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2026-03-21
La toga rossa «salvata» dal Csm al figlio di 5 anni: «Tua madre è una straniera morta di fame»
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Mario Fresa, consigliere di Cassazione, teorizzava la questione morale, ma è stato indagato per percosse su due donne. I colleghi l’hanno lasciato al suo posto. Ecco gli audio choc.
«Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato». È l’1 novembre 2023 e questa è l’educazione poco siberiana e molto latina impartita al figlio di 5 anni da Mario Fresa, un magistrato considerato per anni uno dei campioni del progressismo in toga. Un uomo che appena tre mesi fa è uscito indenne, davanti al Csm, da una richiesta di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale». Una dolorosa vicenda che, di fronte agli audio che La Verità pubblica oggi sul suo sito, rischia di diventare la prova provata dell’inefficacia della giustizia disciplinare in house del Csm.
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Un problema che il governo sta provando a risolvere con l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare indipendente da Palazzo Bachelet. Una riforma che gli italiani, con il referendum del 22 e 23 marzo, dovranno approvare o bocciare. Nel 2020 l’allora moglie, una donna sudamericana, aveva denunciato Fresa per violenza, dopo essersi presentata con un occhio nero al pronto soccorso, ma poi ha ritirato la querela, facendo chiudere il procedimento per percosse e maltrattamenti in famiglia. Poi ha presentato una seconda denuncia, e si è recentemente opposta all’archiviazione. La vicenda è finita davanti alla sezione disciplinare del Csm, che ha riservato a Fresa un buffetto, togliendogli due mesi di anzianità professionale per le lesioni causate all’ex moglie. Il magistrato, come rilevano gli atti del procedimento, «pur negando di avere agito intenzionalmente, ha ammesso di avere esercitato un’azione violenta in danno della moglie» e ha riconosciuto di «avere bisogno di un supporto psicologico, reso evidentemente necessario dalla sua incapacità di controllare i propri impulsi violenti».
Sembra preistoria il periodo delle battaglie civili di Fresa. Da segretario regionale del Lazio della corrente progressista dei Verdi era stato tra i primi a sollevare la questione morale dentro la magistratura e quando conquistò un seggio dentro al Csm, da giudice disciplinare, fu particolarmente inflessibile. Negli anni successivi si distinse per le prese di posizione politiche: difese i colleghi che stavano processando Silvio Berlusconi dagli attacchi, plaudì la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta e firmò un documento di Magistratura democratica che criticava Beppe Grillo per «le offese volgari e sessiste» rivolte a Laura Boldrini. Ma se in pubblico Fresa era un campione della sinistra in privato ha avuto un rapporto complesso con il gentil sesso e, dopo l’incidente del 2020, ci sarebbe ricascato. Le vicende coinvolgono per lo più donne straniere provenienti da Paesi come l’Ucraina o l’Iran. Insomma persone spesso alla disperata ricerca di una vita migliore. E che possono avere visto in Fresa un salvatore. Lui ne ha assunte diverse come badanti o infermiere a causa di alcuni suoi problemi di salute. Dal 2020, come abbiamo raccontato a gennaio, sono stati aperti altri due fascicoli penali per presunte violenze perpetrate dall’uomo, uno a Roma su richiesta sempre dell’ex coniuge e un altro a Civitavecchia, quando la cinquantenne N., nell’estate del 2024, è stata ritrovata ferita sul lungomare di Fregene in stato confusionale dopo una serata ad alto tasso alcolico trascorsa con Fresa (da lei definito, in un messaggio, «pericoloso»). Sentita in audizione protetta dai carabinieri, N. ha, però, deciso di non sporgere denuncia, portando all’archiviazione del fascicolo iscritto per il reato di percosse. La vicenda è stata oggetto nella primavera del 2025 di un articoletto nella cronaca di Roma di Repubblica e, successivamente la palla è passata alla prima commissione del Csm per la valutazione di un’eventuale incompatibilità ambientale.
La pratica è stata archiviata dopo che il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha deciso di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. Gaeta, a proposito del collega d’ufficio (lavorano entrambi al Palazzaccio), non ha rilevato nemmeno l’incompatibilità ambientale, non essendoci stato lo «strepitus» mediatico. Il Pg ha precisato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione di «queste problematiche che allora emersero e che ora si sono ripetute». Il Csm ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione. Fresa è così rimasto al suo posto con lo stipendio invariato. Ma come rivelano carte e audio depositati agli atti dei procedimenti romani (ce n’è uno anche in sede civile) Fresa non ha risolto i suoi problemi con le donne. Che, anzi, se possibile, sembrano essersi aggravati. A colpirci è stata soprattutto una surreale discussione avvenuta il 7 marzo 2024 in piazza Cavour, davanti alla Cassazione, in mezzo alla gente. I protagonisti sono Fresa e una delle sue presunte amanti, una sessantenne iraniana, M., che in quel momento sta tra trasportando l’uomo con la sua auto. Al culmine di un litigio, il magistrato telefona all’ex moglie, che chiameremo B., che accende prontamente il registratore. In quel momento la donna persiana giura di essere stata picchiata, ma, in Tribunale, non ha confermato l’accusa. In ogni caso, dai file, emerge il carattere collerico di Fresa, che alterna momenti di apparente calma ad altri di perdita di controllo. L’uomo dice a B., in presenza dell’iraniana: «Io ti chiedo perdono di tutti i miei peccati». L’ex consorte domanda di chi sia l’altra voce e il magistrato replica: «Non ti preoccupare, ne parliamo dopo, stasera a casa. Cerchiamo di fare la pace e andiamo avanti insieme…». La donna medio-orientale urla in sottofondo: «Mi ha menato, mi ha menato!». La toga quasi incolpa B., la quale, con la prima denuncia, gli avrebbe causato l’imbarazzante nomea: «Vedi, questo è il risultato. Hai capito? Perché adesso ogni donna fa così!». L’«autista» non desiste e strilla cercando di comunicare con l’ex coniuge: «Come puoi stare con questo uomo schifoso?». Quindi aggiunge: «Sei una donna meravigliosa. Lui è un puttaniero (sic, ndr)». Il 7 marzo 2024 Fresa sa che l’accusa non può sorprendere B.. Infatti, l’ex compagna ha consegnato in Tribunale anche una registrazione in cui l’ex marito le faceva proposte oscene: «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna», avrebbe detto. Sentendosi rispondere così: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Per questo Fresa dice a M., riferendosi all’ex consorte: «Vabbè! Lo sa purtroppo (che è un “puttaniero”, ndr). Ma anche se lo sa, io e lei supereremo ogni problema, nel nome di Dio». Il magistrato, a questo punto, prova a mettere a tacere la sua accusatrice: «Stai zitta! hai capito? Zitta!». Poi torna a parlare all’ex consorte con tono gentile: «Senti facciamo la pace e io ti prometto che queste schifose non le vedo più in vita mia!». M. esplode: «Chi è schifosa?». Fresa assicura che l’insulto è riferito all’amante-infermiera ucraina («con una retribuzione personale di oltre 2.000 euro mensili», si legge in una memoria), la stessa che quattro mesi dopo sarà trovata malconcia dai carabinieri sul lungomare di Fregene: «N. è schifosa!». A un certo punto, di fronte al gran vociare e forse per una richiesta di intervento di M., entrano in azione i carabinieri del Palazzaccio per riportare un po’ di calma in piazza Cavour. Fresa fa subito sapere di essere un magistrato e che la donna che lo accusa, avrebbe «dei precedenti». Il consigliere spiega: «Questa signora […] è andata a fare la babysitter per un calciatore e lo ha denunciato, non denunciato, lo ha ricattato […] cerchiamo di calmarla […] voi avete modo di farci fare la pace formalmente?». Quindi avverte: «Questa è un’estorsione che sto subendo». In un altro audio Fresa viene registrato mentre fa al piccolo figlio maschio un discorso da patriarca che farà sanguinare le orecchie dei paladini della cultura woke. Dopo avere ricevuto una richiesta di soldi da parte dell’ex moglie, denari che servirebbero per portare il bambino al cinema, Fresa sbotta: «Io ho pagato a mamma 40 euro per farti prendere un aperitivo, adesso. E mamma mi sta trattando così, dopo che io le ho dato soldi, che tolgo a me, a te, a tutti, perché io sto nella m…, nei guai con i soldi. Non c’ho più un soldo grazie a mamma tua che sta facendo la bella vita da anni sulle spalle di papà. Perché papà lavora, suda, fatica, si stressa e mamma sta tranquilla, bella, ingrassa, mangia, beve e fa casino. È normale una vita del genere?». Il bambino, avvilito, risponde che non lo è e il padre lo incalza: «Allora dovresti cercare tu di crescere in fretta e far capire a mamma che sta sbagliando. Perché non è possibile. È una vita da delinquenti». A questo punto la toga pronuncia la frase che potrebbe far svenire generazioni di femministe, quella sulla «classica straniera morta di fame». In un altro dialogo il padre si accomiata dal figlio con tono teatrale, questa volta lasciando stecchiti gli allievi di Maria Montessori e Jean Piaget: «Papà non ti vede più». Il piccolo non capisce: «Perché?». Fresa continua: «Tu l’hai buttato a terra, a papà. Hai cercato di ucciderlo, a papà». La madre interviene: «Lui non ha cercato... non dire queste cose sennò lo traumatizzi. Lui ha usato violenza, perché è quello che vede». A questo punto Fresa inizia a urlare. Il piccolo, in un altro audio, racconta alla madre e a un’altra donna: «Mio papà ha sbattuto N. nel muro fortissimo e l’ha menata come se un leone stava uccidendo N. così». In un’altra conversazione B. chiede al magistrato i soldi per pagare una lastra per il figlio. Ma Fresa non ci sente. La donna si lamenta, avendo scoperto un presunto acquisto dell’uomo presso un orefice: «Ma ti sembra normale che io mi devo umiliare per chiedere i soldi per fare la lastra al bambino quando spendi 8.000 euro con un gioiello? È tuo figlio!». Il magistrato grida: «Quanto cazzo ti serve?». E aggiunge: «Devo andare al centro a pagare, hai capito? Devo pagare i cazzi miei, hai capito?». Nella memoria presentata al Tribunale civile di Roma Sezione famiglia il 20 novembre 2025 i difensori di Fresa si oppongono alla modifica delle condizioni della separazione richieste dall’ex compagna poiché non vi sarebbero ragioni per impedire gli incontri padre/figlio, né per aumentare di 1.000 euro la cifra disposta per il mantenimento, evidenziando come le accuse mosse dall’ex coniuge siano sempre state archiviate in sede penale e abbiano soltanto esposto Fresa al rilievo disciplinare pregiudicandone l’immagine professionale. I difensori hanno anche evidenziato l’inverosimiglianza delle accuse di aggressione fatte dalla donna essendo Fresa afflitto da una importante disabilità che gli impedirebbe di cagionare lesioni. Gli assistenti sociali dell’ufficio Gruppo integrato lavoro per la prevenzione del disagio minorile di Roma Capitale, a novembre, hanno inviato una relazione al Tribunale sul figlio della coppia: «In conclusione si può affermare, che allo stato attuale, non emergono elementi che indichino rischio o pregiudizio per il minore nei due contesti di vita (a casa del padre e della madre, ndr). Per il futuro si suggerisce un monitoraggio periodico della sua situazione scolastica». Forse i genitori della famiglia del bosco dovrebbero trasferirsi nella Capitale.
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Riduci
Chuck Norris (Ansa)
Sullo schermo incarnava il rigore morale dell’America profonda. E anticipò «Rambo».
Piaccia o no, la si consideri giusta o sbagliata, l’America - nel senso degli Stati Uniti - è quella che incarnava Chuck Norris, scomparso ieri a 86 anni a Kauai, nelle Hawaii, dopo una crisi che nelle scorse ore aveva costretto l’attore a un ricovero d’urgenza.
Parliamo della cosiddetta «America profonda», generosa e al tempo stesso prepotente, devota alle libertà individuali e pervasa da un senso spiccio della giustizia, cultrice della proprietà privata e sostenitrice del diritto di ogni cittadino a girare armato. Con la trentina di film da lui interpretati e i quasi 200 episodi - tra il 1993 e il 2001 - della celebre serie televisiva Walker Texas Ranger, Chuck (Carlos Ray all’anagrafe) Norris ha realizzato numerose imprese, la principale delle quali, appunto, è quella di avere rafforzato l’egemonia statunitense nell’immaginario globale portando nel contemporaneo la figura sempiterna del cowboy; o meglio ancora dello sceriffo, di colui che si riconosce totalmente nel proprio Paese e nei suoi valori fondanti, nei quali ha una fiducia tale da non essere mai colto da dubbi sulla bontà e sulla portata universale di quei principi e da non conoscere incertezze riguardo a ciò che sia giusto fare e a come si debba agire.
Nato in Oklahoma il 10 marzo del 1940, tre mogli e sette figli (più una figlia, Dina, nata nel 1963 da una relazione extraconiugale), Norris non è stato soltanto un attore ma anche un campione di arti marziali (era cintura nera di svariate discipline tra cui karate, taekwondo e jiu-jitsu brasiliano) e non può quindi essere considerato casuale che la scena più famosa da lui girata al cinema sia quella in cui combatte contro Bruce Lee all’interno del Colosseo (nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto dallo stesso Bruce Lee). A suo modo è stato pure un attivista politico, manifestando sempre il proprio supporto al Partito repubblicano e appoggiando da ultimo anche Donald Trump (finendo così per essere scambiato - per motivi di somiglianza fisica - con uno dei partecipanti all’assalto al Campidoglio del 2021).
Dicevamo delle sue tante imprese: essendo uno di quegli attori che, per la loro fisicità e la loro presenza, definiscono i lavori di cui sono protagonisti, facendosi cucire i film addosso da regista e sceneggiatori, si può senz’altro affermare che Norris abbia in qualche modo codificato l’action movie, dato vita al «picchiaduro» prima che divenisse un fortunato genere dei videogiochi, preparato il terreno per suoi famosi epigoni come Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, ma anche - con pellicole quali Commando Black Tigers (1978), Terrore in città (1982), Una Magnum per McQuade (1983, colonna sonora del compositore romano Francesco De Masi) e Rombo di tuono (1984) - anticipato il Rambo di Sylvester Stallone e il Commando di Arnold Schwarzenegger. Insomma, il tragitto percorso dal walker, dal camminatore, è stato assai movimentato e decisamente lungo, e le orme da lui lasciate sugli schermi sono destinate a rimanere. Piaccia o no.
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Riduci
Hanno un ruolo centrale per promuovere la socialità ma da anni subiscono i rincari.
Presidente della Vivenda Spa
C’è una lezione che possiamo imparare dagli ultimi dati rilasciati dal ministero dell’Istruzione e dall’Istat: il ruolo centrale delle mense scolastiche in Italia. Un Paese che, a dispetto di quanto si possa pensare, è all’avanguardia non soltanto per la qualità e la varietà dei piatti sfornati ogni giorno, ma anche per la severità dei controlli e la rigidità del quadro normativo. È bene quindi ricordare come la ristorazione collettiva garantisca a tutti un pasto sostenibile, di qualità, inclusivo.
In particolare per le famiglie la mensa scolastica educa a una sana e corretta alimentazione, intesa come percorso consapevole per avvicinare i bimbi alle diverse tipologie di ingredienti e di piatti; è un utile presidio per ridurre gli sprechi; promuove la socialità e convivialità fra i bimbi, facilitando l’integrazione fra culture e mondi diversi in un Italia sempre più multietnica; il consumo del pasto a scuola può essere l’unico completo della giornata, soprattutto per le categorie più disagiate e svantaggiate; facilita per le famiglie la conciliazione delle dinamiche scuola-lavoro grazie all’estensione del tempo prolungato. Non deve quindi sorprendere come, a leggere sempre i dati di Mim e Istat, il tasso di occupazione femminile in Italia risulti strettamente legato alla presenza di mense scolastiche e servizi educativi sul territorio: più mense presenti in città, più mamme al lavoro.
Oggi la ristorazione scolastica è a un bivio: la spinta inflazionistica del biennio 2022/2024 è stata ridimensionata, ma gli aumenti per le derrate alimentari hanno fatto registrare un incremento dei costi di oltre il 30%. Aumenti che abbiamo dovuto «assorbire» e continuiamo a sopportare con prezzi «di vendita» invariati da anni. È necessario che l’adeguamento dei prezzi agli indici inflattivi sia automatico e obbligatorio.
Da qui le nostre proposte: da una parte è necessaria una riforma normativa che consenta l’adeguamento dei prezzi, obbligatorio e non su base discrezionale, in funzione delle dinamiche inflattive preservando l’equilibrio contrattuale per la sua intera durata, dall’altra la piena applicazione del codice. La normativa stabilisce che la revisione dei prezzi debba essere finanziata con i ribassi d’asta e attraverso il 50% delle somme stanziate nel quadro economico di gara da destinare a imprevisti. Questo valore è pari a una percentuale fra il 5% e il 10% dell’intero valore dell’affidamento.
La ristorazione collettiva, soprattutto quella scolastica, è un servizio essenziale, di qualità, con dei costi al di sotto dei quali non può più essere garantito. Perché, al primo posto, sono in gioco la salute e la crescita dei bambini, dei nostri cari negli ospedali, dei militari nelle caserme e di tutta la comunità al lavoro nel Paese.
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Riduci
Ansa
Di suicidio assistito parlano le civiltà anziane, dove la perdita di fede e la solitudine rendono il dolore insensato, quindi insopportabile. Legalizzarlo non dà libertà di scelta, ma suggerisce subdolamente a malati e parenti che la via più «razionale» è interrompere le cure.
Il dibattito in corso nel Paese sull’eutanasia mi porta a proporre ai lettori della Verità alcune considerazioni di carattere storico, bioetico e religioso.
La richiesta crescente di legalizzare il suicidio assistito deriva da alcuni fattori concomitanti: quello demografico, quello medico e quello ideologico.
Dal punto di vista demografico l’Occidente è un continente in via di estinzione: i giovani sono sempre di meno, gli anziani sempre di più. A questi ritmi il nostro destino è la scomparsa.
Ma cosa c’entra il declino demografico con l’eutanasia? Moltissimo. Anzitutto perché una società di anziani è una società vecchia anagraficamente ma anche spiritualmente, e, soprattutto, sola. Abbiamo tutti presente i nostri nonni o, per chi ha raggiunto una certa età, i nostri anziani genitori: quanto hanno bisogno della compagnia dei più giovani! Ricordo mia nonna, quasi novantenne, che dalla sua sedia in casa di riposo mi sussurrava: «Per fortuna sei venuto a trovarmi, ero stufa di stare con questi vecchiacci». Allora la cosa mi faceva sorridere e non capivo: i «vecchiacci» erano spesso più giovani di lei! Ma le vecchie generazioni hanno bisogno delle nuove, così come le nuove, delle vecchie. Il sorriso di un nipotino riporta la gioia sul volto di un nonno, così come la forza di un figlio adulto gli ridona serenità e sicurezza.
Ma quando i giovani mancano, questa solidarietà intergenerazionale viene a mancare. Declino demografico significa che i vecchi sono tanti e, per di più, sono soli! In queste condizioni la vita perde i suoi colori, perché la solitudine è spesso la più pesante delle malattie. È quindi chiaro perché l’eutanasia non sia a tema nei continenti dove i giovani, i figli, abbondano.
Viene da chiedersi perché i nostri governi, per decenni, non abbiano fatto pressoché nulla per sostenere la famiglia, per aiutare i genitori ad avere figli schivando almeno qualcuna delle mille trappole che la modernità ci impone. No, per decenni ci hanno detto che eravamo troppi, che avere figli era solo sacrificio, che la maternità e la paternità ostavano alla realizzazione lavorativa…
La seconda motivazione che rende oggi così popolare l’eutanasia è il progresso medico: viviamo molto più a lungo, con tanti benefici, ma, talvolta, verrebbe da dire, viviamo troppo. Se al troppo ci aggiungiamo la solitudine di cui sopra, il dramma risulta evidente.
Infine, la terza motivazione: le società secolarizzate stanno perdendo sempre di più il senso della vita. Nulla è più sacro, da molto tempo. Non è più sacra la famiglia, luogo degli affetti stabili e del reciproco aiuto; non lo è la vita dei concepiti; perché allora dovrebbe esserlo quella dei vecchi? Nietzsche diceva che «Dio è morto» e che questo avrebbe portato a guerre spaventose: la profezia si è avverata, con la Prima e la Seconda guerra mondiale, ma ormai l’uomo-atomo di oggi pensa più ad uccidersi, che ad uccidere. La sua prima guerra è contro sé stesso, contro la sua identità biologica, contro la sua stessa sopravvivenza. Perché viviamo? Non lo sappiamo. La mancanza di fede in Dio diventa anche mancanza di fede nel senso della vita; l’assenza di una Resurrezione rende incomprensibile la croce; il nulla ci avvolge a tal punto, che desideriamo raggiungerlo definitivamente. Dopo aver perso la speranza religiosa nella Felicità, anche il sogno di un piacere materiale infinito si è infranto: «tutto è mangiato, tutto è bevuto, nulla più da dire» (Paul Verlaine), nulla da cercare, nulla per cui spendersi!
Per fidarsi davvero della vita, per sposarsi, fare figli, sopportare il dolore, soffrire insieme con gli altri, per tuffarsi nella vita con slancio, scriveva Romano Guardini, bisogna anzitutto credere che la vita abbia un senso che la oltrepassa; che abbia un senso, anche quando non lo si vede… Senza senso, perché proseguire?
Scriveva Albert Camus: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».
L’Occidente ha dato per secoli una risposta: «Dio vide che era cosa buona». Vivere è bene, uccidersi è mancare all’amore per sé stessi, per i propri cari, per l’Autore stesso della vita. Per questo l’Occidente ha creato ricchezza, banche, ospedali, università, scienza, arte… Ma ora le radici si sono seccate. Il futuro è in tutti i sensi nelle mani di altri popoli, più giovani e più fiduciosi.
Dopo il suicidio di una civiltà, non rimane che il suicidio personale.
Si badi bene, però, che l’eutanasia in stile radicale nasconde mille pericoli. Basta osservare cosa accade nei Paesi dove è già legale: medici che uccidono di propria iniziativa, per liberare i posti letto o per delirio di onnipotenza; cliniche che trasformano la morte altrui in business; parenti che scelgono la morte dei loro cari per affrettare l’ottenimento dell’eredità; anziani che chiedono la morte perché spinti a sentirsi «un peso» per lo Stato e la famiglia; politici che ragionano ad alta voce, ricordando che la spesa sanitaria non è più sostenibile e che solo l’eutanasia salverà i bilanci…
Come non ricordare Jacques Attali, notissimo economista e banchiere francese, padrino di Macron, che già diversi anni orsono auspicava l’introduzione dell’eutanasia nei Paesi capitalisti, per motivi libertari ed economici, poiché «dal momento in cui si superano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e allora costa caro alla società»?
Se l’eutanasia divenisse legge, sarebbe già così un forte condizionamento. Oggi siamo condizionati, positivamente, da un’idea ben chiara: se abbiamo un parente malato, dobbiamo soccorrerlo, curarlo. È, quantomeno, un dovere di carità. Ma se passasse la legge, allora al posto del dovere, subentrerebbero spesso l’interesse, il fastidio, la fatica, l’incuria… Certo, a volte la fatica del vivere può arrivare alla disperazione e in questi casi le persone, purtroppo, si possono suicidare (nessuno, però, metterà in galera un suicida!). Ma che lo facciano da sole è una cosa, che la società si incarichi prima di legittimarle, assecondarle e poi magari di forzarle, in modo più o meno subdolo, è del tutto diverso. Rileggerei quanto scriveva sul Corriere della Sera, il 16 aprile 2005, l’ambasciatore Sergio Romano «Non vorrei che di queste pratiche (biotestamento, ndr), il giorno in cui fossero previste da una norma, si servissero i congiunti del vecchio malato per sospingerlo dolcemente verso l’eternità. Il mondo, caro Manconi, è molto meno buono di quanto non pensino i paladini delle campagne per la “buona morte”. I vecchi, quando non si decidono a morire, esigono tempo e cure. Se sono poveri, pesano sulle casse familiari. Se sono ricchi e benestanti consumano denaro che potrebbero lasciare agli eredi. Anche i parenti più affezionati finiscono per pensare, in queste circostanze, che il povero vecchio farebbe un favore a sé e agli altri se prendesse congedo. Qualcuno intorno a lui comincerebbe a lanciare qualche segnale e qualcun altro farebbe più esplicite allusioni. Fino al giorno in cui il pover’uomo o la povera donna arriverebbero alla conclusione che è meglio andarsene piuttosto che essere circondati da gente sgarbata e impaziente».
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Riduci





