Teheran (Ansa)
A dare l'annuncio il ministro della Difesa dello Stato Ebraico, Israel Katz, dichiarando lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese. La Farnesina ha istituita un'unità di crisi in contatto con le ambasciate a Teheran e Tel Aviv. Tajani: «La priorità è la sicurezza dei nostri connazionali».
Israele ha lanciato stamattina quello che il ministro della Difesa Israel Katz ha definito un «attacco preventivo» contro l'Iran, mentre in tutto il Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza in previsione di possibili ritorsioni con droni e missili balistici. Secondo il ministero dei Trasporti, lo spazio aereo israeliano è stato chiuso subito dopo l'operazione militare. I raid hanno preso di mira missili balistici e sistemi di lancio, considerati da Israele una minaccia grave e immediata.
Le forze armate degli Stati Uniti stanno partecipando attivamente agli attacchi israeliani, secondo due ufficiali anonimi citati dall'emittente televisiva Cnn. Una colonna di fumo si è alzata dal centro cittadino in seguito a un'esplosione avvenuta nei pressi degli uffici della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Non è chiaro se il leader ottantaseienne si trovasse sul posto: l'ayatollah non appare in pubblico da giorni, in concomitanza con l'aumento delle tensioni con Washington. Testimoni a Teheran hanno riferito di una prima detonazione nei pressi dell'ufficio di Khamenei; la televisione di Stato iraniana ha confermato l'esplosione senza indicarne le cause. Ulteriori scoppi sono stati uditi successivamente nella capitale, mentre le autorita' non hanno diffuso informazioni su eventuali vittime.
Per settimane gli Stati Uniti hanno concentrato nella regione un imponente dispositivo militare, tra caccia e navi da guerra, nel tentativo di spingere Teheran a un accordo sul programma nucleare. Il presidente Donald Trump punta a limitarne lo sviluppo, ritenendo favorevole il momento di difficoltà interna del Paese, scosso da proteste nazionali e crescente dissenso. L'Iran, che afferma il diritto ad arricchire uranio, non intende negoziare su altri dossier, come il programma missilistico a lungo raggio o il sostegno a gruppi armati come Hamas e Hezbollah. Teheran ha avvertito che, in caso di attacchi, il personale e le basi militari statunitensi nella regione potrebbero diventare obiettivi di ritorsioni. E secondo quanto riferito dal New York Times, questa offensiva sarà più esteso rispetto ai raid di giungo contro gli impianti nucleari iraniani.
Nel frattempo, i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno già istituito un tavolo di lavoro e monitorano gli sviluppi. Tajani ha scritto sul suo profilo X: «Seguo gli sviluppi della situazione in costante contatto con le ambasciate d'Italia a Teheran ed a Tel Aviv», aggiungendo che «la priorità è la sicurezza dei nostri connazionali», e che alla Farnesina è già al lavoro l'unità di crisi. Crosetto, per parte sua rassicura che «allo stato attuale, il personale della Difesa italiana non risulta coinvolto negli eventi in atto», sottolineando che «la priorità resta la sicurezza dei nostri militari e di tutto il personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali».
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Riduci
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2026-02-28
Ci sono altre morti sospette tra i piccoli: l’indagine sul sistema Monaldi s’allarga
Ansa
- Dopo un esposto, la Procura farà accertamenti su due decessi. Tra cui una bimba che attendeva il trapianto. Parla la mamma di Domenico: «Condizioni inadeguate, facevo io le pulizie».
- Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata». Nella relazione della Regione emerge pure «comunicazione inefficace tra le équipe».
Lo speciale contiene due articoli.
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
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Ansa
Una catena di errori ha ucciso il piccolo dal cuore malato e anche, per la seconda volta, il bimbo che gliene aveva donato uno nuovo, bruciato da adulti inadeguati. Ma i medici non sono i soli responsabili: anche la politica deve rispondere di tanta incuria.
L’altra sera ero ospite di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio. Si parlava della straziante morte del piccolo Domenico Caliendo. Erano ospiti anche la mamma, la signora Patrizia Mercolino, e l’avvocato Francesco Petruzzi. Non avevo occhi che per quella signora. Ma c’è stato un momento - confesso - in cui avrei davvero voluto abbracciarla; è stato quando il legale ha raccontato che il bambino sarebbe rimasto col torace aperto senza il cuore per almeno 14-15 minuti. «Il cuore malato di Domenico era già stato espiantato ed era poggiato su un piccolo telo verde del banco accanto al lettino».
Sono come andato in apnea. Ma come fa quella madre a reggere? Così quando Del Debbio mi ha dato la parola dopo l’intervento di Pierpaolo Sileri, ex viceministro ma soprattutto medico chirurgo, non pensavo ad altro che a quella immagine; così con un coinvolgimento emotivo totale le ho detto che avrei voluto abbracciarla, che le volevamo bene e che le stavamo vicini in una battaglia disumana. Già, perché non è umano che una madre per avere giustizia debba rivivere tutte le volte la Via Crucis del proprio figlioletto. Immaginare che il proprio bimbo - della cui vita lei, il marito e i fratelli hanno potuto condividere solo pochi mesi, dentro i quali si sono accartocciati tutti i chiaroscuri della vita, tutte le vette e tutti gli abissi - fosse con il torace aperto, senza il proprio cuoricino perché adagiato su un telo verde, in balia di primari troppo superbi, almeno in quelle fasi, per essere considerati medici, ecco: immaginare questo e riviverlo è come attrezzarsi per scandagliare le profondità scurissime della tragedia.
Sì, questa è la croce poggiata sulle spalle di mamma Patrizia: farsi spazio tra le miserie umane per avere giustizia. Un’esplorazione che non ha dolori eguali. Ho accompagnato da poco mio papà nel suo trapasso e ricordo l’ultima notte che abbiamo dormito assieme prima che il mattino dopo si spegnesse; ma se accompagnare i genitori è una tappa naturale della vita, così non è quando tocca ai genitori accompagnare i figli. Qui poi siamo addirittura oltre, perché non bastavano la malattia grave di Domenico né un’altra sofferenza - la vita dell’altro bambino, donatore, deceduto per un annegamento - che poteva trasformarsi in vita e invece ha sommato i dolori; non bastava perché le stazioni della Via Crucis sono aumentate e si sono riempite di particolari raccapriccianti, di vergognosi silenzi, di colpevoli omissioni. Non è morto un bambino: hanno ucciso un bambino! È un’altra cosa.
Quel bambino è morto per colpa di qualcuno in particolare, qualcuno che se è in cima a una organizzazione si prende tutta la responsabilità. Poi ci sono quelli che coprono, che non dicono: cos’altro non c’è nella cartella clinica? Ma dico di più: sicuri che non vi siano alterazioni in quella cartella? E che dire di un primario che sparisce, che ha paura di guardare negli occhi Patrizia e Antonio? Che dire di una direzione generale e di una direzione sanitaria incapaci di andare oltre i comunicati per esprimere cordoglio. Devono metterci la faccia, non essere stupiti che i pazienti ora temano. Costoro sono di nomina politica? E allora anche la politica deve ammettere che ha scelto persone sbagliate, e che la lottizzazione intossica non solo la sanità ma le vite degli altri. La politica che si accapiglia sui soldi che mancano e poi però balbetta, non agisce, inciampa quando tutto il mondo vede che il cuore di un bambino che poteva salvare la vita di un altro bambino viene trasportato dentro un contenitore tipo quelli del picnic, quando l’ospedale aveva in dotazione box di nuova generazione inutilizzati: a che gioco state giocando? Incapaci! Quante sono le strutture che non impiegano macchinari acquistati e inutilizzati? Qui non è più solo una questione di ghiaccio secco, ma di chi, di quel ghiaccio secco, aveva «autorizzato» l’impiego.
I fatti che emergono ci fanno sapere che il cuore del piccolo donatore (che non può sparire dai nostri pensieri, perché la sua morte poteva ridiventare vita) era diventato «una pietra durissima» e che per un quarto d’ora Domenico era svuotato del suo cuoricino che, pur malandato, soffiava vita. Mi domando: ma il cuore di questi primari, di questi professori così pieni di sé in sala operatoria da sentirsi Dio, dov’è? Dov’è? Come si può festeggiare il Natale quando il 23 dicembre sai che un bambinello nella tua sala operatoria veniva umiliato, disonorato, portato alla morte? Un bimbo tenuto col torace aperto, col cuore espiantato in attesa di un cuore che la generosità ridona e che invece la miseria di professionisti sciatti e menefreghisti spegne; e poi silenzi, tentativi di scaricare le colpe, arroganza e negligenza: quanto è forte mamma Patrizia in questa salita a piedi scalzi verso una giustizia vera e giusta. L’altra sera ho pianto in tv. E non sono stato il solo.
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Carlo Nordio (Ansa)
L’indagine sul caso Almasri a carico della Bartolozzi, che non gode dell’immunità, sembra una strategia per portare in aula anche il ministro della Giustizia e Piantedosi come testimoni. La memoria va a Enzo Carra.
L’avviso di conclusione indagini, preludio di un processo, a carico di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, mi ha riportato alla memoria un episodio di tanti anni fa. Era il 4 marzo del 1993 quando il pool di Mani pulite dispose l’arresto di Enzo Carra, portavoce dell’allora segretario della Dc, Arnaldo Forlani. A San Vittore, carcere milanese dove stazionavano perennemente i cronisti, fu portato in manette e la foto del giornalista con gli schiavettoni (prima di diventare capo ufficio stampa della Democrazia cristiana era stato a lungo redattore ed editorialista del quotidiano romano Il Tempo) fece il giro delle redazioni.
Secondo i pm, Carra era a conoscenza di una tangente di cinque miliardi pagata da un dirigente Eni al partito, ma il portavoce di Forlani negò di sapere e dunque finì in carcere con l’accusa di falsa testimonianza. In pratica, non riuscendo ad arrivare al pesce grosso, la procura se la prese con quello piccolo.
Ecco, la storia di Giusi Bartolozzi mi sembra uguale. I pm di Roma che indagano sul caso Almasri, ossia sulla liberazione del capo delle milizie libiche, avrebbero voluto mandare a processo Carlo Nordio, insieme a Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, cioè mezzo governo, ma il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere, dunque non restava che Bartolozzi, la quale pur non avendo avuto un ruolo diretto nella vicenda viene accusata di falsa testimonianza, proprio come Carra. Cioè i ministri, grazie all’immunità, sono usciti dalla porta, ma i magistrati provano a farli rientrare nell’inchiesta dalla finestra, perché in un eventuale processo al capo di gabinetto di sicuro chiamerebbero a testimoniare Nordio, Piantedosi e Mantovano, i quali in tribunale - ma non come imputati - avrebbero l’obbligo di rispondere. L’espediente è contestato dal governo, che dopo i passi ufficiali della Procura, probabilmente contesterà le decisioni dei pm davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che in questo modo si violano comunque le garanzie parlamentari. Vedremo come si risolverà la faccenda.
Ciò detto, il caso mi riporta alla memoria un altro fatto, che credo spieghi bene perché questa faccenda sia tutta politica e assai poco giudiziaria. Mi spiego. Cominciamo con ricostruire brevemente la vicenda. Osama Almasri è - o era, visto che in Libia le cose sono sempre in movimento - il capo di una milizia che controllava il carcere di Mitiga, a Tripoli. La Corte penale internazionale dell’Aia lo accusò di gravi crimini nei confronti dei migranti e nel gennaio dello scorso anno ne dispose l’arresto.
Il generale in quei giorni era a spasso per l’Europa, ma curiosamente nessuno in Germania e negli altri Stati Ue si occupò di sottoporlo a fermo. Poi, una volta giunto a Torino, ecco scattare l’arresto. Per un paio di giorni Almasri rimane a disposizione dell’autorità giudiziaria. Poi, non essendo arrivata alcuna decisione del ministero della Giustizia, la Corte decide la sua scarcerazione e con un volo dei nostri servizi segreti viene rimpatriato. Sul perché Nordio non abbia agito in quelle 48 ore ci sono diverse versioni: quella ministeriale è che l’Aia abbia sbagliato le procedure, non allegando gli atti indispensabili. Quella della Procura è che la decisione del governo sia stata politica e i ministri si siano resi responsabili di omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento (nei confronti di Almasri) e peculato (per aver rispedito il miliziano su un volo dei nostri 007).
Ora, a me pare evidente che il generale libico è stato riportato in Libia per evitare che Tripoli per rappresaglia ci invadesse con migliaia di migranti o arrestasse qualche nostro connazionale, come è accaduto a Teheran con Cecilia Sala. È assolutamente chiaro che l’interesse nazionale fosse prevalente rispetto a tutto il resto, anche alla necessità di consegnare alla corte dell’Aia un torturatore. E a questo proposito ricordo un episodio raccontato da Francesco Cossiga. Durante le esequie di Enrico Berlinguer, a Padova, un giudice veneto spiccò un mandato di cattura contro Arafat. Il capo dei palestinesi fu prelevato mentre era in corso la cerimonia e portato a Palazzo Giustiniani, nell’alloggio di Cossiga, ai tempi presidente del Senato. Lì rimase per il tempo necessario ad accordargli una robusta scorta dei reparti speciali della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri. A ricordarlo è l’ex capo dello Stato: «Quando gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati del mandato di cattura finalmente individuarono il luogo dove si trovava Arafat, cioè l’aeroporto di Ciampino, quando essi vi giunsero, l’aereo privato egiziano che lo trasportava guarda caso era già decollato».
Qualcuno indagò Cossiga e quanti avevano organizzato la fuga? Fu rinviato a processo il suo portavoce o il suo capo della segreteria? No, perché come spiegava l’allora presidente della Repubblica, «vi sono dei casi in cui gli interessi internazionali dello Stato richiedono che l’azione penale non sia esercitata o non sia comunque soddisfatto l’interesse alla soddisfazione della pretesa punitiva dello Stato». Chiaro, no?
Dunque, perché processare una funzionaria se il suo ministro ha fatto prevalere l’interesse nazionale?
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