Nicola Gratteri (Ansa)
Il ministro della Giustizia: «Grazie ai concorsi, da fine 2026 saranno in servizio quasi 11.000 toghe».
Forse è arrivato il momento di dire, adesso anche basta. Tutti i referendum portano con sé un carico di scontro politico. Il referendum del 2016 sulla cosiddetta riforma costituzionale Renzi-Boschi ha fatto scuola. Ma questo referendum sulla giustizia sta assumendo, giorno dopo giorno, i connotati di una rissa, ben lontana dalle questioni sul merito.
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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Riduci
Attorno ad alcuni cuochi è stato creato un culto della personalità in stile sovietico. Non ci si stupisca poi per casi come quello del Noma.
(Getty Images)
Serviva la Procura per scoprire che le strade son piene di fattorini sottopagati. Mentre sinistra, sindacato e Caritas predicano accoglienza, ma non vedono lo sfruttamento.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
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Riduci
Silvana Sciarra e Sergio Mattarella (Ansa)
Direttivo spaccato dopo l’insediamento «forzato» di Mario Palazzi, il procuratore di Viterbo «calato» dalle correnti progressiste. Il suo arrivo blinda la presidente Sciarra, d’area Pd. Cinque laici abbandonano la seduta nel giorno della «passerella» di re Sergio.
Lo scontro tra correnti all’interno della magistratura regala ogni giorno un nuovo «sanguinoso» capitolo. L’ultimo riguarda la Scuola superiore delle toghe. Il 18 febbraio il presidente Sergio Mattarella si è presentato a Palazzo Bachelet per richiamare tutti alla responsabilità, consiglieri, magistrati, politici. Ma appena il capo dello Stato ha lasciato lo scranno presidenziale, le correnti hanno ricominciato a farsi la guerra e si sono spaccate su quattro nomine discusse.
Una è stata quella del procuratore di Viterbo Mario Palazzi a membro del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura (che garantisce alle toghe una formazione permanente), dopo il suo ricorso al Tar. Infatti, inizialmente, al progressista Palazzi il Csm aveva preferito il collega conservatore Roberto Peroni Ranchet. Ma il procuratore ha fatto ricorso e la giustizia amministrativa gli ha dato ragione.
Così il Csm ha dovuto rivotare e si è spaccato in due: 15 a 14. La corrente conservatrice di Magistratura indipendente e i laici di destra hanno insistito su Peroni Ranchet, mentre i progressisti hanno sostenuto, vincendo, Palazzi.
Che, però, nel frattempo aveva ottenuto un’altra poltrona. E si è trovato con due incarichi da dover gestire. Un’anomalia che, ieri, ha mandato in tilt il comitato direttivo della Scuola.
L’organo collegiale in cui è entrato Palazzi è composto da 12 membri: sette sono magistrati, sei dei quali nominati da Palazzo Bachelet.
L’insediamento «d’imperio» del procuratore ha spostato l’ago della bilancia del comitato verso sinistra e, ieri, ha causato un piccolo terremoto: cinque laici hanno abbandonato la seduta e fatto mancare il numero legale. Il tutto è accaduto nella sede napoletana della Scuola (ce ne sono anche una a Roma e una a Scandicci), subito dopo che il presidente Mattarella aveva inaugurato in pompa magna l’anno formativo dell’istituto.
A prendere la decisione sono stati i laici nominati dal ministero della Giustizia: i professori Mauro Paladini e Stefano Dorigo, gli avvocati Federico Vianelli e Pier Lorenzo Parenti e Ines Marini, ex presidente Corte d’Appello di Venezia.
A questo gruppo si unisce spesso Loredana Nazzicone, di Magistratura indipendente. Sino a quando non è arrivato Palazzi, rinforzava la componente dei moderati anche Peroni Ranchet, pure lui di Mi.
Dunque sino a ieri i conservatori potevano contare su una maggioranza di 7 membri.
Ma l’arrivo di Palazzi, come detto, ha modificato gli equilibri: adesso gli schieramenti si equivalgono, ma il voto della presidente Silvana Sciarra, in caso di parità, vale doppio.
La professoressa è stata al vertice della Corte costituzionale in quota Pd, è stata nominata alla Scuola dal Csm e poi eletta presidente all’unanimità, dal momento che tutti confidavano che una ex presidente della Consulta avrebbe gestito in modo equilibrato e imparziale l’istituto.
Ma adesso il centrodestra le contesta una conduzione di parte della Scuola.
Nel centrodestra circola un aneddoto: l’anno scorso il Fatto Quotidiano arrivò a ipotizzare un piano del professor Paladini per spostare a destra l’istituzione e condizionare la formazione dei nuovi magistrati nonché i corsi sulla bioetica e sull’immigrazione. Il comitato deliberò la necessità di inviare al giornale una rettifica che, però, la Sciarra si sarebbe rifiutata di inviare.
La docente godrebbe del sostegno di quasi la totalità dei magistrati scelti dal Csm: Fabio Di Vizio e Gianandrea Chiesi (Unicost), Roberto Giovanni Conti e Vincenzo Sgubbi (Area/Md), oltre che ovviamente Palazzi.
Uno smottamento a sinistra che potrebbe assicurare la conferma di Sciarra, in scadenza il prossimo 13 marzo.
Secondo alcuni la decisione di far assumere a Palazzi subito le funzioni al posto di Peroni Ranchet sarebbe dettata proprio dalla volontà di garantire il bis al presidente.
Ieri i membri laici del comitato hanno segnalato che il Csm, dopo la nomina, non ha deliberato il necessario collocamento fuori ruolo o l’esonero parziale dall’attività giurisdizionale di Palazzi, come previsto dalla legge.
I membri vicini al centrodestra sostengono che, senza questo atto e l’indispensabile decreto ministeriale di conferma, Palazzi non possa considerarsi componente in carica del comitato direttivo.
E ritengono che andrebbe prorogato l’incarico di Peroni Ranchet, come già accaduto in casi analoghi.
Per discutere di tali questioni, lunedì, Paladini, Parenti e Vianelli avevano richiesto una convocazione straordinaria del comitato.
L’istanza non è stata accolta da parte del presidente e, ieri, la Sciarra ha comunicato «la presa di servizio» da parte di Palazzi.
Per i laici di nomina governativa si tratterebbe di «un atto illegittimo e abnorme» e ufficializzare l’ingresso nel comitato del procuratore di Viterbo senza attendere le successive deliberazioni del Csm integrerebbe non tanto una «mera irregolarità procedurale», ma un «vulnus istituzionale».
A questo punto la minoranza ha chiesto al presidente di revocare immediatamente l’atto di assunzione delle funzioni e a Palazzi di abbandonare il comitato direttivo per consentirne il regolare svolgimento dei lavori.
Non avendo ricevuto soddisfazione i cinque membri laici, come anticipato, hanno abbandonato la riunione, facendo mancare il numero legale, in quanto ogni deliberazione eventualmente adottata risulterebbe «affetta da nullità assoluta» e in grado di esporre la Scuola a contenziosi amministrativi.
Otto consiglieri del Csm hanno immediatamente chiesto al comitato di presidenza di Palazzo Bachelet di svolgere i necessari accertamenti sulla controversa vicenda.
«L'iniziativa è volta a ribadire la necessità che i
rapporti tra il Csm e la Scuola superiore della magistratura siano improntati alla massima collaborazione istituzionale e al rispetto delle rispettive competenze, nonché ad assicurare il corretto svolgimento delle procedure previste dall’ordinamento e la piena coerenza delle determinazioni consiliari con il quadro normativo di riferimento», è stato puntualizzato in una nota.
Questa storia conferma ancora una volta come intorno alla magistratura si combattano tutti i giorni guerre ideologiche tra opposte fazioni. Uno stato di tensione permanente che il sorteggio previsto dalla riforma Nordio per le nomine al Csm si spera possa almeno stemperare.
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