Umberto Bossi (Ansa). Nel riquadro, la copertina del «Corriere della Sera» di ieri
Coniugava coraggio e follia, passione e cinismo: nei negoziati la spuntava sempre.
Al Corriere non lo potevano sapere. Ma noi, quella foto di Bossi seduto su una specie di trono, ce la ricordiamo bene perché stava facendo saltare il secondo governo Berlusconi. E questa storia ve la possiamo raccontare solo noi. Io, in quel 2001, ero direttore della tv varesina Rete55 e collaboravo con Il Giornale diretto proprio da Maurizio Belpietro.
Il suo vice era Andrea Pucci, oggi alla guida del Tg4 e delle news di Mediaset. Essendo a capo della televisione varesina - quella dove sul finire degli anni Ottanta Umberto Bossi prese per la prima volta confidenza con le telecamere - avevo col Senatur una certa confidenza giornalistica (tanto che qualche anno dopo mi chiese con Bobo Maroni e Giancarlo Giorgetti di prendere in mano la Padania). Avevo spesso le notizie prima degli altri colleghi perché nei suoi giorni varesini mi capitava di tirar notte alle feste lumbard. Così quei giorni di maggio dopo il voto delle politiche 2001 raccolsi la rabbia per un risultato sotto le aspettative e pure sotto l’asticella del 4 per cento che escluse la Lega dai seggi della quota proporzionale: in Parlamento entrarono solo gli uninominali. Per Bossi un duro colpo, visto che la volta precedente - da solo contro Roma-Polo e Roma-Ulivo - incassò uno strepitoso 10 per cento.
L’accordo con Berlusconi gli costò caro; non tutti in Bellerio lo volevano. «Stavolta il Capo ha sbagliato», borbottavano gli immancabili rompiballe. Lui, invece, era convinto che quella fosse l’unica strada politica possibile per arrivare al federalismo: «Abbiamo un patto», rispondeva. Già, ma ora si trattava di formare il governo da una posizione di debolezza.
Ecco, in quei giorni lì, molto frenetici, Umberto tirava notte e parlava. Telefonava. Fumava un sigaro dietro l’altro. «Chiamami Silvio» diceva all’Aurelio «depositario» del telefonino. «Chiamami Giulio». Una di quelle sere io ero lì. A tirar tardi con l’operatore di Rete55. Verso le tre, gli dico: Umberto, fammi almeno una battuta al microfono. «Domani pomeriggio». E così fu. Mi spiegò lo schema che aveva in mente: la presidenza della Camera per il Bobo e alcuni ministeri chiave per il Nord. «Vediamo…». Mi fece una breve dichiarazione, buona per il tg. Ma mi aveva raccontato un bel po’ di più, così proposi a Belpietro e a Pucci il retroscena sul totonomine. «Scrivi». Infatti il giorno dopo, me lo ritrovo in prima pagina. Con la foto di Bossi seduto sul trono dorato che anche ieri il Corriere ha messo in prima. Apriti cielo! Non lo avessimo mai fatto.
Parte una girandola di chiamate sulla linea Gemonio, Arcore, Roma. E Milano, via Negri allora sede del Giornale. Ovviamente anche il mio telefono si surriscaldò non poco. «Di’ a quelli del Giornale che se pensano di farmi passare per un poltronaro, io faccio cadere il governo prima ancora che nasca». Il guaio è che non l’aveva detto solo a me, ma anche a Berlusconi, a Tremonti e giù con gli altri. Ieri mattina, io Maurizio e Pucci ci abbiamo riso su, ma davvero eravamo ritenuti i colpevoli di un caso che era solo nella mente di Bossi. Il quale non rispondeva più al telefono. A nessuno, proprio; nemmeno a Silvio. Aveva chiuso i contatti delegando gli altri, Bobo e Giorgetti in testa.
So che cosa vi state domandando: davvero l’Umberto stava facendo un casino simile per una fotografia? No, ma lo avremmo capito solo dopo, a giallo risolto. Umberto si era ritrovato tra i piedi un pallone che poteva diventare la palla gol risolutiva: rovesciare il tavolo delle trattative, riaprirle e incassare più di quel che il dato elettorale consentisse. Del resto, Bossi aveva già dimostrato di avere coraggio e follia. Infatti Berlusconi ingoiò e accontentò l’alleato, aumentando le caselle di peso in quota Lega, nonostante il fiacco risultato elettorale.
Umberto Bossi è stato uno dei protagonisti più furbi, più tattici e veloci della sua stagione politica. Con un «taches al tram» stese De Mita, l’intellettuale della Magna Grecia. Figurarsi cosa poteva fare con gli altri. Tattica e strategia, passione e cinismo al servizio di un disegno politico che ancora oggi tiene ben marcate le sue linee: federalismo e autonomia, immigrazione e islam.
E poi la narrazione popolare, l’ultima grande narrazione popolare che la politica abbia conosciuto: la Padania come questione settentrionale, come l’illusione di clonare il modello comunista nelle regioni rosse da impiantare nel Lombardo Veneto. Umberto parlava a Roma come i cumenda parlavano nei capannoni della Brianza o nella marca trevigiana. Poi certo c’è tutto quel che sto leggendo in queste ore, dal celodurismo alla canottiera in Sardegna, dai manifesti della gallina lombarda dalle uova d’oro alla dichiarazione d’indipendenza, dal giuramento di Pontida all’ampolla del dio Po, dall’Alberto da Giussano a Miss Padania. Eppure tutto questo non basta per definirne il carisma e la follia.
Proposi Bossi senatore a vita, lui si arrabbiò tantissimo. Ma quella volta avevo ragione io: se lo sarebbe meritato (me lo confidò anche Marco Pannella).
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Umberto Bossi (Ansa)
Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani e Sergio Mattarella ricordano il Senatur con parole al miele, dimenticandosi di quando la sinistra lo considerava un novello Adolf Hitler. Su una cosa, però, il capo dello Stato ha ragione: era un sincero democratico. Più degli zerbini dell’Ue.
Adesso che è morto lo glorificano tutti, ma per anni Umberto Bossi è stato il reietto del sistema politico. Pier Luigi Bersani dice che è l’avversario a cui ha voluto più bene. Walter Veltroni scrive che era rispettato dalle forze politiche anche quando usava le sue sparate a effetto. Sergio Mattarella formula le sue condoglianze alla famiglia e al partito parlando di un sincero democratico. Ma quando era in vita, anzi quando agli inizi degli anni Novanta la Lega si affacciò sulla scena politica, le considerazioni con cui fu accolto il Senatur non erano certo queste.
Le accuse più lievi che gli arrivarono furono quelle di essere un razzista, fascista, secessionista, eversore. Rino Formica scriveva che il movimento di Bossi era «uguale al fascismo». Luigi Manconi che «l’ostilità contro gli immigrati extracomunitari costituisce un rifiuto della diversità, elemento costitutivo della subcultura leghista». Pietro Citati sosteneva che nei discorsi di Bossi avvertiva «gli echi di un libro, Mein Kampf di Adolf Hitler». Mario Pirani, su Repubblica, annotava che gli slogan leghisti erano un «collante che salda gli umori popolari immediati alle paure e alle insofferenze più articolate dei ceti d’impresa. Un po’ come il combattentismo degli anni Venti in rapporto al fascismo».
Nelle frasi di allora non si riconosce il «santino» spacciato in queste ore da molti esponenti delle istituzioni e delle opposizioni. Fino a che è stato alla guida della Lega, Bossi era il nemico da combattere. Il rozzo leader di un movimento xenofobo, prima contro i meridionali (anche se in seconde nozze si era sposato con una donna di origine siciliana), poi contro i migranti. E quando si sono placate le accuse di aver costituito un partito per «la difesa della razza», sono riprese quelle di voler dividere l’Italia, un leader pronto anche a impugnare le armi contro la Repubblica. Se si esclude il periodo in cui Massimo D’Alema, aiutato in questo dalle trame di Oscar Luigi Scalfaro, riuscì a staccare il Carroccio dal centrodestra berlusconiano, descrivendolo come «una costola della sinistra», Bossi è sempre stato demonizzato e tenuto a distanza dalla cosiddetta élite.
In realtà, il fondatore della Lega era un visionario, il primo a capire e a saper tradurre in consenso politico la questione settentrionale. Dopo decenni a discutere di questione meridionale, di Cassa del Mezzogiorno, di clientelismo per aiutare il Sud, Bossi comprese che esisteva un’opinione pubblica che al Nord reclamava efficienza contro la burocrazia parassitaria, indipendenza da una classe politica, autonomia per cittadini e imprese. Slogan efficaci, come «Roma ladrona, la Lega non perdona», erano la sintesi di un’aspirazione che puntava al federalismo fiscale, alla libertà di impresa, all’identità delle regioni. Per fermarlo e fiaccarne il consenso, a sinistra inventarono la riforma del Titolo V, maldestro tentativo, finito con decine di ricorsi davanti alla Corte costituzionale, per affrontare i temi imposti da Bossi.
Il Senatur era nei fatti fuori dalla scena politica da oltre vent’anni, ossia da quando fu vittima di un ictus. Il suo nome e il suo prestigio erano spesi da chi cercava di trarne vantaggio, ma la realtà è che dopo la malattia non soltanto lui non è stato più lo stesso, ma non lo è stata neppure la Lega.
Tuttavia, di lui e delle sue battaglie, restano molte cose. Innanzitutto, l’autonomia regionale, vera attuazione della Costituzione che uno Stato centralista ha fatto e fa di tutto per evitare. Resta la politica non contro l’immigrazione, ma contro quella clandestina che oggi, grazie a sinistra e magistrati, è ancora irrisolta. Ci sono il federalismo tributario e, soprattutto, la rivolta fiscale da lui lanciata quasi quarant’anni fa, quando ancora l’imposizione per alimentare una macchina statale sprecona e ingorda non aveva raggiunto la pressione attuale. Ma più di tutto rimane la sua visione del mondo e dell’Europa. Riporto qui un suo intervento che risale a quasi trent’anni fa: «Le leggi finanziarie degli Stati si ridurranno a un semplice fax inviato da Bruxelles dal Consiglio d’Europa, terminale europeo delle cento grandi famiglie europee.
Con l’ingresso in Europa l’Italia non avrà più a sua disposizione la leva monetaria, cioè se gli mancano i quattrini non potrà più stampare altri titoli di Stato, per favorire l’economia non potrà più svalutare la moneta, perché gli resterà solo la leva fiscale e i quattrini dovrà toglierli maledettamente e subito dalle tasche dei cittadini, evidentemente aumentando la pressione fiscale. L’idea di Europa nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre tra Stati europei sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia, né stabilità, né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia perché il suo Parlamento non legifera: è l’Europa dei grandi capitalisti; il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tantomeno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un’Europa politica».
Sì, ha ragione Sergio Mattarella: Bossi era un sincero democratico. Infatti, prima dell’entrata nell’euro, prima dell’accettazione di tutte le regole europee, quando l’attuale capo dello Stato era al governo, ebbe il coraggio di difendere la democrazia e la Costituzione italiana.
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Le associazioni degli agricoltori lanciano l’allarme: i prezzi al consumo sono fuori controllo. Coldiretti: «La guerra è già dentro le nostre aziende, energia e imballaggi sono schizzati». Batosta su frutta e verdura: pomodori +31,9%. Ma a Bruxelles dormono.
Rischiamo un aumento del pane tra il 5 e il 7%, (con punte fino a 10 euro al chilo per i pani speciali), la pasta potrebbe aumentare dell’8%, il pesce costa già un terzo di più, i pomodori stanno sopra ai tre euro al chilo. È un’economia di guerra che lascia sul terreno solo due vittime: i consumatori e i contadini. Ma a Bruxelles ragionano d’altro.
Christine Lagarde ci va a fare la spesa? Il presidente della Bce insieme alla sua «badante» economica Isabel Schnabel ha un riflesso pavloviano: sente parlare d’inflazione e vuole rialzare i tassi. Se lo fa, l’economia europea crolla ma. soprattutto. crollerà la produzione agricola. È vero, i listini dei supermercati sono in rialzo vertiginoso, ma le ragioni sono nascoste dentro la speculazione, nelle norme europee come gli Ets (chiamiamoli per semplicità tassa sulle emissioni) e nella Borsa di Amsterdam che la signora Ursula von der Leyen aveva promesso di smontare e che invece è ancora col Ttf che alimenta la speculazione sul gas.
Quella del carrello della spesa è un’inflazione che non si può domare con lo strumento monetario, ma va controllata con tre leve: raffreddamento dei costi di produzione e sgravio fiscale, aumento del sostegno europeo, monitoraggio continuo delle spinte speculative. A Bruxelles, però, la lobby tanto dei supermercati quanto delle multinazionali della nutrizione contano parecchio. Siamo in un’economia di guerra, almeno a osservarla dai campi italiani. Il segretario generale della Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, non le manda a dire: «Il cibo deve essere considerato una vera infrastruttura per l’Italia e per l’Europa e come tale va tutelato, la guerra è già dentro le nostre aziende tra aumento di costi e difficoltà di approvvigionamento». Si spinge oltre il presidente delle «bandiere gialle», Ettore Prandini, che ieri in Abruzzo ha riunito migliaia di agricoltori per protestare contro l’invasione di produzioni extraUe e per l’esplosione dei costi agricoli per nulla compensati dai prezzi corrisposti a chi coltiva mentre quelli finali esplodono.
Ma mentre sui carburanti c’è stata immediata mobilitazione e azione anche del governo, sul carrello della spesa non c’è sufficiente attenzione. Lo dice chiaro Prandini: «I nostri costi sono aumentati del 30% con tre fattori principali: l’urea che è schizzata a 200 euro a tonnellata, l’energia e tutti gli imballaggi. Non può essere solo il governo italiano che tampona la situazione come ha fato col taglio delle accise per il trasporto e il credito d’imposta per il settore pesca: abbiamo bisogno di iniziative comunitarie per dare risposte agli agricoltori e ai consumatori. C’è nell’agroalimentare una speculazione evidente. Basti pensare che nelle ultime ore tante filiere - lattiero caseario e ortofrutta in testa - hanno avuto una diminuzione del prezzo riconosciuto e, nonostante questo, i prezzi al consumo sono aumentati. Serve un monitoraggio severo».
Tanto per avere dei dati: su un chilo di pane il prezzo del frumento incide al massimo per il 12%, sulla pasta circa l’8% eppure in fondo alla catena si hanno rincari che vanno dal 4 al 12%. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, rivendica «l’azione di governo che è intervenuto sul costo dei carburanti, con i crediti d’imposta per la pesca e che sta facendo un’azione mirata contro la speculazione, L’agroalimentare resta per l’Italia un settore decisivo: abbiano fatto un export di 72,4 miliardi, tre miliardi in più dello scorso anno e facciamo di tutto per tutelarlo».
Tanto per aver un’idea, ci si può rifare ai listini Ismea: si vede che le fragole calano del 18%, i kiwi aumentano dell’1% nell’arco di sette giorni. Calano anche carciofi, bieta, finocchi, indivia e lattuga. Secondo Borsa merci telematica, i rincari più significativi si sono avuti sugli ortaggi, in particolare: pomodori +31,9%, melanzane +20%, zucchine +12,7%, peperoni +6,2%. Per il pesce la produzione crolla di venti punti e le spigole, per dirne una, sono passate da 11 a 18 euro al chilo in due giorni. Alcuni prodotti come caffè, cacao e olio extravergine di oliva spuntano già rincari dell’8%. Per ora l’unica mossa che ha fatto l’Ue è sospendere di nuovo i dazi sul grano ucraino, ma gli effetti sul pane non si vedono; anzi ci sono nuove proteste nei Paesi di confine come Ungheria, Polonia, Cechia e Romania che temono il dumping del frumento. La Confcooperative Federcopesca, con il presidente Raffaele Delei, invoca: «Il raddoppio dei costi energetici rende difficile produrre per le nostre cooperative: non possiamo scaricare tutto sui prezzi finali, ma così la situazione si fa critica e il governo e l’Ue devono intervenire strutturalmente». Stesso scenario per il presidente della Cia, Cristiano Fini, che denuncia: «Un cortocircuito inaccettabile che stringe l’agricoltura in una triplice morsa: costi di produzione in esplosione, mercati globali sulle montagne russe e pratiche commerciali sleali campi». La baronessa Von der Leyen si preoccupa dell’esercito europeo, ma la battaglia c’è già nei campi.
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Nei chiostri si può incontrare Dio ma pure ottime paste e zuppe. Gli antichi ricettari spopolano in televisione grazie a frati e suore.
In un’epoca in cui è tutto fast, dalle connessioni al lavoro, dai rapporti personali ai mezzi di trasporto, il cibo non poteva certo sfuggire a questa regola. Fast food, grandi catene di ristoranti, cibo già pronto nei banchi del supermercato: tutto è già inscatolato, etichettato e standardizzato.
Ma c’è un ultimo baluardo che riporta le lancette dell’orologio indietro di qualche secolo, un posto che invita a rallentare i ritmi, a scegliere con cura gli ingredienti per le proprie ricette: i monasteri. Da luoghi sacri per eccellenza, roccaforti di mattoni e marmi in cui da secoli viene coltivata la fede in Dio, conventi e monasteri hanno gelosamente conservato dalle sfide dei tempi che cambiano anche l‘arte del mangiare bene, secondo i cicli delle stagioni e seguendo i tempi corretti di cottura. Non è un caso che, su giornali e tv, spopolino ricette e preparazioni che escono direttamente da pignatte e fuochi di questi «dinosauri» della fede e del tempo, che sono belli arzilli. Per esempio, stanno conoscendo un vero e proprio boom di telespettatori programmi come Le ricette del convento e La cucina delle monache, entrambe in onda su Food Network (canale 33) e su Discovery+. Propongono piatti della tradizione monastica, antichi sapori e ricette tramandate nei monasteri italiani. Protagonisti del primo cooking show con la tonaca sono don Salvatore, don Anselmo e don Riccardo dell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale (Palermo) mentre, nel secondo esempio, dominano la scena la preparazione e la calma di quattro suore benedettine del monastero di Sant’Anna a Bastia Umbra (Perugia), tra cui suor Myriam e madre Noemia. Una vera e propria rivoluzione culturale in un’epoca in cui programmi come Masterchef, Cucine da incubo e Bake off regalano come piatto principale delle puntate velocità di esecuzione, tecniche ai limiti dell’impossibilità, mix di gusti praticamente irreplicabili nella vita di tutti i giorni.
La tradizione monastica di preparare vini, tisane, liquori, mieli o dolci non è mai andata, per così dire, in pensione: le botteghe di questi luoghi religiosi sono rimaste sempre aperte, restando un punto di riferimento per residenti della zona, fedeli, pellegrini. Quello che viene riscoperta oggi è la routine culinaria degli ordini religiosi, che si distingue come uno dei capisaldi della cucina italiana ed è caratterizzata da alta qualità dei prodotti e l’amore con cui vengono cucinati. E anche mangiati. Si tratta di una cucina semplice, genuina e segreta: dentro a luoghi di silenzio, preghiera e contemplazione, questi segreti si collocano quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ma, una volta svelati, ci aiutano ad avvicinarci a una cucina naturale, ricca di sapori e genuinità fatta di ingredienti basici e della passione con cui monaci e suore spadellano nelle cucine.
La cucina dei monasteri presenta alcune linee guida comuni. Da un lato, risponde alle regole della necessità. Come spesso accadeva in Italia fino agli anni del Boom economico, si cucinava quello che offriva il territorio circostante, ovvero quei prodotti che oggi sono catalogati come tipici: avocado, ananas, acciughe del Cantabrico non c’erano. La coltivazione dell’orto e del giardino costituivano, già nel Medioevo, una fondamentale risorsa di sostentamento. Inoltre, la cucina di abbazie e monasteri viene ancora oggi influenzata dalle abitudini alimentari dei vari ordini monastici, spesso orientati alla frugalità. San Benedetto da Norcia, in alcuni capitoli della sua Regola, aveva posto dei limiti all’alimentazione: tenendo sempre a freno il vizio della gola, il Santo vietava il consumo della carne (tranne che per i malati e i debilitati). Il menu dei francescani si limitava spesso a minestroni, frutto della fantasia del frate-cuoco del momento. Queste limitazioni non hanno prodotto una cucina povera ma, al contrario, una tradizione vegetariana, spesso raffinata, ingegnosa e sana.
Oltre a produrre in proprio materie prime genuine, numerosi monasteri e abbazie offrono prelibati prodotti enogastronomici. Nel monastero di Camaldoli, per esempio, i Benedettini producono liquori (tra i quali spicca l’Elisir dell’eremita, a base di china) ma anche miele, tisane, cioccolata, confetture e caramelle. Nel monastero di Sant’Antonio abate, a Norcia, le monache Benedettine cassinesi hanno creato il tartufo monacale, un pesto utilizzato come condimento per la pasta oppure da spalmare sui crostini di pane. Nel monastero di Santa Caterina da Siene a Ripatransone, in provincia di Ascolti, le Domenicane preparano i tagliolini della Madonna della pace, la polenta con le cotiche e le frittelle di San Giuseppe. All’abbazia di Novacella, a Bolzano, i frati offrono piatti tipici del Tirolo e vino di loro produzione.
Ma come mai questi luoghi della fede sono diventati anche una vetrina per una cucina spesso anche di alto livello? Studi e ricerche hanno tentato, nel corso del tempo, a dare una risposta a questa domanda. Una soluzione potrebbe risiedere nell’ospitalità, la parola chiave per spiegare la proliferazione dell’arte gastronomica in abbazie e monasteri. Nel Medioevo, ad esempio, quando viaggiare era pericoloso, questi luoghi divennero delle mete in cui chiedere rifugio e ristoro durante i lunghi viaggi o i pellegrinaggi. La carità cristiana, l’abbondanza di viveri e di risorse, rese l’ospitalità quasi un dovere. «Pane e vino fanno il cammino», recita un antico detto spagnolo riferendosi ai pasti frugali che venivano offerti ai viandanti negli ospedali, negli ospizi e nei monasteri lungo il Cammino per Santiago di Compostela. La stessa cosa accadeva anche per le altre peregrinationes maiores, i sentieri che richiamavano migliaia di «romei» (i pellegrini diretti a Roma) e i «palmieri», coloro che raggiungevano Gerusalemme e che riportavano, poi, in patria la palma di Gerico. Proprio questo flusso costante di persone contribuì a forgiare le abitudini culinarie delle singole località e che, poi, sono giunte fino a oggi.
L’homo viator del primo Medioevo si accontentava di un tozzo di pane, un calice di vino, minestre di erbe e cereali. Piatti che oggi classifichiamo come «cucina povera», accanto ai quali, però, iniziano a nascere proposte più ricercate, frutto di quella mescolanza di idee e di sapori figlia di quell’andirivieni di fedeli lungo le vie Francigena, Tosolana o verso Santiago.
E così, nella canonica di San Pietro a Tuezolo (Amalfi), si preparano dei crostini di pollo con le alici. Proprio a questo monastero si deve la nascita della colatura di alici: i Cistercensi avevano l’abitudine di salare le alici, pescate in agosto, e di riporle in botti le cui doghe, scollate dal tempo, non erano più adatte per il vino. A inizio dicembre il sale delle alici faceva perdere loro il liquido, che colava dalle doghe. Accortisi del profumo di quel liquido, i monaci iniziarono a usarlo su verdure, carni, crostini. Nel monastero di Santa Chiara ad Atri, in provincia di Teramo, un piatto della tradizione è la pasta con le noci e il pangrattato, citato più volte nel libro dell’Amministrazione dei beni, compilato tra il 1800 e il 1803, in cui venivano elencati i menu dei pasti consumati dalla comunità monacale. Dal monastero di Santa Maria della neve a Torrechiara (Parma) arriva la ricetta della zuppa agli asparagi, già presente in un manoscritto di cucina risalente al Settecento ritrovato proprio nel monastero. Infine, dal monastero di Santa Croce o di Santa Chiara a Montefalco, a Perugia, ecco la parmigiana di carciofi. Si tratta di una delle numerose ricette tramandate dalle Agostiniane e di cui si è persa l’origine nel tempo, tanto sono antiche. Lo stesso monastero è antichissimo: nacque come reclusorio nel 1271, Santa Chiara della Croce da Montefalco ne divenne badessa nel 1291..
Insomma, fede e gola non sono in competizione. Grazie a monache e a frati, vanno a braccetto.
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