La cultura di sinistra ha dominato la scuola per decenni. Diverse varianti di comunismo e socialdemocrazia hanno attraversato gli anni e intriso i testi e le teste di molti insegnanti. Adesso però che il rosso tende al verde, l’obiettivo non è più conquistare la scuola ma ridurla, tagliare le ore d’insegnamento. Due sigle sindacali si sono rivolte al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, chiedendo di spostare il calendario delle aperture scolastiche a ottobre. Per colpa del caldo. «Con questa afa è assurdo iniziare le lezioni entro metà settembre, meglio ottobre. Anche i cicli produttivi devono cambiare e la pubblica amministrazione deve avviare questi cambiamenti secondo il clima», ha spiegato per davvero e non per scherzo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief. Non bastasse, il coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani (di cui chi scrive ha appreso ora l’esistenza) si è peritato di chiedere un parere tecnico, se così si può chiamare, al presidente della società di pediatria e ad altri due medici. E non solo per i poveri bambini costretti a stare seduti al caldo, ma anche per gli insegnanti «la cui età media, da statistica, è molto elevata». Ovviamente non sono parole nostre ma una citazione pedissequa del comunicato firmato da Romano Pesavento, presidente del comitato.
A commentare l’iniziativa dei due mini sindacati ci hanno pensato le famiglie. In poche ore sono state raccolte più di 60.000 firme per scongiurare anche solo l’idea che qualcuno prenda in considerazione la proposta. I costi alti dei centri estivi – è il succo delle petizioni – si scaricano interamente sulle famiglie e nessuno dei due genitori ha vacanze per tre mesi. Le difficoltà nel conciliare il lavoro e la famiglia, insomma, sono troppe per chi ha figli. «La lunghissima pausa scolastica», si legge in una delle petizioni, «favorisce la perdita di competenze cognitive e relazionali e scoraggia la conciliazione di vita-lavoro per tanti genitori costretti a destreggiarsi tra campi estivi costosissimi e mancanza di alternative a prezzi ridotti».
Ragionamenti di mero buon senso che in un Paese come il nostro vale la pena ripetere e ribadire a ogni piè sospinto. Accerchiati da associazioni con idee al limite del Tso come Ultima Generazione, di giorno in giorno rischiamo di diventare assuefatti a proposte sempre più invasive visto che siamo divenuti privi di anticorpi. Ci siamo abituati a leggere di insegnanti che vogliono abolire i voti per non creare frustrazione nei giovani. Abolire la competitività e lo stress sono la base di numerosi percorsi scolastici. La selezione, il merito e la capacità di sopportare la tensione insita nella crescita sono invece visti come un elemento antiquato di apprendimento. Qualcosa da rimuovere dal percorso scolastico.
Ecco perché non basta ridere della proposta di posporre l’avvio delle classi. Va proprio combattuta in modo netto. Certo, domani ci diranno che il climatizzatore fa male all’ambiente e quindi non è una opzione da prendere in considerazione. E a quel punto non solo la scuola potrebbe iniziare dopo, ma anche finire prima. Un bel sei mesi di stop. Come se i tre attuali non bastassero e non fossero sufficientemente anacronistici. Già adesso viene da sorridere quando i sindacati si inerpicano lungo i sentieri della parità di genere. Ignorano che il modo per raggiungere la parità di genere è sostenere la famiglia. Fare in modo che i servizi alla famiglia funzionino. Asili nido, scuola che si adegua alla realtà lavorativa e non che segue gli schemi degli anni Sessanta. Così le donne, spesso oggi costrette a fare un passo indietro perché portatrici di uno stipendio mediamente più basso, finiscono per alimentare il circolo vizioso di una diversa busta paga. Si interrompe la carriera e gli stipendi non crescono. Non solo. I sindacati ignorano che una scuola che si adegua alla realtà è una scuola che sostiene la demografia. Più figli e più pensioni. La base di qualunque ragionamento. Che evidentemente sfugge. A meno che non siamo di fronte alla classica fuga in avanti per vedere che effetto fa sull’opinione pubblica. In questo caso l’obiettivo sarebbe veramente quello di ridurre ulteriormente le ore di lavoro.
D’altronde dalla Luna dove era in vacanza, Maurizio Landini si è detto pronto alla lotta contro il governo. Un ritorno all’austerità con la stretta su sanità, previdenza, scuola e pubblico impiego è inaccettabile, dice il sindacato di corso d’Italia. Il governo – ha incalzato il segretario confederale Christian Ferrari – cerchi le risorse che servono utilizzando la leva redistributiva del fisco guardando ai grandi patrimoni, alle rendite finanziarie, agli extraprofitti e all’evasione fiscale. La Cgil è la stessa sigla che durante il tour europeo ha incontrato Enrico Letta che di austerity è un grande esperto. Ricordando i bei tempi di quando si tagliavano davvero i fondi a sanità e scuola nel silenzio rispettoso degli input dell’Ue. Oggi i soldi sono finiti. E quindi sarà il caso di iniziare a ottimizzare pure la scuola. Invece temiamo che i sindacati adottino la stessa linea e quindi si preparino a peggiorare il lavoro e il servizio. Magari proprio con la scusa del caldo.
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