L’imprenditore: «Dalla licenza di un marchio storico americano a icona del vestire, in equilibrio tra identità, qualità e mercato».
Venticinque anni di visione, coerenza e coraggio imprenditoriale. Enzo Fusco è l’uomo che ha trasformato Blauer da storico marchio americano legato all’abbigliamento professionale in un brand internazionale di riferimento per l’outerwear urbano. Imprenditore istintivo ma rigoroso, Fusco ha saputo leggere il cambiamento dei tempi senza mai tradire il Dna del marchio, costruendo un equilibrio solido tra funzionalità, stile e identità. Con lui ripercorriamo le tappe fondamentali di un percorso lungo un quarto di secolo: un racconto diretto che restituisce il ritratto di un’azienda familiare diventata sistema, e di un imprenditore che continua a guardare avanti con la stessa passione degli inizi.
È un momento particolare per il mercato. Come sta vivendo Blauer questa fase?
«È un momento complesso, ma fortunatamente la nostra politica ci ha ripagato. Abbiamo sempre puntato su qualità, prezzo, servizio e design, e il cliente ce lo sta riconoscendo. Poi è chiaro: quando un marchio è richiesto e si vende, tutto diventa più semplice».
Blauer celebra 25 anni di attività in Italia. Un traguardo importante.
«Assolutamente sì. Nel settore dell’abbigliamento, arrivare a 25 anni con le prospettive che abbiamo oggi è già un successo. Per questo abbiamo voluto organizzare un evento a Milano per festeggiare, anche se il marchio Blauer esiste dal 1936. È un brand storico americano, tuttora produttore ufficiale per polizia e corpi speciali. È un marchio vero, autentico, portato avanti di generazione in generazione».
Oggi a chi parla Blauer?
«La cosa molto positiva è che piace davvero a tutti. Siamo riusciti a conquistare anche i ragazzi di 14, 15, 16 anni, senza perdere il nostro pubblico storico che arriva tranquillamente oltre i 60. È una soddisfazione vedere davanti alle scuole gruppi di ragazzi: su dieci, cinque indossano Blauer».
Come è iniziata la vostra storia con Blauer?
«Ho visto un giubbotto Blauer indossato da una persona rientrata dagli Stati Uniti: era un capo della polizia americana, mi colpì subito. Riuscii a contattare la famiglia Blauer e andai da loro a chiedere la licenza. Erano titubanti: il fashion non era il loro mondo. Ma conoscevano il mio percorso, si fidarono e partimmo».
Come si è evoluto il rapporto con la casa madre americana?
«All’inizio fecero una prova di tre anni. Alla scadenza, mi rinnovarono la licenza per altri dieci anni e mi concessero una master license mondiale. A quel punto dissi chiaramente: “Gli investimenti, la distribuzione e lo stile li gestisco io. Ha senso che il marchio sia anche mio”. Così abbiamo creato una società italiana: 50% Fgf e 50% Blauer America. L’obiettivo, condiviso, è arrivare gradualmente al 100%».
Blauer oggi ha una forte identità italiana, pur essendo un marchio internazionale.
«Sì. Forse in passato abbiamo anche venduto troppo, allargando troppo la distribuzione. Ma oggi abbiamo trovato il nostro equilibrio. Non siamo un marchio di nicchia estrema, ma siamo immediatamente riconoscibili. In un momento di crisi, una distribuzione più ampia ci ha premiato».
Come sta andando l’internazionalizzazione?
« Molto bene. Fino al 2024 l’Italia pesava per il 70%, oggi siamo a 60-40 e nel 2026 vogliamo arrivare al 50-50. In Germania e Austria abbiamo numeri importanti. Stiamo crescendo in Spagna, Portogallo, Europa dell’Est e Balcani. Da due stagioni lavoriamo anche in Svizzera, Francia, Benelux, Scandinavia. Poi arriverà l’Asia: Corea e Giappone sono mercati chiave».
Cosa rende un capo Blauer unico?
«Siamo sempre rimasti fedeli al nostro Dna, senza inseguire le mode. Il nostro punto di forza è l’equilibrio tra tecnico e fashion, con qualità alta e prezzo corretto. Testo personalmente i capi. Facciamo trattamenti che permettono, ad esempio, di resistere alla pioggia leggera. È un prodotto che funziona davvero».
Come si bilanciano tradizione, funzionalità e innovazione?
«Attraverso la ricerca sui materiali. Prendi un bomber: è un capo iconico, ma può essere reinterpretato con tessuti tecnici, stretch, lana o cashmere. Le stagioni sono cambiate, i pesi sono cambiati, le persone vogliono comfort, praticità e facilità di lavaggio. Bisogna saper leggere il mondo».
Dove avviene la produzione?
«In diverse aree del mondo: Cina, Bangladesh, Tunisia, ma anche a Prato. Dipende dal prodotto. Il controllo però è totale: modelli e prototipi li sviluppiamo internamente, i materiali sono testati, e abbiamo un ufficio qualità a Hong Kong con personale nostro».
Quali sono state le sfide più grandi in questi 25 anni?
«All’inizio vendevamo solo giubbotti iconici della polizia. Poi ho capito che il mondo stava cambiando e ho introdotto il piumino, al momento giusto. Il Covid è stato il momento più difficile: mentre molti producevano la metà, io ho prodotto tutto quello che avevo venduto. Ho rischiato molto, ma ho consegnato prima di tutti e ho venduto tutto. Da lì siamo cresciuti ancora».
Blauer oggi è anche un total look.
«Esatto. Vendiamo giacche, ma anche felpe, t-shirt, polo, pantaloni e scarpe. Aprire i negozi è stato fondamentale per raccontare chi siamo: oggi abbiamo circa 1.500 punti vendita nel mondo e una dozzina di negozi diretti».
Quali sono i prossimi progetti?
«Continueremo con le collaborazioni: dopo Pirelli, stiamo lavorando a nuove partnership per il prossimo inverno. I nomi? Per ora restano riservati».
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@Striscialanotizia
Il tg satirico riparte giovedì con 5 puntate in prima serata. La conduttrice di «C’è posta per te» consegnerà le «merdine» a chi parcheggia sui posti dei disabili. Ricci: «Mi chiesero di tenermi pronto se Scotti faceva flop».
Striscia la notizia non striscia più, è vero, ma «finché c’è Striscia c’è la speranza di una tv diversa e noi vogliamo continuare a tenere accesa questa fiammella. Una trasmissione come questa è irripetibile, è un bene della nazione», dice un Antonio Ricci bello carico e deciso a rivendicare originalità e unicità della sua creatura presentando la 38ª edizione del tg satirico di Canale 5. La fiammella, per ora, alimenterà un falò di cinque puntate in prima serata da giovedì 22 gennaio. Poi chissà, magari altre cinque o di più. Tra tapiri, Gabibbi, Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti che spuntano in smoking, «non ne indossavano uno dal giorno del matrimonio», e le veline che saranno sei perché Striscia non indietreggia, «non raddoppia, ma triplica», da capo indiscusso della banda, Ricci annuncia il manifesto della nuova edizione: «La voce della presenza». «Striscia è un centro di resistenza e resilienza. E la presenza del titolo di quest’anno vuol dire anche potenza». Potenza di fuoco, potenza di denuncia. E presenza per dimostrare la possibilità di una televisione che, pur con toni scanzonati, ambisce a fare controinformazione. La sigla finale, interpretata dal Gabibbo, s’intitola Dazi: «Non pensavo di arrivare alla mia età e sentire frasi del tipo: “Voglio la Groenlandia perché mi serve”», dice stupito. E, rispondendo a una domanda sulla presunta passività della premier, rispolvera il passato pacifista e le manda una carezza delle sue: «La guerra è la cosa più terribile. Questi massacri sono un gesto folle oltre che inutile, una barbarie. Io da ragazzo ero convinto, come tanti di noi, che potessimo contare qualcosa. Vedevamo le bombe e scendevamo in piazza contro la guerra in Vietnam. Così finirà, pensavamo. Adesso un atteggiamento del genere è improponibile. Non incidono le idee di pace, il Papa… La nostra premier si dice cattolica. Cavoli! Ma se sei cattolica devi aborrire la guerra e farti sentire», conclude un po’ sentenzioso.
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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2026-01-17
«The Rip - Soldi sporchi»: Damon e Affleck protagonisti del nuovo action Netflix
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
Ha debuttato ieri su Netflix The Rip - Soldi sporchi, action diretto da Joe Carnahan. Matt Damon e Ben Affleck interpretano due poliziotti a Miami alle prese con un ritrovamento di denaro che mette alla prova le loro ambizioni e la natura umana.
L'annuncio, ufficiale, risale al settembre scorso. La dirigenza di Netflix, nell'appuntamento ormai consueto con quel che chiama Tudum, ha detto avrebbe riunito Matt Damon e Ben Affleck, ponendo entrambi sotto l'egida di Joe Carnahan. Tanto, allora, è bastato a fare dell'annuncio una notizia, della notizia una data cerchiata a penna sul calendario di ogni amante degli action-movie. The Rip - Soldi sporchi, un trailer rilasciato solo pochi giorni fa, s'è assicurato un posto di rilievo nella categoria dei titoli più attesi del 2026. Il tutto, senza avere niente più che dei nomi a trainare la pellicola.
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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Dino Boscarato (Ansa)
Ultima puntata sulla vita di «sior» Dino e del suo ristorante di Mestre, una calamita per celebrità e artisti di fama mondiale L’imprenditore si trova coinvolto nell’accoglienza dei grandi della Terra al summit di Venezia. E sfama pure Giovanni Paolo II.
Ultima puntata sulla vita di Dino Boscarato. Nella varia e curiosa antologia del centinaio di serate organizzate per «A tavola con l’autore», con personaggi del calibro di Mario Soldati, Carlo Sgorlon, Giovanni Spadolini, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, non potevano mancare eccellenze di livello internazionale, come ad esempio l’argentino Jorge Luis Borges. Qui la sfida era tosta, coniugare con elegante originalità la sua cucina sudamericana con la terra veneziana. Una felice sintesi con i ravioli alla Borges (pasta italiana ripiena di pescato argentino, un misto di pesci marini e d’acqua dolce), churrasco, un festival di carni diverse, ovine, suine, vaccine, lavorate alla griglia e, a chiudere il tutto, un turbante di banane. Nel suo diario, affidato a cassette registrate negli ultimi mesi di vita, così lo descrisse sior Dino: «Ero felicissimo di questo menù dove ho riversato ricordi ed emozioni delle mie letture adolescenziali, in cui i libri di Borges erano un rifugio magico e misterioso». Peccato che il maestro, quella sera, ebbe un malessere e dovette accontentarsi di un brodetto nella sua stanza d’albergo, degnamente rappresentato, comunque, davanti ai numerosi ospiti dalla sua bella compagna di allora, la scrittrice María Kodama.
Dall’Amelia non verrà ricordata solo per l’albo d’oro dei suoi vincitori del premio o delle Cene con l’autore, molti altri capitoli si riaccendono andando a sfogliare il librone degli ospiti in cui troviamo ancora una volta conferma del talento di Dino Buzzati o del tratto ironico di Altan, al secolo il vignettista Francesco Tullio Altan. Spesso, alla fine del rito conviviale, erano gli stessi personaggi a chiedere a Boscarato una penna, una matita colorata per esprimergli la loro stima riconoscente tanto che «l’Amelia non era solo un luogo dove si andava per un ottimo pasto, ma anche un crogiolo creativo dove arte e convivialità si riunivano in forma spontanea e piacevole».
Un giorno arriva inatteso Renato Guttuso. Si presenta un po’ prima della rituale apertura del servizio, alle 19. È tempo di rivendicazioni sindacali e il personale, dopo una cortese segnalazione che si inizia puntuali alle 20, lo lascia solo al tavolo con i suoi pensieri. Il nostro non si scompone. Torna in macchina, porta con sé una bottiglia di whisky omaggio di un amico la sera precedente e si trastulla sino all’ora canonica delle sarde in saor e il risotto di gò. Paga, saluta e se ne va. Quella sera Dino Boscarato era impegnato altrove e non sa nulla dell’accaduto. Il giorno dopo, a pranzo, Guttuso si ripresenta e stavolta sior Dino si precipita al tavolo e i due si salutano cordialmente. La moglie Mara, testimone di quanto accaduto la sera precedente, resta senza parole. «Ma tu sai chi è quel signore lì?». «Certo, il mio amico Renato». Siamo solo all’inizio di una pièce che sarebbe piaciuta a Carlo Goldoni. Ignaro dell’accaduto della sera precedente, alla fine del servizio Mister Amelia si presenta al maestro di Palermo con una sua opera, dal tratto un po’ erotico, che aveva da poco acquistato da un sedicente antiquario qualche settimana prima. Guttuso guarda, «non ricorda» quando abbia composto quell’opera, saluta e se ne va. L’anno dopo, in periodo natalizio, si ripresenta il maestro della Vucciria e fa omaggio a Dino di una bella figura femminile, tutt’altro stile della precedente, e stavolta con firma autentica e dedica personalizzata.
Un giorno l’intera Amelia è «sequestrata» per un matrimonio importante. Arriva Walter Chiari di ritorno da Cortina. Come negargli un posto in un angolino riservato vicino alla cucina? Non passa, però, inosservato. Diventerà lui il protagonista della giornata, intrattenendosi a raccontare barzellette agli ospiti sino a tarda sera. L’antologia ameliense è una Treccani infinita. In un giorno qualunque della settimana, alle 11.30, arriva una telefonata di un signore che si spaccia per portavoce del Quirinale. «Il presidente Sandro Pertini sta per arrivare, chiede se gli potete riservare un tavolo». Donna Mara pensa sia uno scherzo, anche perché Carnevale è passato da un po’. Nel frattempo, fuori dal locale, sedati dalle forze dell’ordine, cominciano ad ammassarsi gruppi di curiosi. Il presidente arriva e chiede un tavolo d’angolo, ma senza particolari condizionamenti del servizio. Si rivela un commensale piacevole e curioso, che non nega un saluto a nessuno quando entra nel locale. Neanche il tempo di affrontare la scelta del menù che chiama al telefono il comandante dell’aereo presidenziale, quello che lo riporterà a Roma, in attesa nel vicino aeroporto di Tessera. «Venga qua, subito, la aspetto». Dino rimane senza parole. Che il presidente se la voglia squagliare prima ancora di aver assaggiato i suoi moscardini preferiti, che gli ricordavano tanto la natia Liguria? Niente di tutto ciò, l’inquilino del Quirinale lo rassicura: «Non si preoccupi, perché quando il comandante sarà qui a godersi con me la sua cucina, invece di partire quando vuole lui parto quando voglio io».
Anno 1987. Venezia è stata scelta quale sede del G7, tre giorni in cui i vertici dell’Occidente devono confrontarsi tra di loro sulle strategie di un mondo che sta cambiando, sempre più velocemente. Mentre i lavori si svolgeranno presso l’isola di San Giorgio, la cena ufficiale nelle avvolgenti atmosfere di palazzo Grassi. Settimane di preparazione, in cui le proposte di Boscarato e dello chef Giancarlo Dalla Posta devono confrontarsi con il rigido protocollo dei burocrati romani. È un braccio di ferro a suon di capesante piuttosto che di seppie in nero con polenta. Si trattava di gestire l’architettura di un menù in grado di conciliare gusti e tradizioni diverse senza rinunciare all’identità tipica veneziana. La sfida più tosta con un’originale insalata di capesante arricchita con rucola, aceto balsamico, porcini. Alla fine l’ebbe vinta il buon gusto e il piatto poi venne riproposto ai normali avventori quotidiani come insalata Capi di Stato.
Di quei giorni il giovane Marco Boscarato, figlio di Dino, ai suoi esordi in sala, ricorda qualche aneddoto divertente. In cucina vi erano due cuochi filippini addetti alla sicurezza di Ronald Reagan. Dovevano assaggiare i piatti prima che venissero serviti poi al tavolo. «In realtà, più che assaggiarli, li divorarono con gusto». Marco era addetto al servizio dell’acqua da servire al tavolo. Nessun problema con Amintore Fanfani, Helmut Kohl o François Mitterrand. Alt invece con Reagan, il quale aveva delle bottiglie personalizzate dall’etichetta «Seal of the president Usa». Ma il ricordo che più ha lasciato il segno è stato un altro. Dopo le acerrime lotte per orchestrare il menù, il botto finale. «Quando è arrivato il servizio di argenteria appositamente dal Quirinale, del valore di 450 milioni», il dirigente fu perentorio: «È tutto sotto la vostra responsabilità se viene a mancare qualcosa». Come premio si può avere il paradiso in terra, anche solo per qualche giorno?
Quell’estate Boscarato viene chiamato nella bellunese Lorenzago per dare conforto di gola a papa Wojtyla in ritiro dalle fatiche vaticane. All’inizio la sfida è tosta. Il servizio di sicurezza prevede che le cucine siano in un’altra palazzina, a fianco di dove mangerà il Papa con il suo staff. Ma siamo in montagna, il piatto può raffreddarsi e perdere il suo fascino. Bisogna anche spiegare a Sua Santità cosa andrà a mangiare. C’è una suora polacca addetta alla bisogna, peccato che di italiano sappia poco o nulla. Alla fine sior Dino la spunta e i piatti li porta direttamente lui al Santo Padre, che lo ascolta divertito, anche se si rivelerà parco e sobrio. Il premio finale è dietro l’angolo. Il protocollo aveva stabilito «niente foto con il Papa». Dopo il dolce finale, Dino si fa coraggio: «Santità, posso avere una foto con lei? I miei ragazzi sono di là in cucina, ma la sua benedizione può anche passare attraverso i muri». «Ma per carità, venite qua che ci fotografiamo tutti assieme». E così sia.
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