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2026-05-14
Non si può condannare chi è già stato assolto
Carlo Nordio (Ansa)
Nel mirino di Nordio c’è il triplo grado di giudizio, quello davanti alla Cassazione, ritenuto una garanzia per l’imputato nel caso sia stato condannato, magari con una pronuncia contraddittoria tra prima istanza e appello, e una stortura qualora la sentenza definitiva contraddica le prime due. I processi per il delitto di Chiara Poggi in effetti rappresentano un caso che alimenta molti interrogativi sul sistema giudiziario italiano. Primo perché la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere è arrivata dopo ben cinque pronunciamenti, ovvero dopo due sentenze favorevoli all’imputato, un rinvio alla Corte d’appello da parte della Cassazione, un rifacimento del dibattimento di secondo grado e una convalida della Suprema corte, più varie richieste di revisione. E secondo perché una volta pronunciata la condanna definitiva, a distanza di quasi 20 anni dal delitto e a 11 dall’incarcerazione di Alberto Stasi, la magistratura inquirente riparte da capo, con un nuovo colpevole, disconoscendo quello che hanno fatto i colleghi requirenti e giudicanti.
E qui sta il punto messo a fuoco da Nordio. Quante toghe si sono occupate del caso Garlasco? Beh, a occhio e croce poco meno di una cinquantina di magistrati, tra giudici e pm. E com’è possibile che a distanza di 20 anni non si sia giunti a un verdetto incontrovertibile? Ma il ministro della Giustizia mette l’accento su una questione, ovvero le due assoluzioni precedenti alla sentenza di condanna. Dice il Guardasigilli: che senso ha ricorrere, dopo che per ben due processi la magistratura non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato? Difficile dargli torto: i pm dispongono di molti strumenti per accertare i fatti e individuare il colpevole di un reato. E se non ci riescono né in primo né in secondo grado, che senso ha consentire loro una «rivincita» in Cassazione rimettendo tutto in gioco? Per di più non sulla base di elementi nuovi, di prove raccolte successivamente ai precedenti giudizi, ma sulla valutazione degli stessi indizi già accertati in primo e secondo grado. La logica vorrebbe che l’azione penale si concludesse con la seconda assoluzione: la giustizia ha fatto il suo corso, ma per ben due volte non è riuscita a convincere i giudici della colpevolezza dell’imputato. Non solo la logica, ma anche il buon senso e pure l’economicità e l’efficienza del sistema imporrebbero di fermare le Procure dopo due sconfitte, ma invece non accade. Vi chiedete perché? La questione posta da Nordio non è nuova e infatti lui stesso ammette come cambiare sia complicato. Non per via delle regole, che si possono sempre modificare, ma per l’opposizione di gran parte della magistratura, ossia del corpo meno aperto ai cambiamenti, che, come abbiamo visto al referendum, fa quadrato come nessun’altra corporazione è in grado di fare. Pensate, perfino il legale di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, si dice d’accordo con il ministro: non tanto sulla parte che riguarda l’abolizione del terzo grado di giudizio, ma su quella che evidenzia l’anomalia del caso Garlasco. Ovvero un processo a carico di una persona per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro. Ditemi voi se questo non sarà un caso da manuale del diritto penale: sì, per spiegare come non commettere mai più un pasticcio simile.
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Il Guardasigilli interviene sul trattamento riservato a Stasi: «Paradossale». Un sistema che dà 16 anni a un uomo, dopo 5 pronunciamenti, e poi riparte da zero è folle. Ma le toghe non vogliono cambiare.A distanza di quasi 20 anni il delitto di Chiara Poggi fa discutere non soltanto nelle aule di giustizia, e di conseguenza sui giornali e in tv, ma anche nei convegni, come un caso di scuola da cui, in negativo, prendere esempio. Ne ha parlato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - intervenuto a un dibattito - si è chiesto come si possa condannare una persona quando è già stata assolta due volte da una Corte d’assise e da una d’Appello. «È una situazione paradossale, dovuta a una legislazione che andrebbe cambiata, ma è molto difficile», ha spiegato il Guardasigilli. «Certo, oggi un comune cittadino si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre un’altra è attualmente indagata sulla base di prove per le quali l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo». A certificare il cortocircuito della giustizia, ribadisco, è il ministro della Giustizia. Il quale ammette l’anomalia, ma addirittura riconosce che quello di Garlasco è un esempio di legislazione sbagliata.Nel mirino di Nordio c’è il triplo grado di giudizio, quello davanti alla Cassazione, ritenuto una garanzia per l’imputato nel caso sia stato condannato, magari con una pronuncia contraddittoria tra prima istanza e appello, e una stortura qualora la sentenza definitiva contraddica le prime due. I processi per il delitto di Chiara Poggi in effetti rappresentano un caso che alimenta molti interrogativi sul sistema giudiziario italiano. Primo perché la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere è arrivata dopo ben cinque pronunciamenti, ovvero dopo due sentenze favorevoli all’imputato, un rinvio alla Corte d’appello da parte della Cassazione, un rifacimento del dibattimento di secondo grado e una convalida della Suprema corte, più varie richieste di revisione. E secondo perché una volta pronunciata la condanna definitiva, a distanza di quasi 20 anni dal delitto e a 11 dall’incarcerazione di Alberto Stasi, la magistratura inquirente riparte da capo, con un nuovo colpevole, disconoscendo quello che hanno fatto i colleghi requirenti e giudicanti.E qui sta il punto messo a fuoco da Nordio. Quante toghe si sono occupate del caso Garlasco? Beh, a occhio e croce poco meno di una cinquantina di magistrati, tra giudici e pm. E com’è possibile che a distanza di 20 anni non si sia giunti a un verdetto incontrovertibile? Ma il ministro della Giustizia mette l’accento su una questione, ovvero le due assoluzioni precedenti alla sentenza di condanna. Dice il Guardasigilli: che senso ha ricorrere, dopo che per ben due processi la magistratura non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato? Difficile dargli torto: i pm dispongono di molti strumenti per accertare i fatti e individuare il colpevole di un reato. E se non ci riescono né in primo né in secondo grado, che senso ha consentire loro una «rivincita» in Cassazione rimettendo tutto in gioco? Per di più non sulla base di elementi nuovi, di prove raccolte successivamente ai precedenti giudizi, ma sulla valutazione degli stessi indizi già accertati in primo e secondo grado. La logica vorrebbe che l’azione penale si concludesse con la seconda assoluzione: la giustizia ha fatto il suo corso, ma per ben due volte non è riuscita a convincere i giudici della colpevolezza dell’imputato. Non solo la logica, ma anche il buon senso e pure l’economicità e l’efficienza del sistema imporrebbero di fermare le Procure dopo due sconfitte, ma invece non accade. Vi chiedete perché? La questione posta da Nordio non è nuova e infatti lui stesso ammette come cambiare sia complicato. Non per via delle regole, che si possono sempre modificare, ma per l’opposizione di gran parte della magistratura, ossia del corpo meno aperto ai cambiamenti, che, come abbiamo visto al referendum, fa quadrato come nessun’altra corporazione è in grado di fare. Pensate, perfino il legale di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, si dice d’accordo con il ministro: non tanto sulla parte che riguarda l’abolizione del terzo grado di giudizio, ma su quella che evidenzia l’anomalia del caso Garlasco. Ovvero un processo a carico di una persona per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro. Ditemi voi se questo non sarà un caso da manuale del diritto penale: sì, per spiegare come non commettere mai più un pasticcio simile.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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