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2020-05-14
Nomine, favori, ricatti e tradimenti. Le chat di Palamara gelano le toghe
Luca Palamara (Ansa)
La Procura di Perugia ha depositato buona parte delle chat rintracciate nel cellulare sequestrato al pm Luca Palamara, il magistrato indagato per una presunta corruzione. Ora queste conversazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio superiore della magistratura (ma forse le carte sono già partite) e rischiano di offrire una chiave di lettura totalmente nuova di quello è conosciuto come lo scandalo Csm. E forse non si parlerà più di poche mele marce, ma di un sistema mosso da un unico motore immobile: le nomine. La notizia del deposito delle conversazioni segrete, a quanto ci risulta, circola nei corridoi del Palazzo dei marescialli, creando grande fibrillazione.
Uno dei file più significativi è quello con i messaggi che Palamara ha scambiato con il consigliere Marco Mancinetti, da lui soprannominato «ciccino», amico e compagno della corrente centrista di Unicost.
Palamara con Mancinetti commenta per esempio l'articolo del Fatto Quotidiano che, nel settembre 2018, annunciava l'inchiesta perugina su Palamara stesso alla vigilia del voto per Ermini. E il pm indagato dietro al servizio individua la regia di Giuseppe Cascini, allora procuratore aggiunto a Roma e candidato al Csm con le sinistre di Area: «Cascini dovrà risponderne», scrive Palamara. «Mi hanno accoltellato alle spalle e questo devi ricordarlo anche tu. Marco sono figlio di mio padre. Non avrei mai barattato la mia onestà. È una coltellata che non meritavo, soprattutto dal mio ufficio». A inviare l'informativa su Palamara a Perugia era stato lo stesso Cascini con altri aggiunti. «Come vedi la vita è imprevedibile da ora in avanti sarà Peppe a non potersi più guardare allo specchio. Io continuerò a guardare tutti in faccia senza abbassare la testa. Però me la pagheranno». Mancinetti prova a rincuorarlo: «Capisco la tua amarezza, ma tutto passa. Stai tranquillo». Replica: «Quella di Peppe è una grandissima porcheria». L'amico gli ricorda di averlo già messo in guardia: «Beh, ma te lo abbiamo detto da anni tutti». Evidentemente dentro a Unicost non tutti condividevano i rapporti stretti di Palamara con Cascini.
Anche in un'altra chat, quella tra il pm indagato e Silvana Sica, ex vicepresidente dell'Anm, si parla dell'articolo del Fatto. «La più grande porcata che Peppe e il mio ufficio potesse farmi», commenta Palamara. «Sarà guerra totale». Risposta della Sica: «Perché, non lo sapevi già?». Il mattino dopo la Sica informa Palamara: «Mi ha scritto Peppe». Il pm: «Andasse a fare in culo». Sica: «Ti giro il messaggio, ma non dirlo mi raccomando». Ecco il presunto testo di Cascini: «Il pensiero che molti, compreso Luca, possano pensare che c'entri qualcosa con quell'articolo mi suscita grande rabbia e tristezza. Tu sai bene che io non sono quel tipo di persona. Sono mesi che ho questo enorme peso sulle spalle. Senza poterne parlare con nessuno. Tantomeno con Luca. Sapevo da tempo che la cosa girava tra i giornalisti. Ma cosa potevo fare per impedirlo?». Insomma, mentre la Procura di Perugia indaga sui presunti favoreggiatori di Palamara nel maggio 2019, Cascini, mesi prima, sostiene che «da tempo la cosa girava tra i giornalisti».
Ma torniamo a Mancinetti: è lo stesso che il 17 gennaio scorso aveva chiesto alla pm perugina Gemma Miliani le chat di Palamara per poter fare causa a questo giornale. La nostra «colpa» era di aver riportato una conversazione intercettata il 16 maggio 2019 tra Palamara e il pm Luigi Spina in cui il primo ricordava al secondo di essersi interessato al passaggio del test di ingresso a medicina di Mancinetti jr presso l'università cattolica del Buon consiglio a Tirana, convenzionata con Tor Vergata di Roma: «Mi chie… fare i test […] mi fisso l'appuntamento con il preside, che tra l'altro è pure amico mio, Novelli, Tor Vergata, e con quello che faceva i quiz, viene Annamaria, Soldi (sostituto procuratore generale della Cassazione, ex moglie di Mancinetti, ndr), perché Marco non viene […] facciamo il colloquio». Spina gli suggerisce di scaricarsi «tutti questi messaggi». «Tutto c'ho», è la risposta di Palamara. Adesso ha tutto anche il Csm. Il 28 agosto 2018 Mancinetti invia a Palamara il «codice di Enrico», il figlio. L'8 settembre il padre manda al collega i «dati completi» e quelli della figlia di amici comuni, L. C. Il 19 settembre Mancinetti scrive: «Allora ti do i dati di mio figlio» e aggiunge il «numero di iscrizione», presumibilmente la matricola. Il 28 settembre Palamara chiede di essere aggiornato: «Dammi notizie di Enrico». Mancinetti: «Sta facendo i test… ora». Il 2 ottobre il consigliere aggiorna Palamara: «Enri è dentro! Pure la figlia di Angela (L.C., ndr). Siamo molto contenti». Palamara: «A Ciccino. Sta bono. C. (il padre della ragazza, ndr) un secondo dopo si è precipitato. La cosa più importante è Enrico. Sono veramente felice per lui e sono sicuro che da oggi partirà la riscossa […] la cena la facciamo pagare a C. tu sta' bono». Mancinetti: «E certo». Il 27 novembre si discute dei festeggiamenti: «Ciccino quelli di Tor Vergata mi chiedono la cena quando vogliamo farla? Chiamiamo anche C. o solo noi?». Risposta: «Forse vogliono con Annamaria…». Palamara: «Con te Marco. Dobbiamo farla». E pensare che i coniugi Mancinetti ci avevano fatto scrivere dall'avvocato Giuseppe Ruffini per «contestare fermamente la verità dei fatti» da noi raccontati.
In un'altra chat Mancinetti chiede un intervento di Palamara sul presidente del tribunale, Francesco Monastero: «A Monastero gliela devi presentare come una tua preoccupazione […] gli devi buttare là di mandarmi al civile… tipo alle tutele». In un altro messaggio aggiunge: «Devi dire che non va bene che io vada al Riesame, non va bene come orari e cadenze. Poi non va bene come tappabuchi… quindi gip, che è posto mio dovuto». Palamara promette di pensarci.
Per Mancinetti, Monastero, nell'attribuire gli incarichi, sarebbe succube di Area: «Come tutte le scelte e le persone di fiducia di Monastero ultimamente, assolutamente e completamente a favore di Area, pende dalle loro labbra, indecente». In un altro botta e risposta si capisce che Area si muove come le altre correnti nella partita delle nomine. Al Csm arriva la notizia che il cartello delle sinistre ha improvvisamente cambiato cavallo per un posto di giudice del lavoro di Roma, e per questo occorre più tempo: «Provo a rinviare la votazione», fa sapere Palamara a Mancinetti.
Ci sono poi gli scambi sul magistrato Luciano Panzani. Mancinetti temeva lo facessero presidente della Cassazione: «Se fate Panzani litighiamo! È un disastro ambulante! Una catastrofe». Palamara lo rassicura: «Decidiamo io e te». Per lui niente Palazzaccio. «Cassazione? Ma scherzi davvero?». Lo hanno fatto presidente della Corte d'appello. In un altro scambio Mancinetti commenta così una «nota» di Panzani: «Lo dovete asfaltare. È un matto».
Dal 5 ottobre 2017 Maria Casola riveste l'incarico di Direttore generale della direzione generale dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Pochi giorni prima Mancinetti scrive a Palamara: «Chiedi tu a Maria Casola se prende la Golfieri (Maria Teresa, ndr)? Sta veramente incasinata». Una settimana dopo Palamara domanda all'amico: «Sei contento per la Golfieri?». Mancinetti: «Sì… se mi chiamava per ringraziare era meglio». Nel 2017 per il giudice la Casola è «ok perché è tutelata da Legnini (Giovanni, all'epoca vicepresidente Csm, ndr)». Qualche mese dopo, però, non la sopporta più: «Maria Casola non la voglio più vedere». Quindi nelle carte emergono i movimenti per far conquistare a Mancinetti il posto di consigliere al Csm. Le chat raccontano le trattative passo passo. Il candidato è preoccupato: «Io Luca rischio». Replica: «La primaria esigenza è blindare te. Il resto mi interessa poco».
In un'ulteriore conversazione Mancinetti sponsorizza un'altra collega per un posto in Cassazione: «Luca dobbiamo portare la Dell'Erba al Massimario… lo stramerita». Poi suggerisce due colleghi come presidenti di sezione del tribunale di Roma. Di questi viene nominata Paola De Martiis. Nelle carte ci sono anche i movimenti per le nomine fuori dal Lazio («Laura ok su Grosseto»). C'è poi da piazzare un'altra Laura: «Mandiamola al ministero vicecapo ispettorato […] intanto entra e poi si vede. A lei la conferma anche la destra […] cioè se vince Berlusconi lei rimane», ragiona Mancinetti. Il quale se la prende con Unicost: «Laura la corrente la deve aiutare». Ma il consigliere fa anche il buttafuori. In una chat prende di mira un magistrato segretario del Csm, Maria Vittoria Caprara: «Da più parti viene considerata di Cartoni (Corrado, ex consigliere in quota MI dimessosi dopo lo scandalo, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost Roma. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare da lì». In effetti dopo l'esplosione del caso la donna è tornata a fare il giudice. Mancinetti doveva avere un particolare astio nei confronti di Cartoni: «Tu dovresti chiedere a Monastero per tua curiosità come fa Cartoni a essere sempre libero... solo questo... quante udienze fa...».
A fine aprile 2018 Palamara invita Mancinetti al suo compleanno a casa dell'allora consigliera del Csm in quota Sel, Paola Balducci. Palamara informa l'amico che si tratta di «un gruppo ristretto». Invitati: Pignatone e signora, Monastero, Casola, Stefano Palazzi (ex procuratore della Figc), Legnini, l'allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il prefetto Alessandro Pansa e altri magistrati: Emilia Fargnoli, Francesco Prete, Paolo Auriemma, Roberto Carrelli, Annalisa Pacifici, da poco nominata vicecapo del Dipartimento organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia. Appena diventa consigliere Mancinetti si lamenta di non essere stato invitato a una cena della Balducci, indagata a Perugia per corruzione dal dicembre scorso. «È una vergogna: Pignatone, Baldi (Fulvio, capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, ndr), Basentini (Francesco, ex capo del Dap, ndr), delegittimazione totale del consigliere di Roma». Il quale, però, fresco di nomina chiede al mentore Luca: «Ma se la disciplinare la fai la mattina e poi rinvii alcuni processi al pomeriggio, ti danno doppio gettone?». Così si muoveva uno dei «salvati» dello scandalo Csm. Ed è solo una delle chat di Palamara che presto dovranno essere valutate dal parlamentino dei giudici.
Tutte le balle di Pignatone al suo capo
Il pm Stefano Fava nel marzo 2019 ha inviato al Csm un esposto sui presunti conflitti d'interessi del procuratore Giuseppe Pignatone. Infatti il fratello del magistrato, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara. Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato ben cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate.
L'attuale presidente del tribunale del Vaticano ha sostenuto di essersi astenuto con l'allora procuratore generale della Corte d'appello, Giovanni Salvi. Ma qualcosa nella sua ricostruzione non torna. La strada scelta da Pignatone per dimostrare di aver seguito procedure e protocolli appare piena di buche. E la ricostruzione si fa presto contraddittoria. Soprattutto quando afferma di avere «immediatamente» e «dettagliatamente» informato il procuratore generale. Per scoprirlo non è necessario scavare tra le migliaia di pagine di documenti dell'inchiesta di Perugia, ma basta leggere le missive inviate alla Procura generale. Il già procuratore di Roma, infatti, sostiene «di essere sicuro di aver informato la Signoria vostra (il procuratore generale, ndr) a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini l'Amara Pietro e il Bigotti Ezio, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello, avvocato Roberto Pignatone». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, aveva appreso dei rapporti già nel maggio 2016, e per gli altri indagati nella seconda metà del 2016. E invece inoltra la richiesta di astensione soltanto il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti del proprio ufficio nei confronti di Amara scrivendo che i «rapporti erano già cessati». In particolare assegna personalmente un'informativa di reato che riguarda Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e poi, il 19 dicembre 2016, coassegna a più sostituti proprio il procedimento penale che riguardava Amara.
Un modo di muoversi che ricorda tanto quello del procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, che, avendo un interesse familiare in un procedimento lo aveva coassegnato, e per questo è stato condannato anche in Cassazione. Pignatone, insomma, fa passare molti mesi per poi affermare che i rapporti erano «già cessati». Sostiene anche di aver informato immediatamente la Guardia di finanza, ma non procede con la stessa velocità a segnalare al procuratore generale. E c'è di più. Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017 si legge: «Dopo alcuni contatti preliminari con possibili clienti, mio fratello nel novembre 2016 ha comunicato all'avvocato Amara la sua intenzione per ragioni varie di non proseguire il suo impegno professionale a Roma e non ha più visto l'avvocato Amara, con cui si erano creati rapporti cordiali, dal 28 novembre 2016». Risulta dimostrato quindi che Pignatone ha adottato atti del proprio ufficio in costanza di rapporti del fratello con l'indagato principale del procedimento. E più si va avanti nella lettura, più saltano fuori stranezze. Per esempio, per Bigotti, sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, sostiene che era stato presentato al fratello «da un penalista catanese, il prof. Angelo Mangione», e che «ha svolto per le sue società attività professionale in campo tributario dall'1 ottobre 2014 al 30 giugno 2016». Dimentica che Mangione era socio di studio di Amara (come risulta anche dalla carta intestata) e che Bigotti era cliente di Amara. Con questa narrazione Bigotti e Amara non risultano più collegabili. E il gioco è fatto. Pignatone, poi, non ha mai comunicato al procuratore generale il rapporto di amicizia che lo legava a Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari, sebbene la comunicazione sia stata fatta ai suoi sostituti. Il 5 marzo 2019 Fava, infatti, dà atto che per Virgilio erano state fatte delle «comunicazioni» verbali dal procuratore nel 2016, in ordine a un'amicizia risalente a circa 30 anni prima. Nelle comunicazioni al procuratore generale, però, Virgilio non compare così come non compare il nome di un altro indagato, Pietro Balisteri, che pure aveva dato incarichi al fratello.
Ma è con le date delle iscrizioni sul registro degli indagati che il terreno diventa davvero scivoloso. Nella richiesta di astensione del 26 marzo scrive: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara Pietro è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti Ezio in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, come emerge dagli atti dell'inchiesta, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva infatti essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato prima iscritto come indagato? L'ennesimo dettaglio in cui inciampa la toga.
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I messaggi del pm indagato per corruzione, depositati dalla Procura di Perugia, svelano gli altarini del caso Csm e creano panico nella magistratura. Le carte certificano anche l'aiutino chiesto da Marco Mancinetti per il figlio.Nelle lettere alla Procura generale, il magistrato dice di non aver trattato procedimenti viziati da rapporti esistenti con gli indagati. Ma quelle relazioni non si erano interrotte.Lo speciale contiene due articoli.La Procura di Perugia ha depositato buona parte delle chat rintracciate nel cellulare sequestrato al pm Luca Palamara, il magistrato indagato per una presunta corruzione. Ora queste conversazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio superiore della magistratura (ma forse le carte sono già partite) e rischiano di offrire una chiave di lettura totalmente nuova di quello è conosciuto come lo scandalo Csm. E forse non si parlerà più di poche mele marce, ma di un sistema mosso da un unico motore immobile: le nomine. La notizia del deposito delle conversazioni segrete, a quanto ci risulta, circola nei corridoi del Palazzo dei marescialli, creando grande fibrillazione.Uno dei file più significativi è quello con i messaggi che Palamara ha scambiato con il consigliere Marco Mancinetti, da lui soprannominato «ciccino», amico e compagno della corrente centrista di Unicost.Palamara con Mancinetti commenta per esempio l'articolo del Fatto Quotidiano che, nel settembre 2018, annunciava l'inchiesta perugina su Palamara stesso alla vigilia del voto per Ermini. E il pm indagato dietro al servizio individua la regia di Giuseppe Cascini, allora procuratore aggiunto a Roma e candidato al Csm con le sinistre di Area: «Cascini dovrà risponderne», scrive Palamara. «Mi hanno accoltellato alle spalle e questo devi ricordarlo anche tu. Marco sono figlio di mio padre. Non avrei mai barattato la mia onestà. È una coltellata che non meritavo, soprattutto dal mio ufficio». A inviare l'informativa su Palamara a Perugia era stato lo stesso Cascini con altri aggiunti. «Come vedi la vita è imprevedibile da ora in avanti sarà Peppe a non potersi più guardare allo specchio. Io continuerò a guardare tutti in faccia senza abbassare la testa. Però me la pagheranno». Mancinetti prova a rincuorarlo: «Capisco la tua amarezza, ma tutto passa. Stai tranquillo». Replica: «Quella di Peppe è una grandissima porcheria». L'amico gli ricorda di averlo già messo in guardia: «Beh, ma te lo abbiamo detto da anni tutti». Evidentemente dentro a Unicost non tutti condividevano i rapporti stretti di Palamara con Cascini. Anche in un'altra chat, quella tra il pm indagato e Silvana Sica, ex vicepresidente dell'Anm, si parla dell'articolo del Fatto. «La più grande porcata che Peppe e il mio ufficio potesse farmi», commenta Palamara. «Sarà guerra totale». Risposta della Sica: «Perché, non lo sapevi già?». Il mattino dopo la Sica informa Palamara: «Mi ha scritto Peppe». Il pm: «Andasse a fare in culo». Sica: «Ti giro il messaggio, ma non dirlo mi raccomando». Ecco il presunto testo di Cascini: «Il pensiero che molti, compreso Luca, possano pensare che c'entri qualcosa con quell'articolo mi suscita grande rabbia e tristezza. Tu sai bene che io non sono quel tipo di persona. Sono mesi che ho questo enorme peso sulle spalle. Senza poterne parlare con nessuno. Tantomeno con Luca. Sapevo da tempo che la cosa girava tra i giornalisti. Ma cosa potevo fare per impedirlo?». Insomma, mentre la Procura di Perugia indaga sui presunti favoreggiatori di Palamara nel maggio 2019, Cascini, mesi prima, sostiene che «da tempo la cosa girava tra i giornalisti».Ma torniamo a Mancinetti: è lo stesso che il 17 gennaio scorso aveva chiesto alla pm perugina Gemma Miliani le chat di Palamara per poter fare causa a questo giornale. La nostra «colpa» era di aver riportato una conversazione intercettata il 16 maggio 2019 tra Palamara e il pm Luigi Spina in cui il primo ricordava al secondo di essersi interessato al passaggio del test di ingresso a medicina di Mancinetti jr presso l'università cattolica del Buon consiglio a Tirana, convenzionata con Tor Vergata di Roma: «Mi chie… fare i test […] mi fisso l'appuntamento con il preside, che tra l'altro è pure amico mio, Novelli, Tor Vergata, e con quello che faceva i quiz, viene Annamaria, Soldi (sostituto procuratore generale della Cassazione, ex moglie di Mancinetti, ndr), perché Marco non viene […] facciamo il colloquio». Spina gli suggerisce di scaricarsi «tutti questi messaggi». «Tutto c'ho», è la risposta di Palamara. Adesso ha tutto anche il Csm. Il 28 agosto 2018 Mancinetti invia a Palamara il «codice di Enrico», il figlio. L'8 settembre il padre manda al collega i «dati completi» e quelli della figlia di amici comuni, L. C. Il 19 settembre Mancinetti scrive: «Allora ti do i dati di mio figlio» e aggiunge il «numero di iscrizione», presumibilmente la matricola. Il 28 settembre Palamara chiede di essere aggiornato: «Dammi notizie di Enrico». Mancinetti: «Sta facendo i test… ora». Il 2 ottobre il consigliere aggiorna Palamara: «Enri è dentro! Pure la figlia di Angela (L.C., ndr). Siamo molto contenti». Palamara: «A Ciccino. Sta bono. C. (il padre della ragazza, ndr) un secondo dopo si è precipitato. La cosa più importante è Enrico. Sono veramente felice per lui e sono sicuro che da oggi partirà la riscossa […] la cena la facciamo pagare a C. tu sta' bono». Mancinetti: «E certo». Il 27 novembre si discute dei festeggiamenti: «Ciccino quelli di Tor Vergata mi chiedono la cena quando vogliamo farla? Chiamiamo anche C. o solo noi?». Risposta: «Forse vogliono con Annamaria…». Palamara: «Con te Marco. Dobbiamo farla». E pensare che i coniugi Mancinetti ci avevano fatto scrivere dall'avvocato Giuseppe Ruffini per «contestare fermamente la verità dei fatti» da noi raccontati.In un'altra chat Mancinetti chiede un intervento di Palamara sul presidente del tribunale, Francesco Monastero: «A Monastero gliela devi presentare come una tua preoccupazione […] gli devi buttare là di mandarmi al civile… tipo alle tutele». In un altro messaggio aggiunge: «Devi dire che non va bene che io vada al Riesame, non va bene come orari e cadenze. Poi non va bene come tappabuchi… quindi gip, che è posto mio dovuto». Palamara promette di pensarci.Per Mancinetti, Monastero, nell'attribuire gli incarichi, sarebbe succube di Area: «Come tutte le scelte e le persone di fiducia di Monastero ultimamente, assolutamente e completamente a favore di Area, pende dalle loro labbra, indecente». In un altro botta e risposta si capisce che Area si muove come le altre correnti nella partita delle nomine. Al Csm arriva la notizia che il cartello delle sinistre ha improvvisamente cambiato cavallo per un posto di giudice del lavoro di Roma, e per questo occorre più tempo: «Provo a rinviare la votazione», fa sapere Palamara a Mancinetti.Ci sono poi gli scambi sul magistrato Luciano Panzani. Mancinetti temeva lo facessero presidente della Cassazione: «Se fate Panzani litighiamo! È un disastro ambulante! Una catastrofe». Palamara lo rassicura: «Decidiamo io e te». Per lui niente Palazzaccio. «Cassazione? Ma scherzi davvero?». Lo hanno fatto presidente della Corte d'appello. In un altro scambio Mancinetti commenta così una «nota» di Panzani: «Lo dovete asfaltare. È un matto».Dal 5 ottobre 2017 Maria Casola riveste l'incarico di Direttore generale della direzione generale dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Pochi giorni prima Mancinetti scrive a Palamara: «Chiedi tu a Maria Casola se prende la Golfieri (Maria Teresa, ndr)? Sta veramente incasinata». Una settimana dopo Palamara domanda all'amico: «Sei contento per la Golfieri?». Mancinetti: «Sì… se mi chiamava per ringraziare era meglio». Nel 2017 per il giudice la Casola è «ok perché è tutelata da Legnini (Giovanni, all'epoca vicepresidente Csm, ndr)». Qualche mese dopo, però, non la sopporta più: «Maria Casola non la voglio più vedere». Quindi nelle carte emergono i movimenti per far conquistare a Mancinetti il posto di consigliere al Csm. Le chat raccontano le trattative passo passo. Il candidato è preoccupato: «Io Luca rischio». Replica: «La primaria esigenza è blindare te. Il resto mi interessa poco».In un'ulteriore conversazione Mancinetti sponsorizza un'altra collega per un posto in Cassazione: «Luca dobbiamo portare la Dell'Erba al Massimario… lo stramerita». Poi suggerisce due colleghi come presidenti di sezione del tribunale di Roma. Di questi viene nominata Paola De Martiis. Nelle carte ci sono anche i movimenti per le nomine fuori dal Lazio («Laura ok su Grosseto»). C'è poi da piazzare un'altra Laura: «Mandiamola al ministero vicecapo ispettorato […] intanto entra e poi si vede. A lei la conferma anche la destra […] cioè se vince Berlusconi lei rimane», ragiona Mancinetti. Il quale se la prende con Unicost: «Laura la corrente la deve aiutare». Ma il consigliere fa anche il buttafuori. In una chat prende di mira un magistrato segretario del Csm, Maria Vittoria Caprara: «Da più parti viene considerata di Cartoni (Corrado, ex consigliere in quota MI dimessosi dopo lo scandalo, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost Roma. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare da lì». In effetti dopo l'esplosione del caso la donna è tornata a fare il giudice. Mancinetti doveva avere un particolare astio nei confronti di Cartoni: «Tu dovresti chiedere a Monastero per tua curiosità come fa Cartoni a essere sempre libero... solo questo... quante udienze fa...».A fine aprile 2018 Palamara invita Mancinetti al suo compleanno a casa dell'allora consigliera del Csm in quota Sel, Paola Balducci. Palamara informa l'amico che si tratta di «un gruppo ristretto». Invitati: Pignatone e signora, Monastero, Casola, Stefano Palazzi (ex procuratore della Figc), Legnini, l'allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il prefetto Alessandro Pansa e altri magistrati: Emilia Fargnoli, Francesco Prete, Paolo Auriemma, Roberto Carrelli, Annalisa Pacifici, da poco nominata vicecapo del Dipartimento organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia. Appena diventa consigliere Mancinetti si lamenta di non essere stato invitato a una cena della Balducci, indagata a Perugia per corruzione dal dicembre scorso. «È una vergogna: Pignatone, Baldi (Fulvio, capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, ndr), Basentini (Francesco, ex capo del Dap, ndr), delegittimazione totale del consigliere di Roma». Il quale, però, fresco di nomina chiede al mentore Luca: «Ma se la disciplinare la fai la mattina e poi rinvii alcuni processi al pomeriggio, ti danno doppio gettone?». Così si muoveva uno dei «salvati» dello scandalo Csm. 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Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato ben cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. L'attuale presidente del tribunale del Vaticano ha sostenuto di essersi astenuto con l'allora procuratore generale della Corte d'appello, Giovanni Salvi. Ma qualcosa nella sua ricostruzione non torna. La strada scelta da Pignatone per dimostrare di aver seguito procedure e protocolli appare piena di buche. E la ricostruzione si fa presto contraddittoria. Soprattutto quando afferma di avere «immediatamente» e «dettagliatamente» informato il procuratore generale. Per scoprirlo non è necessario scavare tra le migliaia di pagine di documenti dell'inchiesta di Perugia, ma basta leggere le missive inviate alla Procura generale. Il già procuratore di Roma, infatti, sostiene «di essere sicuro di aver informato la Signoria vostra (il procuratore generale, ndr) a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini l'Amara Pietro e il Bigotti Ezio, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello, avvocato Roberto Pignatone». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, aveva appreso dei rapporti già nel maggio 2016, e per gli altri indagati nella seconda metà del 2016. E invece inoltra la richiesta di astensione soltanto il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti del proprio ufficio nei confronti di Amara scrivendo che i «rapporti erano già cessati». In particolare assegna personalmente un'informativa di reato che riguarda Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e poi, il 19 dicembre 2016, coassegna a più sostituti proprio il procedimento penale che riguardava Amara. Un modo di muoversi che ricorda tanto quello del procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, che, avendo un interesse familiare in un procedimento lo aveva coassegnato, e per questo è stato condannato anche in Cassazione. Pignatone, insomma, fa passare molti mesi per poi affermare che i rapporti erano «già cessati». Sostiene anche di aver informato immediatamente la Guardia di finanza, ma non procede con la stessa velocità a segnalare al procuratore generale. E c'è di più. Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017 si legge: «Dopo alcuni contatti preliminari con possibili clienti, mio fratello nel novembre 2016 ha comunicato all'avvocato Amara la sua intenzione per ragioni varie di non proseguire il suo impegno professionale a Roma e non ha più visto l'avvocato Amara, con cui si erano creati rapporti cordiali, dal 28 novembre 2016». Risulta dimostrato quindi che Pignatone ha adottato atti del proprio ufficio in costanza di rapporti del fratello con l'indagato principale del procedimento. E più si va avanti nella lettura, più saltano fuori stranezze. Per esempio, per Bigotti, sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, sostiene che era stato presentato al fratello «da un penalista catanese, il prof. Angelo Mangione», e che «ha svolto per le sue società attività professionale in campo tributario dall'1 ottobre 2014 al 30 giugno 2016». Dimentica che Mangione era socio di studio di Amara (come risulta anche dalla carta intestata) e che Bigotti era cliente di Amara. Con questa narrazione Bigotti e Amara non risultano più collegabili. E il gioco è fatto. Pignatone, poi, non ha mai comunicato al procuratore generale il rapporto di amicizia che lo legava a Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari, sebbene la comunicazione sia stata fatta ai suoi sostituti. Il 5 marzo 2019 Fava, infatti, dà atto che per Virgilio erano state fatte delle «comunicazioni» verbali dal procuratore nel 2016, in ordine a un'amicizia risalente a circa 30 anni prima. Nelle comunicazioni al procuratore generale, però, Virgilio non compare così come non compare il nome di un altro indagato, Pietro Balisteri, che pure aveva dato incarichi al fratello. Ma è con le date delle iscrizioni sul registro degli indagati che il terreno diventa davvero scivoloso. Nella richiesta di astensione del 26 marzo scrive: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara Pietro è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti Ezio in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, come emerge dagli atti dell'inchiesta, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva infatti essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato prima iscritto come indagato? L'ennesimo dettaglio in cui inciampa la toga.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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