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2025-05-09
Su Netflix «Nonnas», la commedia ispirata alle nonne chef italoamericane
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Nonnas (Netflix)
Nonnas, con Vince Vaughn nel ruolo del protagonista, è liberamente ispirato a una favola moderna, quella di Jody Scaravella, Joe per gli amici. La favola non ha nulla a che vedere con l'amore, non nel senso comune. Non ci sono principi o principesse, né cuori da vincere. C'è, unicamente, la voglia di vivere la famiglia oltre la sua fine terrena, di credere nelle proprie origini al punto da usare quel legame per ribaltare un'intera esistenza, per riscattarla. Joe, impiegato alla Mta, il sistema di trasporto pubblico di New York, sarebbe rimasto imbrigliato all'interno di un lavoro non soddisfacente, costretto a vedersi ripetere in eterno giornate identiche a se stesse. Si trascinava pigramente fra ritmi diventati abitudine. E, forse, se non fosse morta sua madre, avrebbe continuato a farlo. Dopo aver perso la mamma, però, qualcosa è cambiato. Un campanello nella testa ha preso a suonare. E Joe, insieme all'amico di sempre, Bruno (Joe Manganiello), ha deciso di usare i soldi dell'eredità per aprire un piccolo locale, l'Enoteca Maria, in cui far rivivere profumi e sapori di casa propria. Profumi e sapori che, da solo, non sarebbe mai riuscito a replicare.
Nonnas è la storia di un'idea bizzarra, diventata base di un business reale: provare a ricreare fuori casa lo stesso calore, la stessa genuinità del focolare domestico. Non sono, dunque, chef ad animare la cucina di Joe, supplendo con conoscenze accademiche alla sua mancanza di dimestichezza. Sono le nonne del titolo, custodi di generazione in generazione delle buone ricette di famiglia. L'Enoteca Maria, che ancora oggi vive a Staten Island, si regge su di loro, su anziane signore determinate a fare per professione quel che in casa propria hanno sempre fatto per piacere. Questo è stato il guizzo di Joe Scaravella, la sua intuizione. Il seme che gli ha permesso di preparare il terreno per una vita nuova. L'Enoteca Maria, che nel 2015 ha visto la propria filosofia racchiusa all'interno di un libro di ricette, ha avuto un successo tale da permettere a quell'impiegato di licenziarsi, di ricominciare, di vivere una vita piena, pensando unicamente ad onorare la tradizione di famiglia. I propri usi, le proprie abitudini, i ricordi d'infanzia di un ragazzo italoamericano, cresciuto fra i fornelli insieme alla nonna e alla madre.
Nonnas, nel cui cast compaiono, fra le altre, Susan Sarandon e Lorraine Bracco, si ferma qui, alle origini dell'Enoteca Maria e alla favola moderna del suo fondatore, senza perdersi nella complessità che la crescita del business avrebbe imposto. Nel farlo, racconta solo l'Italia, il legame di Scaravella con le immigrate di prima generazione e il loro sapere antico, capace (per fortuna) di regalare al racconto televisivo della cucina una sfumatura inedita. Un po' folkloristica, certo, ma quanto meno distante dal binomio cucina-chef stellato cui i talent ci hanno ormai abituati.
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Il titolo parrebbe riferirsi a una commedia da due soldi, di quelle senza troppa inventiva: Nonnas, riferimento alle nonne italiane, custodi di saperi e tradizione. Invece, la nuova pellicola originale Netflix, disponibile online da venerdì 9 maggio, non ha niente di raffazzonato, non il cast, non la trama, estrapolata - come spesso accade - da una storia tanto lunare da essere vera.Nonnas, con Vince Vaughn nel ruolo del protagonista, è liberamente ispirato a una favola moderna, quella di Jody Scaravella, Joe per gli amici. La favola non ha nulla a che vedere con l'amore, non nel senso comune. Non ci sono principi o principesse, né cuori da vincere. C'è, unicamente, la voglia di vivere la famiglia oltre la sua fine terrena, di credere nelle proprie origini al punto da usare quel legame per ribaltare un'intera esistenza, per riscattarla. Joe, impiegato alla Mta, il sistema di trasporto pubblico di New York, sarebbe rimasto imbrigliato all'interno di un lavoro non soddisfacente, costretto a vedersi ripetere in eterno giornate identiche a se stesse. Si trascinava pigramente fra ritmi diventati abitudine. E, forse, se non fosse morta sua madre, avrebbe continuato a farlo. Dopo aver perso la mamma, però, qualcosa è cambiato. Un campanello nella testa ha preso a suonare. E Joe, insieme all'amico di sempre, Bruno (Joe Manganiello), ha deciso di usare i soldi dell'eredità per aprire un piccolo locale, l'Enoteca Maria, in cui far rivivere profumi e sapori di casa propria. Profumi e sapori che, da solo, non sarebbe mai riuscito a replicare.Nonnas è la storia di un'idea bizzarra, diventata base di un business reale: provare a ricreare fuori casa lo stesso calore, la stessa genuinità del focolare domestico. Non sono, dunque, chef ad animare la cucina di Joe, supplendo con conoscenze accademiche alla sua mancanza di dimestichezza. Sono le nonne del titolo, custodi di generazione in generazione delle buone ricette di famiglia. L'Enoteca Maria, che ancora oggi vive a Staten Island, si regge su di loro, su anziane signore determinate a fare per professione quel che in casa propria hanno sempre fatto per piacere. Questo è stato il guizzo di Joe Scaravella, la sua intuizione. Il seme che gli ha permesso di preparare il terreno per una vita nuova. L'Enoteca Maria, che nel 2015 ha visto la propria filosofia racchiusa all'interno di un libro di ricette, ha avuto un successo tale da permettere a quell'impiegato di licenziarsi, di ricominciare, di vivere una vita piena, pensando unicamente ad onorare la tradizione di famiglia. I propri usi, le proprie abitudini, i ricordi d'infanzia di un ragazzo italoamericano, cresciuto fra i fornelli insieme alla nonna e alla madre.Nonnas, nel cui cast compaiono, fra le altre, Susan Sarandon e Lorraine Bracco, si ferma qui, alle origini dell'Enoteca Maria e alla favola moderna del suo fondatore, senza perdersi nella complessità che la crescita del business avrebbe imposto. Nel farlo, racconta solo l'Italia, il legame di Scaravella con le immigrate di prima generazione e il loro sapere antico, capace (per fortuna) di regalare al racconto televisivo della cucina una sfumatura inedita. Un po' folkloristica, certo, ma quanto meno distante dal binomio cucina-chef stellato cui i talent ci hanno ormai abituati.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.