content.jwplatform.com
Operazione internazionale contro il Locale di ’ndrangheta di Siderno: sette arresti e sequestro di un’impresa. Indagini dal 2019 al 2025 sui legami con Stati Uniti e Canada.
Un’operazione costruita negli anni e chiusa con un asse investigativo tra Italia e Stati Uniti. Il Raggruppamento Operativo Speciale, in collaborazione con l’Federal Bureau of Investigation, ha colpito il cuore del Locale di Siderno, ritenuto snodo strategico delle proiezioni nordamericane della ’ndrangheta. L’inchiesta ricostruisce gerarchie, raccordi e canali di collegamento tra la Calabria e Albany, nello Stato di New York, fino al Canada. Un quadro che rafforza la tesi di una struttura globale ma ancora saldamente ancorata alla casa madre calabrese. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Continua a leggere
Riduci
I giocatori del Como festeggiano il gol di Maxence Caqueret nella vittoria per 2-0 contro la Juventus (Ansa)
Il Como di Fàbregas vince 2-0 allo Stadium. Terzo ko in una settimana per i bianconeri Chivu ringrazia Mkhitaryan e Akanji: +10 sul Milan, che domani sfida a San Siro il Parma.
Dopo le macerie lasciate in eredità dalla Champions League, l’Inter reagisce e batte il Lecce al Via del Mare, certificando la fuga verso lo scudetto con un +10 provvisorio sul Milan, al momento prima e realisticamente unica inseguitrice della capolista. La Juventus crolla in casa con il Como e dà seguito a una striscia di risultati negativi che dura da inizio febbraio - quarta sconfitta nelle ultime cinque partite, terza consecutiva - e rischia di veder aumentare la distanza dal quarto posto.
È vero, sulla carta i bianconeri avevano un impegno più complicato rispetto a quello dei nerazzurri, ma la squadra di Luciano Spalletti sembra essere sprofondata in una crisi irreversibile, evidenziata in maniera netta dai lariani, bravi e concreti a imporsi 2-0 allo Stadium, dove di fatto non c’è mai stata partita. Dopo un primo tentativo di Yildiz respinto da Butez, al minuto 11 è arrivato infatti l’episodio che ha indirizzato l’incontro: McKennie sbaglia un retropassaggio, Douvikas intercetta e serve Vojvoda sulla destra. Il kosovaro rientra su Cambiaso e calcia sul primo palo sorprendendo Di Gregorio, tutt’altro che impeccabile.
Come sottolineato nel post partita da Spalletti, la Juve si è ritrovata a incassare gol al primo tiro in porta degli avversari per la tredicesima volta in stagione: «Così è chiaro che dopo ci sono delle difficoltà», ha ammesso il tecnico di Certaldo, «perché poi tenti di riprendere la partita con le pressioni individuali». Ed è stato esattamente con questo atteggiamento che i bianconeri hanno tentato di raggiungere un Como che viaggia sulle ali dell’entusiasmo e che a differenza di altre volte ha saputo chiudere il match con il raddoppio in contropiede al minuto 61 di Caqueret. Per la Juventus la sconfitta contro la squadra di Cesc Fàbregas rischia di avere ora conseguenze sia sul piano emotivo che su quello del raggiungimento del minimo obiettivo stagionale rappresentato dalla qualificazione alla prossima Champions. Il quarto posto occupato dalla Roma è adesso distante un punto, ma i giallorossi avranno, domani sera alle 20.45 all’Olimpico contro la Cremonese, la possibilità di allungare. Tuttavia, gli uomini di Spalletti devono guardarsi le spalle: sia dal Como, che con i tre punti portati via dallo Stadium si sono rifatti sotto nella lotta per l’Europa che conta e inseguono i bianconeri a un punto; sia dalla risalita dell’Atalanta, settima a -4 dalla Juve e in campo domani pomeriggio contro il Napoli.
A proposito di lotta Champions, lo stesso Fàbregas prova a mantenere alta la concentrazione di tutto l’ambiente: «La Champions? Per noi non è importante, magari possiamo dirlo tra 2-3 anni», ha spiegato dopo la vittoria di Torino, «ora dobbiamo stare calmi e continuare a crescere per far diventare il Como sempre più forte». E se per la competizione europea più importante si profila una bagarre fino alla fine del campionato, per lo Scudetto pare esserci spazio soltanto per l’Inter. I nerazzurri, dopo il brutto scivolone di mercoledì in Norvegia con il Bodø/Glimt e in vista della gara di ritorno in programma martedì a San Siro, hanno ripreso la marcia verso il tricolore con un 2-0, non senza difficoltà, sul campo del Lecce. I salentini hanno costretto l’Inter a una partita sporca arroccandosi in difesa e resistendo per oltre un’ora: 24 tiri totali, di cui ben 9 nello specchio della porta per l’Inter, un palo colpito da Pio Esposito, un gol annullato per fuorigioco a Dimarco, a certificare un predominio offensivo netto prima della rete stappa match firmata da Mkhitaryan al minuto 75 e del punto esclamativo messo dal colpo di testa di Akanji all’82’.
Continua a leggere
Riduci
Federico Tomasoni, Simone Deromedis e Alex Fiva sul podio dello Ski Cross maschile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
I freestyler azzurri dominano a Livigno: Deromedis è d’oro, Tomasoni sul podio solleva al cielo l’argento per Matilde Lorenzi, la fidanzata sciatrice morta nel 2024. Pattinaggio: bronzo a Giovannini nella mass start.
Questione di caschi. C’è chi li usa per ripararsi la testa e chi lascia che i valori che trasmettono entrino nelle calotte craniche e arrivino fino al cuore. Così Simone Deromedis, con il casco dedicato ad Ayrton Senna, conquista l’oro. E Federico Tomasoni, che indossa un copricapo con il sole del suo amore, fa suo l’argento. Poi alza occhi e braccia al cielo per ricordare la slalomista azzurra Matilde Lorenzi, deceduta due anni fa in un incidente durante un allenamento in Val Senales. Era la sua fidanzata. È la forza del destino, è ancora una volta un podio azzurro nell’Olimpiade più italiana di sempre. Anche nel Freestyle skicross, dentro la bufera di Livigno, riusciamo a fare la differenza; c’è la sensazione che in queste due settimane avremmo battuto in voracità e determinazione pure un orso polare.
Il capolavoro del trentino Deromedis vale il decimo oro, il suo è un dominio. Quando è certo del trionfo si volta ad abbracciare Tomasoni, baffi e pizzetto da D’Artagnan, felice per sé e per la fondazione Sole in nome della sfortunata Matilde. Il bergamasco deve aspettare il fotofinish per essere sicuro di avere sopravanzato di un centimetro lo svizzero Alex Fiva. Poi il guerriero di Castione della Presolana esplode di gioia. «Le favole esistono. È stato emozionante immaginare questo momento realizzarsi. Lei mi ha aiutato a concentrarmi, a non pensare ad altro, a salire su questo podio che avrebbe potuto essere suo». Oro e argento in una specialità inventata 15 anni fa per aumentare il peso specifico dei Giochi invernali e accontentare le esigenze televisive. Qualcuno obietta che non è una Libera, non è uno Slalom, le gobbe non sono gobbe e i salti non sono salti. Quello che non è lo skicross lo sappiamo. Oggi abbiamo scoperto quello che è: uno spettacolo capace di regalare emozioni infinite.
Se i metalli preziosi arrivano dalla montagna, il bronzo matura in pista. La solita pista, quella dello Speed skating a Rho Fiera, dove il finanziere trentino Andrea Giovannini s’inventa una rimonta assurda dopo una mass start di Pattinaggio nervosissima e va in medaglia battendo addirittura il fenomeno americano Jordan Stolz. Troppo lontani l’olandese Jorit Bergsma (oro) e il danese Viktor Thorup (argento). Quando arriva in fondo, l’azzurro si mette le mani sul casco come a dire: cosa ho lasciato per strada. «È proprio così, le gambe andavano, c’erano i presupposti per una giornata ancora più speciale». Per Giovannini, che da ragazzo pattinava sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè, è il secondo podio dopo l’oro in staffetta.
Tricolore, inno, lacrime. È lui a lenire la delusione per la medaglia di legno di Francesca Lollobrigida, la nuova Lollo nazionale dal sorriso che stende. Ormai stanca e appagata, la mammina di Ladispoli si fa intrappolare nel gruppone, non riesce a dispiegare le ali nella voliera colorata e quando si scrolla di dosso le avversarie è tardi: Marijke Groenewoud (Olanda), Lise Blondin (Canada) e Mia Manganello (Usa) sono irraggiungibili. Francesca si arrende ma è ugualmente in paradiso con due ori. Riassunto delle due settimane con il piccolo Tommaso in braccio: «È stato incredibile, ho sentito la spinta degli italiani. Sono sulle nuvole». I trionfi sul ghiaccio milanese consentono all’Olanda di superare l’Italia nel medagliere dietro a Norvegia e Stati Uniti, pure a parità di ori con noi (10).
Potrebbe andare meglio nel Biathlon ad Anterselva, dove Dorothea Wierer trova le condizioni ideali per chiudere la carriera con un exploit storico nella mass start con Lisa Vittozzi. L’altoatesina va perfino in testa, poi sbaglia al poligono e finisce quinta. Il dominio è francese: Oceane Michelon e Julia Simon non fanno prigionieri, signore della fatica e della cattiveria agonistica, più vicine a personaggi di Emmanuel Carrère che alle mollezze parigine di Emmanuel Macron.
La giornata è lunga e comincia male: alla partenza della 50 km di Fondo non si presenta l’italiano numero uno, anch’egli all’ultimo valzer: Federico Pellegrino è rimasto a letto per un attacco influenzale e le speranze azzurre vanno a zero. La gara è una passerella norvegese: tre sul podio, con l’incoronazione definitiva di Johannes Klaebo, sei prove, sei medaglie d’oro. Niente da fare neppure nella durissima staffetta mista di sci alpinismo a Bormio, con l’inedita coppia marito e moglie, Michele Boscacci-Alba De Silvestro. Mentre lei guadagna posizioni, lui le perde. Mentre lei recupera su Francia, Spagna e Svizzera, lui proprio non ce la fa a tenere il passo. Alla fine gli azzurri sono quinti, stasera letti separati.
Oggi il Team Italia chiude bottega con il bottino più clamoroso di sempre: 30 medaglie, 10 ori, nazioni ricche come Francia, Germania, Austria, Svezia, Canada alle spalle. Quasi impossibile aumentare i podi nella 50 km di Fondo donne e nel Bob a 4, a meno di un miracolo di Patrick Baumgartner sulla meravigliosa pista di Cortina, dove oggi si sono ribaltati senza conseguenze i bolidi di Austria, Francia e Trinidad.
Prima della passerella finale all’Arena di Verona davanti al premier Giorgia Meloni, i Giochi chiudono con la finale più attesa: Stati Uniti-Canada di hockey. Spettacolo puro che non riguarda noi ma riguarda tutti.
Continua a leggere
Riduci
(iStock). Nel riquadro, il libro di Apicio «De re coquinaria»
Nelle cucine italiane tornano protagoniste le essenze floreali. Già usate da Greci e Romani, erano consuetudine nel Medioevo e nel Rinascimento. La modernità le ha quasi spazzate via. Ma sono «risorte» grazie agli hippie.
«Dillo con un fiore» è un vecchio adagio della lingua italiana che invita a mostrare interesse, passione, amicizia o amore verso un’altra persona regalando un fiore. Una massima che, di solito, spopola nel giorno dedicato agli innamorati, quel San Valentino celebrato solo pochi giorni fa. Ma insieme a un fiore ci si può unire anche una bella insalata. O un formaggio. E questo perché mai come negli ultimi anni, chef stellati e massaie domestiche stanno rispolverando una prassi in voga fin dall’antichità: l’uso di fiori edibili per preparare piatti.
Infatti, «Un italiano su quattro ha acquistato o assaggiato almeno una volta un fiore edule, che dai piatti degli chef stellati stanno conquistando le tavole di tutti i giorni, tra freschi, essiccati o addirittura trasformati in cocktail»: questa considerazione accompagna un report realizzato da Assofloro con le Università di Napoli, di Milano e di Verona assieme a Coldiretti in occasione di a Myplant&garden, la più importante fiera del settore in corso alla Fiera di Milano-Rho. Oggi in Italia la produzione di fiori eduli vale circa 7 milioni di euro, coprendo il 20% del totale europeo. «Le principali Regioni produttrici sono Puglia, Campania, Veneto, Toscana e la Liguria», spiega la Coldiretti, «esistono circa 1.600 tipologie di questi prodotti, tutti collegati da un elevato valore salutistico: sono poveri di grassi e ricchi di sostanze nutritive come minerali, proteine e vitamine (A, gruppo B, C ed E), oltre a fibra, composti bioattivi e antiossidanti quali flavonoidi e carotenoidi». La loro popolarità è cresciuta anche grazie a programmi tv di cucina e influencer del food, alla ristorazione gourmet e degli agriturismi, alle esperienze turistiche legate alla cucina. Nelle ricette casalinghe si usano crudi aggiunti a insalate, piatti freddi, formaggi freschi, tartare e carpacci di pesce, mentre in pasticceria servono principalmente per le decorazioni. Le maggiori coltivazioni sono effettuate in serra e fuori suolo; l’irrigazione avviene tramite il metodo a goccia per evitare di rovinare i fiori bagnandoli; la raccolta si svolge manualmente da personale altamente formato e qualificato; la conservazione richiede luoghi al fresco; la distribuzione avviene entro pochi giorni dalla raccolta.
Il «dillo con un fiore» a tavola, come detto, non è certo legato a una moda del momento o al fatto che Carlo Cracco o Antonino Cannavacciuolo hanno infilato delle margherite in un risotto nell’ultima puntata del loro nuovo show serale in televisione. Nel corso dei secoli i fiori hanno giocato una parte importante nelle diverse gastronomie del mondo. Il Vecchio Testamento, il Corano e molti altri documenti religiosi contengono dettagli circa le qualità «gastronomiche» di alcuni fiori. Gli antichi Romani e Greci utilizzavano fiori edibili in vari piatti, non solo per il loro gusto, ma anche per la loro bellezza visiva. I fiori di cappero, per esempio, erano apprezzati per il loro sapore unico e sono stati impiegati sia in insalate che in salse. Abbiamo testimonianze fin dalla Roma imperiale, per esempio con la ricetta del vino alle rose nel De re coquinaria di Marco Gavio Apicio, lo chef dell’imperatore Tiberio. Nel Medioevo, i fiori eduli tornarono in auge in Europa, dove venivano utilizzati in piatti nobili e festivi. Nella Londra di William Shakespeare, durante gli spettacoli teatrali, era sorseggiata acqua di rose o liquore aromatizzato con garofani.
Sempre con l’essenza di quest’ultimo fiore, l’imperatore Carlo Magno amava ingentilire il vino, mentre i nomadi del Sahara, dopo un lungo e polveroso viaggio nel deserto, per rinfrescare il palato e lavare mani e viso offrivano acqua al fior d’arancio. Virginia Galilei, figlia di Galileo, suora in un convento di Arcetri, ricorda la delicata marmellata di fiori di rosmarino. Ma fu durante il regno di Elisabetta I che nelle macedonie di frutta vennero «apprezzate» le primule e nell’Inghilterra elisabettiana si iniziò anche a schiacciare i girasoli per ricavare l’olio.
È stata la gastronomia italo-spagnola a creare i fiori di zucca ripieni e nel Nuovo mondo i padri pellegrini usavano le violette per aromatizzare l’aceto, e le calendole (margherite gialle) per insaporire i brodi di carne. In Occidente, i fiori sono sopratutto patrimonio dell’erboristeria, eccetto alcune ricette come l’insalata di crisantemi milanese o il riso alla malva veneto.
Invece in Oriente, in quei Paesi poveri di apporti proteici, hanno valorizzato al massimo la ricchezza del mondo vegetale. Nell’antica Cina il loto era considerato un fiore sacro e veniva utilizzato nella cucina imperiale. Nella tradizione gastronomica cinese sono esaltate, da oltre sei secoli, le qualità aromatiche di crisantemi, gigli e fiori di loto. Mentre in Giappone, per integrare le carenze vitaminiche patite d’inverno, c’era l’uso in primavera d’andare per i campi a cercare le «sette erbe». I fiori di lillà, con il loro dolce aroma, erano molto apprezzati durante il Rinascimento e nel XVIII secolo fiori come crisantemi e calendule erano molto ricercati in Europa.
Questa consolidata tradizione svanì con l’avvento della cucina moderna nel XIX secolo: l’uso dei fiori in cucina diminuì poiché si privilegiavano altre tecniche culinarie e ingredienti. La riscoperta dei fiori eduli è avvenuta nel XX secolo, con l’interesse crescente per una cucina più naturale e sostenibile. Negli anni Sessanta e Settanta, il movimento hippie ha promosso il ritorno alla natura e, di conseguenza, anche l’uso di fiori edibili ha fatto il suo ritorno in tavola. Nella cucina moderna, i fiori eduli non sono solo un abbellimento, sono utilizzati per aggiungere sapore e intensificare l’esperienza gastronomica. L’esempio che viene alla mente con più frequenza sono i fiori di zucca che le varie cucine locali hanno, nel tempo, saputo proporre in tanti modi. La maggior parte delle volte, tuttavia, si possono trovare fritti in pastella, impanati, come ingrediente di paste e risotti o anche farciti al forno. Molto conosciuti sono i fiori di zucca ripieni alla romana, un antipasto gustosissimo costituito da un fiore ripieno di provatura (simile alla mozzarella) o fior di latte e mezza acciuga sott’olio, poi passato nella pastella e fritto. Comuni in molte Regioni sono anche le frittelle salate a base di questo gustoso ingrediente oppure le frittate.
Ma ogni fiore ha il suo profilo aromatico distintivo; per esempio, il nasturzio ha un sapore piccante e peperino, perfetto per insalate e piatti freschi. La lavanda, invece, offre note floreali dolci e leggermente erbacee, ideale per dolci e thè. «Un piatto ornato con la viola del pensiero assume tutta un’altra aria, colore, profumo e significato. Una torta arricchita con petali di rosa e margherite può diventare un capolavoro per gli occhi ed il palato», si può leggere nel sito di una importante azienda di ristorazione commerciale. Nella tradizione alpina e appenninica italiane, i fiori vengono impiegati non solo nella preparazione di piatti ma anche prodotti alimentari come formaggi e ricotte, indispensabili per fornire gusto e aroma. In alcuni casi questi semplici e comuni ingredienti sono divenuti non solo protagonisti di una parte di gastronomia tipica ma, addirittura, simboli di un territorio e della sua tradizione culinaria e culturale. La violetta di Parma candita ne è un esempio.
Sono commestibili i fiori di: aglio selvatico, arancio, basilico, borragine, camomilla, caprifoglio, carota, crisantemo, dente di leone, dalia, erba cipollina, fiordaliso, garofano, gelsomino, geranio, girasole, iris, lavanda, magnolia, margherita, menta, mirto, papavero, pesco, primula, rosa, rosmarino, rucola, salvia, sambuco, senape, tiglio, trifoglio, tulipano, viola del pensiero, zucca, zucchina. Alcuni sono certamente più noti e di uso comune, altri da scoprire. Non sono solo una festa per gli occhi, ma anche per le papille gustative. I fiori di borragine sanno di cocomero e donano freschezza e acidità, la calendula aggiunge un po’ di aspro e i fiori della rucola portano un pizzico di pepato.
Continua a leggere
Riduci





