Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 23 febbraio con Carlo Cambi
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Leone XIV: «La pace non va rimandata». Steve Witkoff: «Vertice Putin-Zelensky a breve».
A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, né Kiev né Mosca hanno mai fornito un bilancio completo e verificabile delle vittime, civili e militari. L’ultimo dato ufficiale ucraino risale al 4 febbraio: intervistato da France 2, il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato di 55.000 soldati uccisi dal 24 febbraio 2022, contro i 43.000 indicati a dicembre 2024. Lo stesso Zelensky ha ammesso che il numero non restituisce l’intera portata del conflitto, sottolineando che «un gran numero» di persone risulta disperso. Sei mesi fa il ministero dell’Interno di Kiev segnalava oltre 70.000 dispersi ufficiali tra militari e civili, lasciando intuire un impatto ben più ampio.
Sul fronte russo, il 13 febbraio Mediazona e il servizio russo della Bbc hanno confermato 177.433 militari morti, cifra poi salita con l’aggiunta di altri 9.291 nomi. Tra questi figurano 57.200 volontari, 21.400 detenuti reclutati, 17.000 mobilitati e 6.414 ufficiali. Si tratta però di stime basate su fonti aperte e quindi parziali. Il Center for strategic and international studies stima per Mosca quasi 1,2 milioni di perdite complessive tra morti, feriti e dispersi: circa 325.000 i caduti, con un rapporto tra 2,5:1 e 2:1 rispetto a Kiev. Le forze ucraine avrebbero registrato tra 500.000 e 600.000 perdite totali, di cui 100.000-140.000 morti fino a dicembre 2025. Se il ritmo restasse invariato, le perdite combinate potrebbero sfiorare i 2 milioni entro la primavera 2026.
Mentre i combattimenti sul terreno continuano, la Russia - ha denunciato Zelensky - ha lanciato nella notte un’offensiva su larga scala contro l’Ucraina, utilizzando, a suo dire, «quasi 300 droni» e «circa 50 missili di varia tipologia, in larga parte balistici». Le autorità russe hanno disposto una riduzione dei movimenti aerei nei quattro aeroporti della Capitale dopo che le difese hanno neutralizzato undici droni ucraini in avvicinamento a Mosca. A comunicarlo è stata l’agenzia federale per il trasporto aereo Rosaviatsia, precisando che le limitazioni sono state introdotte a scopo precauzionale, per tutelare la sicurezza dei voli. Provvedimenti simili sono scattati anche in altri scali della Russia europea, tra cui Nizhni Novgorod, Saratov, Kaluga e Yaroslavl. Il sindaco di Mosca, Sergey Sobyanin, ha riferito che i sistemi antiaerei hanno intercettato fino a undici velivoli senza pilota diretti verso la metropoli da oltre 13 milioni di abitanti. Già dalle prime ore del mattino, secondo le autorità, 71 droni erano stati abbattuti nelle regioni russe al confine con l’Ucraina. Nel corso della notte, altri 86 dispositivi sarebbero stati distrutti in otto diverse regioni e nella penisola di Crimea annessa. Sul piano diplomatico, entro tre settimane è previsto un nuovo ciclo di colloqui tra le delegazioni di Ucraina e Russia, con la possibilità di un vertice. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, intervistato da Fox News e citato da Ukrinform, ha spiegato che insieme a Jared Kushner sono state presentate proposte a entrambe le parti. Non si esclude un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin entro tre settimane, eventualmente in formato trilaterale con Donald Trump, «La pace può essere raggiunta attraverso il dialogo», ha dichiarato Kirill Dmitriev alla Tass, lodando l’impegno americano per favorire una soluzione della crisi e riattivare le relazioni tra Mosca e Washington. Nel frattempo l’Ue deve confrontarsi con la posizione del premier ungherese, Viktor Orbán, che ha annunciato contromisure dopo il blocco del flusso di petrolio deciso da Kiev sull’oleodotto dell’Amicizia, minacciando lo stop a forniture e sanzioni.
A riportare il focus sulla dimensione umana del conflitto è stato infine papa Leone XIV che, durante l’Angelus, ha evocato il dolore delle vittime, le famiglie spezzate e le cicatrici che segnano intere generazioni. «Ogni guerra rappresenta una lacerazione per tutta l’umanità», ha ammonito, sollecitando un cessate il fuoco immediato, l’interruzione dei bombardamenti e un rilancio deciso del dialogo quale unica via per costruire la pace. Il Pontefice ha quindi invitato i fedeli a pregare per tutte le vittime dei conflitti. Alle sue parole ha fatto eco il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, che su X ha espresso apprezzamento per l’intervento della Santa Sede: «Siamo riconoscenti a Sua Santità per la compassione e la guida morale. Il suo appello alla tregua è quanto mai urgente. L’intera comunità internazionale auspica che la Russia ponga fine alle ostilità e scelga la diplomazia invece di ulteriori attacchi brutali».
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Riduci
C’è un aviatore milanese del quale ormai si parla poco. Eppure è medaglia d’oro al valor militare e la sua famiglia ha produsse qualcosa che tutti bambini hanno avuto.
Nicolò Zanon (Ansa)
Il costituzionalista a capo del Comitato per il Sì ricorda la sua esperienza nell’organo di autogestione dei giudici, in balìa delle correnti: «Lottizzati pure i segretari e i tavoli della buvette: quello più grande e bello era per Magistratura democratica».
Nicolò Zanon, costituzionalista, ex vicepresidente della Consulta e presidente del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia: il capo dello Stato invita ad abbassare i toni, a un mese dal voto. Qualcuno ha esagerato?
«Il richiamo del presidente Mattarella va condiviso, perché se ne sono sentite di tutti i colori. I sostenitori del No hanno messo in campo, fin da subito, argomentazioni paradossali pesantissime. Ho letto addirittura che esisterebbe un “filo nero” che collega la strage di Bologna, la loggia P2 e la separazione delle carriere. Incredibile».
Sono le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, nonché responsabile del comitato locale per il No.
«Nel frattempo, il vicesegretario dell’Anm Rocco Maruotti dice che con la vittoria del sì la polizia potrà uccidere innocenti, come a Minneapolis. Un’affermazione ancora più sconcertante, visto che arriva da un magistrato. Riconosco con amarezza che i nostri avversari fuggono dal “testo” della riforma e si rifugiano nel “contesto”. Un escamotage che permette loro di fare leva sulla paura. E quando ti basi sulla paura, puoi dire qualsiasi cosa e tirare in ballo chiunque, persino Trump, Putin e Orbán. Sarebbe più corretto e maturo restare concentrati sui contenuti della riforma, che andrebbe spiegata ai cittadini con raziocinio e lucidità. E poi ognuno, in cuor suo, deciderà liberamente».
Il giurista ed ex parlamentare riformista Augusto Barbera ha parlato di «post verità» applicata al referendum. In pratica, far leva sulle emozioni anziché sulla ragione.
«Chi sostiene il No, non trovando validi argomenti nel merito, sta utilizzando a piene mani il linguaggio del populismo, che ha sempre rimproverato a certi ambienti della destra. Effettivamente, è uno strano paradosso».
Non ha l’impressione che ad urlare più forte contro questa riforma non sia tanto l’opposizione politica, quanto la magistratura?
«Sì, e questo mi mette a disagio. Questi magistrati dicono di voler difendere la Costituzione, ma in realtà stanno difendendo il potere dell’Anm. Il fatto che l’Associazione nazionale magistrati si sia costituita come soggetto politico, attraverso la formazione di un comitato, spalanca un tema molto serio, perché questa campagna lascerà delle macerie».
Quali macerie?
«Il giorno dopo il referendum tutti continueremo ad essere cittadini della stessa Repubblica, chiunque vinca. Ma con quali occhi guarderemo alla magistratura dopo una campagna feroce come questa?».
Intende dire che l’immagine della magistratura è stata compromessa dai toni utilizzati in questi giorni?
«L’Anm sta utilizzando “armi nucleari” in questa campagna referendaria, ma così facendo rende la magistratura radioattiva agli occhi degli italiani. Di questo non si preoccupano, non considerano gli effetti che questa sovraesposizione di tipo politico avrà sulla fiducia dei cittadini e sull’immagine dei magistrati. Purtroppo gli eccessi di questi giorni nuoceranno all’ordine giudiziario, a prescindere l’esito del voto».
Diverse personalità della sinistra voteranno Sì. Ma tra i magistrati non si registrano molti scavallamenti di campo. Come se lo spiega?
«In realtà nel nostro comitato ci sono molti magistrati, sia in servizio che a riposo, che hanno deciso di non nascondersi. Credo che molte toghe, in silenzio, voteranno Sì, e saranno più di quante immaginiamo, per mettere fine al potere delle correnti sulla vita professionale dei magistrati».
Da ex membro del Csm, ha toccato con mano questo potere correntizio?
«Ricordo alcune prassi divertenti: c’era una buvette all’ultimo piano del Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore. In pausa pranzo i togati ci andavano per consumare il pranzo, su tre tavoli diversi. Il tavolo più grande e più bello, con vista sulla piazza, era “riservato” ai membri di Magistratura democratica e di Area. Il tavolo un po’ più centrale era per la corrente centrista di Unicost. Il tavolo un po’ più piccolo e appartato era per la corrente conservatrice. Insomma, anche la buvette era lottizzata».
E a parte la pausa pranzo?
«Persino i magistrati segretari, cioè quelli che assistevano il lavoro dei consiglieri nelle commissioni, erano a loro volta lottizzati, scelti dalle correnti attraverso un metodo di spartizione. Controllavano il lavoro di tutti, e addirittura partecipavano alle riunioni di corrente. Dovevano essere funzionari istituzionali, e invece erano uomini di parte. Per fare un paragone: è come se i funzionari della Camera dei deputati, assunti per concorso, fossero scelti dai partiti».
Oggi il Csm funziona ancora così?
«Un po’ meno, ma il potere delle correnti resta fortissimo. Senza contare la contiguità tra giudici e pm. Una contiguità che non si esaurisce nel Csm, ma inizia nei consigli giudiziari locali, una sorta di “piccoli Csm” sul territorio. Spesso il giudice che ha bisogno di un provvedimento si confronta con il pm presente nel consiglio giudiziario, che poi è la stessa persona che incontrerà nell’aula di tribunale. Sono proprio queste “connessioni” che tolgono indipendenza a tutti gli attori del processo».
È vero che, con il sorteggio, i nuovi Csm non saranno più rappresentativi?
«Un magistrato indipendente, nel Csm, deve dare a ciascuno ciò che merita. Un magistrato “rappresentativo”, invece, sarà naturalmente portato a favorire i colleghi che lo hanno votato. Con il risultato che per i nemici le regole si applicano, e per gli amici si interpretano».
Resta il fatto che il sorteggio sembra uno strumento grossolano per risolvere il problema.
«Il sorteggio è un antibiotico, una medicina eccezionale che deve rimediare a una situazione eccezionale. I Costituenti non immaginavano che l’elezione dei membri del Csm avrebbe favorito la nascita di un meccanismo correntizio che avrebbe esacerbato le ideologie e trasformato ogni questione in una battaglia campale».
Il sorteggio per i membri togati è «puro», quello per i membri scelti dal Parlamento si basa su una lista di partenza. Non c’è il rischio che i membri scelti dalla politica si muovano più compatti rispetto agli altri?
«Anche questa argomentazione non regge. Il Parlamento deve formare una lista nella quale i membri laici vengono sorteggiati. L’imprevedibilità del sorteggio indurrà tutti i partiti a scegliere candidati autorevoli e indipendenti, per ridurre il rischio di ritrovarsi nel Csm personalità dichiaratamente ostili. Dunque, con questa riforma, il controllo della politica sul Csm diminuisce anziché aumentare».
Il pubblico ministero non finirà sotto il controllo del governo?
«Al contrario: questa riforma mette nero su bianco, a chiare lettere, che il pm è indipendente e possiede un suo organo di autogoverno. Una protezione vistosa che oggi nella Costituzione non c’è, e che viene introdotta dal nuovo testo costituzionale».
È una riforma di sinistra, nata con il codice del partigiano Giuseppe Vassalli?
«È singolare che molta parte della sinistra abbia dimenticato le origini culturali della separazione delle carriere. Alcune personalità riformiste, schierandosi con il Sì, stanno dando una lezione di cultura politica al Pd. Non dimentichiamo che fu Giacomo Matteotti il primo a scrivere che il pubblico ministero è solo una parte del processo».
Una riforma «antifascista», che ci allinea ad altri Paesi democratici: possiamo definirla così?
«Sì, perché fu il fascismo, con la proposta sull’ordinamento giudiziario del ministro Dino Grandi, a teorizzare l’unità delle carriere tra giudici e pm come suggello dell’unità totale del potere statale, in disprezzo a qualsiasi forma di separazione dei poteri».
Molti, nell’opposizione, voteranno No per lanciare un siluro politico contro l’attuale governo.
«Questo atteggiamento tradisce la Costituzione, perché trasforma il voto referendario in un’elezione politica, a prescindere dalla scadenza naturale del Parlamento che è fissata al 2027. L’istituto referendario è previsto dalla Carta per consentire ai cittadini di pronunciarsi sul merito specifico di una proposta: snaturare questo strumento significa voltare le spalle a quella Costituzione che si afferma di voler difendere».
Se passa il Sì, i magistrati saranno più responsabili per gli errori giudiziari?
«Attualmente nella sezione disciplinare del Csm ci sono magistrati eletti da altri magistrati. In pratica, gli elettori scelgono i loro giudici. Pensiamoci un attimo: quale comune cittadino, in Italia, ha il privilegio di scegliersi i propri giudici? E viceversa, quanto può essere corretto e imparziale il giudizio nei confronti di un collega magistrato che ti ha accordato il proprio voto? L’Alta Corte introdotta dalla riforma, è basata su altre logiche, e potrebbe dare un aspetto più serio alla giustizia disciplinare. Facendo in modo che chi sbaglia paghi davvero».
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