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Il 22 e 23 marzo gli italiani non decideranno solo se mantenere in vita oppure no la riforma Nordio. E nemmeno voteranno per mostrare o meno il gradimento verso il governo Meloni. No, il referendum servirà soprattutto a stabilire se l’Italia è ancora una repubblica democratica oppure se si avvia a diventare una repubblica giudiziaria. Boom. Lo so che qualcuno penserà che io l’abbia sparata grossa. Tuttavia, penso che la mia non sia un’esagerazione e vi spiego perché. Mai si era vista, neppure ai tempi di «Resistere, resistere, resistere», slogan coniato dal procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2002, una tale mobilitazione del partito dei giudici. Mai avevo avuto la percezione così netta di un ordine dello Stato che si oppone a una riforma dello Stato. Il partito della magistratura, che per giunta non rappresenta tutta la magistratura ma soltanto la sua parte più estrema e radicale, si è messo alla testa di un movimento politico, radunando attorno a sé politici e professionisti, tra i quali una parte dell’avvocatura. Non sono il Pd o i 5 stelle a guidare l’opposizione alla riforma e al governo: è l’Anm, il sindacato delle toghe.
Nel passato, molte volte l’associazione nazionale si è opposta alle leggi discusse dal Parlamento e quasi sempre è riuscita a impedirne l’approvazione. Ma questa volta è diverso. Qui non siamo alle dichiarazioni dell’organizzazione di categoria e nemmeno alle singole interviste o dichiarazioni di questo o quel magistrato. Siamo arrivati a una vera e propria campagna referendaria, dove l’Anm si è trasformata in soggetto politico, scegliendo con cura gli slogan, investendo centinaia di migliaia di euro in comunicazione su autobus e nelle stazioni. Nemmeno ai tempi del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati assistemmo a una simile discesa in campo. Che, ribadisco, non è guidata dall’opposizione all’attuale maggioranza, cosa peraltro legittima, ma da giudici e pm, i quali non si fanno scrupolo di usare la menzogna, dicendo agli italiani che la riforma abolirà l’indipendenza della magistratura, mettendola agli ordini della politica. Pd e 5 stelle, ovvero i principali partiti dell’opposizione, non hanno guidato nemmeno per un istante il fronte che contrasta la riforma Nordio, ma ne sono stati succubi.
Per di più, a poche settimane dal voto, si sono intensificate le sentenze che paiono proprio voler contrastare politicamente la linea del governo in carica. Ricercati per assassinio, spacciatori, stupratori e pedofili in procinto di essere espulsi vengono rimessi in libertà, quasi che dai tribunali sia in atto un boicottaggio nei confronti dell’esecutivo, per alimentare ulteriormente lo scontro fra magistratura e governo, per di più su un tema sensibile come quello della sicurezza.
Dunque, il voto del 22 e 23 marzo non riguarderà solo il merito, ovvero la separazione delle carriere, i due Csm, l’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei membri che ne dovranno fare parte. E nemmeno si tratterà di decidere se dare una spallata o meno a Giorgia Meloni. La vera scelta sarà tra una repubblica democratica, dove l’articolo uno della Costituzione è rispettato nella sua parte in cui recita che il popolo è sovrano, oppure una repubblica giudiziaria, dove ogni cosa, ogni decisione politica, ogni governo, è soggetto all’impostazione politica espressa dalla magistratura. Non è un mistero che ci fu un tempo, tra il 1992 e il 1994, in cui giudici e pm pensarono di sostituirsi ai partiti e di guidare il Paese. All’epoca, fior di magistrati dissero di essere pronti ad accettare alti incarichi istituzionali nel caso in cui fosse giunta la chiamata del presidente della Repubblica. Beh, ho la sensazione che quel tempo sia tornato e che, se vincesse il No, assisteremmo a un protagonismo giudiziario ancor più pressante. E i primi a doversi preoccupare dovrebbero essere gli esponenti dell’opposizione, perché l’Anm, da nuovo soggetto politico presenterà loro il conto. Nel caso di vittoria del No, sarà infatti una vittoria del partito delle toghe, che da li in poi si sentirà legittimato da un voto popolare.
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L’1 e 2 giugno torna «Cantare amantis est». Jazz di lusso con Bollani, Rava e Metheny.
C’è un filo che parte da San Francesco e arriva a Giotto. E ce n’è un altro, più lungo, che dagli affreschi dedicati al Poverello d’Assisi nella Basilica di Santa Croce a Firenze raggiunge un protagonista della musica del Novecento come Paul Hindemith, il compositore tedesco che generò Nobilissima visione, «leggenda danzata» in sei quadri ispirata proprio da quella meraviglia. Ma ne esistono molti altri, infiniti. E forse non sono fili, ma raggi di luce. A suggerirlo è il genio di Dante, al quale bastano cinque parole, nell’undicesimo Canto del Paradiso, per descrivere l’impatto dell’alter Christus nella storia: «Nacque al mondo un sole». Da questo verso potentissimo riparte il Ravenna Festival, giunto alla sua trentasettesima edizione, che si aprirà il 21 maggio con il concerto di Anne-Sophie Mutter e della Royal Philharmonic Orchestra, diretta da Vasily Petrenko, proseguendo fino all’11 luglio con il coinvolgimento di oltre 1.000 artisti.
Per celebrare il patrono d’Italia, a 800 anni dalla morte, il Maestro Riccardo Muti dirigerà la sua amata Orchestra giovanile Luigi Cherubini proprio nella suite orchestrale di Hindemith (7 giugno), prima di dialogare con il filosofo Massimo Cacciari sull’influenza del padre del Cantico delle creature nell’opera di Dante Alighieri e Giotto (Muti e la Cherubini torneranno il 30 giugno al Palazzo De André con Verdi, Ravel e De Falla, mentre i professori d’orchestra il 14 giugno seguiranno la bacchetta di Kent Nagano). Pochi giorni prima, 1 e 2 giugno, il leggendario direttore replicherà quello che su queste colonne aveva definito «l’esperimento più bello della mia vita»: formare un unico immenso coro aprendo le porte a singoli cantanti e a piccole e grandi formazioni, di amatori o professionisti, provenienti da tutte le regioni d’Italia (l’anno scorso avevano risposto all’appello 3.116 voci, dai 4 agli 87 anni). Un viaggio nella coralità intitolato Cantare amantis est - «cantare è proprio di chi ama», come diceva Sant’Agostino - che prende la forma di una masterclass, libera e gratuita, su quattro capolavori: Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart, Casta Diva dalla Norma di Vincenzo Bellini, un estratto dalla Messa da Requiem di Giuseppe Verdi e il Prologo dal Mefistofele di Arrigo Boito. Da non perdere anche l’ultimo appuntamento della rassegna con il Maestro Muti, il 2 luglio, con il progetto The Philharmonic Brass.
Nel vastissimo cartellone del festival, Francesco risuona ancora (dalla lauda italiana a Sora nostra morte corporale nel nome di Bach, fino a Francesco e il lupo) e rivive nel teatro (Il Santo folle, Lu santo Jullare Francesco), senza tralasciare l’inquadramento storico di Franco Cardini.
Da segnare in agenda per gli appassionati di jazz alcuni appuntamenti di lusso, a cominciare dalla Stefano Bollani All stars del 6 giugno (con Enrico Rava, Paolo Fresu - che torna il 2 luglio per un omaggio a Grazia Deledda insieme a Mariangela Gualtieri -, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni). Un concerto preceduto dalla proiezione (la prima in Italia) del film di Valentina Cenni, Tutta vita (a questo link un’anticipazione del gigante della tromba Enrico Rava, ospite del podcast Non sparate sul pianista: bit.ly/40OUNzM). Il 3 luglio arriva con Side-Eye III+ un monumento della chitarra come Pat Metheny, mentre il 9 il giovane virtuoso palermitano dell’elettrica Matteo Mancuso, in trio, dividerà il palco con Nik West (due date in collaborazione con Ravenna Jazz).
Dopo l’estate si ricomincia con la consueta Trilogia d’Autunno (13-17 novembre) nel segno di Mozart (La clemenza di Tito, Il flauto magico, Requiem), con la regia di Chiara Muti e l’Orchestra Cherubini guidata da Ottavio Dantone.
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Carlo Nordio (Ansa)
La Lega chiede a Carlo Nordio un’ispezione. RIccardo Magi delira: «Intimidazione da Palazzo Chigi».
Con una decisione a sorpresa, proprio nel giorno in cui sarebbero dovute iniziare le perizie psicologiche sui bambini, il Tribunale dei minori dell’Aquila ha disposto l’allontanamento della mamma dai «bimbi del bosco» e il contestuale trasferimento dei minori dalla casa famiglia in cui sono ospitati da quattro mesi.
Una decisione che ha scatenato una ridda di polemiche e il duro commento anche di Giorgia Meloni che ha attaccato i giudici. I figli «non sono dello Stato», ha scritto l’altro giorno sui social il premier, ma «delle mamme e dei papà e una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in casa famiglia, sempre più soli, perché i giudici non condividono lo stile di vita della famiglia?».
La storia della famiglia neo rurale, che aveva eletto a luogo dei sogni un bosco nel cuore dell’Abruzzo, è al centro del dibattito politico. La Lega chiede un’ispezione del ministero della Giustizia per una famiglia «divisa e distrutta per cattiveria e arroganza», mentre il deputato di Futuro nazionale, Rossano Sasso, annuncia un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e al ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella: «Vogliamo capire il perché di questo accanimento», dice Sasso.
Proprio la Roccella, a Sky Tg24, si dice sbigottita in quanto quel modo di vivere le ricorda quando lei era bambina. «Si interviene su un gruppo familiare che in realtà vive come quando io ero bambina. Il mio paese siciliano era esattamente così e non è qualcosa per cui siamo cresciuti tutti così male. Oggi, certo, bisogna verificare, per esempio, le condizioni dell’apprendimento ma io credo che ci siano strumenti meno brutali di intervento e che questa separazione dai genitori deve essere l’ultima spiaggia, non la prima».
Il deputato della Lega ed ex magistrato (dal 1991 al 2008 sostituto procuratore presso il Tribunale per i minorenni di Roma), Simonetta Matone, si pone due semplici quesiti: «Qual è il superiore interesse dei minori? Quali sono gli elementi che rendono questo strappo così necessario? Mi auguro che gli avvocati della famiglia abbiano già impugnato il provvedimento, unico mezzo, in questa fase, per impedire gli effetti nefasti di una decisione affrettata. Questo è un precedente assai grave che mina alle fondamenta il rapporto genitori/figli e che mai ci saremmo aspettati da un tribunale che si chiama “per i minori”».
Un’altra domanda è quella della senatrice di Fratelli d’Italia, Domenica Spinelli: «Da madre prima di tutto mi chiedo, ma un giudice non ha il compito di salvare la famiglia e conservare la genitorialità familiare? Sembra un film dell’orrore, a scapito di tre poveri innocenti che sono stati staccati violentemente prima dal padre, ora anche dalla madre. Mi auguro che il tribunale possa avere un ripensamento».
Secondo il deputato della Lega Andrea Barabotti «i tre bambini subiscono in pochi mesi un secondo sradicamento. È una decisione che lascia senza parole, soprattutto mentre la perizia psichiatrica è ancora in corso. Lo Stato deve proteggere i minori, non infliggere loro ulteriori traumi. Siamo davanti a genitori certamente imperfetti, ma non per questo indegni di crescere i propri figli. Serve più equilibrio nell’azione di servizi sociali e tribunali minorili. Dobbiamo verificare fino in fondo l’operato di tutti gli attori coinvolti. Perché se una decisione di questo tipo è stata assunta nel rispetto della legge, allora è la legge che va cambiata».
Interviene ancora Futuro nazionale di Roberto Vannacci attraverso il suo deputato, Emanuele Pozzolo, che definisce «inquietante» questa vicenda: «Lo Stato faccia lo Stato, metta giù le mani dai bambini e dalle famiglie. Lo Stato si è intromesso in questa situazione. È inaccettabile, faremo una grande battaglia su questo».
Ovviamente la sinistra non resiste nel rigirare la frittata per attaccare il governo. Il vicepresidente del M5s, Stefano Patuanelli, forse riferendosi a sé stesso, descrive un’Italia «guidata da una classe dirigente distratta, provinciale e autoreferenziale, totalmente fuori scala rispetto alla gravità del momento». La senatrice del Pd, Sandra Zampa, trova grave che il premier Meloni «usi questa delicata e difficile vicenda, per colpire i magistrati e per fare propaganda in vista del referendum. Quando si ha a che fare con domande che riguardano i bambini bisogna muoversi discretamente, con rispetto e attenzione non pubblicizzando e usando la propria visibilità per lucrarci politicamente». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ripete la stessa cosa: «Meloni specula sulla pelle dei minori. Colpisce il tentativo di delegittimare decisioni giudiziarie delicate con slogan costruiti più sugli algoritmi dei social che sul rispetto delle istituzioni. La tutela dei minori e il lavoro dei tribunali meritano rispetto, non semplificazioni ideologiche».
Il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, passa alle offese: «Meloni ormai senza ritegno fa propaganda, entrando a gamba tesa in questa vicenda con una gravissima ingerenza che sa di intimidazione, alla faccia della separazione dei poteri». E per Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa verde «Meloni dovrebbe preoccuparsi dei propri limiti e degli obblighi che lo Stato ha di garantire un’istruzione obbligatoria per otto anni. Senza aver letto le motivazioni della decisione del tribunale dei minori è partita per la sua ennesima crociata contro i giudici».
Ha una domanda per Meloni anche l’ex ministro della Giustizia ed esponente Pd, Andrea Orlando: «Se il premier ritiene che ci sia un’applicazione abnorme della legge, quindi che la magistratura non la stia applicando o che lo faccia male, perché non chiede al ministro della Giustizia di inviare gli ispettori e magari promuovere un’azione disciplinare? Evidentemente Meloni pensa di fare la campagna per il referendum in questo modo».
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Ansa
Il grande Alfredo Di Lelio rese popolare in tutto il mondo un antico piatto della cucina romana. Che conquistò re e divi.
Marzo 1953, è l’ora di pranzo di un luminosissimo giorno di primavera. Alla porta del ristorante Il Vero Alfredo in piazza Augusto Imperatore, a due passi dall’Ara Pacis, si presenta un giovane senatore americano. Viene dal Massachusetts, ha 36 anni, è alto 1,83, ha personalità da vendere. Nel suo curriculum c’è anche una medaglia di eroe di guerra. È a Roma per capire gli italiani ma, soprattutto, vuol capire, attraverso gli italiani, i suoi connazionali. Perché da quasi 30 anni quel locale, quel nome, Alfredo, è una tappa obbligata per qualunque yankee arrivi a Roma? Dopo il Papa, per gli americani, viene Alfredo il cui nome spopola ancora oggi sui menu di pasta di tutti gli Usa (vedi La Verità 10 gennaio). Un penitente d’Oltreoceano nell’Anno Santo 1950, lascia scritto sul registro degli autografi: «Giorno memorabile! Al mattino l’udienza con il Papa e poi il pranzo da Alfredo!». Un altro commenta entusiasta: «Ho fatto 28.000 miglia per venire a Roma da Alfredo. Ne è valsa la pena».
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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