Zlatan Ibrahimovic (Ansa)
Cresciuto nei sobborghi svedesi di Malmö, ha trasferito arroganza e vendetta pure nel calcio, dove si considera il più forte di sempre Palloni d’oro vinti? Zero. Ora pompa l’ego come opinionista e super consulente del Milan (in crisi), ma dai tifosi scappa con la scorta.
Cognome e nome: Ibrahimovic Zlatan. Per tutti: Ibra. Ibracadabra. Ex calciatore svedese, nato nel 1981 a Malmö da padre bosniaco e madre croata.
A segno in cinque decadi.
Il primo «timbro» è infatti del 29 ottobre 1999, quando militava nella squadra della sua città.
Poi non si è più fermato fino al ritiro nel 2023.
Risultato: 573 reti all’attivo (tra club e Nazionale).
Ora superconsulente.
Del Milan.
O meglio: di Gerald Joseph Cardinale, detto Gerry, fondatore del fondo RedBird capital partners e proprietario della squadra rossonera.
Chi te l’ha fatto fare?, gli chiede Timothy Small per la cover story di GQ, 24 febbraio 2025, la scrivania al posto del campo: «È stato tutto merito di Gerry. Quando ho smesso di giocare avevo 42 anni. Mi sono detto: ascolta, devi essere realista. Devi accettare che non sei più quello di prima. Il vero problema, che ogni calciatore ha, è proprio questo: accettare la realtà e mettere da parte l’ego. Capire che hai superato la data di scadenza. Io l’ho fatto. E così ho trovato la mia pace. Da quel momento sono tranquillo».
Una bella fetta di tifoseria milanista lo è un po’ meno (Tobia De Stefano ha qui evocato, lo scorso 22 giugno, la fuga di Zlatan da San Siro, scortato fino al parcheggio, dopo l’ultima di campionato, Milan-Cagliari 1-2, con i rossoneri fuori dalla Champions League).
Anche perché Ibra ci mette sempre del suo, con provocatorie esternazioni.
Settembre 2024.
Rientrato a Milano dopo due settimane di assenza, Ibra mette le cose in chiaro: «Quando un leone va via, i gatti si avvicinano. Quando il leone torna, i gatti spariscono. Io sono il boss e tutti lavorano per me».
«Ho fatto una battuta, una di quelle classiche, da Ibra, no? Ma dipende sempre da con chi scherzi. Lì c’erano ex giocatori, quindi l’ho detta. Ma non era la prima volta, l’avevo già fatta in un’intervista in inglese, solo che lì avevo aggiunto che era una battuta», ha chiarito in seguito (sua sponte, o perché Gerry l’ha strigliato, vai a sapere).
La loro foto insieme, Gerry & Ibra chez Donald Trump, in occasione dei suoi 80 anni, non è comunque passata inosservata.
Repubblica, 16 giugno: «Mentre la Svezia travolgeva la Tunisia al debutto mondiale, l’ex attaccante ha assistito a un evento Ufc (Ultimate fighting championship, arti marziali miste) davanti alla Casa Bianca. Critiche dai tifosi ma anche dai giocatori».
Capirai. I giudizi altrui gli fanno un baffo.
Lui balla da solo, è naturaliter uno «sborone», come Enrico Letta definiva Silvio Berlusconi per via delle sue rodomontate.
Seguendo i Mondiali da commentatore di Fox Sports delizia gli astanti con battute low profile.
«Gli altri seguono un copione, io sono lì solo per essere me stesso, vogliono Zlatan, vi porto Zlatan».
«Chi è meglio tra Leo Messi e Ronaldo? Dico Zlatan», neppure un’esagerazione, dal suo punto di vista, se nel 2020, al suo ritorno al Milan, l’allora ct della Nazionale Roberto Mancini sentenziò che Ibra era uno dei più grandi attaccanti in assoluto, «sullo stesso piano di Messi e CR7».
Puntualizzando sempre che è remunerato un tanto al chilo (è alto un metro e 95 cm e pesa quasi un quintale, la stessa imponente struttura fisica del norvegese Erling Haaland): «Quanto mi paga Fox? Davvero un sacco. Non sono caro, sono molto caro».
Ibra.
Aldo Serena, già attaccante di Inter, Milan, Juve e Torino, il 18 giugno su X ha osservato: «C’è una superbia, un’arroganza, un distacco dal sentire gli altri, una lontananza dalla comprensione di chi ha fatto il tuo stesso lavoro. Non è un caso che questo atteggiamento abbia portato a divisioni e scollamenti in casa rossonera. Mi sembra l’antitesi del dirigente capace».
Però.
Per completezza: il post nasceva come reazione a presunte frasi pesantemente critiche attribuite a Ibra sull’irreversibile declino di Cristiano Ronaldo, che si sono rivelate una fake news.
Come tanti commenti al tweet hanno segnalato, pur condividendo la ruvida carezza riservata a Ibra, vedi la stringata opinione dell’utente Daria: «Serena, lei è un signore, ma se scriveva “coglione presuntuoso” la faceva breve», ecco.
«Io sono Zlatan, e voi chi czz siete?».
Questo pare invece sia il vero biglietto da visita con cui 25 anni fa, nel 2001, il ventenne Ibra si presentò in uno degli spogliatoi più sacri della storia del calcio, quello dell’Ajax (così Lara Vecchio sul Sole 24 Ore del 23 luglio 2009, titolo dell’era pre social: «Ibrahimovic, il cannoniere zingaro che sogna l’Europa»).
Ibra. Il grande incompiuto. «Aspira a diventare, alla faccia di Messi e Ronaldo, il numero 1 al mondo», così Fabrizio Bocca su Repubblica il 17 maggio 2009, quando Ibra era in forza all’Inter e il munifico Massimo Moratti lo arricchiva con un contratto da 12 milioni di euro netti all’anno (non a caso il suo procuratore era il mitico Mino Raiola, scomparso a 55 anni nel 2022).
Da allora, CR7 e Messi hanno portato a casa rispettivamente 5 e 8 Palloni d’Oro, Zlatan neppure uno.
E i duellanti ancora vanno in campo (e segnano), mentre Ibra li guarda dalla tribuna.
Certo, sono più giovani di lui, ma non in modo clamoroso: Ibra ha 44 anni, il portoghese 41, Messi ne ha appena compiuti 39.
Ibra. Celebre per fantastici gol.
Ma anche per una certa irascibilità.
Ibra il falloso, il bad boy, il killer.
Che non dimentica, e si vendica anche a distanza di anni.
Derby con l’Inter, stagione 2010-11.
Ibra si esibisce in un calcio volante che manco Chuck Norris, diretto al petto di Marco Materazzi, che crolla rovinosamente a terra.
«Ricordo che Dejan Stankovic si avvicinò per chiedermi con espressione stupefatta il perché di quel gesto. Gli risposi che aspettavo da quattro anni l’occasione di mandarlo al tappeto», ha ricordato lui, ancora a GQ.
Tutta colpa di un fallaccio subito anni prima, quando Ibra era alla Juve.
Del resto, la sua autobiografia Io, Ibra (Rizzoli, 2011) si apre con un eloquente aforisma: «Si può togliere il ragazzo dal ghetto. Ma non il ghetto dal ragazzo».
È lì che ha confessato: «Io non sono cattivo, ma tutti lo pensano (chissà come mai, ndr), e a me non dispiace affatto, al contrario».
Cos’altro ci si può aspettare da chi si è fatto tatuare in inglese sul fianco sinistro «Soltanto Dio mi può giudicare»?
Riavvolgiamo il nastro al 2006, sua seconda stagione nel Belpaese (in campionato ha giocato con la Juve, 2004-2006, l’Inter, 2006-2009, il Milan, 2010-2012 e 2020-2023, 159 reti complessive in Serie A, anche se solo nel Paris Saint Germain, 2012-2016, ne ha realizzate 113).
Primo febbraio, Roma-Juventus all’Olimpico. Ecco la cronaca di Emanuele Gamba su Repubblica, sulla seconda espulsione rimediata da Ibra da quando era in Italia, per rissa con Olivier Dacourt, espulso anche lui, in cui perfino l’arbitro Paolo Dondarini rimase fisicamente intrappolato: «Siccome Zlatan Ibrahimovic è un problema, anzi ha dei problemi, la Juve si stringe intorno al suo giocatore più bravo e più folle. La dirigenza bianconera sa essere severissima, ma questo non è il momento. Luciano Moggi l’ha perdonato: «Niente multa», sanzione con cui la Juve punisce i giocatori che meritano una o più giornate di squalifica. Anche l’allenatore Fabio Capello, di solito intransigente, è arrivato alla stessa conclusione: «Ormai Ibra è preso di mira anche quando non fa nulla». Ma, a parte la sceneggiata da taverna tra il francese giallorosso e lo svedese bianconero, parsa quanto meno sgradevole, sono molti gli episodi, negli ultimi due campionati, in cui lo svedese l’ha scampata da impunito».
Per un elenco esaustivo dei duelli e delle vittime (amici o avversari, indifferentemente) rimando alla lettura della compilation stilata da Adriano Seu sulla Gazzetta dello Sport del 27 gennaio 2021, titolo inequivocabile: «Da Onyewu a Materazzi, da Mido a Zebina: quando Ibra fa a mazzate».
Ipse dixit: «Non fosse stato per i compagni, con Oguchi Onyewu ci saremmo scannati fino ad ammazzarci a vicenda».
Il calciatore statunitense-belga, in forza al Milan tra il 2009 e il 2011, rimediò la frattura di una costola per quel pestaggio in allenamento.
Non ne uscì meglio, nel luglio 2019, Mohamed El Monir, libico in forza alla squadra del Los Angeles Fc, nel derby con il LA Galaxy, la cui maglia Ibra ha indossato nel biennio 2018-2020. Situazione classica: palla spiovente, Ibra salta allargando il gomito che, del tutto «casualmente», centra al volto El Monir. Che crolla a terra, viene portato via in barella e in ospedale finisce sotto i ferri, non prima di aver postato la foto choc della frattura dell’osso temporale, con tanto di lastra a certificare il danno, un niente sotto la tempia (punto dove un colpo violento può risultare letale).
«Sono arrivato da re, vado via da leggenda», fu il saluto via social ai tifosi francesi del Psg quando Ibra se ne andò nel 2016.
Nella sua seconda monumentale autobiografia, 406 pagine, Io sono il calcio (Rizzoli, 2018), concludeva: «Oltre a vittorie e trofei, il calcio mi ha dato una vita e una serenità che mai avrei potuto immaginare».
I tifosi del Milan si augurano di poter dire lo stesso, in futuro. Con lui o senza.
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Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Paghiamo fino al 30% in più rispetto ad altri Paesi europei. L’aumento dell’offerta elettrica è frenato dalla burocrazia. Occorre un sottosegretario con poteri speciali.
Annoto una domanda crescente e sempre più esasperata, in Italia, di molta più energia elettrica a basso costo. Da tempo il tema è oggetto di studio prioritario nel sottogruppo italiano del mio gruppo di ricerca internazionale (Stratematica).
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
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Luca Mercalli (Ansa)
Il climatologo Luca Mercalli gode per le bollette alte dovute al caos nello Stretto che limita il commercio di petrolio. E prega che lo choc perduri, pensando che gli italiani saranno obbligati alla conversione green.
Secondo i calcoli dell’Agenzia France press (Afp) basati sulle previsioni, almeno 193 milioni di persone in Europa ieri hanno dovuto affrontare temperature superiori ai 35 gradi. Da giorni, le aperture di quotidiani e notiziari riportano titoli allarmanti sui nuovi record che si dovrebbero superare quest’estate quanto a caldo, umidità e morti.
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
A Palazzo Berlaymont, sede della Commissione, climatizzazione off solo dal primo al settimo piano. Risparmiati i colletti bianchi ai livelli superiori. Un atto da caporali.
Facile fare gli ecologisti con le ascelle sudate degli altri. Da sempre ritengo il pensiero e le decisioni prese dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lontani anni luce dalla realtà. E così quelle della maggior parte dei suoi commissari. Con il cosiddetto Green deal hanno raggiunto il massimo, letteralmente fregandosene degli effetti nefasti che ha avuto sulle famiglie e sulle imprese europee, a partire dalla Germania.
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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