Giorgia Meloni (Ansa)
Dopo averne criticato lo statuto, la Commissione parteciperà in qualità di osservatore al comitato ideato da Trump. La stessa formula scelta da Giorgia Meloni, che però ha scatenato le ire di dem e M5s. Antonio Tajani: «Critiche senza senso, allora pure Bruxelles è serva degli States?»
Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board of peace per Gaza, Bruxelles ha fatto dietrofront: la Commissione europea parteciperà alla riunione inaugurale come osservatore.
A rappresentare l’Ue giovedì a Washington sarà il commissario europeo per il Mediterraneo, Dubravka Suica. Nonostante le premesse di rito, ovvero che la Commissione «non sta diventando membro» del Board, il portavoce Guillaume Mercier ha comunicato che la partecipazione all’incontro è in virtù «dell’impegno di lunga data per l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza, nonché per prendere parte agli sforzi internazionali per sostenere la ricostruzione e la ripresa postbellica a Gaza».
A fargli eco anche la portavoce della Commissione, Paula Pinho, che ha messo in primo piano il ruolo svolto da Bruxelles: «Siamo i più importanti donatori per Gaza e per la Palestina. Ed è in questo senso e in questo ruolo che andiamo alla riunione. Abbiamo le competenze necessarie. Disponiamo già di un importante sostegno finanziario». Pare però che a Bruxelles piaccia poco essere etichettata con il nome di «osservatore», termine usato anche da Reuters. «Preferiamo non parlare di osservatore» hanno detto fonti dell’Ue, che invece vogliono spiegare i due aspetti della presenza europea: non diventare membri, ma essere presenti «alle discussioni su Gaza».
La virata non è il risultato di un qualche cambiamento richiesto da Bruxelles e adottato dal Chair, ovvero Donald Trump, ma è l’ennesimo giro di valzer made in Ue. Il 23 gennaio, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, aveva espresso «seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of Peace» ovvero «il suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la Carta delle Nazioni unite». E invece ieri, pur ritenendo sempre critici questi aspetti, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che «l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, è in contatto con i membri e, al Consiglio affari esteri, i ministri discuteranno con Nikolay Mladenov (l’Alto rappresentante del Board, ndr) di come l’Ue potrà contribuire».
La recente scelta del governo italiano di prendere parte al Board come osservatore non stona quindi con la linea europea. Lo stesso ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato ieri: «Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione europea». In tal modo non si è vincolati «all’articolo 9 dello statuto del Board» che «è in contrasto con la Costituzione». L’iniziativa, ha proseguito Tajani, si spiega con il ruolo svolto dall’Italia: «Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più. Siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah». Tra l’altro, l’inversione di Bruxelles è andata probabilmente oltre le aspettative del Quirinale, che si è voluto mantenere distante dall’acceso dibattito tra il governo e l’opposizione. Poco prima della svolta europea, il Corriere della Sera aveva fatto sapere che «non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come osservatore».
In questo contesto, le critiche dell’opposizione sembrano obsolete. «Mi chiedo fino a che punto Meloni voglia umiliare la tradizione diplomatica di questo Paese per non scontentare Trump» ha detto il segretario del Pd, Elly Schlein. Per i parlamentari M5s delle Commissioni esteri di Camera e Senato si tratta dell’«ennesimo atto di sudditanza di Meloni che degrada l’Italia a vassallo degli Stati Uniti e allontana il nostro Paese dal novero dei Paesi europei che contano». Peraltro, Tajani, al Corriere della Sera, ha risposto alle critiche: «Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione europea, che sarà presente con la responsabile del Mediterraneo Dubravka Suica, è asservita all’America? E Cipro che ha la presidenza di turno? Non capisco cosa ci sia da strepitare». Tra gli osservatori ci saranno infatti anche Cipro, la Romania e la Grecia, mentre la Germania sta valutando. Di certo il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sarà a Washington, ma una fonte del governo ha rivelato che «il cancelliere ha continuamente contatti con Meloni». Nel frattempo, ieri è stato organizzato un vertice a Palazzo Chigi tra il premier, Giorgia Meloni, Tajani, il vicepremier, Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi. Il confronto, oltre al Board, ha riguardato le priorità dell’ultimo anno dell’esecutivo, la legge elettorale e il decreto energia. E nonostante non sia ancora noto chi rappresenterà l’Italia a Washington, se Tajani o Meloni, a fare da preludio alla riunione del Board saranno oggi le comunicazioni del vicepremier al Parlamento a cui seguiranno le votazioni.
Continua a leggere
Riduci
Emmanuel Macron e Friedrich Merz (Ansa)
Sberla del ministro tedesco all’Eliseo: «Prima di parlare di autonomia faccia i compiti».
«Siamo in grado di difenderci solo insieme agli Stati Uniti, non da soli»: le parole del ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, in tempi in cui la forza della ragione avesse la prevalenza sulle fantasie propagandistiche sarebbero perfino banali, e invece fanno notizia. Il motivo?
Semplice: siamo letteralmente circondati da proclami su una presunta indipendenza strategica dell’Europa, proclami per lo più provenienti da Parigi e riecheggianti a Bruxelles, e dunque il bagno di realtà che arriva dalla pragmatica Berlino squarcia un velo di ipocrisia che da qualche giorno, in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, avvolge dibattiti, editoriali, opinioni e prime pagine di quei giornali. Il ragionamento di Wadephul è di una linearità esemplare: «Siamo in grado di difenderci solo insieme agli Stati Uniti», dice il ministro degli Esteri tedesco a radio Deutschlandfunk, «non da soli. Questa è la realtà. Questa è la cosa più fondamentale e importante che abbiamo.
E consiglio vivamente di porre fine a questi dibattiti sulla messa in discussione dell’alleanza Nato e della sua coesione. Nessuno a Washington compie queste discussioni. Senza l’ombrello nucleare degli Stati Uniti, non siamo in grado di difenderci qui. Questa è la realtà».
Tra tanti esponenti politici che si dilettano a elaborare teorie mistiche sulla indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti, Wadephul sembra Aristotele: questa è la realtà, e con questa tocca fare i conti. Il ministro ne ha anche per Emmanuel Macron, e anche in questo caso va giù piatto: «I Paesi della Nato», affonda i colpi Wadephul, «si sono impegnati a versare il 5 per cento del Pil per la difesa. Attendo con ansia il discorso del presidente francese Emmanuel Macron a fine febbraio, in cui si prevede che affronterà questioni strategiche. Macron parla giustamente e ripetutamente della ricerca della sovranità europea; chi ne parla deve agire di conseguenza nei propri Paesi. Purtroppo gli sforzi compiuti dalla Francia per raggiungere questo obiettivo sono stati finora insufficienti. Chiunque oggi parli di indipendenza dagli Stati Uniti dovrebbe prima fare i compiti a casa, e l’Europa ha ancora molto lavoro da fare in tal senso». Altro che «rottura dell’asse Meloni-Merz», qui siamo di fronte alla certificazione (se pure ce ne fosse ancora bisogno) che l’Europa non è un monolite condotto dalla valorosa Ursula von der Leyen, ma un insieme di Stati che, a parte la moneta, di comune non hanno proprio nulla: ognuno va (giustamente) per conto suo e le alleanza tra i singoli membri si consolidano o si rompono a seconda degli interessi nazionali, con la certezza granitica che immaginare una indipendenza dagli Usa è una pia illusione. L’Europa, se vuole contare qualcosa in quanto tale, deve fare esattamente quello che le chiede, in maniera ruvida ma sincera e schietta, Donald Trump: spendere i soldi necessari per la difesa. Anche perché, e questo pure lo sanno tutti, il famoso «ombrello nucleare francese» non potrebbe mai rappresentare una forma efficace di deterrenza nei confronti di Russia e Cina, sia per il numero di testate atomiche (290 quelle di Parigi, 6.000 quelle di Mosca, 600 le cinesi, mentre gli Usa ne hanno poco più di 5.000) sia perché le armi nucleari francesi non hanno la diversificazione operativa dei competitors mondiali. Che l’Europa altro non sia che una unione di Stati che vanno ognuno per la sua strada lo dice anche (dal suo punto di vista dolendosene) Massimo Cacciari sulla Stampa: «Gli accordi Italia-Germania», scrive il filosofo, «sanciscono la realtà di fatto maturata dall’euro in poi: che l’Europa è l’Europa degli Stati, punto e basta. Logica conseguenza che i diversi Stati finiscano con l’accordarsi tra loro, attraverso patti bilaterali, perfino su problemi di politica estera, alla faccia delle chiacchiere sugli eserciti comuni, e se Bruxelles segue, bene, altrimenti pazienza». I proclami di Mario Draghi ed Enrico Letta, dunque, non convincono proprio nessuno. Non si arrende all’evidenza Paolo Gentiloni: «La volatilità americana», dice l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo, «ha indebolito la fiducia nel dollaro che nel 2025 ha avuto la peggiore performance da 50 anni. L’Europa deve cogliere questo momento e far diventare gli Eurobond permanenti». Insomma, scatenare un bel conflitto economico con Washington. Proprio quello che serve per affossare completamente l’economia europea.
Continua a leggere
Riduci
content.jwplatform.com
Sul palco della Triennale di Milano, dove si è svolta la presentazione del report Your Milano Next 2026, il presidente del Senato è intervenuto nel dibattito sulla costruzione del nuovo impianto milanese: «Quello nuovo sarà uno spazio moderno che servirà a Milan e Inter. L'altro sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto. È così bello che io me lo terrei per tutta la vita».
A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
Continua a leggere
Riduci
iStock
Assolto l’uomo accusato di essere un falso invalido: era «solo» un pericolo ambulante.
Lo Stato italiano lo aveva preso per un falso invalido. Oggi, al termine del processo, si scopre che era un falso... «valido». Ma c’è sempre qualcosa che non va nell’incredibile storia di questo imprenditore pakistano accusato di aver truffato l’Inps fingendosi cieco. «Guidava il Suv», dimostrarono le Fiamme gialle. Alla fine si è capito che cieco lo era davvero: nessun truffa alle casse pubbliche, ma più di qualche interrogativo sulla sua prontezza alla guida.
I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
Continua a leggere
Riduci





