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2022-04-27
Obbligo green pass, Lega e Fdi contro il muro del governo
(Imagoeconomica)
Mentre il Paese cerca, faticosamente, di tornare alla vita, al ministero della Salute non sembrano avere ancora abdicato alle pulsioni più intransigenti. In commissione Affari sociali della Camera, infatti, sono iniziate le votazioni degli emendamenti al ddl di conversione del decreto che disciplina l’abbandono dello stato dell’emergenza e il conseguente smantellamento delle restrizioni da esso derivate, a partire dall’obbligo di green pass. Il fatto è, però, che al momento di fornire i propri pareri sulle proposte di correzione, presentate da una parte della maggioranza e dall’opposizione, il rappresentante dell’esecutivo ha confermato, attraverso un diniego fermo e irremovibile, la netta chiusura all’ammorbidimento delle parti più sostanziali e severe della normativa.
Il riferimento è, in particolare, all’articolo 8 del provvedimento, in cui vengono fissati i casi in cui non potrà esserci deroga all’obbligo vaccinale, vale a dire per il personale medico, scolastico e per le forze dell’ordine. Ma l’aspetto su cui da tempo stanno insistendo alcuni parlamentari (soprattutto della Lega e di FdI, ma anche di M5s) è l’inopportunità di mantenere la sanzione della sospensione dal lavoro senza stipendio per chi non si è vaccinato. Nel caso della scuola, laddove non è stata comminata la sospensione senza retribuzione, ai docenti non vaccinati è stato inflitto un demansionamento mascherato, con l’equiparazione al personale inquadrato come collaboratore scolastico. Una situazione che, nelle scorse settimane, aveva fatto insorgere alcune sigle sindacali, oltre ovviamente ai diretti interessati, che in alcuni casi avevano dovuto scontare anche forme di isolamento fisico rispetto ai colleghi vaccinati.
Se in commissione dovesse essere confermata la linea dura del ministro Roberto Speranza, l’obbligo con sospensione in caso di inadempienza durerebbe fino al 31 dicembre di quest’anno per il personale sanitario, mentre per scuola e forze dell’ordine l’obbligo vaccinale è stabilito fino al 15 giugno. Per ammorbidire queste prescrizioni, almeno in modo che non determinino l’interruzione del reddito per migliaia di famiglie, anche in virtù della crisi economica in corso, sono stati presentati 85 emendamenti all’articolo 8. Come detto, sui punti più delicati appena citati è rimasto il no di Lungotevere alle modifiche mentre, stando a quanto filtra dai lavori di commissione, potrebbe esserci qualche possibilità di correzione per norme manifestamente sproporzionate, come ad esempio l’obbligo di mascherina per i bambini di sei anni a scuola. In questi casi, il rappresentante dell’esecutivo ha chiesto un supplemento di riflessione prima di fornire un parere definitivo, così come uno spiraglio di resipiscenza potrebbe manifestarsi per consentire ai lavoratori sospesi almeno la corresponsione dei contributi.
Al danno di non percepire un reddito, per alcuni lavoratori, si sta aggiungendo la beffa di un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile. Gli emendamenti presentati, in totale, sono circa 400, ma il cuore della disputa politica riguarderà le questioni appena esposte, con un’incognita: l’atteggiamento dei deputati grillini, che al pari di quelli di Lega e FdI avevano manifestato qualche perplessità sulla conferma delle sospensioni senza stipendio e sui demansionamenti. Il momento della verità ci sarà oggi, poiché nella seduta di ieri le votazioni hanno riguardato gli emendamenti ai primi sette articoli, che contengono norme non insignificanti, ma non importanti come quelle contenute nell’articolo 8, su cui ci si confronterà oggi pomeriggio. «Noi voteremo gli emendamenti che più ci stanno a cuore - afferma il leghista Claudio Borghi - anche se arriverà un parere negativo dal governo, mentre sono curioso di vedere cosa farà il M5s sui propri emendamenti, visto che ogni volta che il governo dà parere negativo poi fanno marcia indietro». Sono stati, poi, accantonati gli emendamenti leghisti sulla possibilità di fare visite in ospedale, previa presentazione di un tampone negativo, e di reintegrare, almeno, il personale sanitario non a contatto coi pazienti. Un’altra questione non secondaria e rimasta finora senza soluzione, è quella del milione e mezzo di cittadini vaccinati con Johnson&Johnson, ai quali non è stato riconosciuto il completamento del ciclo vaccinale, sebbene l’opzione per il monodose fosse inizialmente stata caldeggiata dalle stesse autorità sanitarie. Poi c’è quello che da FdI definiscono un «aggiramento» della fine dello stato d’emergenza, e cioè il potere di ordinanza accordato al capo della Protezione civile, senza la possibilità per il Parlamento di operare un vaglio ed eventuali correzioni, come fu per i Dpcm. A questo proposito, dal partito di Giorgia Meloni la richiesta avanzata è quella dell’abrogazione. Sulle sanzioni ai lavoratori non vaccinati, Marcello Gemmato di FdI, conferma la piena identità di vedute con la Lega, affermando che «se già erano norme assurde in pandemia, figuriamoci oggi».
Il virus in Cina spaventa le Borse. Tamponi per 20 milioni di persone
Test di massa e code ai supermercati per poche decine di casi Covid. Lo spettro di Shanghai, in lockdown dallo scorso 28 marzo, spaventa Pechino dove ieri sono cominciati i tamponi di massa per circa 20 milioni di cittadini, su una popolazione totale di 23 milioni. Il Paese del Dragone, per fermare la trasmissione dell’infezione da Covid, non abbandona la strategia di «tolleranza zero dinamica», sempre utilizzata nei confronti del virus per eradicarlo completamente, anche se contro la variante Omicron BA non sembra avere un rapido successo. Malgrado ciò, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, «la Cina non cederà, ma avanzerà nella guerra per bloccare la variante». Da venerdì scorso i contagi nella capitale della Cina sono stati una settantina e più della metà, 46, si sono registrati nella zona di Chaoyang dove vivono 3,45 milioni di persone, tra cui molti stranieri. Una ventina di casi in una scuola media, immediatamente chiusa. «Per arginare risolutamente il rischio di diffusione dell’epidemia e proteggere efficacemente la salute dei cittadini, si è deciso di ampliare ulteriormente l’ambito dello screening sulla base dei test effettuati nel distretto orientale di Chaoyang», ha detto lunedì sera un portavoce del governo municipale di Pechino, annunciando la sospensione di tutte le attività che prevedono assembramenti, come spettacoli teatrali, eventi sportivi e mostre. Vietati anche conferenze e banchetti nuziali nelle aree centrali, e altre attività a scopo promozionale. Sospesi anche i corsi di formazione in presenza, decisione presa poche ore dopo la visita del presidente Xi Jinping nell’Università del Popolo, in uno dei più noti atenei cinesi. I risultati dei test effettuati fino a ieri, su un campione di 526.457 persone, hanno dato esito negativo ma fino al 30 aprile, hanno annunciato le autorità sanitarie, verranno condotti tre cicli di test in 11 distretti, da quelli centrali a quelli più periferici dell’immensa Pechino. Oltre alle file per i tamponi, sono subito cominciate le lunghe code fuori dai supermercati e dai negozi per fare scorte, nonostante le assicurazioni del governo che ci sia cibo a sufficienza per affrontare un eventuale nuovo blocco. Non sono mancate neanche scene di isteria e di panico tra i cittadini terrorizzati dall’esempio di Shanghai dove ieri sarebbero terminati i test di massa sui 25 milioni di abitanti e dove si aspetta la decisione della municipalità locale ovvero se il lockdown totale, cominciato lo scorso 28 marzo, sarà confermato oppure no. Anche perché, nel fine settimana, malgrado le feroci restrizioni, i casi sono aumentati con 19.000 nuovi positivi e 51 morti, numero forse inferiore a quello effettivo. E i residenti sono esasperati e sui social manifestano la loro frustrazione. Proprio nel weekend sono stati installati allarmi elettronici sulle porte di molti condomini per impedire alle persone infette di uscire mentre c’è stata l’evacuazione forzata di residenti dalle loro case, per eseguire procedure di disinfezione. Inoltre, sono state erette, durante la notte, in alcune parti della città, barricate verdi, una sorta di gabbie metalliche, che impediscono ai residenti di lasciare le proprie abitazioni. Il timore di un lockdown a Pechino si è riverberato anche sui mercati, con i ribassi più pesanti registrati dalle Borse cinesi su cui già pesano le incertezze della guerra in Ucraina ma soprattutto il blocco a Shanghai. E se nel porto della megalopoli cinese, il principale snodo planetario per volume di affari, sono ferme attualmente 500 navi portacontainer, l’hub finanziario pechinese, da solo, vale il 5% del Pil nazionale.
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Battaglia in commissione per togliere la sospensione dal lavoro per medici, insegnanti e forze dell’ordine che non sono vaccinati.Il timore di un lockdown duro anche a Pechino causa altri pesanti ribassi sui mercati.Lo speciale contiene due articoli.Mentre il Paese cerca, faticosamente, di tornare alla vita, al ministero della Salute non sembrano avere ancora abdicato alle pulsioni più intransigenti. In commissione Affari sociali della Camera, infatti, sono iniziate le votazioni degli emendamenti al ddl di conversione del decreto che disciplina l’abbandono dello stato dell’emergenza e il conseguente smantellamento delle restrizioni da esso derivate, a partire dall’obbligo di green pass. Il fatto è, però, che al momento di fornire i propri pareri sulle proposte di correzione, presentate da una parte della maggioranza e dall’opposizione, il rappresentante dell’esecutivo ha confermato, attraverso un diniego fermo e irremovibile, la netta chiusura all’ammorbidimento delle parti più sostanziali e severe della normativa. Il riferimento è, in particolare, all’articolo 8 del provvedimento, in cui vengono fissati i casi in cui non potrà esserci deroga all’obbligo vaccinale, vale a dire per il personale medico, scolastico e per le forze dell’ordine. Ma l’aspetto su cui da tempo stanno insistendo alcuni parlamentari (soprattutto della Lega e di FdI, ma anche di M5s) è l’inopportunità di mantenere la sanzione della sospensione dal lavoro senza stipendio per chi non si è vaccinato. Nel caso della scuola, laddove non è stata comminata la sospensione senza retribuzione, ai docenti non vaccinati è stato inflitto un demansionamento mascherato, con l’equiparazione al personale inquadrato come collaboratore scolastico. Una situazione che, nelle scorse settimane, aveva fatto insorgere alcune sigle sindacali, oltre ovviamente ai diretti interessati, che in alcuni casi avevano dovuto scontare anche forme di isolamento fisico rispetto ai colleghi vaccinati.Se in commissione dovesse essere confermata la linea dura del ministro Roberto Speranza, l’obbligo con sospensione in caso di inadempienza durerebbe fino al 31 dicembre di quest’anno per il personale sanitario, mentre per scuola e forze dell’ordine l’obbligo vaccinale è stabilito fino al 15 giugno. Per ammorbidire queste prescrizioni, almeno in modo che non determinino l’interruzione del reddito per migliaia di famiglie, anche in virtù della crisi economica in corso, sono stati presentati 85 emendamenti all’articolo 8. Come detto, sui punti più delicati appena citati è rimasto il no di Lungotevere alle modifiche mentre, stando a quanto filtra dai lavori di commissione, potrebbe esserci qualche possibilità di correzione per norme manifestamente sproporzionate, come ad esempio l’obbligo di mascherina per i bambini di sei anni a scuola. In questi casi, il rappresentante dell’esecutivo ha chiesto un supplemento di riflessione prima di fornire un parere definitivo, così come uno spiraglio di resipiscenza potrebbe manifestarsi per consentire ai lavoratori sospesi almeno la corresponsione dei contributi. Al danno di non percepire un reddito, per alcuni lavoratori, si sta aggiungendo la beffa di un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile. Gli emendamenti presentati, in totale, sono circa 400, ma il cuore della disputa politica riguarderà le questioni appena esposte, con un’incognita: l’atteggiamento dei deputati grillini, che al pari di quelli di Lega e FdI avevano manifestato qualche perplessità sulla conferma delle sospensioni senza stipendio e sui demansionamenti. Il momento della verità ci sarà oggi, poiché nella seduta di ieri le votazioni hanno riguardato gli emendamenti ai primi sette articoli, che contengono norme non insignificanti, ma non importanti come quelle contenute nell’articolo 8, su cui ci si confronterà oggi pomeriggio. «Noi voteremo gli emendamenti che più ci stanno a cuore - afferma il leghista Claudio Borghi - anche se arriverà un parere negativo dal governo, mentre sono curioso di vedere cosa farà il M5s sui propri emendamenti, visto che ogni volta che il governo dà parere negativo poi fanno marcia indietro». Sono stati, poi, accantonati gli emendamenti leghisti sulla possibilità di fare visite in ospedale, previa presentazione di un tampone negativo, e di reintegrare, almeno, il personale sanitario non a contatto coi pazienti. Un’altra questione non secondaria e rimasta finora senza soluzione, è quella del milione e mezzo di cittadini vaccinati con Johnson&Johnson, ai quali non è stato riconosciuto il completamento del ciclo vaccinale, sebbene l’opzione per il monodose fosse inizialmente stata caldeggiata dalle stesse autorità sanitarie. Poi c’è quello che da FdI definiscono un «aggiramento» della fine dello stato d’emergenza, e cioè il potere di ordinanza accordato al capo della Protezione civile, senza la possibilità per il Parlamento di operare un vaglio ed eventuali correzioni, come fu per i Dpcm. A questo proposito, dal partito di Giorgia Meloni la richiesta avanzata è quella dell’abrogazione. 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Il Paese del Dragone, per fermare la trasmissione dell’infezione da Covid, non abbandona la strategia di «tolleranza zero dinamica», sempre utilizzata nei confronti del virus per eradicarlo completamente, anche se contro la variante Omicron BA non sembra avere un rapido successo. Malgrado ciò, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, «la Cina non cederà, ma avanzerà nella guerra per bloccare la variante». Da venerdì scorso i contagi nella capitale della Cina sono stati una settantina e più della metà, 46, si sono registrati nella zona di Chaoyang dove vivono 3,45 milioni di persone, tra cui molti stranieri. Una ventina di casi in una scuola media, immediatamente chiusa. «Per arginare risolutamente il rischio di diffusione dell’epidemia e proteggere efficacemente la salute dei cittadini, si è deciso di ampliare ulteriormente l’ambito dello screening sulla base dei test effettuati nel distretto orientale di Chaoyang», ha detto lunedì sera un portavoce del governo municipale di Pechino, annunciando la sospensione di tutte le attività che prevedono assembramenti, come spettacoli teatrali, eventi sportivi e mostre. Vietati anche conferenze e banchetti nuziali nelle aree centrali, e altre attività a scopo promozionale. Sospesi anche i corsi di formazione in presenza, decisione presa poche ore dopo la visita del presidente Xi Jinping nell’Università del Popolo, in uno dei più noti atenei cinesi. I risultati dei test effettuati fino a ieri, su un campione di 526.457 persone, hanno dato esito negativo ma fino al 30 aprile, hanno annunciato le autorità sanitarie, verranno condotti tre cicli di test in 11 distretti, da quelli centrali a quelli più periferici dell’immensa Pechino. Oltre alle file per i tamponi, sono subito cominciate le lunghe code fuori dai supermercati e dai negozi per fare scorte, nonostante le assicurazioni del governo che ci sia cibo a sufficienza per affrontare un eventuale nuovo blocco. Non sono mancate neanche scene di isteria e di panico tra i cittadini terrorizzati dall’esempio di Shanghai dove ieri sarebbero terminati i test di massa sui 25 milioni di abitanti e dove si aspetta la decisione della municipalità locale ovvero se il lockdown totale, cominciato lo scorso 28 marzo, sarà confermato oppure no. Anche perché, nel fine settimana, malgrado le feroci restrizioni, i casi sono aumentati con 19.000 nuovi positivi e 51 morti, numero forse inferiore a quello effettivo. E i residenti sono esasperati e sui social manifestano la loro frustrazione. Proprio nel weekend sono stati installati allarmi elettronici sulle porte di molti condomini per impedire alle persone infette di uscire mentre c’è stata l’evacuazione forzata di residenti dalle loro case, per eseguire procedure di disinfezione. Inoltre, sono state erette, durante la notte, in alcune parti della città, barricate verdi, una sorta di gabbie metalliche, che impediscono ai residenti di lasciare le proprie abitazioni. Il timore di un lockdown a Pechino si è riverberato anche sui mercati, con i ribassi più pesanti registrati dalle Borse cinesi su cui già pesano le incertezze della guerra in Ucraina ma soprattutto il blocco a Shanghai. E se nel porto della megalopoli cinese, il principale snodo planetario per volume di affari, sono ferme attualmente 500 navi portacontainer, l’hub finanziario pechinese, da solo, vale il 5% del Pil nazionale.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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