Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 marzo con Carlo Cambi
Getty image
Gerusalemme annuncia la distruzione dell’edificio nella città santa di Qom dove i religiosi si erano riuniti per eleggere il successore di Khamenei. Teheran smentisce. Missili sullo Stato ebraico: 12 feriti.
Ieri pomeriggio l’offensiva israeliana sull’Iran ha visto una violenta accelerata con un attacco a Qom, città sacra del Paese. Aerei e droni dell’aeronautica israeliana (Iaf) hanno colpito l’edificio del Consiglio dove l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri, si era riunita per votare il nuovo leader supremo dell’Iran. All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
Continua a leggere
Riduci
Ansa
Quale sia l’obiettivo di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu è piuttosto evidente: non si fermeranno fino a quando gli ayatollah non alzeranno bandiera bianca.
O perlomeno fino a che i loro eserciti non avranno esaurito le scorte di missili. Altrettanto chiaro è l’obiettivo di ciò che resta del regime iraniano dopo l’uccisione di Khamenenon avendo scampo, proverà a coinvolgere nella guerra altri Paesi dell’area, nella speranza di gettare l’intera regione nel caos. Allo stesso tempo i pasdaran punteranno a vendere cara la pelle, giocando sull’aumento del prezzo del gas e del petrolio per rendere il conflitto costoso e insostenibile nel tempo. È per questo che hanno bloccato lo stretto di Hormuz, al cui imbocco stazionano migliaia di navi.
Detto ciò, se sono chiari sia gli obiettivi che le strategie dei contendenti, per quanto riguarda l’Europa si procede speditamente nel buio più fitto. Ursula von der Leyen si è presa il weekend per pensare, trascorso il quale non pare però aver ottenuto granché dalla riflessione. A parte generiche dichiarazioni, che sono state sovrastate da quelle dei leader dei singoli Paesi (vedi Macron), non sembra infatti avere alcuna strategia per affrontare la crisi. Lasciamo perdere il coinvolgimento diretto nel conflitto, con i droni di Teheran che hanno colpito una base aerea nella parte meridionale di Cipro. L’isola, oltre a far parte della Ue, dal primo gennaio ricopre la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dunque, il bombardamento porterebbe a un coinvolgimento diretto dell’Europa, ma la baronessa che governa Bruxelles ha preferito far finta di niente.
Tuttavia, se è consentito ignorare un drone scagliato contro un aeroporto, più difficile è evitare di prendere posizione dinnanzi agli scossoni dell’economia. Con il prezzo del gas alle stelle e quello del petrolio intorno ai 100 dollari al barile (i Guardiani della rivoluzione sognano di farlo schizzare addirittura a 200), l’Europa rischia una sincope. Già l’economia del vecchio continente boccheggia, per via dell’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei dazi, ma se si aggiunge un rincaro del gasolio e del combustibile da riscaldamento c’è il pericolo concreto che entri in coma. Molti Paesi non sono ancora riusciti a riprendersi dallo shock causato dalla fine delle forniture a basso costo dalla Russia, misura inevitabile dopo le sanzioni imposte a Mosca a causa dell’invasione dell’Ucraina. Veder salire i prezzi dell’energia senza potersi rivolgere a fonti alternative a basso costo, perciò, sarebbe il colpo finale.
Ovviamente Ursula von der Leyen tutto questo lo sa. Ciò che invece non è in grado di immaginare è come si esce da un vicolo cieco che rischia di essere la tomba delle ambizioni di rilancio dell’economia europea. Gli investimenti nel green al momento non sono in grado di sostituire la produzione energetica derivante dal combustibile fossile. E nonostante la presidente Ue parli di accelerare il processo di transizione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, al momento a gas e petrolio non c’è alternativa.
Dunque? Un’idea ci sarebbe, ma richiede di dover ammettere di aver sbagliato tutto e, in particolare, di darla vinta all’odiato Putin. La soluzione, infatti, è raggiungere una tregua in Ucraina (senza i droni di Teheran potrebbe convenire anche a Mosca) e poi riaprire i gasdotti che Kiev ha sabotato. Vi pare una bestemmia? Forse lo è, se si considera che in quattro anni sono morti centinaia di migliaia di soldati, ma se il gas e il petrolio non possono arrivare dal Medioriente, è difficile immaginare che possano giungere da altre sponde. Del resto, come ha rivelato il Financial Times, già oggi l’Europa si prepara a una marcia indietro, riaprendo l’oleodotto russo che serve all’Ungheria. Fatta un’eccezione (per Orbán, il quale altrimenti avrebbe minacciato di bloccare le decisioni Ue), se ne può fare un’altra. La sola cosa certa è che l’Europa non può restare né al buio né al freddo. E dunque sono necessarie un po’ di fantasia e diplomazia per trovare la soluzione. A dire il vero serve anche un’altra cosa, ovvero che a guidare la Ue ci sia una statista, figura di cui al momento, a Bruxelles, non disponiamo. Purtroppo, ci è toccata una Von der Leyen e siccome siamo al secondo mandato della baronessa significa che l’Europa ama l’azzardo. Oppure è pronta al suicidio.
Continua a leggere
Riduci
Ansa
Nell’area ci sono oltre 70.000 connazionali. Il ministro emiratino: «Copriamo le spese».
Rimane molto complicato il rientro degli italiani che per lavoro o turismo si trovano negli Emirati Arabi. «Solo nell’area del Golfo sono al momento presenti oltre 70.000 nostri connazionali», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Circa 30.000 solo a Dubai e Abu Dhabi, migliaia tra Maldive, Seychelles, Thailandia, India, Sri Lanka che transitano per Dubai. «Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. C’è una situazione di blocco dei voli e stiamo cercando di trovare soluzioni», ha precisato il ministro. Le istruzioni per i trasferimenti sono inviate a chi si trova negli Emirati ed è registrato sull’app Viaggiare sicuri o sul sito Dovesiamonelmondo.it.
Ieri nel tardo pomeriggio sono arrivati a Malpensa i circa 200 studenti della World Students Connection, con i loro accompagnati. Ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, partiti per una settimana di attività formative tra Dubai e Abu Dhabi nell’ambito del progetto «L’ambasciatore del futuro» promosso da Wsc e bloccati per giorni dopo l’attacco all’Iran. Sul volo partito da Abu Dhabi viaggiavano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute.
E sono atterrati due voli commerciali speciali da Muscat (Oman) verso Roma Fiumicino, con circa 300 persone; due voli Etihad da Abu Dhabi per l’Italia, uno su Milano e l’altro per Roma destinati a riproteggere i passeggeri che non erano potuti partire prima con la compagnia. Troppo poco, per le esigenze di chi rimane bloccato e teme i riflessi di una guerra sempre più vicina.
Abdulla bin Touq Al Marri, ministro dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti, ha precisato che sono stati aperti corridoi aerei sicuri in coordinamento con i Paesi del Golfo, con una capacità di gestione attuale di 48 voli all’ora. Se pensiamo che solo l’aeroporto internazionale di Dubai, uno dei più trafficati al mondo, accoglie solitamente tra 2.000 e 2.500 voli al giorno operati da oltre 100 compagnie aeree, è evidente l’enorme difficoltà a prendere un aereo per rientrare nel proprio Paese. Il ministro ha assicurato che il governo ha accettato di coprire le spese di soggiorno e di vitto dei turisti bloccati. Tra i tanti, i 563 passeggeri italiani della Msc Euribia fermi a port Rashid. La crociera è stata cancellata ma la nave non può muoversi e non è ancora previsto il rientro dei quasi 6.000 turisti di diverse nazionalità che consumano la settimana di vacanza ancorati a Dubai, in un crescendo di apprensione. L’associazione di consumatori Codici, che sta raccogliendo le segnalazioni dei passeggeri a bordo per fornire assistenza legale in vista del rientro in Italia, chiede rapidi aggiornamenti. «Comprendiamo che la situazione è in continua evoluzione, ma Msc deve capire lo stato d’animo di chi si trova bloccato su una nave in un porto coinvolto in una guerra», ha dichiarato Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici.
Non se l’è sentita di aspettare Michela Marchi, 51 anni, architetto di Vicenza. Dopo aver tentato inutilmente di mettersi con contatto con ambasciata e consolato generale, non ricevendo risposta dalla Farnesina con due amici ha lasciato la nave e raggiunto l’Oman. «A Dubai abbiamo trovato un’agenzia che ci ha fornito il servizio taxi fino a Muscat al costo di 1.000 euro». Ieri c’era stata la partenza, ma dopo lunghi controlli, al secondo varco il conducente di Dubai è dovuto tornare indietro e Michela con i due amici ha potuto raggiungere la frontiera con l’Oman su un bus umanitario e poi spostarsi di notte con un altro taxi, in direzione aeroporto.
«È stato tutto molto stressante, ore di viaggio senza avere la certezza di poter poi prendere il volo che ci è stato riservato per Istanbul», raccontava ieri sera alla Verità. Rientrare a tutti i costi, però, le sembra l’unica soluzione possibile. Tra le preoccupazioni, anche il rischio radiazioni come ha confermato alla Stampa Rafael Grossi, responsabile dell’Aiea, l’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite: «Non possiamo escludere un possibile rilascio radioattivo con gravi conseguenze».
Continua a leggere
Riduci





