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2024-11-06
Sprangate, stalking rapine e spaccio. Un’ordinaria giornata di reati «importati»
Imagoeconomica
Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.
A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.
Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».
E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.
Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.
Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.
Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.
Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. Mica scemi, i due «regolari».
È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese
È italiano uno dei presunti membri della banda che, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre scorsi, hanno provocato una sparatoria costata la vita a un giovane innocente, che aspettava di entrare in una discoteca a Saint-Peray, non lontano da Valence. La vittima si chiamava Nicolas Dumas, aveva 22 anni ed era un rugbista. Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese.
Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese.
Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi.
La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime.
Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
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L’agente di Trento picchiata da un africano, la rissa nel Veronese, fino alla ragazzina di Modena menata perché s’è tolta il velo.È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese. La gang arrestata in poco tempo: merito del pugno duro del nuovo governo Barnier.Lo speciale contiene due articoli.Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. Mica scemi, i due «regolari».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordinaria-giornata-reati-importati-2669618594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-italiano-un-membro-della-banda-che-ha-ucciso-un-giovane-francese" data-post-id="2669618594" data-published-at="1730864233" data-use-pagination="False"> È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese È italiano uno dei presunti membri della banda che, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre scorsi, hanno provocato una sparatoria costata la vita a un giovane innocente, che aspettava di entrare in una discoteca a Saint-Peray, non lontano da Valence. La vittima si chiamava Nicolas Dumas, aveva 22 anni ed era un rugbista. Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese. Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese. Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi. La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime. Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 24 febbraio con Carlo Cambi
Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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La Scientifica a Rogoredo sul luogo dell'omicidio (Ansa)
Le polemiche, infatti, non si fermano allo scudo penale per poliziotti e carabinieri, provvedimento di cui la sinistra chiede il ritiro dopo la messinscena di Rogoredo, ma si usa il caso per sostenere che una magistratura sottomessa non sarebbe mai riuscita a scoprire le menzogne di Cinturrino.
Ovviamente si tratta di balle, così come una balla colossale è che con lo scudo penale l’agente l’avrebbe fatta franca. Innanzitutto, cominciamo col dire che non esiste alcun scudo penale. Basta infatti leggere il decreto Sicurezza per rendersene conto. Nessuno parla di una immunità da offrire a chi indossa una divisa. E nessuno ha ipotizzato di concedere alla polizia una licenza di picchiare, sparare o tanto meno di uccidere. Semplicemente per decreto il governo ha provato a introdurre una deroga all’iscrizione nel registro degli indagati, per evitare quello che in genere chiamiamo «atto dovuto». Ci sono scontri di piazza e qualche manifestante si fa male, come accaduto a Pisa tempo fa? Le forze dell’ordine finiscono sul banco degli imputati, cioè nel registro degli indagati: prima ancora che siano accertati i fatti. Il provvedimento dell’esecutivo prova a ovviare a questo problema, che per poliziotti e carabinieri significa comunque dover ingaggiare un legale e sopportare le spese della difesa. Come? In presenza di una causa di giustificazione, il pm procede con l’annotazione preliminare in un modello separato, consentendo comunque alla persona iscritta la possibilità di farsi assistere da un avvocato e dai suoi collaboratori. Si tratta di un alleggerimento della posizione che funziona solo se sono evidenti le cause che hanno giustificato il comportamento della persona, con l’obbligo per il pubblico ministero di procedere in tempi celeri. Questo è uno scudo? Non mi pare. E infatti i primi a non essere particolarmente contenti sono i poliziotti, che all’immunità non puntano, mentre invece tengono molto a vedersi garantite le spese legali a carico dello Stato, perché ora, per indagini avviate a seguito dell’esercizio delle funzioni di polizia, devono pagare l’avvocato di tasca loro.
Ma se il problema dello scudo penale che non c’è è usato strumentalmente dopo il caso Cinturrino, la vera arma impropria impugnata dalla sinistra è il No al referendum, le cui argomentazioni a quanto pare si sono rafforzate proprio a seguito del caso di Rogoredo.
La riflessione dei compagni poggia sul seguente ragionamento. Sono stati i magistrati a scoprire la messinscena di Cinturrino. La riforma della giustizia sottomette i magistrati. Ergo, al referendum bisogna votare No. In realtà, l’argomentazione non sta in piedi. Per prima cosa perché a dubitare della versione fornita dall’agente omicida sono stati i colleghi della squadra mobile, che da subito hanno indagato sulla vicenda. Certo, portando le risultanze al pm, ma le testimonianze e i rilievi li hanno raccolti altri agenti. Seconda obiezione: se anche fosse stata in vigore la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere, i poliziotti non avrebbero fatto il loro lavoro indagando sul conto di Cinturrino? E non sarebbero comunque stati obbligati a riferire al pubblico ministero? Ovviamente sì. Dunque, che cosa c’entra la riforma con i fatti di Rogoredo? Per conto mio, c’entra solo per un motivo: il poliziotto che ha ucciso il giovane Mansouri è stato arrestato e cacciato dalla polizia e – sono certo - pagherà caro il suo debito con la giustizia. I magistrati che arrestano innocenti e talvolta nascondono le prove a discarico degli indagati invece non pagano mai e possono continuare non solo a fare ciò che facevano, ma addirittura l’unico rischio che corrono è di vedersi promossi. Lo so che ora direte che di qua c’è un funzionario dello Stato che si è rivelato un assassino e di là un funzionario dello Stato che ha sbagliato. Ma io non chiedo gli arresti per chi non ha ucciso ma ha «solo» commesso un errore grave: chiedo tuttavia che l’Alta corte disciplinare istituita dalla riforma della giustizia lo giudichi senza sconti. I medici del Monaldi che con Domenico hanno fallito il trapianto di cuore pagheranno. Perché il magistrato che rovina la vita a un innocente non deve pagare?
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