Paolo VI (Getty Images)
La villocentesi sulla piccola Amanda provocò la fuoriuscita del liquido amniotico. I genitori: «Per i clinici l’unica scelta era l’aborto. Ma noi abbiamo pregato l’ex pontefice e oggi la bimba ha 11 anni ed è sana».
Dapprima, il raggio d’intercessione e grazia di Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI (1897-1978), giunse negli Stati Uniti, nel 2001. Al quinto mese di gravidanza, una donna ebbe gravi problemi con il liquido amniotico della membrana fetale, con rischio di decesso del nascituro o malformazioni. I medici consigliarono l’aborto. Pregò Paolo VI, autore di Humanae Vitae (1968). Il bimbo nacque sano. Un miracolo. Quello per cui il Papa bresciano fu proclamato beato. Nel 2014 un’altra stilla piovve sul paese di Villa Bartolomea, 6.000 abitanti, nella pianura a Sud di Verona. A causa di un evento accidentale durante una villocentesi, Vanna Pironato, infermiera professionale ospedaliera, in stato di gravidanza, prese atto della fuoriuscita del liquido amniotico dalla membrana. Con il marito, Alberto Tagliaferro, impiegato in una finanziaria del settore auto, nato nello stesso anno della moglie, 1978, decise di proseguire la gestazione. Solo una carezza invisibile e taumaturgica poteva superare i limiti delle tecniche mediche e illuminare una situazione disperata. Amanda vide la luce nella notte di Natale, a Verona, sotto gli occhi quasi increduli del personale sanitario. Oggi ha 11 anni ed è una bimba sana e felice. Il miracolo che ha consentito la sua nascita è stato attribuito a Paolo VI, quello per cui la Chiesa cattolica l’ha dichiarato santo, nel 2018. Vanna e Alberto che, accanto ad Amanda, hanno altri due figli, Riccardo, 14 anni, e Luisa, 6, e vivono a Villa Bartolomea in un’abitazione a pochi passi da un giardino pubblico intitolato proprio a papa Montini, raccontano la loro straordinaria storia.
Quell’esame…
Vanna: «Ho fatto un’indagine pre-natale invasiva, la villocentesi. Si sono rotte le membrane che contenevano il liquido amniotico di Amanda. Dopo un paio di giorni è fuoriuscito».
Da quel momento il sacco amniotico ne è rimasto privo.
Vanna: «Sì, da allora è sempre rimasta senza liquido. Ero a 13 settimane, terzo mese. Sono andata al Pronto Soccorso di Legnago (Verona, ndr.) dove è stata per la prima volta pronunciata una parola che ha costellato tutta la gravidanza, cioè “questo è un aborto. Il cuore della bimba batterà ancora per poco tempo”».
Alberto: «Quel giorno ero a Bolzano e Vanna mi chiamò in lacrime. La prima cosa che feci in auto, nel viaggio di ritorno, fu quella di pregare, cosa lontana dalle mie abitudini dell’epoca perché, pur essendo cresciuto con un’educazione cattolica, nell’adolescenza-gioventù mi ero allontanato da Dio e dalla fede. Fu l’inizio di tante preghiere».
Cosa accadde poi?
Vanna: «Ricostituire la membrana è impossibile. Si possono fare amnio-infusioni. Le abbiamo fatte a Monza dalla dottoressa Patrizia Vergani, dalla 17ª-18ª settimana. C’era una piccola possibilità che la membrana si rimarginasse da sola. Fui dimessa, ma avevo dolori. Dovevo prendere antibiotici, anche perché la membrana rotta può causare la setticemia della madre, un’infezione generalizzata. Poi decidemmo di provare a Verona, a Borgo Roma. Scuotevano la testa, per dire che non c’era speranza. In un counseling ci dissero che in quelle condizioni non si sarebbe potuta formare nemmeno la prima cellula del polmone e quindi si sarebbe spenta da sola nella pancia. Quindi mi hanno proposto l’aborto terapeutico che, per legge, può avvenire fino a 22 settimane e 6 giorni di gestazione».
Perché decise di fare quella villocentesi?
Vanna: «La storia di Amanda nasce da una culla usata. Andai a comprarla in un paese vicino. Questa mamma me la diede come una cosa preziosissima. “È nuova, non ci ha mai dormito la bambina dentro, no, perché è morta, a tre mesi”. Aveva un problema del Dna, una trisomia del 13° cromosoma, incompatibile con la vita. Le proposero una interruzione della gravidanza e lei rispose “mai al mondo potrei pensare di uccidere la mia bambina”. Inizialmente pensai fosse una scelta egoistica che portava solo sofferenza. Sopra la culla c’era la medaglietta della Madonnina misericordiosa. Sono sempre stata credente ma mi ponevo domande. Poi capii che solo Dio può dare e togliere la vita».
Il responso dell’esame quale fu?
Vanna: «La paura di non avere un feto sano mi fece fare l’indagine prenatale, che altrimenti non avrei fatto. La risposta, che arrivò circa due settimane dopo, fu che il feto era sano. E poi non lo era più».
Alberto: «La rottura delle membrane è stata una conseguenza della villocentesi. Quando giunse il responso il patatrac era già avvenuto. Una delle complicanze, con probabilità dell’1-2%, di questo esame, è la rottura delle membrane».
Vanna: «L’ago preleva un villo coriale. Probabilmente, forse a causa di qualche colpo di tosse, ha rotto questo “palloncino” da cui è fuoriuscito il liquido. Da lì ospedali di Legnago, Monza, Roma. A fianco della via medica, quella spirituale. La mia amica, infermiera, mi disse “ho incontrato un ginecologo in corridoio, Paolo Martinelli, vi consiglia di pregare Paolo VI”, che non conoscevo. “Ha fatto un miracolo su un feto di 5 mesi e tu sei quasi a 5 mesi”. Aveva letto la notizia poco prima ed era devoto di Paolo VI, appena proclamato beato per questo miracolo».
Avete messo in pratica il consiglio…
Alberto: «Fin che andavano a Verona in ospedale, dove hanno consigliato l’aborto terapeutico, Vanna ha fatto una ricerca per capire dove andare a pregare. E lì abbiamo scoperto che Paolo VI era di Brescia, nato proprio lo stesso giorno, il 26 settembre, di mio fratello, anche lui si chiama Paolo. Allora proseguimmo verso il santuario della Madonna delle Grazie a Brescia, dove Paolo VI fece la sua prima messa. È stata la prima volta che abbiamo pregato insieme».
Nel santuario trovaste una preghiera di grazia. (Vanna ne mostra il testo). «Signore, la nostra povertà ci porta a chiedere il tuo aiuto. Si fa voce e interprete delle nostre richieste il papa Paolo VI [...]. Per sua intercessione concedi il tuo aiuto per ottenere la grazia di…».
Vanna: «Dopo aver recitato la preghiera abbiamo scritto Amanda».
Poi, cosa faceste?
Vanna: «All’ospedale di Legnago il primario disse “amnio-infusione”. Cercammo contatti per farla. È l’infusione di una soluzione di Nacl. Andammo, in treno, al Gemelli, a Roma. Ci dissero che dovevamo stare lì per quattro settimane oppure fare avanti e indietro. Ci diedero l’alternativa della dottoressa Vergani del San Gerardo di Monza, specializzata in gravidanze problematiche e amnio-infusione. Le mandammo una mail. Ci rispose subito. Ci aspettava per il lunedì successivo».
Al San Gerardo come andò?
Vanna: «Bisognava fare un’amnio-infusione la settimana per 8 settimane. La prima riuscirono a farla. La membrana era come un palloncino bucato. Stavo immobile per far rimanere il più possibile il liquido ma fuoriusciva subito. La seconda non andò bene, fu difficile trovare la bolla. Sentii Amanda muoversi. Si era messa in un modo in cui non fu più possibile far nulla».
Quindi tornaste a casa…
Vanna: «Tornammo affranti. Davamo la bimba quasi per perduta. Ma Dio voleva altro. Aborto sì, aborto no? Me lo chiedevo tutte le sere. Non posso dire che non ci ho mai pensato. Ma se avessi chiesto ad Alberto di portarmi, lui non l’avrebbe fatto. Nelle mie notti insonni ho instaurato un dialogo con Dio, un monologo, perché non rispondeva. Ma c’era, c’è stato, l’abbiamo capito dopo. Se ci fossimo fatti sopraffare dalla paura, e quindi dal demonio, perché il demonio è contro la vita, contro il matrimonio… Le leggi sull’aborto e il referendum sul divorzio sono nate sotto il papato di Paolo VI e per lui è stato un dolore immenso. Feci un’altra ecografia. A Borgo Roma a Verona consigliano un ricovero in attesa delle contrazioni. Una neonatologa mi disse: “La bimba nascerà, le affideremo solo cure compassionevoli”».
Alberto: «Questo significa accompagnarla alla morte».
A quel punto, cosa accadde?
Vanna: «Ero a 23 settimane e tre giorni, passato il termine per l’aborto terapeutico. Allora mi sono sentita libera di non scegliere più. Alzai la testa: “Adesso tocca solo a Te. Siamo nelle tue mani”».
Alberto: «Una sera Vanna aveva dolori fortissimi».
Vanna: «Ero a 26 settimane e quattro giorni. Al sesto mese».
Alberto: «Partiamo alle 3 di notte per Borgo Roma a Verona. Pioveva. Arriviamo alle 4. La bimba stava uscendo. Il primo figlio era nato col cesareo. Vanna lo chiese. Non prevedevano nemmeno la presenza del neonatologo. Ci fecero le condoglianze. “Signora, le evitiamo un taglio”. “Per la bambina non c’è niente da fare”».
Alberto, come ricordi quei momenti?
«Erano circa le 6-7 del mattino e io fuori della sala del Pronto soccorso ostetrico con davanti un presepe. Quella non era una notte qualsiasi, ma la notte di Natale. Pensai “forse non è un caso”. Passarono minuti interminabili. Dalla sala sentii: “Ecco, adesso è nata”.
Vanna: «Sentii che chiesero ad Alberto il nome. “Tagliaferro Amanda”. Pensavo dovessero compilare il certificato di morte».
Alberto: «Uscirono con la termoculla. Non sapevo se era viva o morta. La vidi con gli occhi aperti. Pensai: “È morta”. In realtà si stava guardando intorno. Pensai: “È viva, ce l’ha fatta!”». (Vanna mi fa vedere la foto con la bimba poco dopo la nascita. Le squilla il telefono. È Amanda: «Mi sono comprata qualcosa di utile per la scuola!»).
Vanna, come giunse la notizia alla Santa Sede?
«La notizia arrivò a Brescia. Don Pierantonio Lanzoni, il vicepostulatore della causa di Paolo VI, l’autore della preghiera di grazia, ci cercò. Ci convocarono. Portammo 990 pagine di fotocopie di cartelle cliniche. Analizzate da sette medici laici in Vaticano, decretando all’unanimità che la nascita di Amanda non è scientificamente spiegabile. Il miracolo in sé è stato dichiarato nella vita intra-uterina. Questo ha fatto sì che Paolo VI diventasse santo. La parte teologica è strettamente correlata all’Humanae vitae. Penso che Dio ci abbia usato come strumento».
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Riduci
Ansa
Durante il mese sacro dell’islam, una delle restrizioni per i fedeli è l’astenersi dal bere acqua nelle ore diurne. Ma tale pratica non è esente da rischi: l’organismo si disidrata, causando seri danni psicofisici, fino a episodi limite di aumento della violenza.
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco». Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1-2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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Riduci
«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco».
I filmati parlano chiarissimo. E gli audio purtroppo ancora di più, nel riportare gli agghiaccianti cori che domenica 8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, sono stati intonati dal collettivo transfemminista di Non una di meno in prossimità della sede di Pro vita & famiglia a Roma. «Le sedi di Pro vita si chiudono col fuoco», sono le parole urlate dai manifestanti, che non contenti hanno precisato, «ma coi Pro vita dentro sennò è troppo poco. E se un Pro vita muore: champagne! E se non muore: molotov!».
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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