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2022-04-27
Obbligo green pass, Lega e Fdi contro il muro del governo
(Imagoeconomica)
Mentre il Paese cerca, faticosamente, di tornare alla vita, al ministero della Salute non sembrano avere ancora abdicato alle pulsioni più intransigenti. In commissione Affari sociali della Camera, infatti, sono iniziate le votazioni degli emendamenti al ddl di conversione del decreto che disciplina l’abbandono dello stato dell’emergenza e il conseguente smantellamento delle restrizioni da esso derivate, a partire dall’obbligo di green pass. Il fatto è, però, che al momento di fornire i propri pareri sulle proposte di correzione, presentate da una parte della maggioranza e dall’opposizione, il rappresentante dell’esecutivo ha confermato, attraverso un diniego fermo e irremovibile, la netta chiusura all’ammorbidimento delle parti più sostanziali e severe della normativa.
Il riferimento è, in particolare, all’articolo 8 del provvedimento, in cui vengono fissati i casi in cui non potrà esserci deroga all’obbligo vaccinale, vale a dire per il personale medico, scolastico e per le forze dell’ordine. Ma l’aspetto su cui da tempo stanno insistendo alcuni parlamentari (soprattutto della Lega e di FdI, ma anche di M5s) è l’inopportunità di mantenere la sanzione della sospensione dal lavoro senza stipendio per chi non si è vaccinato. Nel caso della scuola, laddove non è stata comminata la sospensione senza retribuzione, ai docenti non vaccinati è stato inflitto un demansionamento mascherato, con l’equiparazione al personale inquadrato come collaboratore scolastico. Una situazione che, nelle scorse settimane, aveva fatto insorgere alcune sigle sindacali, oltre ovviamente ai diretti interessati, che in alcuni casi avevano dovuto scontare anche forme di isolamento fisico rispetto ai colleghi vaccinati.
Se in commissione dovesse essere confermata la linea dura del ministro Roberto Speranza, l’obbligo con sospensione in caso di inadempienza durerebbe fino al 31 dicembre di quest’anno per il personale sanitario, mentre per scuola e forze dell’ordine l’obbligo vaccinale è stabilito fino al 15 giugno. Per ammorbidire queste prescrizioni, almeno in modo che non determinino l’interruzione del reddito per migliaia di famiglie, anche in virtù della crisi economica in corso, sono stati presentati 85 emendamenti all’articolo 8. Come detto, sui punti più delicati appena citati è rimasto il no di Lungotevere alle modifiche mentre, stando a quanto filtra dai lavori di commissione, potrebbe esserci qualche possibilità di correzione per norme manifestamente sproporzionate, come ad esempio l’obbligo di mascherina per i bambini di sei anni a scuola. In questi casi, il rappresentante dell’esecutivo ha chiesto un supplemento di riflessione prima di fornire un parere definitivo, così come uno spiraglio di resipiscenza potrebbe manifestarsi per consentire ai lavoratori sospesi almeno la corresponsione dei contributi.
Al danno di non percepire un reddito, per alcuni lavoratori, si sta aggiungendo la beffa di un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile. Gli emendamenti presentati, in totale, sono circa 400, ma il cuore della disputa politica riguarderà le questioni appena esposte, con un’incognita: l’atteggiamento dei deputati grillini, che al pari di quelli di Lega e FdI avevano manifestato qualche perplessità sulla conferma delle sospensioni senza stipendio e sui demansionamenti. Il momento della verità ci sarà oggi, poiché nella seduta di ieri le votazioni hanno riguardato gli emendamenti ai primi sette articoli, che contengono norme non insignificanti, ma non importanti come quelle contenute nell’articolo 8, su cui ci si confronterà oggi pomeriggio. «Noi voteremo gli emendamenti che più ci stanno a cuore - afferma il leghista Claudio Borghi - anche se arriverà un parere negativo dal governo, mentre sono curioso di vedere cosa farà il M5s sui propri emendamenti, visto che ogni volta che il governo dà parere negativo poi fanno marcia indietro». Sono stati, poi, accantonati gli emendamenti leghisti sulla possibilità di fare visite in ospedale, previa presentazione di un tampone negativo, e di reintegrare, almeno, il personale sanitario non a contatto coi pazienti. Un’altra questione non secondaria e rimasta finora senza soluzione, è quella del milione e mezzo di cittadini vaccinati con Johnson&Johnson, ai quali non è stato riconosciuto il completamento del ciclo vaccinale, sebbene l’opzione per il monodose fosse inizialmente stata caldeggiata dalle stesse autorità sanitarie. Poi c’è quello che da FdI definiscono un «aggiramento» della fine dello stato d’emergenza, e cioè il potere di ordinanza accordato al capo della Protezione civile, senza la possibilità per il Parlamento di operare un vaglio ed eventuali correzioni, come fu per i Dpcm. A questo proposito, dal partito di Giorgia Meloni la richiesta avanzata è quella dell’abrogazione. Sulle sanzioni ai lavoratori non vaccinati, Marcello Gemmato di FdI, conferma la piena identità di vedute con la Lega, affermando che «se già erano norme assurde in pandemia, figuriamoci oggi».
Il virus in Cina spaventa le Borse. Tamponi per 20 milioni di persone
Test di massa e code ai supermercati per poche decine di casi Covid. Lo spettro di Shanghai, in lockdown dallo scorso 28 marzo, spaventa Pechino dove ieri sono cominciati i tamponi di massa per circa 20 milioni di cittadini, su una popolazione totale di 23 milioni. Il Paese del Dragone, per fermare la trasmissione dell’infezione da Covid, non abbandona la strategia di «tolleranza zero dinamica», sempre utilizzata nei confronti del virus per eradicarlo completamente, anche se contro la variante Omicron BA non sembra avere un rapido successo. Malgrado ciò, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, «la Cina non cederà, ma avanzerà nella guerra per bloccare la variante». Da venerdì scorso i contagi nella capitale della Cina sono stati una settantina e più della metà, 46, si sono registrati nella zona di Chaoyang dove vivono 3,45 milioni di persone, tra cui molti stranieri. Una ventina di casi in una scuola media, immediatamente chiusa. «Per arginare risolutamente il rischio di diffusione dell’epidemia e proteggere efficacemente la salute dei cittadini, si è deciso di ampliare ulteriormente l’ambito dello screening sulla base dei test effettuati nel distretto orientale di Chaoyang», ha detto lunedì sera un portavoce del governo municipale di Pechino, annunciando la sospensione di tutte le attività che prevedono assembramenti, come spettacoli teatrali, eventi sportivi e mostre. Vietati anche conferenze e banchetti nuziali nelle aree centrali, e altre attività a scopo promozionale. Sospesi anche i corsi di formazione in presenza, decisione presa poche ore dopo la visita del presidente Xi Jinping nell’Università del Popolo, in uno dei più noti atenei cinesi. I risultati dei test effettuati fino a ieri, su un campione di 526.457 persone, hanno dato esito negativo ma fino al 30 aprile, hanno annunciato le autorità sanitarie, verranno condotti tre cicli di test in 11 distretti, da quelli centrali a quelli più periferici dell’immensa Pechino. Oltre alle file per i tamponi, sono subito cominciate le lunghe code fuori dai supermercati e dai negozi per fare scorte, nonostante le assicurazioni del governo che ci sia cibo a sufficienza per affrontare un eventuale nuovo blocco. Non sono mancate neanche scene di isteria e di panico tra i cittadini terrorizzati dall’esempio di Shanghai dove ieri sarebbero terminati i test di massa sui 25 milioni di abitanti e dove si aspetta la decisione della municipalità locale ovvero se il lockdown totale, cominciato lo scorso 28 marzo, sarà confermato oppure no. Anche perché, nel fine settimana, malgrado le feroci restrizioni, i casi sono aumentati con 19.000 nuovi positivi e 51 morti, numero forse inferiore a quello effettivo. E i residenti sono esasperati e sui social manifestano la loro frustrazione. Proprio nel weekend sono stati installati allarmi elettronici sulle porte di molti condomini per impedire alle persone infette di uscire mentre c’è stata l’evacuazione forzata di residenti dalle loro case, per eseguire procedure di disinfezione. Inoltre, sono state erette, durante la notte, in alcune parti della città, barricate verdi, una sorta di gabbie metalliche, che impediscono ai residenti di lasciare le proprie abitazioni. Il timore di un lockdown a Pechino si è riverberato anche sui mercati, con i ribassi più pesanti registrati dalle Borse cinesi su cui già pesano le incertezze della guerra in Ucraina ma soprattutto il blocco a Shanghai. E se nel porto della megalopoli cinese, il principale snodo planetario per volume di affari, sono ferme attualmente 500 navi portacontainer, l’hub finanziario pechinese, da solo, vale il 5% del Pil nazionale.
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Battaglia in commissione per togliere la sospensione dal lavoro per medici, insegnanti e forze dell’ordine che non sono vaccinati.Il timore di un lockdown duro anche a Pechino causa altri pesanti ribassi sui mercati.Lo speciale contiene due articoli.Mentre il Paese cerca, faticosamente, di tornare alla vita, al ministero della Salute non sembrano avere ancora abdicato alle pulsioni più intransigenti. In commissione Affari sociali della Camera, infatti, sono iniziate le votazioni degli emendamenti al ddl di conversione del decreto che disciplina l’abbandono dello stato dell’emergenza e il conseguente smantellamento delle restrizioni da esso derivate, a partire dall’obbligo di green pass. Il fatto è, però, che al momento di fornire i propri pareri sulle proposte di correzione, presentate da una parte della maggioranza e dall’opposizione, il rappresentante dell’esecutivo ha confermato, attraverso un diniego fermo e irremovibile, la netta chiusura all’ammorbidimento delle parti più sostanziali e severe della normativa. Il riferimento è, in particolare, all’articolo 8 del provvedimento, in cui vengono fissati i casi in cui non potrà esserci deroga all’obbligo vaccinale, vale a dire per il personale medico, scolastico e per le forze dell’ordine. Ma l’aspetto su cui da tempo stanno insistendo alcuni parlamentari (soprattutto della Lega e di FdI, ma anche di M5s) è l’inopportunità di mantenere la sanzione della sospensione dal lavoro senza stipendio per chi non si è vaccinato. Nel caso della scuola, laddove non è stata comminata la sospensione senza retribuzione, ai docenti non vaccinati è stato inflitto un demansionamento mascherato, con l’equiparazione al personale inquadrato come collaboratore scolastico. Una situazione che, nelle scorse settimane, aveva fatto insorgere alcune sigle sindacali, oltre ovviamente ai diretti interessati, che in alcuni casi avevano dovuto scontare anche forme di isolamento fisico rispetto ai colleghi vaccinati.Se in commissione dovesse essere confermata la linea dura del ministro Roberto Speranza, l’obbligo con sospensione in caso di inadempienza durerebbe fino al 31 dicembre di quest’anno per il personale sanitario, mentre per scuola e forze dell’ordine l’obbligo vaccinale è stabilito fino al 15 giugno. Per ammorbidire queste prescrizioni, almeno in modo che non determinino l’interruzione del reddito per migliaia di famiglie, anche in virtù della crisi economica in corso, sono stati presentati 85 emendamenti all’articolo 8. Come detto, sui punti più delicati appena citati è rimasto il no di Lungotevere alle modifiche mentre, stando a quanto filtra dai lavori di commissione, potrebbe esserci qualche possibilità di correzione per norme manifestamente sproporzionate, come ad esempio l’obbligo di mascherina per i bambini di sei anni a scuola. In questi casi, il rappresentante dell’esecutivo ha chiesto un supplemento di riflessione prima di fornire un parere definitivo, così come uno spiraglio di resipiscenza potrebbe manifestarsi per consentire ai lavoratori sospesi almeno la corresponsione dei contributi. Al danno di non percepire un reddito, per alcuni lavoratori, si sta aggiungendo la beffa di un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile. Gli emendamenti presentati, in totale, sono circa 400, ma il cuore della disputa politica riguarderà le questioni appena esposte, con un’incognita: l’atteggiamento dei deputati grillini, che al pari di quelli di Lega e FdI avevano manifestato qualche perplessità sulla conferma delle sospensioni senza stipendio e sui demansionamenti. Il momento della verità ci sarà oggi, poiché nella seduta di ieri le votazioni hanno riguardato gli emendamenti ai primi sette articoli, che contengono norme non insignificanti, ma non importanti come quelle contenute nell’articolo 8, su cui ci si confronterà oggi pomeriggio. «Noi voteremo gli emendamenti che più ci stanno a cuore - afferma il leghista Claudio Borghi - anche se arriverà un parere negativo dal governo, mentre sono curioso di vedere cosa farà il M5s sui propri emendamenti, visto che ogni volta che il governo dà parere negativo poi fanno marcia indietro». Sono stati, poi, accantonati gli emendamenti leghisti sulla possibilità di fare visite in ospedale, previa presentazione di un tampone negativo, e di reintegrare, almeno, il personale sanitario non a contatto coi pazienti. Un’altra questione non secondaria e rimasta finora senza soluzione, è quella del milione e mezzo di cittadini vaccinati con Johnson&Johnson, ai quali non è stato riconosciuto il completamento del ciclo vaccinale, sebbene l’opzione per il monodose fosse inizialmente stata caldeggiata dalle stesse autorità sanitarie. Poi c’è quello che da FdI definiscono un «aggiramento» della fine dello stato d’emergenza, e cioè il potere di ordinanza accordato al capo della Protezione civile, senza la possibilità per il Parlamento di operare un vaglio ed eventuali correzioni, come fu per i Dpcm. A questo proposito, dal partito di Giorgia Meloni la richiesta avanzata è quella dell’abrogazione. Sulle sanzioni ai lavoratori non vaccinati, Marcello Gemmato di FdI, conferma la piena identità di vedute con la Lega, affermando che «se già erano norme assurde in pandemia, figuriamoci oggi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/obbligo-green-pass-lega-e-fdi-contro-il-muro-del-governo-2657221789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-virus-in-cina-spaventa-le-borse-tamponi-per-20-milioni-di-persone" data-post-id="2657221789" data-published-at="1651052388" data-use-pagination="False"> Il virus in Cina spaventa le Borse. Tamponi per 20 milioni di persone Test di massa e code ai supermercati per poche decine di casi Covid. Lo spettro di Shanghai, in lockdown dallo scorso 28 marzo, spaventa Pechino dove ieri sono cominciati i tamponi di massa per circa 20 milioni di cittadini, su una popolazione totale di 23 milioni. Il Paese del Dragone, per fermare la trasmissione dell’infezione da Covid, non abbandona la strategia di «tolleranza zero dinamica», sempre utilizzata nei confronti del virus per eradicarlo completamente, anche se contro la variante Omicron BA non sembra avere un rapido successo. Malgrado ciò, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, «la Cina non cederà, ma avanzerà nella guerra per bloccare la variante». Da venerdì scorso i contagi nella capitale della Cina sono stati una settantina e più della metà, 46, si sono registrati nella zona di Chaoyang dove vivono 3,45 milioni di persone, tra cui molti stranieri. Una ventina di casi in una scuola media, immediatamente chiusa. «Per arginare risolutamente il rischio di diffusione dell’epidemia e proteggere efficacemente la salute dei cittadini, si è deciso di ampliare ulteriormente l’ambito dello screening sulla base dei test effettuati nel distretto orientale di Chaoyang», ha detto lunedì sera un portavoce del governo municipale di Pechino, annunciando la sospensione di tutte le attività che prevedono assembramenti, come spettacoli teatrali, eventi sportivi e mostre. Vietati anche conferenze e banchetti nuziali nelle aree centrali, e altre attività a scopo promozionale. Sospesi anche i corsi di formazione in presenza, decisione presa poche ore dopo la visita del presidente Xi Jinping nell’Università del Popolo, in uno dei più noti atenei cinesi. I risultati dei test effettuati fino a ieri, su un campione di 526.457 persone, hanno dato esito negativo ma fino al 30 aprile, hanno annunciato le autorità sanitarie, verranno condotti tre cicli di test in 11 distretti, da quelli centrali a quelli più periferici dell’immensa Pechino. Oltre alle file per i tamponi, sono subito cominciate le lunghe code fuori dai supermercati e dai negozi per fare scorte, nonostante le assicurazioni del governo che ci sia cibo a sufficienza per affrontare un eventuale nuovo blocco. Non sono mancate neanche scene di isteria e di panico tra i cittadini terrorizzati dall’esempio di Shanghai dove ieri sarebbero terminati i test di massa sui 25 milioni di abitanti e dove si aspetta la decisione della municipalità locale ovvero se il lockdown totale, cominciato lo scorso 28 marzo, sarà confermato oppure no. Anche perché, nel fine settimana, malgrado le feroci restrizioni, i casi sono aumentati con 19.000 nuovi positivi e 51 morti, numero forse inferiore a quello effettivo. E i residenti sono esasperati e sui social manifestano la loro frustrazione. Proprio nel weekend sono stati installati allarmi elettronici sulle porte di molti condomini per impedire alle persone infette di uscire mentre c’è stata l’evacuazione forzata di residenti dalle loro case, per eseguire procedure di disinfezione. Inoltre, sono state erette, durante la notte, in alcune parti della città, barricate verdi, una sorta di gabbie metalliche, che impediscono ai residenti di lasciare le proprie abitazioni. Il timore di un lockdown a Pechino si è riverberato anche sui mercati, con i ribassi più pesanti registrati dalle Borse cinesi su cui già pesano le incertezze della guerra in Ucraina ma soprattutto il blocco a Shanghai. E se nel porto della megalopoli cinese, il principale snodo planetario per volume di affari, sono ferme attualmente 500 navi portacontainer, l’hub finanziario pechinese, da solo, vale il 5% del Pil nazionale.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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