Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della Giustizia, che interviene sull’ordinamento della magistratura. Riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si voterà domenica e lunedì, secondo quanto stabilito dal decreto elezioni.
Samuel Furfari
L’ingegnere chimico, ex funzionario Ue: «Dopo 30 anni di inutili Cop, le emissioni sono salite del 60%. Romano Prodi rimproverò il ministro Ronchi per gli impegni che aveva firmato».
Ingegnere chimico, professore emerito alla Libera Università di Bruxelles, per 36 anni è stato un alto funzionario della Direzione generale dell’Energia della Commissione europea, e da 20 anni è professore di Geopolitica e politica energetica. Presidente della Società europea degli ingegneri e degli industriali, è Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia. Per testimoniare come le Cop hanno trasformato la diplomazia in un circo itinerante (mentre le emissioni di CO2 crescono), Samuel Furfari ha appena pubblicato il saggio La vérité sur les Cop: trente ans d’illusions (ed. L’Artilleur), che contiene anche un breve scritto inedito di Carlo Ripa di Meana, nostro primo ministro dell’Ambiente.
Professor Furfari, perché le chiama illusioni?
«Le Cop fanno parte del nostro illusionistico paesaggio mediatico. Quando, oltre trent’anni fa, fu adottata la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, ove si conveniva di ridurre le emissioni di CO2, queste ammontavano a 21 gigatonnellate (Gt). Oggi, dopo 30 Cop, migliaia di discorsi commoventi, centinaia di miliardi spesi per le energie rinnovabili e un diluvio di sensi di colpa occidentali, le emissioni superano 35 Gt. Cioè sono aumentate di oltre il 60%, una cifra che merita di essere scolpita nella pietra dell’infamia mediatica che ha sempre elogiato le Cop senza mai preoccuparsi di farne alcun bilancio».
Ci fa un breve riassunto di questo bilancio?
«Istituite alla Conferenza di Rio del 1992 cui parteciparono 196 Stati, la prima Cop si tenne a Berlino nel 1995 sotto la presidenza di Angela Merkel, che all’epoca era ministro dell’Ambiente nel governo di Helmut Kohl. In quell’occasione convinse José Manuel Barroso a lanciare le politiche di produzione di energie rinnovabili. Poi, alla Cop3 (1997) arrivò il Protocollo di Kyoto che doveva segnare l’inizio di una governance climatica globale vincolante. Il Protocollo inaugurava l’era degli impegni quantificati. La realtà deludeva le speranze sul nascere: l’amministrazione Clinton-Gore degli Stati Uniti, allora primi emettitori mondiali, rifiutava di ratificare il trattato, nonostante fosse stato negoziato proprio da loro. Va anche detto che alle Cop non c’erano capi di Stato e di governo, ma solo ministri dell’Ambiente, e quindi era facile mettersi d’accordo su obiettivi utopici. Tanto è vero che, come spiego nel libro, lo stesso Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, se la prese col suo ministro Edo Ronchi per l’impegno pesantissimo che per l’Italia era di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012».
Perché misero quella data di scadenza?
«Fu una richiesta degli ambientalisti, e non è un dettaglio: questa scadenza mirava ad alimentare il discorso di urgenza permanente».
Fallimento dopo fallimento, arriviamo alla Cop15 del 2009, quando i capi di governo presero in mano la situazione…
«Già, a Copenaghen i capi di Stato presero in mano le trattative per evitare che i ministri “ecologisti” spingessero i loro Paesi ad assumere impegni onerosi. La conferenza si concluse in un clima di confusione e tensioni diplomatiche, dimostrando l’incapacità dell’Onu di conciliare i divergenti interessi nazionali. Il fallimento di Copenaghen ha segnato una svolta importante nella governance climatica internazionale, rivelando che il consenso delle Nazioni Unite non poteva più nascondere i veri conflitti di interesse strategici tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Malgrado la pressione degli attivisti e dei media, i capi di Stato e di governo non hanno ceduto e hanno preferito il fallimento. Da allora, alcuni di loro partecipano brevemente all’apertura delle Cop per “essere nella foto”, poi abbandonano rapidamente i dibattiti per evitare qualsiasi responsabilità. Caduti in trappola una volta, ora stanno attenti a non partecipare più ai negoziati. Ed è proprio ciò che si è verificato a Belém».
Quest’anno è anche il decimo anniversario del successo dell’accordo di Parigi, al quale il suo libro ha dedicato un capitolo titolato «Il disaccordo di Parigi»…
«La Cop21 fu un grande successo diplomatico francese. Papa Francesco ne era stato l’artefice con la sua enciclica ambientalista, pubblicata in tempo per questa fiera. Fu un accordo burocratico, senza sostanza, senza impatto. Le emissioni di CO₂ han continuato ad aumentare senza sosta».
La Cop28 fu organizzata a Dubai, una città simbolo della dismisura del consumo energetico. Non è strano?
«Sì, e infatti gli ambientalisti e diversi deputati europei tentarono invano di bloccarla. Quella di Dubai incarna perfettamente questa commedia: un vertice per abolire le emissioni di CO2, presieduto dall’amministratore delegato della compagnia nazionale degli idrocarburi, Sultan Al Jaber, in un Paese sulla cui bandiera c’è una striscia nera in onore del petrolio. Fa ridere, no? Mentre le delegazioni della Ue scandivano i loro mantra sulla “transizione energetica”, l’Opec inviava questa direttiva ai propri membri: “Rifiutare qualsiasi menzione vincolante dei combustibili fossili”. Così è stato».
La Cop29 si tenne a Baku in un Paese che produce meno dell’1% del gas e petrolio mondiali.
«Già, però Ilham Aliyev ha ricordato che queste risorse sono “un dono di Dio” e che l’Azerbaijan non deve sentirsi in colpa per usarle. La verità è che al di fuori della Ue nessuno si interessa a questo circo, non solo Donald Trump. Ma la buffonata continuerà perché l’Unione europea continuerà caparbiamente a parlare di Green deal (anche se adesso gli stanno cambiando nome e lo chiamano Clean deal). Ursula von der Leyen non ammetterà mai il suo fallimento totale. Negli ultimi dieci anni la Ue ha ridotto la propria domanda di energia di 6 exajoule, ma nel frattempo il resto del mondo l’ha aumentata di 77 exajoule, e quasi l’80% di questa crescita è dovuto ai combustibili fossili».
E siamo alla Cop30…
«Ove Lula da Silva - che si atteggia a campione della riduzione delle emissioni clima - ha autorizzato massicce concessioni petrolifere nel “margine equatoriale”, una zona ricca di petrolio e gas, alla foce del Rio delle Amazzoni, che fu tanto cara a papa Francesco e lo è ancora a tutti gli attivisti».
Sarà questa l’ultima Cop?
«Non sogniamo: troppi burocrati si guadagnano da vivere con essa, troppe Ong se ne nutrono, troppi politici vi trovano una piattaforma per dimostrare la loro virtù ambientalista. La cosa più triste è che gli scienziati sono costretti a ballare al fischio degli attivisti per ottenere finanziamenti per la ricerca. Ma questo accade solo nella Ue: il resto del mondo si sta preparando per il futuro e neanche finanzia più la scienza del clima».
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Riduci
Due fogli degli appunti di Mussolini ritrovati dai Carabinieri (Ansa/Arma dei Carabinieri)
I militari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno rintracciato i preziosi documenti messi in vendita da un privato riguardanti l'incontro del 22 aprile 1944 al castello di Klessheim presso Salisburgo. Ritrovate anche lettere di Mussolini a D'Annunzio.
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Il 23 febbraio 2026 nel corso di una cerimonia nella sede dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino hanno restituito cinque fogli manoscritti di Benito Mussolini, appunti relativi all’incontro avvenuto con Adolf Hitler il 22 aprile 1944 a Salisburgo nel castello di Klessheim.
Presenti all’evento il Direttore Generale Archivi del Mic, presso cui i documenti verranno custoditi per garantirne lo studio e la valorizzazione, e la Soprintendente Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta.
Le indagini del Nucleo Tpc di Torino, coordinate dalla Procura della Repubblica del capoluogo, sono scaturite dai costanti controlli del mercato antiquario e dalla continua collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta che aveva segnalato la presenza delle lettere olografe, poste in vendita all’incanto presso una nota casa d’aste torinese e per le quali era stato contestualmente chiesto il rilascio di un attestato di libera circolazione - autorizzazione necessaria per la vendita e l’esportazione all’estero –all'ufficio Esportazione della Soprintendenza di Torino.
Dai primi accertamenti effettuati è emerso che i fogli manoscritti contenevano appunti la cui grafia appariva attribuibile a Benito Mussolini, così come il contrassegno in calce all’ultimo foglio del monogramma «M», utilizzato dallo stesso Duce. L’attività investigativa, che ha portato all’immediato sequestro dei documenti, si è svolta lungo due direttrici. Da una parte la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e Valle d’Aosta, che ha sottolineato come gli appunti contengano argomenti di particolare importanza storica. Nello specifico, un elenco dettagliato di vari argomenti, ordinatamente divisi in tre grandi temi: «Forze armate», «Politica», «Economia e lavoro». Fogli senza data, ma dal contenuto che corrisponde in molti punti con gli argomenti trattati da Mussolini e dal suo ristretto gruppo di collaboratori durante l’incontro con Adolf Hitler, avvenuto presso il castello di Klessheim (Salisburgo), il 22 aprile 1944. I fogli possono dunque essere identificati, quasi certamente, come gli appunti preparati da Mussolini in vista dell’incontro con Hitler, verosimilmente gli stessi usati durante la conferenza. Gli esami tecnici effettuati dai Carabinieri Ris di Parma che, comparando lo scritto con altri documenti ricondotti con assoluta certezza alla mano di Benito Mussolini, hanno confermato numerose analogie del tratto e quindi l’assoluta autenticità degli stessi. Inoltre, ulteriore riscontro sulla natura dei documenti, provengono dalla piegatura dei fogli in quattro, tipica degli appunti che devono essere conservati in tasca.
Veniva accertato inoltre che i documenti erano stati immessi sul mercato antiquario da tempo, verosimilmente da quando l’archivio personale di Mussolini e gli archivi di molti organi della Rsi (Repubblica Sociale Italiana) scomparvero nelle ultime concitate fasi della guerra nell'aprile 1945.
La redazione manoscritta da parte del capo del governo della Rsi nell’esercizio delle proprie funzioni, riguardante affari di Stato, civili e militari, nonché le relazioni con un governo straniero, indicano che l’intera documentazione deve considerarsi un eccezionale patrimonio storico appartenente allo Stato italiano.
Durante la cerimonia i Carabinieri Tpc hanno proceduto anche alla restituzione di documenti appartenuti a Gabriele D’Annunzio: questa ulteriore attività investigativa condotta dal Nucleo Tpc di Firenze, con il coordinamento della Procura , è nata dalla preziosa segnalazione di un cittadino che, notati i beni in vendita presso una casa d’aste e intuita la loro importanza culturale, aveva immediatamente contattato il Nucleo specializzato dell’Arma per procedere al sequestro della documentazione storica.
Gli accertamenti sui beni archivistici, eseguiti in collaborazione con l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, hanno evidenziato da subito la notevole rilevanza storica, trattandosi principalmente di minute autografe di discorsi ufficiali, rivendicandone quindi la titolarità statale.
Tra questi ultimi beni sequestrati spiccano una minuta di telegramma scritta di pugno da Benito Mussolini e inviata a Gabriele D’Annunzio, oltre a una stesura del discorso rivolto al Re e alle autorità pronunciato in occasione dell’inaugurazione della statua del Bersagliere del 1932 e una minuta del dattiloscritto «Viatico a S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia».
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Nicola Bux
Il teologo: «La crisi di oggi nasce dalla convinzione che la realtà ecclesiale non sia opera del Signore stesso. Prevost ha chiaro che l’immigrazione va gestita dalla politica. Ma è inutile fare i puritani sul Board of Peace».
È la riedizione di un conflitto che aveva trovato una tregua solo durante il pontificato di Benedetto XVI. La Fraternità sacerdotale San Pio X è di nuovo ai ferri corti con la Santa Sede per la questione della nomina di sacerdoti e vescovi: quest’ultima rivendica l’ultima parola, i lefebvriani intendono procedere in autonomia. L’incontro del 12 febbraio in Vaticano non ha sbloccato l’impasse.
E il 18 febbraio, il Consiglio generale del gruppo ha confermato al cardinale Víctor Manuel Fernández anche il rifiuto di un dialogo «specificatamente teologico», proposto da Roma. Nel frattempo, in Germania, si è compiuto il percorso sinodale della Chiesa tedesca, zeppo di controversie, dal tema dell’omosessualità a quello del sacerdozio femminile. E ora i riformatori attendono un eventuale beneplacito dal Papa. È una crisi che segna un primo banco di prova per il nuovo Papa. Ne abbiamo parlato con don Nicola Bux, teologo, liturgista e già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger.
Cosa sta succedendo? Si sta ormai disgregando l’unità dei cattolici?
«Alla radice della crisi attuale c’è l’idea di Chiesa: s’è perso il senso cattolico della realtà ecclesiale. Da molti dentro la Chiesa non si crede più che sia stata voluta dal Signore stesso, ma sia creata da noi e che quindi noi stessi la possiamo riorganizzare liberamente secondo le esigenze del momento. Così pensava Ratzinger già nel 1985, nel noto Rapporto sulla fede, pubblicato con Vittorio Messori. Un po’ alla maniera delle “free churches” americane, ben oltre il modello protestante».
Siamo giunti a questo punto?
«Ora, fra i teologi, va in giro l’idea - sconosciuta alla dottrina - che la Chiesa è per sua natura “sinodale”, quando nel Credo la si professa: una, santa, cattolica, apostolica. Se la Chiesa è vista come una costruzione umana, anche i contenuti della fede diventano arbitrari. Inoltre, la Chiesa non è un “collettivo”, anche quando la si descrive come popolo di Dio, perché è ben più della somma dei suoi membri, essendo il “Corpo di Cristo”, secondo l’espressione paolina. La sua struttura profonda e ineliminabile non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica: perché la gerarchia - dal greco “sacro principio” - basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. Hanno riflettuto su questo i fautori del Sinodo tedesco e della Fraternità Sacerdotale San Pio X? Spero che il Papa lo ricordi loro e ottenga un ripensamento a partire dalla verità di fondo: la Chiesa è una comunione, come recita un testo straordinario del cardinale domenicano Jerome Hamer».
Come potrà Leone ricucire gli strappi?
«Riformare la Chiesa veramente significa darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, di Cristo. Papa Leone l’ha ricordato ai cardinali all’indomani della sua elezione. È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, rinnovarono in profondo la Chiesa non predisponendo nuove strutture ma convertendo sé stessi. Non di management ma di santità ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo. Così la pensava Ratzinger. San Francesco, in questo ottavo centenario del suo transito da questo mondo al Cielo, lo ispiri a molti ecclesiastici e laici. Questa è la dottrina perenne, che non produce strappi nella tunica inconsutile di Gesù Cristo».
Qualcuno pensa che ci sia bisogno di innovare un’istituzione ormai vecchia.
«La tradizione, da san Vincenzo di Lerins a san John Henry Newman, è uno sviluppo organico, non un fossile: è la continuità dell’unico soggetto Chiesa, che è lo stesso di prima del Concilio Vaticano II. Gli sviluppi organici, in continuità portano al rinnovamento continuo, le rotture invece portano alla dissoluzione quelli che le provocano, basta vedere i mondi ortodossi, anglicani e protestanti, l’un contro l’altro armati. Che amarezza!».
Intravede possibilità di una nuova liberalizzazione della messa in latino, dopo la stretta di Francesco?
«Sì, se si supera l’affermazione, priva di fondamento storico, del primo articolo del motu proprio Traditionis custodes: “I libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano”».
Qui, per comprendere, ci occorre tutto il suo sapere di liturgista.
«Nel rito romano sono nate le varie forme in uso presso gli ordini religiosi e nella curia romana, costituendo la famiglia rituale latina con gli altri riti occidentali. Chi conosce le forme liturgiche orientali, poi, sa che esiste diversità fra le Chiese e all’interno di ciascuna di esse. Con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI intese ripristinare il rito romano antico mai giuridicamente abrogato ma, salvo indulti individuali, proibito da sessant’anni. Così applicò l’intenzione del concilio Vaticano II di salvaguardare “le legittime diversità” e, nello stesso tempo “l’unità sostanziale del rito romano” (SC 38)».
E poi?
«La medesima strada è stata indicata dai vescovi che hanno risposto al questionario del 2020 della Congregazione per la Dottrina della fede, mettendo in evidenza, con alcuni aspetti critici, quelli di gran lunga positivi della forma straordinaria: attivare forze vive e contribuire a portare pace e unità nella Chiesa; riconoscere i valori liturgico, teologico, catechistico e quello storico che inculca e richiama allo sviluppo organico della tradizione della Chiesa. Alla forma straordinaria va riconosciuto un influsso positivo su quella ordinaria: i sacerdoti che l’apprendono cominciano a celebrare decorosamente anche quella ordinaria, ossia con maggiore fede e disciplina; così pure quanti la studiano nei seminari e nelle Case di formazione religiosa».
Il giro di vite dello scorso pontificato non era adeguatamente giustificato?
«Nella bolla Apostolorum Limina per l’indizione dell’Anno Santo del 1975, Paolo VI affermava: “Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera (la riforma liturgica, ndr) sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi”. E Benedetto XVI: “Chi è del parere che non tutto in questa riforma sia riuscito, e che alcune cose siano modificabili o addirittura abbiano bisogno di una revisione, non è, per questo, un nemico del concilio”. Dunque, il cardinal Arthur Roche, nel testo distribuito ai cardinali per il Concistoro, non può sostenere che i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano consentito e non promosso il rito antico. Né regge l’equazione: accettare la validità del Concilio Vaticano II significa accettare la riforma liturgica. Il testo è contraddittorio: al punto 1 è affermato che la liturgia ha sempre avuto riforme, e al punto 11 rifiuta la varietà di forme perché ritiene la liturgia irriformabile. In verità, c’è un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica: ciò, purtroppo, avviene perché non si riconoscono a Dio i suoi diritti sulla liturgia, che è sacra proprio per questo».
Nel «metodo Prevost», lei scorge una discontinuità rispetto a Francesco? Attenzione ai paramenti sacri, ripristino degli appartamenti papali, ritorno a Castel Gandolfo, la visita programmata al prossimo Meeting di Rimini…
«Come anzidetto, è giusto che vi sia continuità tra Papi, come tra vescovi e parroci, altrimenti si sarebbe in un terremoto incessante, però ciascun Papa è diverso. In papa Leone XIV lo si nota dai discorsi, in cui è curato l’et et cattolico, per ora. Attendiamo, quindi».
Sui migranti e sull’ambiente, Leone non sembra discostarsi molto dal predecessore. E uno dei suoi primi viaggi sarà a Lampedusa.
«Mi pare, però, che egli abbia chiaro che l’immigrazione è un diritto subordinato a condizioni giuridiche stabilite dall’autorità politica, come recita il Catechismo della Chiesa cattolica (2242). Quanto all’ambiente, sin dal primo discorso in merito, gli ha preferito il termine “creato”: questo fa grande differenza!».
Pochi giorni fa, il Papa ha rivolto al clero di Roma un’osservazione acuta: ci sono fedeli che prendono i sacramenti ma non sono evangelizzati. Da dove origina questa banalizzazione dei sacramenti?
«Benedetto XVI trattò la questione dei cristiani europei, che in realtà si comportavano da neopagani. Dipende dall’incomprensione del fatto che la fede implica la vita morale, a cui si arriva con la grazia donata nei sacramenti. Per esempio: taluni divorziati, che hanno cioè rotto il vincolo matrimoniale, o i conviventi che non l’hanno mai contratto, ritengono ci si possa accostare alla comunione: non pensano che questo sacramento - il nome lo dice - presuppone l’unità; ma se questa è stata rotta o non la si vuole ripristinare, ricevere il sacramento è una contraddizione in termini».
Rispetto a Francesco, che sull’Ucraina si spinse a sostenere tesi ardite come quella del famigerato «abbaiare della Nato alle porte della Russia», la posizione di Leone appare molto più vicina a quella dell’establishment americano. È stato vescovo in Perù, ma è un Papa «occidentale»?
«È occidentale per il fatto che si ispira a sant’Agostino e al suo realismo, quando scrisse la Città di Dio a cui deve guardare quella degli uomini».
Secondo lei, il Vaticano ha fatto bene a evitare il Board of Peace di Donald Trump per Gaza?
«La Santa Sede ha un osservatore in vari organismi internazionali, che notoriamente non conducono attività in linea coi principi e valori cristiani: allora perché fare i puritani col Board per Gaza?».
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