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2020-05-14
Nomine, favori, ricatti e tradimenti. Le chat di Palamara gelano le toghe
Luca Palamara (Ansa)
La Procura di Perugia ha depositato buona parte delle chat rintracciate nel cellulare sequestrato al pm Luca Palamara, il magistrato indagato per una presunta corruzione. Ora queste conversazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio superiore della magistratura (ma forse le carte sono già partite) e rischiano di offrire una chiave di lettura totalmente nuova di quello è conosciuto come lo scandalo Csm. E forse non si parlerà più di poche mele marce, ma di un sistema mosso da un unico motore immobile: le nomine. La notizia del deposito delle conversazioni segrete, a quanto ci risulta, circola nei corridoi del Palazzo dei marescialli, creando grande fibrillazione.
Uno dei file più significativi è quello con i messaggi che Palamara ha scambiato con il consigliere Marco Mancinetti, da lui soprannominato «ciccino», amico e compagno della corrente centrista di Unicost.
Palamara con Mancinetti commenta per esempio l'articolo del Fatto Quotidiano che, nel settembre 2018, annunciava l'inchiesta perugina su Palamara stesso alla vigilia del voto per Ermini. E il pm indagato dietro al servizio individua la regia di Giuseppe Cascini, allora procuratore aggiunto a Roma e candidato al Csm con le sinistre di Area: «Cascini dovrà risponderne», scrive Palamara. «Mi hanno accoltellato alle spalle e questo devi ricordarlo anche tu. Marco sono figlio di mio padre. Non avrei mai barattato la mia onestà. È una coltellata che non meritavo, soprattutto dal mio ufficio». A inviare l'informativa su Palamara a Perugia era stato lo stesso Cascini con altri aggiunti. «Come vedi la vita è imprevedibile da ora in avanti sarà Peppe a non potersi più guardare allo specchio. Io continuerò a guardare tutti in faccia senza abbassare la testa. Però me la pagheranno». Mancinetti prova a rincuorarlo: «Capisco la tua amarezza, ma tutto passa. Stai tranquillo». Replica: «Quella di Peppe è una grandissima porcheria». L'amico gli ricorda di averlo già messo in guardia: «Beh, ma te lo abbiamo detto da anni tutti». Evidentemente dentro a Unicost non tutti condividevano i rapporti stretti di Palamara con Cascini.
Anche in un'altra chat, quella tra il pm indagato e Silvana Sica, ex vicepresidente dell'Anm, si parla dell'articolo del Fatto. «La più grande porcata che Peppe e il mio ufficio potesse farmi», commenta Palamara. «Sarà guerra totale». Risposta della Sica: «Perché, non lo sapevi già?». Il mattino dopo la Sica informa Palamara: «Mi ha scritto Peppe». Il pm: «Andasse a fare in culo». Sica: «Ti giro il messaggio, ma non dirlo mi raccomando». Ecco il presunto testo di Cascini: «Il pensiero che molti, compreso Luca, possano pensare che c'entri qualcosa con quell'articolo mi suscita grande rabbia e tristezza. Tu sai bene che io non sono quel tipo di persona. Sono mesi che ho questo enorme peso sulle spalle. Senza poterne parlare con nessuno. Tantomeno con Luca. Sapevo da tempo che la cosa girava tra i giornalisti. Ma cosa potevo fare per impedirlo?». Insomma, mentre la Procura di Perugia indaga sui presunti favoreggiatori di Palamara nel maggio 2019, Cascini, mesi prima, sostiene che «da tempo la cosa girava tra i giornalisti».
Ma torniamo a Mancinetti: è lo stesso che il 17 gennaio scorso aveva chiesto alla pm perugina Gemma Miliani le chat di Palamara per poter fare causa a questo giornale. La nostra «colpa» era di aver riportato una conversazione intercettata il 16 maggio 2019 tra Palamara e il pm Luigi Spina in cui il primo ricordava al secondo di essersi interessato al passaggio del test di ingresso a medicina di Mancinetti jr presso l'università cattolica del Buon consiglio a Tirana, convenzionata con Tor Vergata di Roma: «Mi chie… fare i test […] mi fisso l'appuntamento con il preside, che tra l'altro è pure amico mio, Novelli, Tor Vergata, e con quello che faceva i quiz, viene Annamaria, Soldi (sostituto procuratore generale della Cassazione, ex moglie di Mancinetti, ndr), perché Marco non viene […] facciamo il colloquio». Spina gli suggerisce di scaricarsi «tutti questi messaggi». «Tutto c'ho», è la risposta di Palamara. Adesso ha tutto anche il Csm. Il 28 agosto 2018 Mancinetti invia a Palamara il «codice di Enrico», il figlio. L'8 settembre il padre manda al collega i «dati completi» e quelli della figlia di amici comuni, L. C. Il 19 settembre Mancinetti scrive: «Allora ti do i dati di mio figlio» e aggiunge il «numero di iscrizione», presumibilmente la matricola. Il 28 settembre Palamara chiede di essere aggiornato: «Dammi notizie di Enrico». Mancinetti: «Sta facendo i test… ora». Il 2 ottobre il consigliere aggiorna Palamara: «Enri è dentro! Pure la figlia di Angela (L.C., ndr). Siamo molto contenti». Palamara: «A Ciccino. Sta bono. C. (il padre della ragazza, ndr) un secondo dopo si è precipitato. La cosa più importante è Enrico. Sono veramente felice per lui e sono sicuro che da oggi partirà la riscossa […] la cena la facciamo pagare a C. tu sta' bono». Mancinetti: «E certo». Il 27 novembre si discute dei festeggiamenti: «Ciccino quelli di Tor Vergata mi chiedono la cena quando vogliamo farla? Chiamiamo anche C. o solo noi?». Risposta: «Forse vogliono con Annamaria…». Palamara: «Con te Marco. Dobbiamo farla». E pensare che i coniugi Mancinetti ci avevano fatto scrivere dall'avvocato Giuseppe Ruffini per «contestare fermamente la verità dei fatti» da noi raccontati.
In un'altra chat Mancinetti chiede un intervento di Palamara sul presidente del tribunale, Francesco Monastero: «A Monastero gliela devi presentare come una tua preoccupazione […] gli devi buttare là di mandarmi al civile… tipo alle tutele». In un altro messaggio aggiunge: «Devi dire che non va bene che io vada al Riesame, non va bene come orari e cadenze. Poi non va bene come tappabuchi… quindi gip, che è posto mio dovuto». Palamara promette di pensarci.
Per Mancinetti, Monastero, nell'attribuire gli incarichi, sarebbe succube di Area: «Come tutte le scelte e le persone di fiducia di Monastero ultimamente, assolutamente e completamente a favore di Area, pende dalle loro labbra, indecente». In un altro botta e risposta si capisce che Area si muove come le altre correnti nella partita delle nomine. Al Csm arriva la notizia che il cartello delle sinistre ha improvvisamente cambiato cavallo per un posto di giudice del lavoro di Roma, e per questo occorre più tempo: «Provo a rinviare la votazione», fa sapere Palamara a Mancinetti.
Ci sono poi gli scambi sul magistrato Luciano Panzani. Mancinetti temeva lo facessero presidente della Cassazione: «Se fate Panzani litighiamo! È un disastro ambulante! Una catastrofe». Palamara lo rassicura: «Decidiamo io e te». Per lui niente Palazzaccio. «Cassazione? Ma scherzi davvero?». Lo hanno fatto presidente della Corte d'appello. In un altro scambio Mancinetti commenta così una «nota» di Panzani: «Lo dovete asfaltare. È un matto».
Dal 5 ottobre 2017 Maria Casola riveste l'incarico di Direttore generale della direzione generale dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Pochi giorni prima Mancinetti scrive a Palamara: «Chiedi tu a Maria Casola se prende la Golfieri (Maria Teresa, ndr)? Sta veramente incasinata». Una settimana dopo Palamara domanda all'amico: «Sei contento per la Golfieri?». Mancinetti: «Sì… se mi chiamava per ringraziare era meglio». Nel 2017 per il giudice la Casola è «ok perché è tutelata da Legnini (Giovanni, all'epoca vicepresidente Csm, ndr)». Qualche mese dopo, però, non la sopporta più: «Maria Casola non la voglio più vedere». Quindi nelle carte emergono i movimenti per far conquistare a Mancinetti il posto di consigliere al Csm. Le chat raccontano le trattative passo passo. Il candidato è preoccupato: «Io Luca rischio». Replica: «La primaria esigenza è blindare te. Il resto mi interessa poco».
In un'ulteriore conversazione Mancinetti sponsorizza un'altra collega per un posto in Cassazione: «Luca dobbiamo portare la Dell'Erba al Massimario… lo stramerita». Poi suggerisce due colleghi come presidenti di sezione del tribunale di Roma. Di questi viene nominata Paola De Martiis. Nelle carte ci sono anche i movimenti per le nomine fuori dal Lazio («Laura ok su Grosseto»). C'è poi da piazzare un'altra Laura: «Mandiamola al ministero vicecapo ispettorato […] intanto entra e poi si vede. A lei la conferma anche la destra […] cioè se vince Berlusconi lei rimane», ragiona Mancinetti. Il quale se la prende con Unicost: «Laura la corrente la deve aiutare». Ma il consigliere fa anche il buttafuori. In una chat prende di mira un magistrato segretario del Csm, Maria Vittoria Caprara: «Da più parti viene considerata di Cartoni (Corrado, ex consigliere in quota MI dimessosi dopo lo scandalo, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost Roma. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare da lì». In effetti dopo l'esplosione del caso la donna è tornata a fare il giudice. Mancinetti doveva avere un particolare astio nei confronti di Cartoni: «Tu dovresti chiedere a Monastero per tua curiosità come fa Cartoni a essere sempre libero... solo questo... quante udienze fa...».
A fine aprile 2018 Palamara invita Mancinetti al suo compleanno a casa dell'allora consigliera del Csm in quota Sel, Paola Balducci. Palamara informa l'amico che si tratta di «un gruppo ristretto». Invitati: Pignatone e signora, Monastero, Casola, Stefano Palazzi (ex procuratore della Figc), Legnini, l'allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il prefetto Alessandro Pansa e altri magistrati: Emilia Fargnoli, Francesco Prete, Paolo Auriemma, Roberto Carrelli, Annalisa Pacifici, da poco nominata vicecapo del Dipartimento organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia. Appena diventa consigliere Mancinetti si lamenta di non essere stato invitato a una cena della Balducci, indagata a Perugia per corruzione dal dicembre scorso. «È una vergogna: Pignatone, Baldi (Fulvio, capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, ndr), Basentini (Francesco, ex capo del Dap, ndr), delegittimazione totale del consigliere di Roma». Il quale, però, fresco di nomina chiede al mentore Luca: «Ma se la disciplinare la fai la mattina e poi rinvii alcuni processi al pomeriggio, ti danno doppio gettone?». Così si muoveva uno dei «salvati» dello scandalo Csm. Ed è solo una delle chat di Palamara che presto dovranno essere valutate dal parlamentino dei giudici.
Tutte le balle di Pignatone al suo capo
Il pm Stefano Fava nel marzo 2019 ha inviato al Csm un esposto sui presunti conflitti d'interessi del procuratore Giuseppe Pignatone. Infatti il fratello del magistrato, l'avvocato Roberto, è stato consulente di almeno tre indagati coinvolti in un fascicolo del suo ufficio, quello sulla corruzione al Consiglio di Stato, con al centro la figura del faccendiere Piero Amara. Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato ben cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate.
L'attuale presidente del tribunale del Vaticano ha sostenuto di essersi astenuto con l'allora procuratore generale della Corte d'appello, Giovanni Salvi. Ma qualcosa nella sua ricostruzione non torna. La strada scelta da Pignatone per dimostrare di aver seguito procedure e protocolli appare piena di buche. E la ricostruzione si fa presto contraddittoria. Soprattutto quando afferma di avere «immediatamente» e «dettagliatamente» informato il procuratore generale. Per scoprirlo non è necessario scavare tra le migliaia di pagine di documenti dell'inchiesta di Perugia, ma basta leggere le missive inviate alla Procura generale. Il già procuratore di Roma, infatti, sostiene «di essere sicuro di aver informato la Signoria vostra (il procuratore generale, ndr) a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini l'Amara Pietro e il Bigotti Ezio, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello, avvocato Roberto Pignatone». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, aveva appreso dei rapporti già nel maggio 2016, e per gli altri indagati nella seconda metà del 2016. E invece inoltra la richiesta di astensione soltanto il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti del proprio ufficio nei confronti di Amara scrivendo che i «rapporti erano già cessati». In particolare assegna personalmente un'informativa di reato che riguarda Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e poi, il 19 dicembre 2016, coassegna a più sostituti proprio il procedimento penale che riguardava Amara.
Un modo di muoversi che ricorda tanto quello del procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, che, avendo un interesse familiare in un procedimento lo aveva coassegnato, e per questo è stato condannato anche in Cassazione. Pignatone, insomma, fa passare molti mesi per poi affermare che i rapporti erano «già cessati». Sostiene anche di aver informato immediatamente la Guardia di finanza, ma non procede con la stessa velocità a segnalare al procuratore generale. E c'è di più. Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017 si legge: «Dopo alcuni contatti preliminari con possibili clienti, mio fratello nel novembre 2016 ha comunicato all'avvocato Amara la sua intenzione per ragioni varie di non proseguire il suo impegno professionale a Roma e non ha più visto l'avvocato Amara, con cui si erano creati rapporti cordiali, dal 28 novembre 2016». Risulta dimostrato quindi che Pignatone ha adottato atti del proprio ufficio in costanza di rapporti del fratello con l'indagato principale del procedimento. E più si va avanti nella lettura, più saltano fuori stranezze. Per esempio, per Bigotti, sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, sostiene che era stato presentato al fratello «da un penalista catanese, il prof. Angelo Mangione», e che «ha svolto per le sue società attività professionale in campo tributario dall'1 ottobre 2014 al 30 giugno 2016». Dimentica che Mangione era socio di studio di Amara (come risulta anche dalla carta intestata) e che Bigotti era cliente di Amara. Con questa narrazione Bigotti e Amara non risultano più collegabili. E il gioco è fatto. Pignatone, poi, non ha mai comunicato al procuratore generale il rapporto di amicizia che lo legava a Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari, sebbene la comunicazione sia stata fatta ai suoi sostituti. Il 5 marzo 2019 Fava, infatti, dà atto che per Virgilio erano state fatte delle «comunicazioni» verbali dal procuratore nel 2016, in ordine a un'amicizia risalente a circa 30 anni prima. Nelle comunicazioni al procuratore generale, però, Virgilio non compare così come non compare il nome di un altro indagato, Pietro Balisteri, che pure aveva dato incarichi al fratello.
Ma è con le date delle iscrizioni sul registro degli indagati che il terreno diventa davvero scivoloso. Nella richiesta di astensione del 26 marzo scrive: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara Pietro è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti Ezio in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, come emerge dagli atti dell'inchiesta, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva infatti essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato prima iscritto come indagato? L'ennesimo dettaglio in cui inciampa la toga.
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I messaggi del pm indagato per corruzione, depositati dalla Procura di Perugia, svelano gli altarini del caso Csm e creano panico nella magistratura. Le carte certificano anche l'aiutino chiesto da Marco Mancinetti per il figlio.Nelle lettere alla Procura generale, il magistrato dice di non aver trattato procedimenti viziati da rapporti esistenti con gli indagati. Ma quelle relazioni non si erano interrotte.Lo speciale contiene due articoli.La Procura di Perugia ha depositato buona parte delle chat rintracciate nel cellulare sequestrato al pm Luca Palamara, il magistrato indagato per una presunta corruzione. Ora queste conversazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio superiore della magistratura (ma forse le carte sono già partite) e rischiano di offrire una chiave di lettura totalmente nuova di quello è conosciuto come lo scandalo Csm. E forse non si parlerà più di poche mele marce, ma di un sistema mosso da un unico motore immobile: le nomine. La notizia del deposito delle conversazioni segrete, a quanto ci risulta, circola nei corridoi del Palazzo dei marescialli, creando grande fibrillazione.Uno dei file più significativi è quello con i messaggi che Palamara ha scambiato con il consigliere Marco Mancinetti, da lui soprannominato «ciccino», amico e compagno della corrente centrista di Unicost.Palamara con Mancinetti commenta per esempio l'articolo del Fatto Quotidiano che, nel settembre 2018, annunciava l'inchiesta perugina su Palamara stesso alla vigilia del voto per Ermini. E il pm indagato dietro al servizio individua la regia di Giuseppe Cascini, allora procuratore aggiunto a Roma e candidato al Csm con le sinistre di Area: «Cascini dovrà risponderne», scrive Palamara. «Mi hanno accoltellato alle spalle e questo devi ricordarlo anche tu. Marco sono figlio di mio padre. Non avrei mai barattato la mia onestà. È una coltellata che non meritavo, soprattutto dal mio ufficio». A inviare l'informativa su Palamara a Perugia era stato lo stesso Cascini con altri aggiunti. «Come vedi la vita è imprevedibile da ora in avanti sarà Peppe a non potersi più guardare allo specchio. Io continuerò a guardare tutti in faccia senza abbassare la testa. Però me la pagheranno». Mancinetti prova a rincuorarlo: «Capisco la tua amarezza, ma tutto passa. Stai tranquillo». Replica: «Quella di Peppe è una grandissima porcheria». L'amico gli ricorda di averlo già messo in guardia: «Beh, ma te lo abbiamo detto da anni tutti». Evidentemente dentro a Unicost non tutti condividevano i rapporti stretti di Palamara con Cascini. Anche in un'altra chat, quella tra il pm indagato e Silvana Sica, ex vicepresidente dell'Anm, si parla dell'articolo del Fatto. «La più grande porcata che Peppe e il mio ufficio potesse farmi», commenta Palamara. «Sarà guerra totale». Risposta della Sica: «Perché, non lo sapevi già?». Il mattino dopo la Sica informa Palamara: «Mi ha scritto Peppe». Il pm: «Andasse a fare in culo». Sica: «Ti giro il messaggio, ma non dirlo mi raccomando». Ecco il presunto testo di Cascini: «Il pensiero che molti, compreso Luca, possano pensare che c'entri qualcosa con quell'articolo mi suscita grande rabbia e tristezza. Tu sai bene che io non sono quel tipo di persona. Sono mesi che ho questo enorme peso sulle spalle. Senza poterne parlare con nessuno. Tantomeno con Luca. Sapevo da tempo che la cosa girava tra i giornalisti. Ma cosa potevo fare per impedirlo?». Insomma, mentre la Procura di Perugia indaga sui presunti favoreggiatori di Palamara nel maggio 2019, Cascini, mesi prima, sostiene che «da tempo la cosa girava tra i giornalisti».Ma torniamo a Mancinetti: è lo stesso che il 17 gennaio scorso aveva chiesto alla pm perugina Gemma Miliani le chat di Palamara per poter fare causa a questo giornale. La nostra «colpa» era di aver riportato una conversazione intercettata il 16 maggio 2019 tra Palamara e il pm Luigi Spina in cui il primo ricordava al secondo di essersi interessato al passaggio del test di ingresso a medicina di Mancinetti jr presso l'università cattolica del Buon consiglio a Tirana, convenzionata con Tor Vergata di Roma: «Mi chie… fare i test […] mi fisso l'appuntamento con il preside, che tra l'altro è pure amico mio, Novelli, Tor Vergata, e con quello che faceva i quiz, viene Annamaria, Soldi (sostituto procuratore generale della Cassazione, ex moglie di Mancinetti, ndr), perché Marco non viene […] facciamo il colloquio». Spina gli suggerisce di scaricarsi «tutti questi messaggi». «Tutto c'ho», è la risposta di Palamara. Adesso ha tutto anche il Csm. Il 28 agosto 2018 Mancinetti invia a Palamara il «codice di Enrico», il figlio. L'8 settembre il padre manda al collega i «dati completi» e quelli della figlia di amici comuni, L. C. Il 19 settembre Mancinetti scrive: «Allora ti do i dati di mio figlio» e aggiunge il «numero di iscrizione», presumibilmente la matricola. Il 28 settembre Palamara chiede di essere aggiornato: «Dammi notizie di Enrico». Mancinetti: «Sta facendo i test… ora». Il 2 ottobre il consigliere aggiorna Palamara: «Enri è dentro! Pure la figlia di Angela (L.C., ndr). Siamo molto contenti». Palamara: «A Ciccino. Sta bono. C. (il padre della ragazza, ndr) un secondo dopo si è precipitato. La cosa più importante è Enrico. Sono veramente felice per lui e sono sicuro che da oggi partirà la riscossa […] la cena la facciamo pagare a C. tu sta' bono». Mancinetti: «E certo». Il 27 novembre si discute dei festeggiamenti: «Ciccino quelli di Tor Vergata mi chiedono la cena quando vogliamo farla? Chiamiamo anche C. o solo noi?». Risposta: «Forse vogliono con Annamaria…». Palamara: «Con te Marco. Dobbiamo farla». E pensare che i coniugi Mancinetti ci avevano fatto scrivere dall'avvocato Giuseppe Ruffini per «contestare fermamente la verità dei fatti» da noi raccontati.In un'altra chat Mancinetti chiede un intervento di Palamara sul presidente del tribunale, Francesco Monastero: «A Monastero gliela devi presentare come una tua preoccupazione […] gli devi buttare là di mandarmi al civile… tipo alle tutele». In un altro messaggio aggiunge: «Devi dire che non va bene che io vada al Riesame, non va bene come orari e cadenze. Poi non va bene come tappabuchi… quindi gip, che è posto mio dovuto». Palamara promette di pensarci.Per Mancinetti, Monastero, nell'attribuire gli incarichi, sarebbe succube di Area: «Come tutte le scelte e le persone di fiducia di Monastero ultimamente, assolutamente e completamente a favore di Area, pende dalle loro labbra, indecente». In un altro botta e risposta si capisce che Area si muove come le altre correnti nella partita delle nomine. Al Csm arriva la notizia che il cartello delle sinistre ha improvvisamente cambiato cavallo per un posto di giudice del lavoro di Roma, e per questo occorre più tempo: «Provo a rinviare la votazione», fa sapere Palamara a Mancinetti.Ci sono poi gli scambi sul magistrato Luciano Panzani. Mancinetti temeva lo facessero presidente della Cassazione: «Se fate Panzani litighiamo! È un disastro ambulante! Una catastrofe». Palamara lo rassicura: «Decidiamo io e te». Per lui niente Palazzaccio. «Cassazione? Ma scherzi davvero?». Lo hanno fatto presidente della Corte d'appello. In un altro scambio Mancinetti commenta così una «nota» di Panzani: «Lo dovete asfaltare. È un matto».Dal 5 ottobre 2017 Maria Casola riveste l'incarico di Direttore generale della direzione generale dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Pochi giorni prima Mancinetti scrive a Palamara: «Chiedi tu a Maria Casola se prende la Golfieri (Maria Teresa, ndr)? Sta veramente incasinata». Una settimana dopo Palamara domanda all'amico: «Sei contento per la Golfieri?». Mancinetti: «Sì… se mi chiamava per ringraziare era meglio». Nel 2017 per il giudice la Casola è «ok perché è tutelata da Legnini (Giovanni, all'epoca vicepresidente Csm, ndr)». Qualche mese dopo, però, non la sopporta più: «Maria Casola non la voglio più vedere». Quindi nelle carte emergono i movimenti per far conquistare a Mancinetti il posto di consigliere al Csm. Le chat raccontano le trattative passo passo. Il candidato è preoccupato: «Io Luca rischio». Replica: «La primaria esigenza è blindare te. Il resto mi interessa poco».In un'ulteriore conversazione Mancinetti sponsorizza un'altra collega per un posto in Cassazione: «Luca dobbiamo portare la Dell'Erba al Massimario… lo stramerita». Poi suggerisce due colleghi come presidenti di sezione del tribunale di Roma. Di questi viene nominata Paola De Martiis. Nelle carte ci sono anche i movimenti per le nomine fuori dal Lazio («Laura ok su Grosseto»). C'è poi da piazzare un'altra Laura: «Mandiamola al ministero vicecapo ispettorato […] intanto entra e poi si vede. A lei la conferma anche la destra […] cioè se vince Berlusconi lei rimane», ragiona Mancinetti. Il quale se la prende con Unicost: «Laura la corrente la deve aiutare». Ma il consigliere fa anche il buttafuori. In una chat prende di mira un magistrato segretario del Csm, Maria Vittoria Caprara: «Da più parti viene considerata di Cartoni (Corrado, ex consigliere in quota MI dimessosi dopo lo scandalo, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost Roma. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare da lì». In effetti dopo l'esplosione del caso la donna è tornata a fare il giudice. Mancinetti doveva avere un particolare astio nei confronti di Cartoni: «Tu dovresti chiedere a Monastero per tua curiosità come fa Cartoni a essere sempre libero... solo questo... quante udienze fa...».A fine aprile 2018 Palamara invita Mancinetti al suo compleanno a casa dell'allora consigliera del Csm in quota Sel, Paola Balducci. Palamara informa l'amico che si tratta di «un gruppo ristretto». Invitati: Pignatone e signora, Monastero, Casola, Stefano Palazzi (ex procuratore della Figc), Legnini, l'allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il prefetto Alessandro Pansa e altri magistrati: Emilia Fargnoli, Francesco Prete, Paolo Auriemma, Roberto Carrelli, Annalisa Pacifici, da poco nominata vicecapo del Dipartimento organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia. Appena diventa consigliere Mancinetti si lamenta di non essere stato invitato a una cena della Balducci, indagata a Perugia per corruzione dal dicembre scorso. «È una vergogna: Pignatone, Baldi (Fulvio, capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, ndr), Basentini (Francesco, ex capo del Dap, ndr), delegittimazione totale del consigliere di Roma». Il quale, però, fresco di nomina chiede al mentore Luca: «Ma se la disciplinare la fai la mattina e poi rinvii alcuni processi al pomeriggio, ti danno doppio gettone?». Così si muoveva uno dei «salvati» dello scandalo Csm. 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Inoltre Pignatone aveva rapporti personali, come da lui stesso ammesso, con altri due indagati, Riccardo Virgilio, ex presidente della quarta sezione del Consiglio di Stato, e il lobbista Fabrizio Centofanti. In tutto, quindi, lui e il fratello avevano incrociato ben cinque indagati dell'inchiesta sulle sentenze comprate. L'attuale presidente del tribunale del Vaticano ha sostenuto di essersi astenuto con l'allora procuratore generale della Corte d'appello, Giovanni Salvi. Ma qualcosa nella sua ricostruzione non torna. La strada scelta da Pignatone per dimostrare di aver seguito procedure e protocolli appare piena di buche. E la ricostruzione si fa presto contraddittoria. Soprattutto quando afferma di avere «immediatamente» e «dettagliatamente» informato il procuratore generale. Per scoprirlo non è necessario scavare tra le migliaia di pagine di documenti dell'inchiesta di Perugia, ma basta leggere le missive inviate alla Procura generale. Il già procuratore di Roma, infatti, sostiene «di essere sicuro di aver informato la Signoria vostra (il procuratore generale, ndr) a suo tempo, e cioè nella seconda metà del 2016 quando divennero oggetto di indagini l'Amara Pietro e il Bigotti Ezio, dell'esistenza di rapporti professionali peraltro già cessati tra il Bigotti e mio fratello, avvocato Roberto Pignatone». Ma Pignatone, per quanto riguarda Centofanti, aveva appreso dei rapporti già nel maggio 2016, e per gli altri indagati nella seconda metà del 2016. E invece inoltra la richiesta di astensione soltanto il 17 maggio 2017, dopo aver adottato atti del proprio ufficio nei confronti di Amara scrivendo che i «rapporti erano già cessati». In particolare assegna personalmente un'informativa di reato che riguarda Amara e Bigotti il 14 novembre 2016 e poi, il 19 dicembre 2016, coassegna a più sostituti proprio il procedimento penale che riguardava Amara. Un modo di muoversi che ricorda tanto quello del procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, che, avendo un interesse familiare in un procedimento lo aveva coassegnato, e per questo è stato condannato anche in Cassazione. Pignatone, insomma, fa passare molti mesi per poi affermare che i rapporti erano «già cessati». Sostiene anche di aver informato immediatamente la Guardia di finanza, ma non procede con la stessa velocità a segnalare al procuratore generale. E c'è di più. Nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017 si legge: «Dopo alcuni contatti preliminari con possibili clienti, mio fratello nel novembre 2016 ha comunicato all'avvocato Amara la sua intenzione per ragioni varie di non proseguire il suo impegno professionale a Roma e non ha più visto l'avvocato Amara, con cui si erano creati rapporti cordiali, dal 28 novembre 2016». Risulta dimostrato quindi che Pignatone ha adottato atti del proprio ufficio in costanza di rapporti del fratello con l'indagato principale del procedimento. E più si va avanti nella lettura, più saltano fuori stranezze. Per esempio, per Bigotti, sempre nella richiesta di astensione del 17 maggio 2017, sostiene che era stato presentato al fratello «da un penalista catanese, il prof. Angelo Mangione», e che «ha svolto per le sue società attività professionale in campo tributario dall'1 ottobre 2014 al 30 giugno 2016». Dimentica che Mangione era socio di studio di Amara (come risulta anche dalla carta intestata) e che Bigotti era cliente di Amara. Con questa narrazione Bigotti e Amara non risultano più collegabili. E il gioco è fatto. Pignatone, poi, non ha mai comunicato al procuratore generale il rapporto di amicizia che lo legava a Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari, sebbene la comunicazione sia stata fatta ai suoi sostituti. Il 5 marzo 2019 Fava, infatti, dà atto che per Virgilio erano state fatte delle «comunicazioni» verbali dal procuratore nel 2016, in ordine a un'amicizia risalente a circa 30 anni prima. Nelle comunicazioni al procuratore generale, però, Virgilio non compare così come non compare il nome di un altro indagato, Pietro Balisteri, che pure aveva dato incarichi al fratello. Ma è con le date delle iscrizioni sul registro degli indagati che il terreno diventa davvero scivoloso. Nella richiesta di astensione del 26 marzo scrive: «Aggiungo per precisione che dai controlli eseguiti è risultato che la prima iscrizione nel registro degli indagati per Amara Pietro è avvenuta in data 16 gennaio 2017 e per Bigotti Ezio in data 19 gennaio 2017, mentre le operazioni di intercettazione nei loro confronti sono cominciate rispettivamente il 24 novembre 2016 e il 30 gennaio 2017». In realtà, come emerge dagli atti dell'inchiesta, Amara è stato iscritto il 18 novembre 2016. Come poteva infatti essere intercettato dal 24 novembre 2016 senza essere stato prima iscritto come indagato? L'ennesimo dettaglio in cui inciampa la toga.
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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Il sindaco di New York Zohran Mamdani parla durante la sua cerimonia di inaugurazione (Ansa)
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
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