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2026-04-17
Non abbiate paura di dirlo: «Remigrazione!»
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Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa.
E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio.
Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero?
Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto.
In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
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Religiosi musulmani che predicano i matrimoni a 9 anni, africani fuori di testa che assediano interi quartieri, giovani magrebini che spacciano e delinquono persino davanti ai preti: è questo che dovrebbe spaventarci, non la parola che indica la soluzione.Dite remigrazione, ditelo senza paura. Ditelo forte. Urlatelo in piazza. Re-mi-gra-zio-ne.Non è una parola oscena, non è l’anticamera del razzismo, non nasconde nessun orrore. Anzi: è l’unica speranza per cancellare l’orrore che stiamo vivendo, l’orrore di una civiltà che sta morendo per colpa di un’accoglienza senza regole e senza freni. Re-mi-gra-zione: perché la parola fa così paura?Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio. Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero? Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto. In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
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