A Bologna il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, il sindaco Matteo Lepore e l’ex premier Romano Prodi hanno partecipato all’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan.
Luca Palamara (Imagoeconomica)
A Perugia si tiene l’udienza per la revoca del patteggiamento dell’ex capo dell’Anm. Già caduta la corruzione, non resterebbe nulla. Ma l’obiettivo politico è stato centrato.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
A Perugia, in queste ore, si sta riscrivendo il cosiddetto caso Palamara, ovvero la storia del suk delle nomine al Csm per cui hanno pagato solo lo stesso Luca Palamara e pochi altri, tra cui l’ex pm di Roma, Stefano Fava, sino al 2019 stimatissimo inquirente, espulso dal Sistema come danno collaterale di un bombardamento a tappeto realizzato con il supporto di alcuni giornali per evitare lo slittamento a destra del parlamentino dei giudici e la nomina a procuratore di Roma della toga moderata Marcello Viola.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò di «poche mele marce» e seppellì il problema. Ma il Sistema delle correnti non è morto con Palamara, rapidamente radiato dalla magistratura: ha continuato a imperversare e a gestire le nomine non in base a criteri oggettivi. Tanto che ancora oggi molti incarichi vengono affidati a colpi di maggioranze risicate, secondo logiche correntizie. Ma a smascherare l’ipocrisia con cui era stata fatta pulizia arriva adesso il Tribunale di Perugia. Che lascerà il Re nudo.
Oggi, davanti al giudice dell’esecuzione Natalia Giubilei, si terrà l’udienza che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella complessa vicenda giudiziaria che ha coinvolto Palamara. Sul tavolo vi è la richiesta di revoca della sentenza di patteggiamento per traffico di influenze, la prima delle due pronunce che hanno riguardato l’ex magistrato romano e che riguarda il procedimento in cui sono stati coinvolti anche gli imprenditori Federico Aureli e Leonardo Ceglia.
L’indagine era nata dall’ipotesi che Palamara si fosse interessato presso il giudice Luciana San Giovanni, oggi presidente della sezione Immigrazione, di una causa di separazione che coinvolgeva il fratello di Ceglia. All’epoca la San Giovanni aveva negato qualsiasi interferenza da parte di Palamara: una smentita netta che, però, non aveva scoraggiato l’accusa.
Il reato contestato era quello di traffico di influenze, che, però, il Parlamento, nel frattempo, ha sensibilmente modificato, facendo uscire dal perimetro della fattispecie punita comportamenti come quelli contestati all’ex presidente dell’Anm e allo stesso Ceglia. Che il 27 febbraio scorso è stato prosciolto dal giudice dell’udienza preliminare di Perugia, Giorgio Margheri, il quale ha dichiarato l’abolitio criminis, riconoscendo che il fatto contestato non costituisce più reato alla luce dell’intervento del legislatore.
All’interno di questo nuovo quadro si inserisce l’istanza di revoca del patteggiamento di Palamara. Che si fonda su un presupposto giuridico evidente: non è possibile mantenere in vita una pronuncia fondata su una fattispecie penale che il Parlamento ha successivamente abrogato.
Ma l’udienza ha un rilievo che va oltre il piano tecnico. Negli ultimi anni, il patteggiamento è stato sfruttato come uno dei principali argomenti di delegittimazione nei confronti di Palamara e delle sue denunce. La tesi, ripetuta come un mantra, era che un accordo di quel tipo equivale a una condanna e rende il diretto interessato un «pregiudicato» e, di conseguenza, un «impresentabile» che non può più intervenire nel dibattito pubblico. Soprattutto alla vigilia del referendum. Una tenzone in cui il fronte del No difende il potere delle correnti e lo status quo del Csm, lo stesso che ancora si spacca in due per le nomine e i cui sostenitori vogliono impedire al vecchio mazziere di spiegare con quali trucchi venissero distribuite le carte. Se la richiesta di revoca dovesse essere accolta, verrebbe meno l’unico elemento formalmente utilizzato per tappare la bocca a Palamara. I suoi avversari, a livello mediatico, strilleranno, come già fatto di fronte alle assoluzioni pronunciate per un altro reato abolito, l’abuso d’ufficio, sostenendo che la maggioranza salva i mariuoli. La realtà di cui occorre prendere atto, invece, è che la vicenda giudiziaria di Palamara si fondava su un reato che il legislatore non ritiene più meritevole di sanzione e che il Sistema delle correnti è ancora vivo e vegeto. «Il governo salva Palamara», griderà qualcuno per portare acqua al mulino del No, ma la verità è che, finalmente, senza un facile capro espiatorio, sarà più evidente come il caso Palamara non abbia portato a nessuna vera riforma del Sistema.
gattopardo
Tutto è rimasto immutato. E i conservatori hanno avuto gioco facile sventolando lo scalpo dell’ex presidente dell’Anm: «Noi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo eliminato la cellula malata» hanno ripetuto per anni i vertici della magistratura correntizzata. Peccato che nel plotone d’esecuzione della sezione disciplinare che ha impallinato Palamara ci fossero anche diversi suoi beneficiati. La maggior parte di quelli che hanno puntato il dito contro l’ex ras delle nomine sino al giorno prima lo trattavano con rispetto, gli facevano arrivare i propri desiderata, lo invitavano a cene e partite di calcio.
Tra i pochi che non lo frequentavano per motivi di carriera c’era un pm, Fava, che aveva provato a combattere da solo contro quelle che riteneva logiche distorte del potere giudiziario. E da queste era rimasto schiacciato. In quattro e quattr’otto è stato liquidato come un pm «integralista», uno che avrebbe fatto arrestare anche sua madre. Da un giorno all’altro era diventato un paria. Per quanto avesse sempre e solo fatto il proprio lavoro. Però si era macchiato di lesa maestà: aveva osato accusare il suo vecchio procuratore, Giuseppe Pignatone (oggi indagato per favoreggiamento della mafia) e uno dei suoi più stretti collaboratori, Paolo Ielo, il quale contesta a Fava di avere fatto indagini illecite sul proprio conto.
L’ex pm romano è stato rinviato a giudizio per tre reati. Per due (omissione in atti di ufficio e violazione del segreto d’ufficio) è stato assolto in primo grado. È stato, invece, condannato a cinque mesi di reclusione per accesso abusivo a sistema informatico, per avere visionato e scaricato alcuni atti di un processo in cui l’accusa era rappresentata da Ielo e che aveva riguardato il giudice Brunella Bruno (poi assolta), il cui fratello, tre anni più tardi, avrebbe conferito incarichi all’avvocato Domenico Ielo, a sua volta fratello del magistrato. Nel capo di imputazione (che non è mai stato modificato) è indicata come finalità dell’accesso l’avvio di «una campagna mediatica» ai danni di Pignatone e Ielo «da effettuarsi anche mediante l’ausilio di Palamara».
Il Tribunale, verificata l’insussistenza del fatto così come contestato dal pubblico ministero (per la «campagna mediatica» vi è stata, infatti, l’assoluzione), ha sostenuto, in sentenza, che l’accesso sarebbe stato effettuato per «destare un’attenzione non istituzionale» o per «precostituirsi un dossier» o «per consegnare gli atti a Palamara perché li diffondesse negli ambienti giusti per danneggiare Ielo e Pignatone».
Mercoledì scorso, di fronte ad accuse così confuse, la Procura generale ha chiesto l’assoluzione di Fava perché il fatto non sussiste. Non sussiste per come originariamente contestato e non sussiste per come rimodulato in sentenza. Il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi ha sostenuto che la contestazione dell’accesso abusivo «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano». Infatti Fava aveva avuto notizia della sentenza dallo stesso Ielo, ma non aveva cognizione dei dettagli della vicenda.
amara e gli altri
Però la parte più interessante della requisitoria è quella in cui si evidenza come la sentenza di condanna non abbia mai affrontato «i veri problemi posti da Fava con la presentazione dell’esposto al Csm su Pignatone» e sui presunti conflitti d’interessi all’interno dell’ufficio. Infatti, come ha denunciato Fava, almeno due indagati della Procura di Roma, Ezio Bigotti e Piero Amara, avevano intrattenuto rapporti economici con il fratello avvocato di Pignatone.
Non basta. Barlucchi ricorda anche lo «schema» confessato dallo stesso Amara per «inquinare» i processi: «Cercavo di nominare persone che erano vicine perché erano testimoni di matrimonio di qualche magistrato». E qui entra in campo Ielo, visto che Amara aveva scelto come legale Salvino Mondello, compare di nozze dell’ex aggiunto di Roma. Scrive Barlucchi: «Amara, quale verosimile ispiratore degli incarichi di Eni e Condotte al fratello di lelo, questa è la prudente e fondata ipotesi che Fava ha fatto, e quale assistito del migliore amico di lelo, corrispondono esattamente a questo schema».
Il magistrato dell’accusa giustifica ex post le supposizioni di Fava, dal momento che «i rapporti tra Amara e il fratello del procuratore Pignatone e tra Amara e il migliore amico di Ielo, potevano far apparire che le loro decisioni investigative su Amara ne fossero condizionate».
E di fronte a un simile sospetto, secondo Barlucchi, un pm deve poter fare il pm e togliersi i dubbi, senza incorrere in reati, utilizzando le banche dati a disposizione. Come ha fatto Fava.
Va detto che sia Ielo che Pignatone avevano proposto di astenersi nei processi che coinvolgevano Amara, ma Pignatone stesso (per Ielo) e il procuratore generale Giovanni Salvi (per Pignatone) non avevano ritenuto necessario quel passo. E allora Barlucchi si domanda retoricamente: «L’esistenza o meno dei presupposti per l’astensione del procuratore o dell’aggiunto li stabilisce una riunione di ufficio? Li stabilisce sulla sola base delle informazioni ricevute da chi si deve astenere?».
Barlucchi ammette che Pignatone potrebbe essere stato ingannato dal fratello e non mette mai in dubbio l’onorabilità e la buona fede di Ielo (a cui contesta però la permalosità), ma, nello stesso tempo, lascia intendere, a sette anni di distanza, che se si fosse trovato nella situazione di Fava avrebbe avuto gli stessi dubbi. Questa è la sua conclusione: «La realtà si è incaricata di dimostrare che aveva ragione Fava a chiedere al procuratore di valutare con attenzione se vi fossero gravi ragioni di convenienza ad astenersi nel processo a carico di Amara e Bigotti».
A Barlucchi non pare possibile che il Tribunale «non affronti questo tema perché Amara è, al tempo stesso, la ragione per cui Fava riteneva che Pignatone e Ielo si dovessero astenere, e la ragione del contrasto sul mancato assenso da parte loro sulle sue richieste di cattura». A cui Ielo aveva contrapposto ragioni di «opportunità» stigmatizzate da Barlucchi («Questo significa sottrarre elementi di prova» ha detto in aula).
La sentenza di domani su Fava potrebbe riportare ai blocchi di partenza il caso Palamara e consentire a tutti di riflettere sulla cortina fumogena che è stata alzata dalla stessa magistratura a protezione del Sistema.
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Riduci
Giorgia Meloni (Ansa)
- Il premier: «Crisi figlia del conflitto in Ucraina. Usa e Israele non hanno coinvolto gli europei. Teheran fermi gli attacchi».
- Crosetto: sulle armi ai Paesi del Golfo decide il Parlamento. Polemica per il viaggio a Dubai con un imprenditore.
Lo speciale contiene due articoli.
«La nuova crisi mediorientale mi preoccupa, mi preoccupa il contesto generale, sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga». Giorgia Meloni commenta al Tg5 le possibili conseguenze della guerra all’Iran sul nostro Paese. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», precisa il premier. «Particolarmente in un momento nel quale vacilla il diritto internazionale, non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche. Quell’accordo è fallito e Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei. Attualmente il governo è impegnato a dare assistenza alle migliaia di italiani che sono rimasti bloccati nei paesi del Golfo. Siamo in contatto con quei Paesi, siamo in contatto con i nostri partner europei. L’obiettivo è che la crisi non dilaghi, ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». Ieri sera il premier ha telefonato all’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani, il quale ha ringraziato Meloni per la sua solidarietà, elogiando le strette relazioni che uniscono Roma a Doha. Entrambe le parti hanno sottolineato la necessità di lavorare per una de-escalation e di dare priorità al dialogo politico e alla diplomazia per contenere la crisi.
Il fenomeno del terrorismo legato al fondamentalismo islamico preoccupa il premier, la quale invita a «non abbassare la guardia», soprattutto adesso. Per Meloni la crisi del diritto internazionale è «figlia della guerra in Ucraina. Quando un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos». Riguardo alla polemica sul ministro della Difesa, Guido Crosetto, tira corto: «Non ha mai smesso di fare il proprio lavoro». E sul referendum sull’ordinamento giudiziario ritiene che sia «una riforma necessaria per modernizzare l’Italia perché è giusta, tanto giusta che i sostenitori del No hanno bisogno di mentire per essere convincenti».
E mentre i presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione inviano una lettera unitaria ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, per chiedere di convocare con urgenza il presidente del Consiglio per riferire in Parlamento, il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al ministro Crosetto, si sono presentati ieri davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera. Per Tajani «gli attacchi iraniani hanno provocato una paralisi del traffico aereo e la crisi rischia di allargarsi ulteriormente» e durare «settimane».
«Stati Uniti e Israele hanno agito in autonomia e riservatezza», rivela Tajani, ammettendo che l’Italia è stata informata in un secondo momento. «Francesi e inglesi hanno riferito di non aver ricevuto alcun avvertimento preventivo. Noi, come i tedeschi e i polacchi, siamo stati informati a operazioni iniziate. Io sono stato contattato dal ministro degli Esteri israeliano Sa’ar e informato di quanto stava accadendo».
Tajani condanna «le sconsiderate operazioni militari condotte da Teheran contro i Paesi del Golfo che hanno come unico risultato quello di isolare ulteriormente l’Iran e di provocare un allargamento del conflitto. Ciò che deve prevalere adesso è l’interesse dell’Italia, la sicurezza dei nostri cittadini, la difesa della nostra economia». Tajani poi spiega che «la nostra linea è quella dell’Unione europea, abbiamo una linea condivisa».
Tajani difende la decisione israelo-americana di attaccare al fine di «cancellare la minaccia nucleare» iraniana. «Nessuno sarebbe al riparo da un Iran con missili e atomica». La morte di Khamenei «apre una nuova fase per l’Iran, il popolo iraniano merita di veder riconosciuti i propri diritti civili e politici senza violenza», con l’auspicio di una «transizione pacifica e rispettosa del popolo iraniano».
Creata alla Farnesina una Task Force Golfo, per il rimpatrio dei nostri connazionali, «priorità assoluta dell’azione del governo». Organizzati voli charter (uno atterrato già ieri sera) per il rientro: sono circa 70.000 gli italiani presenti nella Regione.
Interviene il leader M5s, Giuseppe Conte che, giusto per piacere di provocare, evoca il cappellino Maga che Tajani reggeva in mano al Board of Peace. «Il cappellino era un regalo. Non mi vergogno di niente. Io non sono andato né in ginocchio dalla Merkel come ha fatto lei né da Trump. A me Trump non mi chiama Tony, a lei la chiamava Giuseppi; quindi, un rapporto di amicizia semmai ce l’aveva lei». Conte ribatte: «l problema non è che Trump non la chiama Tony, il problema è che non la chiama proprio» se non «per firmare accordi insostenibili e per darvi un cappellino in mano». E insiste: «Sottoscriviamo tutto quel che ci viene chiesto da Washington? Qual è il vantaggio di tutto questo per l’Italia? Il Tricolore ve lo siete dimenticato».
Alta tensione. La presidente Stefania Craxi minaccia di sospendere la seduta. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ammette che non sentirà la mancanza di Khamenei. «Siamo tutti convinti che il regime teocratico non possa e non debba sviluppare l’arma nucleare, ma il modo per impedirlo è per noi la via negoziale, diplomatica, non i bombardamenti che innescano reazioni a catena».
I Paesi del Golfo ci chiedono armi. Crosetto: «Io favorevole a darle»
Non si contano meme e sfottò sui social, le opposizioni lo attaccano utilizzando la sua disavventura per dimostrare che l’Italia non conta niente a livello internazionale, e così da ministro della Difesa Guido Crosetto passa all’attacco e spiega il motivo della sua presenza a Dubai nelle ore dello scoppio della guerra in Iran, che lo hanno costretto a far ritorno in Italia a bordo di un volo militare, pagando una quota delle spese. Crosetto era a Dubai, tra gli altri, con l’imprenditore Giancarlo Innocenzi Botti, socio in affari della moglie del ministro. Innocenzi Botti, ex manager Publitalia, ex senatore e sottosegretario di Forza Italia, indagato per traffico di influenze nel 2022 dalla Procura di Roma con Federico Tedeschini (entrambi archiviati) e altri per presunto traffico di influenze con l’obiettivo di rastrellare commesse pubbliche interferendo sui ministeri e sulla Struttura commissariale Covid.
Ieri Crosetto si è presentato in audizione davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa, e ovviamente le domande sul suo viaggio a Dubai proprio in quelle ore non sono mancate: «Ho messo insieme un impegno istituzionale con quello familiare», ha detto Crosetto ai cronisti al termine della audizione, «e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, avrei potuto partire con l’impegno istituzionale e poi fermarmi per passare qualche giorno di vacanza con la mia famiglia. Invece sono partito da “privato”, ho fatto quello che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato». L’impegno istituzionale sarebbe stato un incontro, sabato scorso, con Mohamed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, ministro degli Affari della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, come reso noto ieri mattina dal ministero emiratino della Difesa attraverso un comunicato. Durante l’informativa, rispondendo ai parlamentari, Crosetto ha dato la sua versione rispetto a chi ha sottolineato che il fatto che il ministro della Difesa italiano non fosse a conoscenza dell’imminente attacco Usa-Israele all’Iran e quindi fosse a Dubai vuol dire che l’Italia non conta nulla sullo scacchiere internazionale: «Non è che non siamo stati informati come Italia di quello che è successo», ha argomentato Crosetto, «nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo. Gli americani e gli israeliani non hanno comunicato a nessuno, perché sono partiti non quando avevano programmato, e cioè questa settimana, che era quella che sapevano tutti gli alleati semmai, ma quando hanno avuto la certezza che uno di quegli attacchi avrebbe colpito l’obiettivo principale, era quella la loro priorità». Crosetto ha ricordato anche che «lunedì era programmato il viaggio di Rubio in Israele, è la dimostrrazione lampante di quanto questa guerra non fosse programmata a breve termine».
«Siccome è emerso un fatto che io considero personale, ma che sta avendo rilevanza politica, non mi costa nulla toccarlo. Non è emerso da uno scoop giornalistico ma dal fatto che io l’ho detto, l’ho reso pubblico io. È diventato una notizia. Il fatto che io fossi bloccato a Dubai è stata una mia scelta perché io immediatamente avrei potuto andarmene via da Dubai senza neanche comunicarlo. Ho scelto in quel momento di stare a Dubai visto quello che stava succedendo», ha aggiunto Crosetto, «avrò sbagliato come ministro chiedo scusa, perché ho i miei due figli e sono stato lì. Quando dopo una notte di bombardamento li ho presi e li ho accompagnati a Mascate, sono partito e sono tornato a fare il mio dovere». Crosetto ha anche rivelato un dettaglio molto importante: «I Paesi del Golfo stanno esprimendo una fortissima preoccupazione per l’evoluzione della crisi e hanno chiesto all’Italia la possibilità di avere qualcosa per difendersi, intendo sistemi di difesa antidrone o antiaereo. Si tratta di un tema molto delicato, considerato che queste capacità risultano oggi come sapete già fortemente sollecitate e limitate rispetto alle esigenze europee e al sostegno che abbiamo assicurato finora all’Ucraina». Il ministro ha annunciato che porterà questa richiesta in Parlamento, precisando che «personalmente mi vede totalmente a favore».
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Riduci
«Tutta l’Europa non ha preso una posizione politica, allora non ci siamo capiti, la posizione che abbiamo è quella dell’Unione europea». Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’informativa davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera a Palazzo Madama. Alle sue dichiarazioni sono seguite quelle del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Ho messo insieme l’impegno istituzionale con uno familiare e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, sarei potuto partire con quello istituzionale e poi fermare, fare con la mia famiglia qualche giorno di vacanza e così avrei gravato sulle spese dello Stato, sono partito a livello privato e ho fatto le cose che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato».





