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(Guardia di Finanza)
I finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misura interdittiva nei confronti di un funzionario in servizio al Tribunale di Velletri, sorpreso a retribuire in contanti un collaboratore con denaro pubblico.
Il provvedimento scaturisce da un’attività investigativa condotta dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Velletri, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, che ha consentito di accertare irregolarità nella gestione delle entrate dell’Ufficio Notifiche, Esecuzioni e Protesti (UNEP).
In particolare, il dirigente avrebbe gestito in modo non conforme le somme versate dagli utenti, privilegiando la riscossione in contanti e omettendo l’adozione dei sistemi di pagamento tracciabili previsti, tra cui la piattaforma PagoPA. Tale condotta avrebbe consentito l’accumulo di oltre 72.000 euro, sottratti alle ordinarie procedure contabili.
Secondo quanto emerso, il denaro sarebbe stato utilizzato, per un arco temporale di circa undici anni, anche per retribuire in modo irregolare un ex dirigente dello stesso ufficio, oggi in quiescenza, che continuava a prestare attività lavorativa occupandosi della contabilità. Il collaboratore disponeva stabilmente di una postazione di lavoro ed era compensato con cadenza regolare, anche in periodi di assenza.
Le somme, custodite nella cassaforte nella disponibilità dell’indagato, sarebbero state inoltre impiegate per spese personali, tra cui il pagamento di una cena natalizia per il personale dell’ufficio, per un importo di circa 800 euro.
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Roberto Cingolani (Imagoeconomica)
Nel 2025 ricavi in crescita dell’11% e margine lordo a +15%. Più vicino l’accordo per una joint venture sugli aerei. L’ad Roberto Cingolani: il «cervello» dell’operazione resta in Italia.
Il dividendo prima di tutto. Perché ad accendere d’amore Piazza Affari non sono tanto dichiarazioni strategiche quanto il bonifico. Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, presentando i conti annuncia agli analisti: «Vogliamo che Leonardo sia sempre attraente per i nostri investitori. Quest’anno aumenteremo ulteriormente il dividendo». L’incremento sarà del 20% in linea con l’utile netto.
Il gruppo archivia il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi, ordini a 23,8 miliardi (+13,5%) e un margine lordo a 1,752 miliardi (+14,9%), sopra le attese. Anche la finanza migliora sensibilmente, con una generazione di cassa in aumento del 22,4%. Ma il dato che fa sorridere gli analisti è la cura dimagrante del debito: -44%, sceso a 1 miliardo, grazie anche all’incasso della cessione delle attività subacquee a Fincantieri. «Abbiamo raggiunto tutti i risultati che avevamo in mente, leggermente meglio delle previsioni», rivendica Cingolani.
Se i conti sorridono, la vera partita strategica si gioca nella divisione degli aerei dopo le difficoltà incontrate dal contratto con Boeing. Leonardo è in trattativa esclusiva fino a giugno con un partner internazionale per creare una joint venture paritetica con l’ambizione dichiarata di collocarsi tra i primi tre operatori mondiali del settore. «Il nostro piano autonomo è stato valutato molto positivamente», spiega l’ad, aggiungendo che il «cervello» dell’operazione, assicura, resterà in Italia. Il futuro, però, non ha pilota a bordo. Ad aprile, infatti, partirà la produzione dei primi droni nello stabilimento di Ronchi dei Legionari, in collaborazione con Baykar, uno dei protagonisti emergenti della tecnologia dei velivoli guidati a distanza. È un passaggio chiave: Leonardo entra con decisione in un segmento dove la domanda cresce a doppia cifra. Sullo sfondo c’è il closing per del settore difesa di Iveco, tassello ulteriore nel rafforzamento della componente terrestre della difesa. Sul fronte internazionale, l’attenzione è tutta puntata sul Regno Unito. Da Londra è attesa una maxi-commessa per elicotteri destinata allo stabilimento di Yeovil, con un valore stimato attorno a 1 miliardo di sterline.
Nonostante i conti in crescita, il titolo ha chiuso la giornata in calo del 3,79% a 56,92 euro. Fenomeno noto: quando le aspettative volano più dei caccia, anche risultati solidi rischiano di sembrare ordinari. La Borsa, come certi parenti, non si stupisce più di nulla. Poi c’è l’addio che somiglia a un arrivederci. «Questo è l’ultimo trimestre che facciamo insieme. Ci rivedremo solo il 12 marzo per l’aggiornamento del Piano industriale» ha detto Cingolani aprendo la call. Il mandato scade in primavera, anche se i rumors danno per certa la conferma.
Un commiato che suona più come una pausa tecnica che come un cambio della guardi. A chiudere l’anno non è un contratto, ma un gesto simbolico. Nella sede di Piazza Montegrappa a Roma è stata intitolata la Sala del consiglio di amministrazione a Pier Francesco Guarguaglini, figura chiave nella trasformazione del gruppo in campione globale dell’aerospazio e difesa. Un passaggio di testimone ideale: dalla stagione della costruzione industriale a quella della competizione tecnologica globale. Con dividendi più ricchi, debito alleggerito, droni in rampa di lancio e alleanze internazionali in costruzione, Leonardo prova così a tenere insieme memoria e futuro.
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Alessio Butti (Ansa)
Il sottosegretario all’Innovazione tecnologica: «A livello europeo abbiamo promosso limiti e sanzioni contro il Far West. In Italia un Osservatorio dedicato e 1 miliardo per gli investimenti di startup e pmi».
Sottosegretario Butti, di rivoluzioni sociali ed economiche legate all’innovazione tecnologica ne abbiamo vissute tante. Da quella industriale con la meccanizzazione dei processi, a Internet con la globalizzazione delle conoscenze, ma con l’Intelligenza artificiale la sensazione è di trovarci davanti a qualcosa di diverso, di più profondo, veloce. È così?
«Sì, perché questa volta non stiamo solo automatizzando una macchina o un processo fisico, ma una parte dei compiti cognitivi, cioè attività di analisi, scrittura, pianificazione, assistenza decisionale. Questo rende la trasformazione più trasversale e più veloce e con un impatto su imprese, pubbliche amministrazioni, sanità, lavoro e informazione. Per questo abbiamo deciso subito di non subire l’Ia, ma di governarla con regole, responsabilità e investimenti».
Palazzo Chigi in concreto cosa ha fatto per governare questo processo?
«Abbiamo lavorato su due piani. Il primo è europeo e, diciamolo subito, l’Ai Act è una legge, non una lista di buone intenzioni. In quella fase negoziale l’Italia ha sostenuto con forza un’impostazione che non lasciasse la tutela dei cittadini ai codici di condotta dei privati come volevano altri Paesi. Ci devono essere norme, limiti e sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi. Sul piano nazionale abbiamo costruito un quadro coerente con l’Ai Act. E devo dire che la nostra impostazione sta generando interesse in molti Paesi. Una cosa che voglio sottolineare è che abbiamo previsto un aggiornamento biennale della strategia, perché la tecnologia evolve in fretta e dobbiamo avere strumenti in grado di tenere il passo e giocare d’anticipo».
Ci può fare qualche esempio di limiti imposti?
«Molto semplice: ci sono “linee rosse” che non si attraversano, perché toccano diritti e libertà. L’Ai Act vieta pratiche considerate inaccettabili, come certe forme di manipolazione o sfruttamento delle vulnerabilità, il social scoring, e specifiche applicazioni che portano a sorveglianza o controllo sociale incompatibili con i valori europei. Insomma, per gli usi “ad alto rischio” prevediamo requisiti stringenti su gestione del rischio, qualità dei dati e supervisione umana».
E sui deepfake?
«Se un contenuto è generato o manipolato dall’Ia, il cittadino deve poterlo riconoscere. Se ne sta occupando anche l’Ue. Grazie alla nostra legge sull’Ia, in Italia diffondere un deepfake realistico senza consenso e con danno alla persona è diventato un reato punito con la reclusione fino a 5 anni. È una delle norme più incisive in Europa su questo tema».
Certo, l’Ia può portare anche enormi vantaggi, come la state sfruttando?
«Come dice giustamente, i vantaggi sono enormi in diversi ambiti. L’Ia ha una capacità incredibile, quando ben guidata dall’uomo, di ridurre tempi, errori e sprechi, aiutare chi lavora a fare meglio e più in fretta, migliorare servizi pubblici e competitività. In sanità, ad esempio, stiamo sperimentando l’Ia su problemi molto concreti come le liste d’attesa: con il progetto Reg4Ia investiamo 20 milioni su analisi dei dati, previsione della domanda e gestione più efficiente delle agende delle strutture sanitarie. È solo un esempio, ma qualsiasi campo, dalla difesa all’industria, può trarre vantaggio dall’Ia. Tutto sta nel saperla governare e indirizzare».
Veniamo al tema lavoro: il report di Citrini Research ha spaventato i mercati, soprattutto consegne a domicilio, pagamenti e real estate sono a rischio. Ci può dire che fine faranno gli agenti immobiliari?
«Prima di tutto: un report di quel tipo è uno stress test che non possiamo prendere come una profezia. Insieme agli esperti del Dipartimento che dirigo, leggiamo con attenzione tutti gli studi e ce ne sono di ogni tipo, da quelli che danno una visione idilliaca a quelli da futuro distopico. L’Ia avrà maggiore impatto nelle attività ripetitive e standardizzabili. Per questo certe mansioni di back office e comparazione in ambito immobiliare o servizi finanziari possono cambiare rapidamente. Al contrario, reggono meglio i lavori dove contano responsabilità, relazione, negoziazione complessa, presenza sul territorio. Ma qui l’idea di fondo è che nella maggior parte dei casi non vedremo sparire un mestiere, ma cambiare il contenuto del lavoro. In questo senso, vince chi integra l’Ia, non chi la subisce».
In concreto cosa state facendo per prevenire un’impennata della disoccupazione?
«Stiamo agendo su diverse leve, tutte molto pratiche. La prima è evitare che l’adozione non diventi un Far West. Nella legge italiana è previsto un Osservatorio sull’adozione di sistemi di Ia nel mondo del lavoro e il ministro Calderone ha pubblicato pochi giorni fa il primo documento sul tema. Lavoriamo anche per far crescere la domanda di nuove competenze: serve formazione continua e riqualificazione, perché dobbiamo accompagnare lo spostamento del mondo del lavoro, non rincorrerlo. Abbiamo anche previsto un programma di investimento a favore di startup e pmi da 1 miliardo, per far nascere lavoro nuovo dove l’innovazione produce valore».
Nasceranno anche nuove professioni per gestire l’Ia?
«Certo. Saranno fondamentali le professioni legate al controllo dell’Ia, alla sua governance, gestione dei rischi, qualità dei dati e compliance. Il timbro umano resta la nostra garanzia per il futuro».
Rischiamo un circolo vizioso che comprime i consumi e distrugge la classe media? Rischiamo l’autodistruzione del sistema?
«Il rischio esiste, ma non condivido la visione catastrofista. Lo evitiamo se continuiamo a gestire e governare questa tecnologia come stiamo facendo e ci impegniamo nella formazione dei lavoratori. Rimanere indietro non è più un’opzione. Chi non investe in competenze, formazione e innovazione rischia di vedere intere categorie professionali sostituite o marginalizzate, con un aumento drammatico della disoccupazione tecnologica. Non adottare l’Ia oggi significa subire l’Ia domani».
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Il primo lungometraggio italiano fu «L’Inferno» prodotto dalla «Milano Films» nel 1911, un'opera estremamente moderna per l’uso di effetti speciali e per il budget altissimo.
L'articolo contiene un video e una gallery fotografica.
A gettare le basi dell’industria cinematografica italiana (e milanese) aveva contribuito in modo determinante l’artista e fotografo Luca Comerio. Personalità estrosa, era stato fotografo ufficiale del Re Umberto I alla fine dell’Ottocento. Pioniere del fotoreportage, aveva immortalato importanti fatti di cronaca come i moti di Milano del 1898 repressi nel sangue dal generale Bava Beccaris. All’alba del secolo XX, alla macchina fotografica affiancò l'ultimo ritrovato della tecnica: la cinepresa.
Nei primi anni della storia del cinema mondiale, sull’onda del successo internazionale delle prime pellicole di intrattenimento francesi come Voyage dans la Lune di Georges Meliès (1902), Comerio volle sperimentare la via della produzione cinematografica a Milano. Nel 1907 attrezzava una prima sala di posa in via Serbelloni, in pieno centro storico. L’anno successivo assieme agli altri pionieri milanesi della «S.a.f.f.i.» (Società anonima Fabbricazione Films Italiane) si allargava fondando la «S.a.f.f.i./Comerio» che nel 1908, nel quartiere periferico di Turro, realizzò una grande struttura in acciaio e vetro per la produzione cinematografica. Attratto fatalmente dal richiamo dell’attualità, il cinegiornalista milanese sarà autore di preziosi reportages dal fronte della guerra Italo-turca, mentre la casa di produzione sfornava cortometraggi eclettici, dal documentario al genere comico con personaggi diventati popolari tra il pubblico, fino ai documentari, e alla rappresentazione cinematografica di grandi classici del teatro e della letteratura come l’«Amleto» di Shakespeare. La nuova industria dell’intrattenimento, oltre al pubblico delle prime sale cinematografiche, cominciò ad attrarre anche il capitale. Fu dall’incontro del talento di Comerio con la nobiltà imprenditoriale del capoluogo lombardo che nacque la casa di produzione «Milano Films», fondata nel 1909 dal conte Pier Gaetano Venino assieme al barone Paolo Ajroldi di Robbiate e al conte Giovanni Visconti di Modrone. I nuovi capitali permisero l’apertura di nuovi teatri di posa all’avanguardia nel quartiere della Bovisa, allora considerati tra i più avanzati al mondo, dove il lavoro prevedeva l’integrazione di tutte le fasi produttive, incluse la postproduzione e la distribuzione. Furono le basi che permisero alla «Milano Films» di realizzare il primato del primo lungometraggio italiano (circa 1.400 metri di pellicola per un tempo di proiezione di attorno ai 68 minuti). Prodotto tra il 1909 e il 1911, «L’Inferno» era un concentrato di tecnica e effetti speciali, girato sia negli studios milanesi che in esterna sulla Grigna. Il costo dell’opera era considerato ai tempi fantasmagorico: 100.000 lire. Centinaia di comparse affiancavano gli attori principali Salvatore Papa nel ruolo di Dante e Arturo Pirovano in quello di Virgilio. Tre furono i registi: Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Alfonso Padovan. Le scene, che riprendevano la prima cantica della Commedia, erano ben 54, anticipate da brevi quadri narrativi di testo. Ciò che rendeva modernissimo il primo «kolossal» nato a Milano era l’uso della cinepresa con inquadrature che uscivano dal campo lungo, retaggio del teatro, dando plasticità unica alle scene. Soprattutto l’uso degli effetti speciali stupì il grande pubblico con sovraimpressioni, trasparenze, montaggio a inquadrature multiple e la manipolazione della scala, per creare realistici giganti mitologici. Le grandi scenografie e la massa di comparse rendevano ancora più drammatica l’ambientazione agli inferi. Furono anche usati effetti pirotecnici, botole per far scomparire i dannati e fondali neri per creare effetti di smembramento dei corpi degli attori.
Il capolavoro della Milano Films fu presentato al pubblico dopo un battage pubblicitario senza precedenti, organizzato dall’imprenditore e distributore napoletano Gustavo Lombardo. E proprio nella città partenopea, al teatro Mercadante, l’«Inferno» fu proiettato per la prima assoluta il 2 marzo 1911. Il lancio fu disturbato da un primo caso di presunto plagio da parte della casa di produzione Helios di Velletri, che presentò contemporaneamente una sua versione ridotta della Commedia dantesca, che creò confusione tra gli spettatori. Tanto che la «Milano Films» dovette pubblicare alcuni avvisi di diffida sui giornali. «L’Inferno» fu presentato anche all’estero ed ebbe notevole successo negli Stati Uniti, dove l’impero del cinema di Hollywood non era ancora nato. Il futuro della «Milano Films» fu tuttavia effimero. Mentre Comerio si dedicava negli anni successivi al reportage (filmò tra le altre cose la guerra degli Alpini sull’Adamello), questi veniva gradualmente estromesso dalla casa di produzione che lui stesso aveva contribuito a fondare. La società andò in crisi a causa della difficile situazione postbellica e della nascente concorrenza estera, più forte economicamente. Chiuderà i battenti nel 1926, mentre Luca Comerio finì disoccupato, dopo aver realizzato ancora documentari importanti come quello sull’impresa dannunziana di Fiume e la cronaca del Giro d’Italia. In povertà e colpito da una forte depressione, si spense il 5 luglio 1940 presso l’ospedale psichiatrico di Mombello, in Brianza.
Tre anni prima Mussolini aveva inaugurato Cinecittà, eleggendo Roma a capitale del cinema italiano.
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