(Ansa)
Piazze, strumentalizzazioni e bugie sono il segno che il cambiamento sulla giustizia fa paura. Ma i timori per le tensioni in Medio Oriente e per i rincari di pieno e bollette possono condizionare il voto del 22-23: il governo ci pensi per evitare flop.
Dicono che la separazione delle carriere serva a mettere i pubblici ministeri sotto il controllo della politica e dunque a indebolirli per poi porli al servizio del governo. Però allo stesso tempo dicono che la separazione delle carriere creerà un gruppo autoreferenziale di magistrati che non risponderà a nessuno. «Così si trasformano i pm in una casta separata di 2.200 Torquemada autoreferenziali, autogestiti con il loro Csm, più potenti e agguerriti di ieri»: Marco Travaglio scripsit.
Dicono che nel caso in cui al referendum vincesse il Sì, la vita dei cittadini sarebbe a rischio (Enrico Grosso verbum), ma a guardare le statistiche dei risarcimenti per ingiusta detenzione, si capisce che la vita dei cittadini è già messa a repentaglio e non certo dalla riforma della giustizia, bensì dagli errori giudiziari, che in 35 anni sono stati più di 33.000, ovvero quasi 1.000 l’anno, circa tre ogni giorno. E per questi mai nessuna toga ha pagato.
Dicono poi che se non sono state comminate sanzioni nei confronti dei magistrati colpevoli di gravi errori la colpa è del ministro della Giustizia, a cui compete l’avvio dell’esercizio dell’azione disciplinare, ma che non si è opposto ad archiviazioni e assoluzioni. Se lo avesse fatto, se cioè avesse esercitato una pressione sul Csm per punire chi sbaglia, lo accuserebbero di interferenza contro un potere autonomo e indipendente.
Dicono pure che questa è una riforma che serve a garantire l’impunità a politici e colletti bianchi, ma se si scandagliano gli errori giudiziari si scopre che quasi sempre a essere vittima di ingiusta detenzione sono le persone semplici, quelle che non possono permettersi un principe del foro e non hanno i soldi per richiedere perizie o per far verificare le intercettazioni alla ricerca di errate trascrizioni e incongruenze.
Dicono che il sorteggio con cui si procederà all’elezione dei membri del Csm e dell’Alta Corte di giustizia consegnerà un potere enorme nelle mani di persone che in materia di organizzazione degli uffici giudiziari e di sanzioni possono non avere alcuna competenza. Peccato che il sorteggio sia attuato fra i 9.000 magistrati in servizio, i quali sono ritenuti competenti e abili se devono valutare un imputato di omicidio o se devono pronunciarsi su un fallimento, ma se devono esaminare il comportamento di un loro collega improvvisamente diventano inaffidabili.
Dicono quindi che la riforma di Carlo Nordio è uno sfregio alla Costituzione (Elly Schlein dixit), dimenticando tuttavia che la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica è stata modificata almeno una ventina di volte e spesso lo si è fatto a colpi di maggioranza, ovvero in tutta fretta, prima di nuove elezioni, come è accaduto con la riforma del Titolo V, mossa maldestra dettata dalla necessità di contrastare la Lega e che ha generato un’infinità di contenziosi davanti alla Corte costituzionale per attribuzione dei poteri.
Dicono poi che l’istituzione di due Csm e di un’Alta Corte disciplinare sia un’inutile spreco, perché quello che oggi costa 50 milioni domani costerà 150, con un aggravio per i contribuenti. Tuttavia, nessuno di coloro che all’improvviso si preoccupano dei costi si è mai lamentato delle intercettazioni a strascico disposte da alcune Procure e nemmeno della spesa a cui è costretto lo Stato per risarcire ogni anno un migliaio di cittadini ingiustamente arrestati. Il distretto di Catanzaro svetta per arresti facili e condanne in favore di persone sbattute in carcere da innocenti, ma questo non disturba gli improvvisati ragionieri della spending review, i quali di fronte al miliardo e 200 milioni spesi negli ultimi 30 anni non fanno un plissé.
Dicono infine che separando le carriere e creando Csm di soli pm e di soli giudici si indebolisce il sistema con cui si fanno le nomine e dunque si mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ma a minarla, rendendo le toghe schiave delle correnti, è la lottizzazione, che in alcune consiliature del Csm ha visto annullato dal Tar anche il 30% delle «promozioni», segno evidente che la spartizione fra gruppi di potere aveva impedito la nomina dei magistrati migliori a favore di quelli militanti.
Insomma, avrete capito che le argomentazioni usate per sostenere il No sono insussistenti e capziose: servono a nascondere il vero obiettivo, che è quello di battere il governo e preparare quella che il consigliere per la Difesa di Sergio Mattarella ha definito una scossa necessaria a spianare la via a un ribaltone. Non si discute nel merito, ma si fa il processo alle intenzioni. E infatti, a smascherare il vero obiettivo sono bastate le manifestazioni di ieri contro la guerra, che si sono trasformate in cortei contro Giorgia Meloni e Carlo Nordio, le cui immagini sono state bruciate in piazza come a Teheran ayatollah e pasdaran bruciano quelle di Donald Trump.
Io non so se la riforma sveltirà i processi ed eviterà altri clamorosi errori giudiziari, ma sono certo che separare promozioni e sanzioni, lasciando fuori dal Csm e dall’Alta Corte di giustizia le correnti, cioè i partiti, servirà a restituire autonomia e indipendenza alla magistratura, che potrà davvero autogovernarsi e, se necessario, punirsi. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario tener presente che la guerra in corso, con le strumentalizzazioni che abbiamo visto ieri, ma anche con le paure che genera e i costi che comporta, può spingere gli elettori a votare con il portafogli invece che con il cervello. Dunque, prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti del rincaro dei prezzi di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì.
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Riduci
Giorgia Meloni insieme ad Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa)
Matteo Salvini sposa la linea Donald Trump, Antonio Tajani quella di Bruxelles. E il premier prepara il cdm.
La speculazione sui carburanti e le sanzioni alla Russia fanno accapigliare ancora i due vicepremier. Matteo Salvini, leader della Lega, adotta una linea filotrumpiana. Il numero uno di Forza Italia più filoeuropeista. Secondo Salvini anche l’Italia dovrebbe «allentare le sanzioni»: «Gli Stati Uniti stanno straguadagnando, la Russia pure, la Cina il petrolio lo sta avendo ugualmente dall’Iran» e «chi ne sta pagando le conseguenze siamo noi».
Il ministro dei Trasporti convoca per mercoledì prossimo le principali compagnie petrolifere in prefettura a Milano, «perché non sopporto gli speculatori. Non è giustificabile l’aumento di 50 centesimi al litro del diesel, perché chi fa benzina oggi va a comprare del petrolio che è stato venduto mesi fa: è inaccettabile. Chiederò conto di questi aumenti. O ritornano al buon senso, oppure sapremo intervenire». Come? «Anche fiscalmente: se qualcuno fa il furbo dovrà pagare sugli extraprofitti. Abbiamo tassato le banche, possiamo tranquillamente tassare i petrolieri». Ma quale misura adotterà il governo? «So che ci stanno lavorando Urso e Giorgetti», dice il capo del Carroccio. «Spero che ci sia un intervento fiscale: accise mobili, blocco automatico dei prezzi, un tetto al prezzo… non lo so. Anche Giorgia ci sta lavorando».
Tajani, dalla stazione Tiburtina per «Una Freccia per il Sì», non si allinea alle dichiarazioni di Salvini. «Le sanzioni alla Russia vanno assolutamente mantenute. Mosca è in difficoltà, dobbiamo spingerla al cessate il fuoco. L’Italia è stata tra i Paesi promotori delle sanzioni a Mosca per spingere alla pace, che è l’obiettivo finale».
Oltre alle ipotesi di un intervento sulle accise, allo studio del governo ci sono misure mirate a sostegno di famiglie con redditi bassi e autotrasportatori. L’ipotesi è quella di ridurre sì le accise, ma solo per determinate categorie o in alternativa ricorrere al meccanismo del credito d’imposta.
In mezzo ai due litiganti, si inserisce il piano del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, contrario a eliminare le accise. Urso ricorda che il taglio generalizzato deciso dal governo Draghi nel 2022 si rivelò «per lo più inefficace» e «troppo costoso», l’Erario ci rimise quasi 1 miliardo di euro al mese. Oltre a pesare sulle casse dello Stato per 7-8 miliardi, quell’intervento non riuscì a contrastare la spirale inflazionistica e secondo Urso «avvantaggiò soprattutto i ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante». Mentre la linea da sempre rivendicata dal premier, Giorgia Meloni, è quella di aiuti ai ceti meno abbienti.
Al momento, infatti, il governo è al lavoro su «misure di compensazione rivolte ai redditi più bassi e di contenimento dei costi per le aziende di autotrasporto». Palazzo Chigi sa di non potersi permettere il taglio generalizzato sulle aliquote dei carburanti, che peserebbe sulle casse dello Stato per circa 12 miliardi di euro all’anno.
Si fa largo l’ipotesi di una social card carburanti, se la curva dei rincari, che continua a crescere, non dovesse arrestarsi. Anche se con i rincari il governo incasserebbe 150 milioni di imposte in più al mese.
Ma bisogna fare in fretta. L’impatto del caro trasporti sul carrello della spesa inizia a farsi sentire. Per questo aumenta la pressione sul governo.
Le associazioni dei benzinai Fegica e Faib si sono appellate al premier dopo aver preso atto che «secondo il ministro Urso, in Italia va meglio che altrove e, quindi, non c’è bisogno di nessun intervento specifico». È alta la preoccupazione anche di Conftrasporto: «Senza interventi compensativi la mobilità delle persone e delle merci si paralizza». L’inerzia del governo, secondo la Cgil, «rischia di trasferirsi molto rapidamente a tutti i settori produttivi, danneggiando famiglie e imprese». Adoc, Assoutenti e Federconsumatori hanno scritto una lettera a Meloni e Urso dicendo che è il momento di agire. Per Codacons «serve tagliare le accise e serve farlo in fretta».
Gli italiani sono arrabbiati per una guerra che non sentono loro e che, in pochi giorni, ha avuto pesanti ripercussioni sui loro portafogli. Il premier, di fronte a linee completamente opposte all’interno del suo governo, rinvia il Consiglio dei ministri per cercare una sintesi tra eliminare le accise, introdurre la social card e tassare i petrolieri. Una soluzione che potrà intestarsi completamente. Per lei in gioco c’è anche la vittoria o meno al referendum.
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Riduci
- Gli Usa: «Operazione riuscita, infrastrutture petrolifere risparmiate, per ora». Il regime teme un’invasione di terra.
- Emirati nel mirino: «Intercettati nove razzi e 33 droni». Colpito il consolato a Erbil. Stessa sorte per l’ambasciata Usa a Baghdad. E Teheran minaccia pure l’Ucraina.
Lo speciale contiene due articoli
Dopo essere stata risparmiata per due settimane dagli attacchi americani e israeliani, l’isola iraniana di Kharg è stata colpita dagli Usa, che mirano a ripristinare la sicurezza di Hormuz, ma anche a colpire il cuore dell’economia iraniana.
Conosciuta dalla popolazione come «l’isola proibita» per via dei controlli militari serrati, Kharg dista solo 24 chilometri dalla costa iraniana e 483 dallo Stretto di Hormuz. E nonostante le piccole dimensioni, l’isola è di vitale importanza per il regime: gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano. Dal terminale transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno. Grazie alle acque profonde che la circondano, consente l’attracco di superpetroliere che dall’isola risalgono il Golfo, passando in mezzo allo Stretto, con le destinazioni principali in Asia, in primis la Cina.
Ad annunciare nella notte il raid è stato il presidente americano, Donald Trump: «Su mio ordine, il Comando centrale Usa ha condotto uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente, annientando completamente ogni obiettivo militare sull’isola di Kharg, gioiello della corona iraniana». E pur spiegando di «non aver distrutto le infrastrutture petrolifere» per «ragioni di decenza», ha avvertito il regime che riconsidererà «immediatamente questa decisione» qualora «l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto».
Chi è entrato più nello specifico degli obiettivi presi di mira è stato il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Cencom): «L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e numerosi altri siti militari». Si parla di «oltre 90 obiettivi militari iraniani» colpiti a Kharg. E anche il Centcom ha confermato che sono state «preservate le infrastrutture petrolifere».
Sull’isola, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono state sentite almeno 15 esplosioni. E a essere stati bersagliati sarebbero una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto, un hangar per elicotteri di una compagnia petrolifera offshore. Altri media iraniani hanno confermato che le infrastrutture petrolifere non hanno subito danni, con le esportazioni di petrolio che da Kharg, quindi, continuano «senza interruzioni». Il vicegovernatore della provincia di Bushehr, nel Sud dell’Iran, Ehsan Jahanian, ha anche dichiarato che «nessun militare, dipendente di compagnie petrolifere o residente dell’isola ha subito perdite nell’attacco». Nel frattempo, il comandante della Marina del corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Alireza Tangsiri, ha sostenuto che lo Stretto di Hormuz «non è ancora stato bloccato militarmente» ma è sotto «il controllo» iraniano.
Se da una parte questa è la fotografia attuale, dall’altra si rincorrono voci su un’eventuale invasione di terra degli americani che porterebbe a un’ulteriore escalation e a pericolose conseguenze per l’economia globale. Il Pentagono ha infatti inviato nel Golfo una task force che include una nave d’assalto anfibio e unità di appoggio. Si parla di almeno 2.000 Marines a bordo, oltre agli elicotteri e ai caccia F-35. Il target potrebbe essere l’isola di Kharg, ma anche le tre piccole isole situate al centro dello Stretto di Hormuz. Il dipartimento della guerra degli Stati Uniti si è però rifiutato di commentare queste indiscrezioni. A esporsi su questo scenario è stato il parlamentare iraniano, Manouchehr Mottaki, che ha dichiarato: «Se osano commettere un simile atto e occupare una parte del nostro territorio, perché non dovremmo andare in una parte del loro territorio, che ora esiste sotto forma delle loro basi regionali, effettuare un atterraggio con gli elicotteri e catturare le loro forze?».
È evidente che lo stato di salute dell’isola è legato a doppio filo alla tenuta economica del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Già nel 1984, nel pieno della guerra tra Iran e Iraq, un documento della Cia sottolineava: «Gli impianti petroliferi sull’isola di Kharg sono i più vitali del sistema petrolifero iraniano e il loro continuo funzionamento è essenziale per il benessere economico dell’Iran e per la sua capacità di finanziare lo sforzo bellico contro l’Iraq». Qualche anno prima, nel 1979, nel pieno della cosiddetta crisi degli ostaggi in Iran, il presidente americano Jimmy Carter aveva valutato i piani dei generali per conquistare l’isola, salvo poi non ordinare gli attacchi su Kharg. Tornando al presente, recentemente il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid ha spiegato che la distruzione del terminal «paralizzerebbe l’economia iraniana» e addirittura «rovescerebbe il regime».
L’isola, anche in virtù della geopolitica marittima, è estremamente militarizzata, con l’accesso che è sorvegliato dal Corpo delle guardie rivoluzionarie e dalla Marina, inclusa la 112° brigata di combattimento di superficie Zolfaghar. Come riporta Iran international, questa unità opera con motovedette d’attacco rapido. Le imbarcazioni sono anche equipaggiate con missili antinave, razzi e mine navali. A ciò si aggiungono lanciatori costieri di missili e sistemi radar, ma anche reti di sorveglianza e basi per droni con lo scopo di tenere sotto controllo le attività presenti nel Golfo Persico settentrionale.
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Riduci
Agra, Utar Pradesh, India, 1999 ©Steve McCurry
Dall’India alla Cambogia, dall’Afghanistan al Pakistan, sino a 12 aprile 2026 le sale di Palazzo Pigorini a Parma ospitano una grande mostra dedicata Steve McCurry, nome importante della fotografia contemporanea. Fra ritratti, paesaggi e squarci di vita quotidiana, esposte le immagini più belle realizzate in ogni angolo del mondo in oltre quarant’anni di carriera.
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...
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