Matteo Ricci (Ansa)
Dal tour «Pane e politica» sono emerse spese pazze. E cene elettorali pagate con i denari pubblici della Fondazione.
Per settimane, proprio nel periodo clou dell’inchiesta, coincidente con la campagna elettorale per le elezioni regionali fallita da Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro ed eurodeputato (con immunità), il Partito democratico, i giornali progressisti ma anche alcuni quotidiani di destra, avevano continuato a sostenere che, nel caso dell’Affidopoli alla pesarese, al consenso politico non corrispondeva corruzione. Una linea difensiva rassicurante.
E la narrazione continuò anche quando La Verità, in solitudine, tirò fuori una vicenda precisa, quella delle cene elettorali, che ora la Procura inquadra in una precisa fattispecie di reato: il peculato, previsto dall’articolo 314 del codice penale. Punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si appropria di denaro o altra utilità di cui ha la disponibilità per ragioni d’ufficio. La pena prevede, nella forma base, la reclusione da 4 a 10 anni e 6 mesi.
Lo scoop della Verità del 25 luglio scorso aveva acceso un faro su una cena elettorale del 12 aprile 2024, ultimo atto della tournée «Pane e politica», il libro con tour che ha traghettato Ricci verso Bruxelles. La cena era politica. Ma, secondo gli inquirenti, pagata almeno in parte con soldi pubblici, tramite un affidamento partito dalla fondazione Pescheria Centro arti visive (la cassaforte del
Comune per gli eventi della Capitale della cultura). Costo da saldare 5.098 euro più Iva. Nelle carte si parla di un «affidamento diretto alla società di catering (Giustogusto, ndr) per un evento istituzionale da 4.870 euro, cifra superiore rispetto a quella concordata» con il fornitore. Una differenza che, secondo la Procura, sarebbe servita a «consentire il pagamento parziale» di prestazioni precedenti «non imputabili per loro natura e finalità alla Fondazione Pescheria». Un atto formalmente legittimo che diventa il contenitore di costi estranei. E tra queste prestazioni viene indicata proprio la cena scovata dalla Verità. Nel meccanismo entra anche Marcello Ciamaglia, all’epoca addetto stampa del Comune di Pesaro, che, secondo l’accusa, si sarebbe accordato con la ditta di catering per le modalità di pagamento, «indicando ai titolari […] di rivolgersi a Silvano Straccini (all’epoca direttore generale della Fondazione, ndr) per ottenere il saldo residuo […] pari a euro 5.000». Una compensazione, secondo gli inquirenti. Un modo per far rientrare spese politiche dentro un capitolo istituzionale. A svelare il trucchetto era stato l’amministratore di Giustogusto, Marco Balducci. Ci disse che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della Fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. L’imprenditore ha poi confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Ed è qui che si innesta il nuovo capo d’accusa. Non più soltanto le ipotesi di corruzione precedentemente contestate. Spunta il peculato. Gli indagati sono sette, tra cui lo stesso Ricci, il suo factotum Massimiliano Santini, Straccini, l’ex capo di gabinetto del Comune, Massimiliano Amadori, la dirigente Paola Nonni e Ciamaglia. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione.
Dentro ci finiscono anche le spese per la tournée di «Pane e politica». Video, trasferte, spese di produzione. Secondo l’accusa, pagamenti usciti dalle casse del Comune, «in violazione delle regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione» perché «non imputabili per loro natura e finalità» all’attività istituzionale, e invece riconducibili alla promozione politica. La ricostruzione degli inquirenti segue la stessa logica del catering: costi politici spalmati su capitoli amministrativi. La contestazione: la dirigente del Comune, «interferendo illegittimamente nella genesi dei provvedimenti», avrebbe gonfiato i pagamenti del filmaker per altri eventi, così da coprire anche le spese del tour. Spuntano 4.000 euro «per riprese video con attrezzatura professionale» ma, scrive la Procura, «al fine di corrispondere […] una parte del compenso per le prestazioni professionali da questi svolte su commissione “a voce” di Santini per conto del sindaco, per il suo tour “Pane e politica”». Gli inquirenti mettono in fila altre due determine. Questa volta firmate dalla dirigente comunale Marina Vagnini. L’oggetto è legato a «servizi di promozione e gestione attività video-fotografiche» per Natale 2022 e 2023. Spesa: 9.500 euro per ogni anno. La contestazione è questa: avrebbero attestato «fatti non corrispondenti al vero» e con la «consapevolezza che le somme […] erano maggiorate». In particolare, secondo la Procura, di «1.300 euro» nel 2022 e di «5.000 euro» nel 2023, «al fine di corrispondergli la restante parte del compenso» per attività svolte, ancora una volta, «su commissione «a voce» di Santini […] per conto del sindaco». E sempre per «Pane e politica».
Il tutto si inserisce all’interno del quadro che era già stato delineato. Quello dell’inchiesta principale, sugli affidamenti del Comune che, tra il 2019 e il 2024, ruotavano attorno alle associazioni Opera Maestra e Stella Polare (formalmente senza scopo di lucro ma «create ad hoc» per intercettare affidamenti e contributi), che resta in piedi e per il quale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga d’indagine.
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Pierluigi Tortora (Imagoeconomica)
Secondo l’Ansa la Plt Holding dell’imprenditore che ricandida Lovaglio alla guida della banca, avrebbe avuto linee di credito da Siena pari a oltre un terzo dei fidi bancari. Oggi l’assemblea: Palermo favorito per diventare ad.
Vigilia incandescente per l’assemblea di Montepaschi che oggi dovrà eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione. Una miscela fra un copione già scritto e colpi di scena solo sperati. Oggi si alza il sipario sul rinnovo del cda, per un thriller con finale già spoilerato. La lista del cda uscente che indica come presidente Nicola Maione e ad Fabrizio Palermo secondo le indicazioni prevalenti viaggia oltre il 30% e si prepara a incassare almeno dodici seggi su quindici. Le altre liste, quella di Assogestioni e quella di Plt Holding, restano comparse.
Non irrilevanti, certo, ma nemmeno in grado di ribaltare il tavolo. In compenso, contribuiscono a rendere la trama più interessante. Perché dentro la lista Plt c’è Luigi Lovaglio. E qui la storia smette di essere tecnica e diventa narrativa pura. L’ex amministratore delegato è stato il manager chiamato a rimettere in ordine una banca che di ordine ne aveva visto poco. Un ruolo che gli ha garantito credito mediatico e gran fama. Ma oggi, alla prova dei fatti, quella narrazione mostra qualche fragilità. Perché in questa infuocata vigilia sono emerse novità che pesano come un macigno. Molto più delle dichiarazioni e delle percentuali. Emerge infatti un finanziamento di 133 milioni concesso da Mps a Plt Holding. Non una cifra marginale, non un dettaglio tecnico: oltre un terzo dei fidi complessivi ottenuti dalla società dal sistema bancario. Di questi, circa 120 milioni sarebbero stati erogati da Siena a partire dallo scorso settembre. È qui che la vicenda cambia tono. Perché non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello delle relazioni finanziarie concrete. Il socio che sostiene la conferma di Lovaglio è anche un soggetto che beneficia in modo significativo del credito della banca. Tutto legittimo, si dirà. E probabilmente lo è. Ma la questione non è solo formale: è di opportunità, di percezione, di equilibrio. La difesa di Pierluigi Tortora, patron di Plt è lineare: «Si tratta di un’operazione di project financing, non è affidamento». Una distinzione tecnica corretta, ma che fatica a dissipare il dubbio politico-finanziario. Perché, in assemblea, non si votano solo bilanci: si vota fiducia. E quando i rapporti tra soci e banca diventano così rilevanti, la fiducia smette di essere un concetto astratto e diventa una questione di trasparenza sostanziale. In questo contesto, la posizione di Lovaglio si fa più complessa. Non più soltanto il manager del risanamento, ma il perno di un sistema di relazioni che oggi verrà inevitabilmente passato al setaccio. E il fatto che la sua candidatura arrivi attraverso una lista legata a un soggetto così esposto verso la banca non aiuta a chiarire il quadro, anzi lo complica. L’assemblea, con il suo meccanismo a doppio voto introdotto dalla legge Capitali, farà il resto. Dopo la vittoria della lista del cda, si entrerà nel dettaglio dei singoli nomi. E lì le minoranze, i fondi, i grandi investitori avranno la possibilità di incidere davvero. Non sul se, ma sul chi. Una selezione che potrebbe ridimensionare ulteriormente il peso di Lovaglio, trasformando una possibile rielezione in una presenza simbolica. Nel frattempo, il nuovo corso sembra prendere forma. Fabrizio Palermo è indicato come futuro amministratore delegato con un livello di certezza che lascia poco spazio all’immaginazione. Il cambio di guida appare quindi meno come una scelta contingente e più come la chiusura di una fase. E forse è proprio questo il punto. La stagione di Lovaglio, al netto dei meriti e delle narrazioni, si chiude con il fiatone. Non con una bocciatura clamorosa, ma un progressivo slittamento fuori dal campo. Il mercato, come sempre, osserva con pragmatismo e reagisce con entusiasmo: il titolo sale, il conflitto piace, soprattutto quando è governato. Ma sotto la superficie resta una sensazione meno rassicurante. Che il Monte continui a essere un luogo dove le storie si sovrappongono ai numeri, e dove ogni tentativo di normalizzazione finisce per scontrarsi con una realtà più complessa. Oggi l’assemblea eleggerà un nuovo consiglio e darà una direzione alla banca. Ma porterà anche a galla una questione che difficilmente potrà essere archiviata con un voto: quella dei 133 milioni che la gestione Lovaglio ha concesso all’imprenditore che ora sostiene la sua riconferma. Perché in finanza, come nella vita, ci sono cifre che non sono solo cifre. Sono domande. E, a volte, anche risposte.
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Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, dice alla commissione Antimafia che l’inchiesta «Mafia e appalti» fu «sicura concausa» della morte di Falcone e Borsellino. Tra sciatterie ed errori procedurali, il lavoro di Pignatone e Natoli esce a pezzi.
Si è svolta ieri in commissione Antimafia la terza audizione del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, che ha spiegato come la gestione da parte della Procura di Palermo dell’indagine dei carabinieri del Ros «Mafia e appalti» rappresenti una sicura concausa delle stragi del 1992. I reati ci sono e sono stati determinati anche da quel movente, ma non vi sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di coloro che hanno «gestito» quell’indagine sovraesponendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, consegnandoli di fatto a Cosa nostra.
De Luca ha anche escluso che la cosiddetta «trattativa» possa aver rappresentato una concausa della strage, fugando ogni dubbio sulle interlocuzioni avute da Mario Mori e Giuseppe De Donno con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, oggetto di un processo durato 10 anni che ha visto alla fine assolti i due carabinieri.
Lo stesso De Luca ha sostenuto che nel procedimento iscritto a Palermo che riguardava le infiltrazioni di Cosa nostra nella gestione delle cave di marmo di Carrara da parte dei fratelli Buscemi (fedelissimi di Totò Riina), procedimento seguito dagli allora pm Gioacchino Natoli e Giusto Sciacchitano «si è fatto un po’ di movimento [...] ma si è trattato di indagini apparenti», mentre nel procedimento assegnato a Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, è stato commesso «un gravissimo errore procedurale, per l’80%, ammesso dallo stesso Pignatone, che vanificò tutto il risultato». L’audizione di De Luca segue di un giorno la richiesta di archiviazione depositata al gip dalla Procura di Caltanissetta: un vero e proprio atto di accusa di quanto non è stato fatto nella lotta alla mafia da parte della magistratura palermitana, accusata di avere svolto solo «indagini apparenti», e la messa a terra delle conclamate connivenze di alcuni magistrati che hanno concluso anche opachi affari immobiliari con capimafia fedelissimi di Riina. Tale richiesta ha subito scatenato polemiche anzitutto poiché svela, con intercettazioni del senatore del M5s ed ex magistrato Roberto Scarpinato, l’attività di inquinamento dei lavori della commissione parlamentare Antimafia realizzata dall’ex pm. Infatti Scarpinato e Natoli, il quale doveva essere audito proprio dalla commissione e quindi anche dallo stesso Scarpinato, si incontrano a cena il 31 agosto 2023 e Natoli, si attiva «con il procuratore della Repubblica di Palermo (De Lucia, ndr) al fine di recuperare, come suggeritogli da Scarpinato, gli atti inerenti al procedimento penale n. 3589/1991. Durante le sue ricerche, il Natoli appurava, tra l’altro, che, secondo quanto risultante dalle verifiche effettuate dalle cancellerie della Procura di Palermo, la documentazione inerente alle intercettazioni non era stata distrutta poiché il suo provvedimento non era stato eseguito». Scarpinato insomma «guida Natoli» nella selezione degli atti che costui deve produrre alla commissione Antimafia della quale lo stesso Scarpinato è componente.
Non solo: la richiesta di archiviazione riporta l’intercettazione del 29 agosto 2023 in cui vengono dispensati giudizi poco lusinghieri sui magistrati della Procura di Caltanissetta. «Stanno ancora seguendo “Mafia e appalti”, non so se ti rendi conto del livello!», ricevendo a sua volta consigli da Natoli. Non manca un riferimento all’avvocato Fabio Trizzino, genero di Borsellino, il quale ha avuto il merito di segnalare alla commissione Antimafia quanto era accaduto nei procedimenti sule infiltrazioni di Cosa nostra nelle cave di marmo di Carrara. Dice Scarpinato: «A proposito di Mafia e appalti, Trizzino [...] . dice che io, Lo Forte e tu ci siamo messi d’accordo per insabbiare il fascicolo di cui tu eri titolare su Buscemi che veniva da non so quale Procura! Massa-Carrara e compagnia bella... E ora lo vuole ripetere di nuovo alla commissione Antimafia, capisci?». Natoli dice di avere richiesto documenti al procuratore di Palermo e Scarpinato gli consiglia di sollecitare: «E allora fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso!».
La richiesta di archiviazione evidenzia, inoltre, come «in successive conversazioni, Natoli e Scarpinato si accordavano sulle domande che quest’ultimo avrebbe rivolto al primo». Nella conversazione del 18 gennaio 2024, Scarpinato avrebbe spiegato a Natoli ciò che avrebbe dovuto dire a proposito della «famigerata» riunione del 14 luglio 1992 «al fine di sostenere che Borsellino sapeva ed era d’accordo sulla richiesta di archiviazione dell’indagine Mafia e appalti»: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione», arrivando poi a definire la «scaletta» delle domande che il parlamentare avrebbe rivolto all’ex collega.
Caltanissetta spiega, quindi, che le intercettazioni in cui è rimasto coinvolto Scarpinato in realtà erano casuali in quanto dirette ad altri indagati, ovvero Pignatone, Lo Forte e Natoli che sono stati captati per le «anomalie che hanno riguardato l’indagine Mafia e appalti, probabilmente significative dei fortissimi interessi contrari a che la stessa andasse avanti con i necessari approfondimenti, cosa poi realmente accaduta». Per raggiungere tale obiettivo, scrivono i pm, «i soggetti portatori dei predetti interessi hanno, del tutto verosimilmente, avuto contatti anche con i magistrati che, in quegli anni, si occuparono, a vario titolo, delle indagini relative».
Tranciante il giudizio degli inquirenti sul procedimento che ha riguardato le infiltrazioni di Cosa nostra a Carrara: esso avrebbe presentato uno «sviluppo delle attività di indagine ictu oculi lacunoso, superficiale e del tutto inadeguato, procedimento che, ove scandagliato con diligenza anche minima, avrebbe di fatto consentito di accendere un faro sulla compenetrazione fra l’organizzazione criminale Cosa nostra e importantissime imprese di rilevanza nazionale, come tali aggiudicatarie di commesse pubbliche multi miliardarie».
Tale impietoso giudizio si estende anche alla scelta della polizia giudiziaria delegata individuata da Natoli in «una sezione del neocostituito Gico della Guardia di finanza di Palermo, fortemente sottodimensionata rispetto alla tipologia di attività da espletare e priva del know-how necessario a una visione d’insieme dei fenomeni criminali esplorati». Quindi i pm formulano l’accusa più radicale, quella di collusione di fatto con Cosa nostra: «La brevissima durata complessiva dell’attività delle investigazioni; le sorti di un secondo fascicolo iscritto su impulso della Procura di Massa-Carrara e inizialmente assegnato da Borsellino a Pignatone e Lo Forte, originari titolari del procedimento “Mafia appalti” [...] consentono di affermare che si trattò di un’indagine “apparente”».
Sulle ragioni per le quali a Palermo si facessero «indagini apparenti» su Cosa nostra dovremo, però, attendere la definizione degli atri procedimenti a carico di ben noti magistrati.
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Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.






