisie. Dettaglio non da poco: il Plr è lo stesso partito del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. Le hanno dato l’incarico di rimettere a posto una Procura in crisi, ma l’esordio non è stato dei migliori: prima le polemiche per aver archiviato un caso di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, poi quelle per il suicidio di uno dei suoi procuratori, Rahel Brühwiler, che l’ha accusata di ingerenze. Ora la vicenda di Crans-Montana con i sospetti di inciuci coi poteri locali e i ritardi. Al che ci viene un dubbio: non è che a forza di svegliarsi presto, poi dorme quando è in ufficio?
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Riduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 gennaio con Carlo Cambi
Massimiliano Romeo e Lucio Malan (Ansa)
Nel Carroccio Romeo pungola la maggioranza («La protezione è una priorità: serve l’esercito, ma c’è chi cambia idea»). Malan però invita a «non intestarsi alcuni provvedimenti». Fi si schiera con Fratelli d’Italia. Pressing su un nuovo decreto da approvare.
Un’ammissione («Sul fronte della sicurezza abbiamo lavorato moltissimo, ma i risultati non sono soddisfacenti») e una promessa («Questo sarà l’anno della svolta») di Giorgia Meloni s’infrangono sugli scogli della cronaca. L’onda d’urto si ripercuote sulla maggioranza: ieri c’è stata una polemica tra Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e il suo omologo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. L’oggetto del contendere sono le «strade sicure», con la presenza dei militari di pattuglia che già ha diviso Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma è solo un antipasto, in vista di un ulteriore decreto Sicurezza orientato a colpire prima di tutto le cosiddette baby gang e la violenza di strada.
Un’ammissione («Sul fronte della sicurezza abbiamo lavorato moltissimo, ma i risultati non sono soddisfacenti») e una promessa («Questo sarà l’anno della svolta») di Giorgia Meloni s’infrangono sugli scogli della cronaca. L’onda d’urto si ripercuote sulla maggioranza: ieri c’è stata una polemica tra Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e il suo omologo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. L’oggetto del contendere sono le «strade sicure», con la presenza dei militari di pattuglia che già ha diviso Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma è solo un antipasto, in vista di un ulteriore decreto Sicurezza orientato a colpire prima di tutto le cosiddette baby gang e la violenza di strada.
A Termini, la prima stazione d’Italia, sono i giorni dell’odio, di una violenza inspiegabile se non sospettando che sia venata da un razzismo al contrario; le bande dei maranza, degli spacciatori, dei senza dimora aggrediscono a morte un funzionario del ministero del Made in Italy, stimatissimo da tutti i colleghi, con il ministro Adolfo Urso che segue da vicino il delicatissimo decorso ospedaliero di quest’uomo tra la vita e la morte perché ha una sola colpa: è bianco, è occidentale. Un’ora dopo anche un rider, che si guadagna da vivere pedalando nel freddo, è stato bersaglio di una violenza cieca. Lui è tunisino, ma anche lui è agli occhi di criminali senza tetto né legge un occidentale perché lavora per vivere, perché si è integrato. Bisogna cominciare a dire pure questa verità scomoda perché l’attualità vanifica anche la più ferma delle posizioni come quella espressa nella conferenza stampa d’inizio anno dal presidente del Consiglio. E ora rischia di mettere in crisi i rapporti tra le forze di maggioranza finite nel mirino di Pd e 5 stelle che hanno fatto per propaganda una svolta securitaria.
Elly Schlein e Giuseppe Conte sanno benissimo che decenni di politiche migratorie improntate al buonismo e sull’allarme autoritario contro la destra quando ha approvato i decreti Sicurezza o spinge per i rimpatri li rendono poco credibili, sono avvertiti che le città amministrate dal «campo largo» sono fuori controllo, come dimostra il silenzio del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ma soprattutto temono che sotto referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni appaia convincente affermando: «Non vuol dire che non si possa chiedere conto ai magistrati di decisioni che mettono a repentaglio la nostra sicurezza». Per stoppare questa eccessiva discrezionalità il governo pensa a un nuovo decreto modello Caivano (criticatissimo da quella sinistra che ora chiede più sicurezza) e a procedure di espulsione più rapide. Ma ora l’allarme è sulla vigilanza.
In un’intervista a Repubblica, Lucio Malan ha invitato gli alleati a non volersi intestare i provvedimenti e ha affermato che il nuovo decreto è quasi pronto e che non ci sono frizioni anche se ha rivendicato: «I reati calano del 3,5%». Poi, ricordando 39.000 assunzioni nelle forze dell’ordine, ha specificato: «Sono un ex carabiniere. È sempre rassicurante vedere uniformi per strada. Che siano polizia, carabinieri o militari dell’Esercito. Però ha ragione il ministro Crosetto: i soldati devono fare i soldati. È preferibile avere forze di polizia nelle città e nelle stazioni, perché il militare non può procedere ad alcune azioni proprie delle forze dell’ordine». E qui è scattato forte e chiaro il «non ci sto» di Massimiliano Romeo. «I soldati in strada con compiti di sicurezza furono introdotti nel 2008 dal governo Berlusconi, con il ministro della Difesa di allora, Ignazio La Russa», ha ricordato l’esponente leghista, che ha aggiunto: «Fu un governo come il Conte 2 a ridurre progressivamente il contingente, depotenziando una misura che aveva funzionato e che la Lega, alla prima occasione utile, ha reintegrato. Il collega Malan dimentica l’effetto deterrenza dei militari nelle strade, che vale più di mille norme che possiamo scrivere. Stiamo vedendo in questi giorni quanto sia fondamentale garantire in tutta Italia più sicurezza in zone più colpite dalla criminalità, pensiamo alle stazioni. Ci chiediamo perché, oggi, nella maggioranza ci sia chi cambia idea e si comporta come i governi di centrosinistra. Per la Lega la sicurezza è una priorità e restiamo convinti che rafforzare la presenza dei soldati sia uno strumento valido».
All’orizzonte tuttavia si leva anche una possibile polemica tra Lega e Forza Italia che sta dalla parte di Fdi. Luisa Regimenti, segretario di Forza Italia a Roma, si è allineata al nuovo decreto chiedendo più videosorveglianza, daspo urbani e più controlli, ma non ha fatto parola sull’esercito. Duro il commento di Alessio D’Amato (Azione), che accusa: «Se lo Stato non riesce a garantire la sicurezza alla stazione Termini, significa che ha fallito». La strada che intende percorrere Palazzo Chigi è superare i decreti Salvini e il vecchio decreto Sicurezza aggiungendo il divieto di vendita di armi da taglio ai minori e multe ai genitori, oltre a un inasprimento contro la criminalità di strada con il ritiro o la non concessione per chi delinque della patente, del permesso di soggiorno e del passaporto, sempreché non averlo non sia, come nel caso di Valdez Velasco, assassino di Aurora Vanoli, un via libera per continuare a uccidere per strada.
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