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2024-11-06
Sprangate, stalking rapine e spaccio. Un’ordinaria giornata di reati «importati»
Imagoeconomica
Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.
A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.
Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».
E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.
Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.
Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.
Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.
Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. Mica scemi, i due «regolari».
È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese
È italiano uno dei presunti membri della banda che, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre scorsi, hanno provocato una sparatoria costata la vita a un giovane innocente, che aspettava di entrare in una discoteca a Saint-Peray, non lontano da Valence. La vittima si chiamava Nicolas Dumas, aveva 22 anni ed era un rugbista. Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese.
Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese.
Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi.
La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime.
Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
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L’agente di Trento picchiata da un africano, la rissa nel Veronese, fino alla ragazzina di Modena menata perché s’è tolta il velo.È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese. La gang arrestata in poco tempo: merito del pugno duro del nuovo governo Barnier.Lo speciale contiene due articoli.Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. 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Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese. Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese. Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi. La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime. Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
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Donald Trump (Ansa)
Per di più, gli emissari della Casa Bianca inizierebbero a sospettare che, dall’altro lato della barricata, non ci sia nessuno dotato della vera autorità per siglare un’intesa: «Abbiamo riscontrato una frattura assoluta fra i negoziatori e i militari», hanno riferito fonti dell’amministrazione alla testata statunitense. «Nessuna delle due parti ha accesso alla Guida suprema, che non risponde». Sarebbe paradossale se, dopo aver fatto tanto per provocare la caduta degli ayatollah, tutto il processo diplomatico si incagliasse per le divisioni suscitate all’interno del regime e perché Mojtaba Khamenei latita.
In effetti, il destino della pace appare appeso a due chiodi: quello delle esibizioni di forza nello Stretto di Hormuz e quello delle debolezze, più o meno occulte, dei belligeranti.
Il sistema granitico, capace di resistere a quaranta giorni di bombardamenti, risulterebbe dunque meno solido di quanto cerchi di dimostrare: sarebbe acclarata la divergenza degli apparati politici con i pasdaran e i falchi che li spalleggiano. Non è un caso se, a comunicare che non è stata presa alcuna decisione sul secondo vertice a Islamabad, sia stata l’agenzia Tasnim, affiliata ai pretoriani islamisti. Delle tensioni si sarebbe avuta prova anche la scorsa notte, quando il capo della squadra incaricata di trattare con Washington, Mohammad Ghalibaf, ha dovuto smentire i commenti del suo consigliere, Mahdi Mohammadi, sulla pausa prolungata da The Donald. «È uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», aveva detto il boiardo persiano. «Le opinioni espresse da questi consulenti», ha poi corretto il tiro un funzionario del Parlamento, di cui Ghalibaf è presidente, «non rappresentano necessariamente» le idee dell’uomo che parla con gli americani. Il quale, ieri, ha elogiato le Guardie rivoluzionarie, definendole fonte di «orgoglio e onore», nonché «muro di ferro» contro le minacce esterne. Un messaggio che, se non fosse stato diffuso in occasione dell’anniversario della fondazione del corpo, avrebbe avuto l’aria di una excusatio non petita. Ieri, intanto, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha sentito il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: è un segnale che la Repubblica islamica non vuole tagliare ogni canale di dialogo con l’Occidente.
Se nel monolite iraniano si è aperta qualche crepa, all’Armada di Trump cominciano a mancare le cartucce. In senso letterale. Era noto che gli Usa avessero problemi di scorte e che, per sopperire allo svuotamento degli arsenali, già a novembre 2025 il Pentagono avesse contattato le fabbriche automobilistiche, esortandole a riconvertire a scopi bellici alcune linee di produzione. Anche il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia il presidente durante le discussioni preliminari su Epic fury: le riserve di missili e munizioni erano ridotte al lumicino, dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Ora, la Cnn ha pubblicato una lista che illustra nel dettaglio lo stato allarmante in versano gli stock a stelle e strisce: il conflitto in Iran ha consumato metà degli intercettori Thaad e dei Patriot; il 45% dei missili di precisione Strike; il 30% dei Tomahawk; il 20% degli standoff aria-superficie, progettati per colpire obiettivi protetti rimanendo al di fuori della portata delle contraeree; e il 20% dei missili SM-3 e SM-6, i pilastri della difesa aerea e missilistica navale statunitense. Alla luce di questi dati, è plausibile che la sosta sia utile anche agli americani per tirare il fiato, benché a rimpiazzare gli armamenti - per la modica cifra di 47 miliardi di dollari - non bastino settimane. Tanto più che l’intelligence Usa, citata da Cbs, sostiene che la metà delle testate balistiche iraniane e dei mezzi di lancio sia intatta, così come il 60% della Marina - quella che per Trump è «in fondo al mare». Anche l’Aeronautica sarebbe ancora operativa per i due terzi.
Ma la scelta di concedere un ulteriore margine a Teheran potrebbe derivare pure dalla necessità di riconquistare un po’ della fiducia perduta. I commenti del consigliere di Ghalibaf tradiscono una preoccupazione autentica degli iraniani. Maturata già quando, il 9 settembre 2025, Israele colpì in Qatar l’edificio dove aveva convocato i rappresentanti di Hamas. La mossa di Benjamin Netanyahu irritò la Casa Bianca. Ma i nemici di Tel Aviv potrebbero non aver dato credito alla tesi della bravata di Bibi. Gli stessi ayatollah hanno lamentato di essere stati attaccati mentre erano aperti i tavoli a Ginevra, che comunque Trump considerava inconcludenti. E ieri il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che Teheran «ha sempre accolto e continua ad accogliere il dialogo», il «principale ostacolo» al quale rimane la «malafede» a stelle e strisce.
A breve capiremo se, per JD Vance, avrà senso partire alla volta del Pakistan. Ma che il presidente speri di chiudere la partita lo conferma il Wall Street Journal, quotidiano fresco di polemica con The Donald per un articolo di Elliot Kaufman, secondo cui gli iraniani lo considerano un «fesso». Il giornalista, ha scritto Trump su Truth, è «un idiota nel comitato editoriale». Fatto sta che, stando alle fonti consultate dal giornale, mentre si avvicinava la scadenza della precedente tregua, il tycoon si sarebbe mostrato molto cauto sull’ipotesi di riprendere le ostilità. Il cambio di toni e, forse, una reciproco tentativo di distensione, si notano pure dalla scelta di Teheran di non giustiziare le otto ragazze che Trump aveva chiesto di risparmiare: «Quattro saranno rilasciate immediatamente», ha riferito il presidente, «mentre quattro saranno condannate a un mese di carcere. Apprezzo vivamente». C’era una volta quello che minacciava di cancellare la civiltà iraniana.
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