2022-02-24
Occhio, arrivano anche qui i blocchi dei Tir
Caro prezzi devastante, benzina alle stelle, venti di guerra e follie della burocrazia pandemica sono un mix micidiale: iniziano disordini e proteste dei trasportatori. Disagi in diverse zone: bisogna rispondere subito.Stop al Nord stream, Margrethe Vestager nega impatti, ma l’esperto spiega che saremo uno dei Paesi più colpiti.Lo speciale contiene due articoli.I camionisti canadesi sono la risposta analogica all’aggressività digitale del governo guidato da Justin Trudeau. Da settimane manifestano in modo pacifico. Sono stati sgomberati là dove bloccavano i flussi di merci e accusati di terrorismo quando si limitavano a sostare lungo le strade o nel centro di Ottawa. Per fermarli Trudeau si è spinto fino a minacciare il blocco dei conti correnti e dei sistemi di pagamento. Senza che alcun giudice sia chiamato a indicare un reato sottostante. Al momento i camionisti canadesi non demordono, si scaldano con le stufette a cherosene e si finanziano al di fuori delle piattaforme di crowfunding. E restano l’anello di congiunzione tra l’economia pre pandemia e quella post pandemia tutta delivery e Internet. Per questo fanno tanto paura quando si oppongono al green pass.Per lo stesso motivo dovremmo guardare con molto attenzione ai blocchi e alle manifestazioni dei camionisti italiani, che da ieri hanno iniziato a paralizzare tre regioni e a mettere in difficoltà arterie autostradali da Nord a Sud. A spingerli una serie di motivazioni. Alcune recenti e altre purtroppo radicate nella storia del settore. Il dissenso punta a denunciare le mancate applicazioni delle norme che dovrebbero contrastare il caro benzina. Ma anche le norme sui tempi di carico scarico e di pagamento delle fatture. L’imposizione del green pass ha allungato i tempi della logistica e i costi sono finiti tutti sulle spalle dei camionisti, i quali si stanno caricando anche dell’aumento dei prezzi del comparto automotive. Una motrice costa il 15% in più rispetto al 2019 e non c’è politica sindacale e governativa che sia riuscita a prevedere tali picchi e al tempo stesso a gestire la cronica mancanza di autisti. Per tutti questi motivi, decine di autotrasportatori calabresi hanno organizzato un sit in nei pressi degli svincoli dell’A2 di Gioia Tauro e di Rosarno, con l’intenzione di raggiungere assieme la città di Palmi. Prosegue da ormai due giorni sul tracciato casertano dell’A1 un’altra protesta, nel tratto che dal casello conduce alla Salerno-Reggio e fino alla barriera di Napoli Nord a Caserta. Stesse scene sulla statale 613 Lecce-Brindisi. Nel Tarantino, diversi autotrasportatori hanno montato un presidio sulle statali 106 e 100, ricevendo la solidarietà di alcuni sindaci locali. Nel Barese, invece, i camionisti contro il caro gasolio sono al terzo giorno di protesta sulla statale 96 e nella zona industriale di Altamura. I blocchi ieri si sono registrati anche al porto di Ravenna, a Palermo e a Caltanissetta.«Sulla questione del caro-carburante occorrono interventi urgenti e risolutivi da parte del governo nazionale», ha detto il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, sottolineando pure le ricadute sul settore dell’agroalimentare, tema sollevato anche da Coldiretti. E mentre il Codacons si dice pronto a denunciare gli autotrasportatori per le ripercussioni della protesta sui consumatori, dalla Regione Sicilia arriva l’appello a Palazzo Chigi dell’assessore ai Trasporti Marco Falcone, che ha convocato un tavolo con le rappresentanze degli autotrasportatori dell’isola, in sciopero da due giorni: «Ribadiamo», ha detto l’assessore, «l’urgenza di un intervento risolutivo del governo Draghi». Inutile, dire che il Codacons non ha minimamente compreso la situazione. Chi manifesta va incontro a due tipi di rogne. Una penale nel caso in cui blocchi attività sensibili e l’altra amministrativa perché ostacolare il traffico autostradale implica multe salate. Ne consegue che il camionista sa bene cosa rischia e lo fa perché non ritiene esserci alternativa. D’altronde il caro benzina e il green pass sono esattamente la sintesi dei problemi futuri del Paese. Anche se Mario Draghi ha annunciato che da aprile sparirà lo stato di emergenza e che saremo progressivamente liberi di respirare senza mascherine, si è limitato a dire che nei luoghi aperti non sarà richiesto di esibire il lasciapassare verde. Ma nessun accenno alla possibilità di abolirlo. Ricordiamo infatti che mentre si promettono riaperture, il governo prosegue con l’applicare vincoli digitali allo spostamento dei cittadini, imponendo la tracciabilità nei gangli vitali: banche, poste, snodi logistici e ospedali. I camionisti che protestano sanno bene che l’infrastruttura costruita per il green pass è destinata a rimanere per sempre, così come sanno che la politica si sta limitando a risolvere i problemi di facciata dell’inflazione e del caro delle materie prime. Tutti i governi europei sperano che le fiammate dei prezzi siano temporanee, chi invece guida i Tir ogni giorno non si fa ingannare dalle chiacchiere. La saggezza del lavoratore della logistica afferra il cambio di passo del mondo. Quelli che i giornalisti chiamano colli di bottiglia della supply chain per il camionista sono ore buttate via, perdite di tempo, minore fatturato e azzeramento dei margini. L’ultimo decreto bollette è una presa in giro per chi macina chilometri da Nord a Sud spendendo molto più dell’anno scorso e assistendo progressivamente alla vittoria dei concorrenti stranieri che, avvantaggiati dal fisco o da politiche energetiche più oculate, riescono a deviare dall’Italia flussi di commercio imponenti. Immaginiamo anche che i camionisti siano pronti a feroci critiche e a essere additati come untori come è successo con i portuali o come i colpevoli delle prossime crisi di approvvigionamento. Invece dovrebbero essere convocati al ministero dei Trasporti e presi quali consulenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occhio-arrivano-qui-blocchi-tir-2656779518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stop-al-nord-stream-2-ci-costera-almeno-21-miliardi-di-euro-allanno" data-post-id="2656779518" data-published-at="1645661472" data-use-pagination="False"> Lo stop al Nord stream 2 ci costerà almeno 21 miliardi di euro all’anno Secondo il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, la scelta di rimandare a data da destinarsi l’attivazione del gasdotto Nord stream 2 non avrà effetti sul prezzo del gas. Purtroppo, però, non è proprio così. «Non ci sono dubbi che Nord stream 2 non è un progetto di interesse europeo», ha detto ieri, «Noi abbiamo le condutture che sono necessarie per noi e hanno il loro percorso, soddisfano le nostre esigenze. Nord stream 2 non è una conduttura attiva, non c’è gas. È stato interrotto un processo di approvazione, ma non ci possono essere effetti sul prezzo del gas», ha ribadito. «La Commissione deve interfacciarsi con le autorità tedesche per vedere se il processo ripartirà, ma sosteniamo le autorità tedesche che hanno detto che nelle attuali circostanze il processo di approvazione è sospeso». La scelta, non è un segreto, ha lo scopo di danneggiare la Russia in seguito alla crisi con l’Ucraina. Nella realtà, però, danneggerà tutti quei Paesi, come l’Italia, che non sono indipendenti a livello energetico. «La decisione del governo tedesco di bloccare sine die il processo di certificazione del Nord stream 2 comporta necessariamente un marcato ritocco al rialzo delle stime di prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam», spiega alla Verità Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata nel campo delle materie prime. Il motivo di questo aumento è chiaro ai più. Ci sarà meno gas e questo comporterà un aumento dei prezzi. «Il mancato arrivo dei 50 miliardi di metri cubi previsti spingerà i compratori europei ad affacciarsi con maggiore aggressività sul mercato internazionale del gas liquefatto entrando in diretta competizione con l’Asia, i cui consumi stanno tra l’altro tornando a crescere per effetto della riaccelerazione in atto dell’economia cinese», spiega. «A nostro avviso il mancato avvio del progetto comporterà un aggravio del prezzo del gas naturale di circa 30 euro per megawattora. Alla luce di ciò è ragionevole ipotizzare un prezzo medio previsionale di circa 80 euro per megawattora per il 2022. Per quanto riguarda invece il 2023 si possono fare due scenari», continua Torlizzi. «Nella migliore delle ipotesi, considerando che il progetto riesca effettivamente a partire nel secondo trimestre 2023, il prezzo del gas potrebbe raffreddarsi nella restante parte dell’anno verso i 50 euro per megawattora. Nel caso in cui il progetto non dovesse invece partire, il prezzo medio stimato dovrebbe rimanere di 80 euro per megawattora». Al contrario di quello che sostiene la Vestager, si tratta di aumenti da capogiro. «Se si considerano i consumi medi in Italia di circa 70 miliardi di metri cubi, l’impatto sull’economia italiana nel 2022 rispetto alle stime precedenti (pari a 50 euro per megawattora nel 2022) potrebbe arrivare a circa 21 miliardi annui considerando solo i consumi di gas e non l’effetto a cascata che si avrebbe sul prezzo dell’elettricità». In parole povere, questo aumento riguarderebbe quindi solo il costo della materia prima, un valore a cui andrebbe aggiunto quello per trasformare il gas in energia elettrica. Di fatto, sarebbe un vero salasso per il consumatore finale italiano e per quello europeo. Gli unici a salvarsi sarebbero forse solo i francesi, che possono contare sulla forza dell’energia nucleare che noi non abbiamo. Ecco spiegato perché lo stop al Nord stream 2 è un problema europeo e, di certo, non solo tedesco.