
C’è l’accordo, evviva. Debbiamo essere felici.
C’è la firma digitale, la guerra è finita, andate in pace e rendete grazie agli ayatollah. Quest’accordo ce l’hanno fatto talmente sospirare, l’hanno annunciato e smentito, preparato e seppellito, anticipato e cancellato tante di quelle volte, che ora non sembra vero di essere arrivati finalmente alla firma. E quindi fiato alle trombe Trumpetta, si festeggi la fine (pardon interruzione) delle ostilità e la riapertura di Hormuz. Ma. Scusate: ci è rimasto un «ma» di traverso. Perché il sollievo per il raggiunto accordo non riesce a toglierci dalla testa l’avversativa. E cioè: ma. Nel senso: ma per che cosa è stata fatta questa cavolo di una guerra?
Sia chiaro: a farla per abbattere il regime degli ayatollah. Ricordate? Tutti i nostri esperti da salotto ci illustravano, ad ogni talk show, l’inevitabile «regime change». Si fa il «regime change» di qui, si fa il «regime change» di là.
A sentirli sembrava più facile cambiare il regime iraniano che cambiare il loro vestito per il cocktail serale. Un po’ di missili, qualche effetto collaterale, una scuola che salta in aria (ma vorremo pure aiutare i giovani iraniani, no?) e il gioco è fatto: i Parenzo d’Italia gridavano a reti unificate che l’attacco era indispensabile per mettere fine all’orrenda dittatura islamica. La quale dittatura, però, purtroppamente, alla fine della guerra è ancora là. Più salda e feroce che prima.
Dunque la guerra non è servita a cambiare il regime iraniano, il quale anzi s’è stretto attorno ai pasdaran ancor più estremisti. E non è servita nemmeno ad aiutare i giovani manifestanti, che in effetti ora si guardano bene dal manifestare, e chissà quando potranno tornare a farlo. La guerra non è servita nemmeno a punire chi ha impiccato i contestatori perché anzi i boia di quei ragazzi appaiono oggi trionfanti come vincitori della guerra e salvatori della patria.
E allora a cosa è servito? A disinnescare l’incubo nucleare? A portare via l’uranio dalle mani degli ayatollah? Questa era l’altra grande arma dialettica sparata dai nostri bombardieri da talk show: non possiamo rischiare che un Paese non democratico arrivi ad avere la bomba atomica, ripetevano. E pazienza se la bomba atomica ce l’hanno pure la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord che non sono proprio democratici. È l’Iran che non la deve avere, ci spiegavano. Israele sì, l’Iran no. Perché? Perché vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.
Lo hanno ripetuto talmente tante volte che alla fine quasi quasi finivamo per crederci: vuoi vedere che la guerra serve a portare via il nucleare all’Iran?
Purtroppamente, neppure quello è vero. Il regime iraniano è rimasto lì, il nucleare pure. Nei prossimi sessanta giorni si discuterà cosa farne, ma l’ipotesi più realistica è che si ripeta l’accordo firmato nel 2015 da Obama, accordo per altro contestatissimo da Trump. Il quale Trump, però, alla fine probabilmente accetterà le stesse condizioni dell’accordo di Obama, e persino un po’ peggiori: in pratica l’uranio resta lì, solo che Teheran si impegna a sospendere l’arricchimento un tot di anni (venti chiedono gli uni, cinque rispondono gli altri, probabile che si chiuda a dieci, come al suk). In compenso gli iraniani si vedranno sbloccati tutti i loro fondi e non dovranno preoccuparsi di smilitarizzare gli hezbollah in Libano. Dunque cosa cambia? La riapertura dello stretto di Hormuz, ovvio. Che, per altro, era già apertissimo prima dell’inizio della guerra.
Dunque ripeto la domanda iniziale: a che cosa è servita questa diavolo di guerra? Se tutto va bene: a tornare alla situazione che c’era prima. Dico se tutto va bene perché gli iraniani già stanno dicendo che la riapertura dello stretto di Hormuz è solo per sessanta giorni, poi metteranno il pedaggio. Nel caso fosse vero abbiamo la risposta alla domanda: a che cosa è servita la guerra? Ad avere un pedaggio ad Hormuz che prima non c’era. Ma anche se non fosse così (speriamo) il risultato della guerra sarebbe comunque discutibile. Abbiamo seminato per cento giorni morte e distruzione, abbiamo arricchito i produttori di armi, abbiamo fatto aumentare il prezzo del petrolio mettendo in ginocchio l’economia e le famiglie, per che cosa? Per riaprire lo stretto di Hormuz che era già aperto. Per il resto, nulla di nuovo sul fronte iraniano.
Voi capite che i toni trionfalistici stridono un po’ sulla pelle, e anche un po’ sul portafoglio di chiunque guardi in faccia la realtà. Ci piacerebbe assai capire, infatti, il motivo per cui ci siamo infilati in questa follia più folle di tutte le altre, e forse anche il motivo per cui il governo italiano ci ha messo tanto a prenderne le distanze. Ma tant’è: così è andata. Ora vediamo solo quando scenderà il prezzo della benzina. Quando scoppiò la guerra, ricordate?, non fecero in tempo a partire i primi missili e già erano partiti i primi rialzi al distributore. Quando si tratta di far scendere il prezzo, invece, guarda caso il prezzo al distributore si muove con assai meno tempestività, e qualche volta non si muove neppure. E così alla fine resta l’impressione che questa guerra, come ogni altra guerra ma forse ancor di più delle altre, sia stata soltanto un inganno. Proprio come la felicità che ci buttano addosso in queste ore.






