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2024-11-06
Sprangate, stalking rapine e spaccio. Un’ordinaria giornata di reati «importati»
Imagoeconomica
Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.
A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.
Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».
E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.
Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.
Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.
Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.
Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. Mica scemi, i due «regolari».
È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese
È italiano uno dei presunti membri della banda che, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre scorsi, hanno provocato una sparatoria costata la vita a un giovane innocente, che aspettava di entrare in una discoteca a Saint-Peray, non lontano da Valence. La vittima si chiamava Nicolas Dumas, aveva 22 anni ed era un rugbista. Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese.
Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese.
Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi.
La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime.
Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
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L’agente di Trento picchiata da un africano, la rissa nel Veronese, fino alla ragazzina di Modena menata perché s’è tolta il velo.È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese. La gang arrestata in poco tempo: merito del pugno duro del nuovo governo Barnier.Lo speciale contiene due articoli.Dacci oggi la nostra violenza quotidiana, anche contro donne e immigrati. Se ormai da anni un terzo dei detenuti è straniero, o siamo una nazione straordinariamente razzista, con leggi discriminatorie e toghe del Ku klux klan, oppure qui non arrivano esattamente i migliori. In una sola giornata, una giornata come le altre, si sono registrate una rissa con spranghe e pistole nel parcheggio di un supermercato nel Veronese, violenze di gruppo su una ragazzina colpevole di essersi tolta il velo islamico nel Modenese, l’aggressione a una donna in divisa nel carcere di Trento, una rapina ai danni di un egiziano a Ventimiglia e il pestaggio di un marocchino a Bolzano, da parte di un gruppo di tunisini. Sugli arresti per spaccio, sorvoliamo.A San Bonifacio, in provincia di Verona, alla fine dello scorso anno c’erano 3.101 stranieri su 21.354 abitanti, ovvero il 14,4% del totale. Lunedì sera, nel parcheggio di un supermercato, è andata in scena una rissa tra uomini incappucciati e armati di spranghe, bastoni, coltelli e pistole. Come se fossero padroni del territorio. Erano tutti stranieri, secondo i carabinieri che stanno indagando, e alcuni sono finiti in ospedale per le ferite riportate, tra cui un uomo in condizioni gravi che si è preso un colpo di pistola.Ieri, al carcere di Trento, ci è andata di mezzo una donna. Si tratta di un’agente della polizia penitenziaria che è stata aggredita da un detenuto straniero, probabilmente con problemi psichici. L’uomo era, infatti, molto agitato perché voleva andare a scuola, pur non avendo ricevuto il permesso. E al diniego, dopo un serie di insulti e minacce, ha messo le mani addosso alla poliziotta, che ha il grado di ispettore capo, e l’ha ferita al viso. Era la seconda volta in poco tempo che la donna subiva un’aggressione e i sindacati hanno fatto notare che è necessario aumentare il personale medico per gestire i detenuti più «problematici».E già che siamo in carcere, ecco che le statistiche al 31 ottobre del Dap dicono che su 62.110 detenuti, ci sono soltanto 2.693 donne e ben 19.792 stranieri. Anche le donne, però, ogni tanto possono perdere la testa. E commettere reati come lo stalking e il bullismo, che di solito sono addebitati ai ragazzi italiani, anche dei quartieri «alti». Ieri, in provincia di Modena, tre ragazze quindicenni di origine marocchina sono finite sul registro degli indagati per stalking e lesioni aggravate, per un presunto caso di bullismo su cui indaga la Procura dei minori di Bologna. La vittima sarebbe una ragazzina che aveva deciso, con l’accordo dei genitori, di togliersi il velo. Le tre compagne, non avendo probabilmente capito bene dove vivono, l’avrebbero minacciata e insultata, di persona e sui social, e poi sarebbero passate a vie di fatto picchiandola. La vittima ha avuto una prognosi di 10 giorni e da tempo doveva andare a scuola scortata dalla sorella maggiore, oltre a essersi dovuta rivolgere a una psichiatra. Nella Regione che ha visto la morte di Saman Abbas, le è andata ancora bene. Il fatto che le protagoniste di questa storia siano tutte giovani donne immigrate, per giunta minorenni, e che ci sia di mezzo una religione diversa dal cristianesimo, rende ovviamente la faccenda di scarso interesse pubblico.Un posto che, invece, è sempre sotto i riflettori è Ventimiglia, dove da cinque anni i poliziotti francesi hanno deciso che l’immigrazione clandestina è un problema italiano, salvo inseguire qualche extracomunitario nel nostro territorio armati di tutto punto, come avvenne a Bardonecchia nel 2018. Ieri, nella cittadina ligure, i carabinieri hanno arrestato due ragazzi stranieri che avevano appena rapinato un trentasettenne egiziano. I ragazzi, uno marocchino e uno algerino, di 19 e 20 anni, hanno avvicinato di notte l’egiziano e si sono fatti consegnare cellulare e soldi, dopo averlo aggredito a calci e pugni. Adesso sono entrambi in carcere a Sanremo e prima risultavano senza fissa dimora.Quando ci si lancia in dibattiti da bar sulla sicurezza e sull’immigrazione clandestina, oltre a dimenticarsi delle donne che subiscono reati, spesso si tralascia il fatto che ci sono anche migliaia di stranieri, regolari e che lavorano, che vorrebbero stare tranquilli e hanno diritto a essere protetti. Oltre all’egiziano di Ventimiglia, ieri un marocchino di quarant’anni, a Bolzano, è finito in ospedale in condizioni gravi dopo esser stato preso a bastonate. Si trovava su un monopattino elettrico in piazza Verdi, davanti al Teatro comunale, quando un gruppo di tunisini lo ha fermato e aggredito con un bastone. La polizia, chiamata da alcuni passanti, lo ha letteralmente salvato. Al momento, l’unica certezza degli inquirenti è che si conoscessero tutti quanti. La vittima è stata operata alla testa e non è pericolo di vita.Arrivano invece da Germania, Moldavia e Romania i rapinatori che, cinque mesi fa, avevano fatto irruzione nella villa di Roberto Baggio a scopo di rapina. Gli stranieri, secondo gli investigatori, fanno parte di una banda di professionisti specializzata nelle rapine in villa.Ci sarebbe poi da raccontare una giornata a parte, quella della vendita di droga. Nel mucchio, ecco i due arresti della polizia a Trieste, un indiano di 34 anni e un pakistano di 18 anni, beccati a spacciare a dei giovanissimi e fermati dopo una lunga indagine. Il più anziano aveva un negozio di copertura in centro ed entrambi erano immigrati regolari. In India, per reati di droga si rischiano condanne da 15 anni in su e nei casi gravi anche la pena di morte. In Pakistan, i trafficanti di stupefacenti rischiano anche l’ergastolo e la pena capitale è stata tolta solo quattro mesi fa. Mica scemi, i due «regolari».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordinaria-giornata-reati-importati-2669618594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-italiano-un-membro-della-banda-che-ha-ucciso-un-giovane-francese" data-post-id="2669618594" data-published-at="1730864233" data-use-pagination="False"> È «italiano» un membro della banda che ha ucciso un giovane francese È italiano uno dei presunti membri della banda che, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre scorsi, hanno provocato una sparatoria costata la vita a un giovane innocente, che aspettava di entrare in una discoteca a Saint-Peray, non lontano da Valence. La vittima si chiamava Nicolas Dumas, aveva 22 anni ed era un rugbista. Il giovane ucciso giovedì notte era un compagno di squadra di Thomas Perotto vittima, circa un anno fa, di una banda di giovani provenienti da una banlieue vicina, che avevano attaccato i partecipanti di una festa da ballo di paese. Tornando alla notte di Halloween, secondo Amaury Brelet, giornalista di Valeurs Actuelles, il sospetto con cittadinanza italiana si chiamerebbe Hassan Youssef Dhabi e, secondo quanto scritto su X da Brelet, sarebbe nato nel 2004 a Montecchio. Nella mattinata di ieri dei media transalpini, come ad esempio il quotidiano Le Parisien, avevano rivelato che l’individuo sarebbe stato il presunto autore materiale degli spari. Più tardi, però, altre testate, tra cui la radio Rtl, hanno scritto che il diciannovenne con cittadinanza italiana avrebbe, invece, svolto il ruolo dell’autista della banda, mentre l’autore della sparatoria sarebbe stato un ventitreenne nato a Tunisi, con passaporto francese. Ma se non è del tutto chiaro quali siano stati i ruoli dei due giovani nella banda della sparatoria, quello che è certo è che entrambi sono stati arrestati. Come riportato da vari media transalpini, il diciannovenne con passaporto italiano è stato fermato in uno dei quartieri caldi di Marsiglia. Il poliziotti della Brigata anticriminalità (Bac) hanno riferito di averlo ritrovato «su un luogo di spaccio» gestito dalla cosiddetta «Dz Mafia» (Dz è l’abbreviativo di Dzayir, la parola usata in arabo algerino per indicare proprio l’Algeria, ndr). Il ventitreenne francese nato in Tunisia, è stato, invece, arrestato nella cittadina di Cavaillon. Sempre secondo Le Parisien, i due fermati sarebbero sospettati anche di aver incendiato l’auto a bordo della quale sono fuggiti dalla scena del crimine. Gli inquirenti non escludono che la banda che ha sparato davanti alla discoteca di Saint-Peray sarebbe stata incaricata da dei baroni della droga marsigliesi. La morte del giovane Nicolas Dumas ha ravvivato le polemiche provocate un anno fa dalla morte, in circostanze simili, del suo compagno di squadra Thomas Perotto. Ma se le morti di questi due giovani sono accomunate da tragiche coincidenze, ciò che è cambiato è la rapidità e la capacità di reazione della politica e dei media francesi. Quando si era diffusa la notizia del decesso di Thomas Perotto, certi media mainstream tendevano a minimizzare l’accaduto e cercavano di evitare di parlare dei presunti autori dell’attacco per non stigmatizzare nessuno. Per la morte di Nicolas Dumas, invece, si è parlato subito del carattere criminale dell’aggressione e le indagini sono state rapidissime. Sarà un caso, ma è impossibile non constatare che un anno fa la Francia era governata dalla macronista Elisabeth Borne. Oggi, invece, il Paese è guidato dall’esecutivo di Michel Barnier che, pur essendo sostenuto anche dal partito di Emmanuel Macron, ha come ministro dell’Interno un uomo di destra, Bruno Retailleau. Nel primo mese e mezzo del suo mandato, il titolare del Viminale francese ha agito rapidamente contro l’immigrazione incontrollata e i cartelli della droga. I risultati non sono ancora visibili ma, a differenza di quanto accade in Italia, Retailleau ha la fortuna (almeno per ora) di non avere magistrati che, in nome delle ideologie di sinistra, gli impediscono di svolgere il proprio compito di primo poliziotto di Francia.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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