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2022-02-24
Occhio, arrivano anche qui i blocchi dei Tir
Ansa
I camionisti canadesi sono la risposta analogica all’aggressività digitale del governo guidato da Justin Trudeau. Da settimane manifestano in modo pacifico. Sono stati sgomberati là dove bloccavano i flussi di merci e accusati di terrorismo quando si limitavano a sostare lungo le strade o nel centro di Ottawa. Per fermarli Trudeau si è spinto fino a minacciare il blocco dei conti correnti e dei sistemi di pagamento. Senza che alcun giudice sia chiamato a indicare un reato sottostante. Al momento i camionisti canadesi non demordono, si scaldano con le stufette a cherosene e si finanziano al di fuori delle piattaforme di crowfunding. E restano l’anello di congiunzione tra l’economia pre pandemia e quella post pandemia tutta delivery e Internet. Per questo fanno tanto paura quando si oppongono al green pass.
Per lo stesso motivo dovremmo guardare con molto attenzione ai blocchi e alle manifestazioni dei camionisti italiani, che da ieri hanno iniziato a paralizzare tre regioni e a mettere in difficoltà arterie autostradali da Nord a Sud. A spingerli una serie di motivazioni. Alcune recenti e altre purtroppo radicate nella storia del settore. Il dissenso punta a denunciare le mancate applicazioni delle norme che dovrebbero contrastare il caro benzina. Ma anche le norme sui tempi di carico scarico e di pagamento delle fatture. L’imposizione del green pass ha allungato i tempi della logistica e i costi sono finiti tutti sulle spalle dei camionisti, i quali si stanno caricando anche dell’aumento dei prezzi del comparto automotive. Una motrice costa il 15% in più rispetto al 2019 e non c’è politica sindacale e governativa che sia riuscita a prevedere tali picchi e al tempo stesso a gestire la cronica mancanza di autisti.
Per tutti questi motivi, decine di autotrasportatori calabresi hanno organizzato un sit in nei pressi degli svincoli dell’A2 di Gioia Tauro e di Rosarno, con l’intenzione di raggiungere assieme la città di Palmi. Prosegue da ormai due giorni sul tracciato casertano dell’A1 un’altra protesta, nel tratto che dal casello conduce alla Salerno-Reggio e fino alla barriera di Napoli Nord a Caserta. Stesse scene sulla statale 613 Lecce-Brindisi. Nel Tarantino, diversi autotrasportatori hanno montato un presidio sulle statali 106 e 100, ricevendo la solidarietà di alcuni sindaci locali. Nel Barese, invece, i camionisti contro il caro gasolio sono al terzo giorno di protesta sulla statale 96 e nella zona industriale di Altamura. I blocchi ieri si sono registrati anche al porto di Ravenna, a Palermo e a Caltanissetta.
«Sulla questione del caro-carburante occorrono interventi urgenti e risolutivi da parte del governo nazionale», ha detto il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, sottolineando pure le ricadute sul settore dell’agroalimentare, tema sollevato anche da Coldiretti. E mentre il Codacons si dice pronto a denunciare gli autotrasportatori per le ripercussioni della protesta sui consumatori, dalla Regione Sicilia arriva l’appello a Palazzo Chigi dell’assessore ai Trasporti Marco Falcone, che ha convocato un tavolo con le rappresentanze degli autotrasportatori dell’isola, in sciopero da due giorni: «Ribadiamo», ha detto l’assessore, «l’urgenza di un intervento risolutivo del governo Draghi». Inutile, dire che il Codacons non ha minimamente compreso la situazione. Chi manifesta va incontro a due tipi di rogne. Una penale nel caso in cui blocchi attività sensibili e l’altra amministrativa perché ostacolare il traffico autostradale implica multe salate. Ne consegue che il camionista sa bene cosa rischia e lo fa perché non ritiene esserci alternativa. D’altronde il caro benzina e il green pass sono esattamente la sintesi dei problemi futuri del Paese.
Anche se Mario Draghi ha annunciato che da aprile sparirà lo stato di emergenza e che saremo progressivamente liberi di respirare senza mascherine, si è limitato a dire che nei luoghi aperti non sarà richiesto di esibire il lasciapassare verde. Ma nessun accenno alla possibilità di abolirlo. Ricordiamo infatti che mentre si promettono riaperture, il governo prosegue con l’applicare vincoli digitali allo spostamento dei cittadini, imponendo la tracciabilità nei gangli vitali: banche, poste, snodi logistici e ospedali. I camionisti che protestano sanno bene che l’infrastruttura costruita per il green pass è destinata a rimanere per sempre, così come sanno che la politica si sta limitando a risolvere i problemi di facciata dell’inflazione e del caro delle materie prime. Tutti i governi europei sperano che le fiammate dei prezzi siano temporanee, chi invece guida i Tir ogni giorno non si fa ingannare dalle chiacchiere. La saggezza del lavoratore della logistica afferra il cambio di passo del mondo. Quelli che i giornalisti chiamano colli di bottiglia della supply chain per il camionista sono ore buttate via, perdite di tempo, minore fatturato e azzeramento dei margini.
L’ultimo decreto bollette è una presa in giro per chi macina chilometri da Nord a Sud spendendo molto più dell’anno scorso e assistendo progressivamente alla vittoria dei concorrenti stranieri che, avvantaggiati dal fisco o da politiche energetiche più oculate, riescono a deviare dall’Italia flussi di commercio imponenti. Immaginiamo anche che i camionisti siano pronti a feroci critiche e a essere additati come untori come è successo con i portuali o come i colpevoli delle prossime crisi di approvvigionamento. Invece dovrebbero essere convocati al ministero dei Trasporti e presi quali consulenti.
Lo stop al Nord stream 2 ci costerà almeno 21 miliardi di euro all’anno
Secondo il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, la scelta di rimandare a data da destinarsi l’attivazione del gasdotto Nord stream 2 non avrà effetti sul prezzo del gas. Purtroppo, però, non è proprio così. «Non ci sono dubbi che Nord stream 2 non è un progetto di interesse europeo», ha detto ieri, «Noi abbiamo le condutture che sono necessarie per noi e hanno il loro percorso, soddisfano le nostre esigenze. Nord stream 2 non è una conduttura attiva, non c’è gas. È stato interrotto un processo di approvazione, ma non ci possono essere effetti sul prezzo del gas», ha ribadito. «La Commissione deve interfacciarsi con le autorità tedesche per vedere se il processo ripartirà, ma sosteniamo le autorità tedesche che hanno detto che nelle attuali circostanze il processo di approvazione è sospeso».
La scelta, non è un segreto, ha lo scopo di danneggiare la Russia in seguito alla crisi con l’Ucraina. Nella realtà, però, danneggerà tutti quei Paesi, come l’Italia, che non sono indipendenti a livello energetico.
«La decisione del governo tedesco di bloccare sine die il processo di certificazione del Nord stream 2 comporta necessariamente un marcato ritocco al rialzo delle stime di prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam», spiega alla Verità Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata nel campo delle materie prime. Il motivo di questo aumento è chiaro ai più. Ci sarà meno gas e questo comporterà un aumento dei prezzi. «Il mancato arrivo dei 50 miliardi di metri cubi previsti spingerà i compratori europei ad affacciarsi con maggiore aggressività sul mercato internazionale del gas liquefatto entrando in diretta competizione con l’Asia, i cui consumi stanno tra l’altro tornando a crescere per effetto della riaccelerazione in atto dell’economia cinese», spiega. «A nostro avviso il mancato avvio del progetto comporterà un aggravio del prezzo del gas naturale di circa 30 euro per megawattora. Alla luce di ciò è ragionevole ipotizzare un prezzo medio previsionale di circa 80 euro per megawattora per il 2022. Per quanto riguarda invece il 2023 si possono fare due scenari», continua Torlizzi. «Nella migliore delle ipotesi, considerando che il progetto riesca effettivamente a partire nel secondo trimestre 2023, il prezzo del gas potrebbe raffreddarsi nella restante parte dell’anno verso i 50 euro per megawattora. Nel caso in cui il progetto non dovesse invece partire, il prezzo medio stimato dovrebbe rimanere di 80 euro per megawattora».
Al contrario di quello che sostiene la Vestager, si tratta di aumenti da capogiro. «Se si considerano i consumi medi in Italia di circa 70 miliardi di metri cubi, l’impatto sull’economia italiana nel 2022 rispetto alle stime precedenti (pari a 50 euro per megawattora nel 2022) potrebbe arrivare a circa 21 miliardi annui considerando solo i consumi di gas e non l’effetto a cascata che si avrebbe sul prezzo dell’elettricità».
In parole povere, questo aumento riguarderebbe quindi solo il costo della materia prima, un valore a cui andrebbe aggiunto quello per trasformare il gas in energia elettrica. Di fatto, sarebbe un vero salasso per il consumatore finale italiano e per quello europeo. Gli unici a salvarsi sarebbero forse solo i francesi, che possono contare sulla forza dell’energia nucleare che noi non abbiamo. Ecco spiegato perché lo stop al Nord stream 2 è un problema europeo e, di certo, non solo tedesco.
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Caro prezzi devastante, benzina alle stelle, venti di guerra e follie della burocrazia pandemica sono un mix micidiale: iniziano disordini e proteste dei trasportatori. Disagi in diverse zone: bisogna rispondere subito.Stop al Nord stream, Margrethe Vestager nega impatti, ma l’esperto spiega che saremo uno dei Paesi più colpiti.Lo speciale contiene due articoli.I camionisti canadesi sono la risposta analogica all’aggressività digitale del governo guidato da Justin Trudeau. Da settimane manifestano in modo pacifico. Sono stati sgomberati là dove bloccavano i flussi di merci e accusati di terrorismo quando si limitavano a sostare lungo le strade o nel centro di Ottawa. Per fermarli Trudeau si è spinto fino a minacciare il blocco dei conti correnti e dei sistemi di pagamento. Senza che alcun giudice sia chiamato a indicare un reato sottostante. Al momento i camionisti canadesi non demordono, si scaldano con le stufette a cherosene e si finanziano al di fuori delle piattaforme di crowfunding. E restano l’anello di congiunzione tra l’economia pre pandemia e quella post pandemia tutta delivery e Internet. Per questo fanno tanto paura quando si oppongono al green pass.Per lo stesso motivo dovremmo guardare con molto attenzione ai blocchi e alle manifestazioni dei camionisti italiani, che da ieri hanno iniziato a paralizzare tre regioni e a mettere in difficoltà arterie autostradali da Nord a Sud. A spingerli una serie di motivazioni. Alcune recenti e altre purtroppo radicate nella storia del settore. Il dissenso punta a denunciare le mancate applicazioni delle norme che dovrebbero contrastare il caro benzina. Ma anche le norme sui tempi di carico scarico e di pagamento delle fatture. L’imposizione del green pass ha allungato i tempi della logistica e i costi sono finiti tutti sulle spalle dei camionisti, i quali si stanno caricando anche dell’aumento dei prezzi del comparto automotive. Una motrice costa il 15% in più rispetto al 2019 e non c’è politica sindacale e governativa che sia riuscita a prevedere tali picchi e al tempo stesso a gestire la cronica mancanza di autisti. Per tutti questi motivi, decine di autotrasportatori calabresi hanno organizzato un sit in nei pressi degli svincoli dell’A2 di Gioia Tauro e di Rosarno, con l’intenzione di raggiungere assieme la città di Palmi. Prosegue da ormai due giorni sul tracciato casertano dell’A1 un’altra protesta, nel tratto che dal casello conduce alla Salerno-Reggio e fino alla barriera di Napoli Nord a Caserta. Stesse scene sulla statale 613 Lecce-Brindisi. Nel Tarantino, diversi autotrasportatori hanno montato un presidio sulle statali 106 e 100, ricevendo la solidarietà di alcuni sindaci locali. Nel Barese, invece, i camionisti contro il caro gasolio sono al terzo giorno di protesta sulla statale 96 e nella zona industriale di Altamura. I blocchi ieri si sono registrati anche al porto di Ravenna, a Palermo e a Caltanissetta.«Sulla questione del caro-carburante occorrono interventi urgenti e risolutivi da parte del governo nazionale», ha detto il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, sottolineando pure le ricadute sul settore dell’agroalimentare, tema sollevato anche da Coldiretti. E mentre il Codacons si dice pronto a denunciare gli autotrasportatori per le ripercussioni della protesta sui consumatori, dalla Regione Sicilia arriva l’appello a Palazzo Chigi dell’assessore ai Trasporti Marco Falcone, che ha convocato un tavolo con le rappresentanze degli autotrasportatori dell’isola, in sciopero da due giorni: «Ribadiamo», ha detto l’assessore, «l’urgenza di un intervento risolutivo del governo Draghi». Inutile, dire che il Codacons non ha minimamente compreso la situazione. Chi manifesta va incontro a due tipi di rogne. Una penale nel caso in cui blocchi attività sensibili e l’altra amministrativa perché ostacolare il traffico autostradale implica multe salate. Ne consegue che il camionista sa bene cosa rischia e lo fa perché non ritiene esserci alternativa. D’altronde il caro benzina e il green pass sono esattamente la sintesi dei problemi futuri del Paese. Anche se Mario Draghi ha annunciato che da aprile sparirà lo stato di emergenza e che saremo progressivamente liberi di respirare senza mascherine, si è limitato a dire che nei luoghi aperti non sarà richiesto di esibire il lasciapassare verde. Ma nessun accenno alla possibilità di abolirlo. Ricordiamo infatti che mentre si promettono riaperture, il governo prosegue con l’applicare vincoli digitali allo spostamento dei cittadini, imponendo la tracciabilità nei gangli vitali: banche, poste, snodi logistici e ospedali. I camionisti che protestano sanno bene che l’infrastruttura costruita per il green pass è destinata a rimanere per sempre, così come sanno che la politica si sta limitando a risolvere i problemi di facciata dell’inflazione e del caro delle materie prime. Tutti i governi europei sperano che le fiammate dei prezzi siano temporanee, chi invece guida i Tir ogni giorno non si fa ingannare dalle chiacchiere. La saggezza del lavoratore della logistica afferra il cambio di passo del mondo. Quelli che i giornalisti chiamano colli di bottiglia della supply chain per il camionista sono ore buttate via, perdite di tempo, minore fatturato e azzeramento dei margini. L’ultimo decreto bollette è una presa in giro per chi macina chilometri da Nord a Sud spendendo molto più dell’anno scorso e assistendo progressivamente alla vittoria dei concorrenti stranieri che, avvantaggiati dal fisco o da politiche energetiche più oculate, riescono a deviare dall’Italia flussi di commercio imponenti. Immaginiamo anche che i camionisti siano pronti a feroci critiche e a essere additati come untori come è successo con i portuali o come i colpevoli delle prossime crisi di approvvigionamento. Invece dovrebbero essere convocati al ministero dei Trasporti e presi quali consulenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/occhio-arrivano-qui-blocchi-tir-2656779518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stop-al-nord-stream-2-ci-costera-almeno-21-miliardi-di-euro-allanno" data-post-id="2656779518" data-published-at="1645661472" data-use-pagination="False"> Lo stop al Nord stream 2 ci costerà almeno 21 miliardi di euro all’anno Secondo il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, la scelta di rimandare a data da destinarsi l’attivazione del gasdotto Nord stream 2 non avrà effetti sul prezzo del gas. Purtroppo, però, non è proprio così. «Non ci sono dubbi che Nord stream 2 non è un progetto di interesse europeo», ha detto ieri, «Noi abbiamo le condutture che sono necessarie per noi e hanno il loro percorso, soddisfano le nostre esigenze. Nord stream 2 non è una conduttura attiva, non c’è gas. È stato interrotto un processo di approvazione, ma non ci possono essere effetti sul prezzo del gas», ha ribadito. «La Commissione deve interfacciarsi con le autorità tedesche per vedere se il processo ripartirà, ma sosteniamo le autorità tedesche che hanno detto che nelle attuali circostanze il processo di approvazione è sospeso». La scelta, non è un segreto, ha lo scopo di danneggiare la Russia in seguito alla crisi con l’Ucraina. Nella realtà, però, danneggerà tutti quei Paesi, come l’Italia, che non sono indipendenti a livello energetico. «La decisione del governo tedesco di bloccare sine die il processo di certificazione del Nord stream 2 comporta necessariamente un marcato ritocco al rialzo delle stime di prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam», spiega alla Verità Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza specializzata nel campo delle materie prime. Il motivo di questo aumento è chiaro ai più. Ci sarà meno gas e questo comporterà un aumento dei prezzi. «Il mancato arrivo dei 50 miliardi di metri cubi previsti spingerà i compratori europei ad affacciarsi con maggiore aggressività sul mercato internazionale del gas liquefatto entrando in diretta competizione con l’Asia, i cui consumi stanno tra l’altro tornando a crescere per effetto della riaccelerazione in atto dell’economia cinese», spiega. «A nostro avviso il mancato avvio del progetto comporterà un aggravio del prezzo del gas naturale di circa 30 euro per megawattora. Alla luce di ciò è ragionevole ipotizzare un prezzo medio previsionale di circa 80 euro per megawattora per il 2022. Per quanto riguarda invece il 2023 si possono fare due scenari», continua Torlizzi. «Nella migliore delle ipotesi, considerando che il progetto riesca effettivamente a partire nel secondo trimestre 2023, il prezzo del gas potrebbe raffreddarsi nella restante parte dell’anno verso i 50 euro per megawattora. Nel caso in cui il progetto non dovesse invece partire, il prezzo medio stimato dovrebbe rimanere di 80 euro per megawattora». Al contrario di quello che sostiene la Vestager, si tratta di aumenti da capogiro. «Se si considerano i consumi medi in Italia di circa 70 miliardi di metri cubi, l’impatto sull’economia italiana nel 2022 rispetto alle stime precedenti (pari a 50 euro per megawattora nel 2022) potrebbe arrivare a circa 21 miliardi annui considerando solo i consumi di gas e non l’effetto a cascata che si avrebbe sul prezzo dell’elettricità». In parole povere, questo aumento riguarderebbe quindi solo il costo della materia prima, un valore a cui andrebbe aggiunto quello per trasformare il gas in energia elettrica. Di fatto, sarebbe un vero salasso per il consumatore finale italiano e per quello europeo. Gli unici a salvarsi sarebbero forse solo i francesi, che possono contare sulla forza dell’energia nucleare che noi non abbiamo. Ecco spiegato perché lo stop al Nord stream 2 è un problema europeo e, di certo, non solo tedesco.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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