Nonnina sfrattata dal container. Ma la sua casa è inagibile dal 1997
Vittima del sisma umbro è indagata perché non lascia l’alloggio. E deve pure 42.000 euro.

Indagata, perché non vuole lasciare il container in cui è stata costretta a trascorrere le sue giornate per 22 anni. Ha dell’incredibile l’ordinanza recapitata alla quasi novantenne (li compirà a fine mese) Albertina Menichelli, già provata dal terremoto in Umbria del 1997 che le danneggiò la casa di Giove, frazione a tre chilometri di distanza dal Comune di Valtopina.

La signora ha dovuto arrangiarsi tra le lamiere per un tempo vergognosamente lungo, oltre l’accettabile, ma per non aver obbedito all’ordinanza di sgombero dello scorso luglio, secondo la Procura di Spoleto è passata lei dalla parte del torto. Doveva rientrare nella sua abitazione, peccato che dopo anni i lavori non siano ancora terminati e non abbia altro posto dove andare. Una vicenda scandalosa, quella della ristrutturazione delle case di Giove devastate dal sisma, con abitanti costretti a pagare cifre altissime e a subire pesanti ritardi. Albertina ha aspettato paziente anche lei, di poter tornare nel borgo dove vivono poche anime, dove non c’è banca, farmacia, né chiesa ma è proprio lì che vorrebbe chiudere gli occhi quando arriverà il momento. Non può farlo, la sua casa non è ancora agibile, troppa umidità, gli impianti non funzionano. E per colmo della beffa, con una pensione di 500 euro al mese deve pagare 42.000 euro di lavori mal fatti. Somma da restituire alla Regione Umbria, che li mise a disposizione con un Fondo speciale per i terremotati.

Due anni fa Le Iene realizzarono un servizio televisivo proprio fra i senza tetto di Giove, denunciando i 4 milioni di euro sprecati in ristrutturazioni sbagliate e i soldi poi chiesti agli abitanti per rimediare ai danni provocati dalle imprese edili. Assieme alla troupe la signora entrò nella casa «dove sono nati tutti i figli miei», mormorava commossa e disorientata, girando per le stanze diventate irriconoscibili nel nuovo riassetto. Fino a quel giorno l’abitazione era rimasta chiusa per lei, lo rimane anche adesso. Nessuno si decide a completare i lavori. Ecco perché nonna Albertina non vuole lasciare il suo guscio di lamiera e non rispetta l’ordinanza di sgombero: non può farlo, questa è la semplice quanto drammatica spiegazione.

Hanno provato a spiegarlo i figli, che la loro mamma non sta bene, soffre di Alzheimer, non si può imporle un trasloco in una casa popolare per poi costringerla tra qualche mese a far ritorno a Giove. Quando si è vista recapitare le carte della Procura, l’anziana signora si è spaventata: «Avvocato adesso mi arrestano?» ha chiesto al suo legale, Maria Antonietta Belluccini. Sarebbe stanca di tribolare per quelle quattro mura e non vorrebbe finire sotto processo. Il sindaco di Valtopina, Lodovico Baldini, rassicura che vuole solo il bene della signora: «Nell’ordinanza non c’è alcun intento punitivo, ma il dovere di evitare che Albertina trascorra un altro inverno nel container», ha dichiarato alla Nazione. «Se mi danno l’opportunità sono pronto con la ditta a terminarle i lavori in casa».

Baldini è primo cittadino solo dal 2017, estraneo alle cause legali per una ricostruzione che avrebbe fatto più danni del sisma e con nessun colpevole che abbia pagato, perché i reati sono andati in prescrizione. Sicuramente, però, non ha mostrato sensibilità né delicatezza nei confronti di un’anziana che potrebbe essere sua nonna, e per giunta malata. Perché cacciarla da un container senza trovare prima una soluzione? Come ha commentato l’avvocato Belluccini: «L’aspetto più triste è che si colpisce una donna di 90 anni che a 22 anni dal sisma non è riuscita a riavere la sua casa».

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