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2021-01-30
Niente quarantena dopo la trasferta. I dpcm per Renzi sono carta straccia
Matteo Renzi e Bin Salman (Ansa)
Per intervistare, dietro corposo gettone di presenza, il contestato principe Mohammad Bin Salman in una conferenza sull'innovazione organizzata dal Future investment initiative (Fii), fondazione controllata dalla famiglia reale saudita, Matteo Renzi ha solcato i cieli tra Italia e Arabia Saudita convinto di avere già, primo nel mondo, un patentino anti Covid che lo pone al di sopra di ogni regola sanitaria. Sempre che sia fondata la notizia trapelata da Iv, cioè che il senatore di Rignano si sia fatto vaccinare in terra araba con chissà quale farmaco, l'immunizzazione richiede comunque ben altri tempi e una semplice punturina non può averlo reso in poche ore meno contagioso. Gli scienziati ce lo stanno spiegando da mesi, non ci sono ancora prove che il vaccino ci metta rapidamente al riparo dal coronavirus, né che possiamo non trasmetterlo se già lo stiamo incubando. Quindi Renzi è rientrato in gran fretta dalla sua trasferta, dove ha parlato della necessità di «investire nel nuovo rinascimento saudita», per incontrare il nostro capo dello Stato in piena crisi politica. Senza sottoporsi alla quarantena, obbligatoria per chi rientra da Paesi che rientrano nell'elenco «E» del dpcm del 14 gennaio scorso, in vigore fino al prossimo 5 marzo. Decreto che mantiene gli obblighi e le restrizioni negli spostamenti contenute nel precedente dpcm. L'Arabia Saudita è tra gli Stati per, e verso i quali, i viaggi sono consentiti «solo in presenza di precise motivazioni, quali: lavoro, motivi di salute o di studio, assoluta urgenza, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza». Matteo Renzi fa parte del consiglio di fondazione del Fii, nomina grazie alla quale può arrivare a intascare 80.000 dollari l'anno solo in gettoni di presenza alle riunioni, quindi forse potrebbe avere la scusa di essersi mosso «per lavoro». Ma l'articolo 8 del dpcm dice espressamente che «le persone che hanno soggiornato o transitato nei 14 giorni antecedenti all'ingresso in Italia, in Stati o territori di cui agli elenchi D ed E […] anche se asintomatiche si attengono ai seguenti obblighi». Tra questi, si dice che «sono sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all'isolamento fiduciario per un periodo di 14 giorni presso l'abitazione o la dimora indicata». Attenzione, si parla di obblighi, non di scelta raccomandata. La quarantena è d'obbligo di ritorno dai Paesi extra europei. Il leader di Italia viva, invece, non si è sottoposto a isolamento fiduciario obbligatorio e appena rientrato dall'Arabia saudita sul lussuoso jet privato messo a sua disposizione, è salito al Colle rischiando di infettare il presidente Sergio Mattarella. Non può nemmeno inventarsi la scusa di far parte delle «eccezioni», per le quali non scattano l'obbligo di isolamento fiduciario, della sorveglianza e del tampone ma rimangono quelli di autodichiarazione. L'ex Rottamatore, infatti, non è funzionario Ue né un diplomatico, non fa parte del personale militare, delle forze di polizia e dei vigili del fuoco «nell'esercizio delle loro funzioni». Tantomeno è un lavoratore transfrontaliero «per comprovati motivi di lavoro», che deve rientrare nella propria residenza, o uno sportivo che, autorizzato dal ministero della Salute, doveva partecipare a una manifestazione internazionale. È solo un senatore della Repubblica che ha messo a frutto il suo ex incarico di premier e tiene conferenze ben remunerate in giro per il mondo. Attività che non lo sottrae agli obblighi cui devono sottostare tutti i cittadini in questa emergenza sanitaria. E pazienza se sua altezza, il principe ereditario Mohammad Bin Salaman, per Renzi ha chiuso un occhio, non facendo applicare le nuove misure restrittive necessarie ad arrestare la pandemia. L'ingresso in Arabia Saudita agli stranieri provenienti da Paesi in cui sono stati identificati casi della nuova versione del virus (tra cui l'Italia), è infatti possibile solo «a condizione di rispettare un periodo di autoisolamento domiciliare di 7 giorni» e l'obbligo al sesto giorno di quarantena di effettuare un test molecolare. Il senatore di Rignano avrebbe fatto un tampone in partenza per l'Arabia e uno al ritorno, ma non basta. Doveva sottoporsi a quarantena. Renzi «è un cittadino come gli altri», commenta l'ex ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi di Sant'Agata, diplomatico di vasta esperienza. Doveva rispettare le regole «ancor di più, avendo responsabilità di leader parlamentare. Dovrebbe essere d'esempio». Aggiunge l'ex ministro: «Abbiamo visto come manifestare indifferenza nei confronti delle norme anti Covid, mentre la pandemia sta colpendo in modo disastroso l'umanità, è stato un elemento di propagazione del virus». Il presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini non ha dubbi: «Se c'è una restrizione e un obbligo sanitario, nessuno ne può essere esentato. Come gli imprenditori si attengono alle disposizioni governative quando viaggiano per lavoro, così devono fare calciatori, politici e figure istituzionali. Soprattutto per dare l'esempio». Prandini ricorda che «tantissimi cittadini stanno facendo sacrifici, il momento è tremendo sul piano della salute e del lavoro quindi attenzione: le norme valgono per tutti».
Così Matteo si accredita con i Clinton
Nonostante il rientro anticipato a seguito delle dimissioni di Giuseppe Conte, il recente viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita è ricco di significati politici. Nelle scorse ore, è stato pubblicato sul sito Euronews l'intervento, scritto dall'ex premier a quattro mani con Richard Attias, per la Future investment initiative: conferenza internazionale che, dal 2017, si tiene ogni anno a Riad sotto l'egida del Public investment fund (fondo sovrano saudita di cui è presidente lo stesso principe ereditario, Mohammad Bin Salman). Da sottolineare che sia Renzi sia Attias siedano nel board della Future investment initiative foundation.
L'intervento firmato dai due riprende, in sé stesso, alcune tematiche spesso citate dall'ex premier italiano: in particolare, quella di un rinascimento culturale e tecnologico da perseguire per il post pandemia. Al di là quindi della retorica rinascimentale, è forse più interessante guardare agli aspetti politici della faccenda. Cominciamo proprio dalla figura di Attias: businessman marocchino (attualmente sposato con l'ex moglie di Sarkozy, Cecilia), la cui società di consulenza, Richard Attias & Associates, fu acquisita al 49% da una controllata del Public investment fund, Sanabil, nel 2019. Attias – ricordiamolo – è stato tra l'altro in passato produttore esecutivo del Forum di Davos, oltre che cofondatore della Global Clinton initiative. Quella stessa Global Clinton initiative che, negli anni passati, ha ricevuto significative donazioni proprio dall'Arabia Saudita: del resto, le connessioni di Hillary Clinton con Riad costituirono uno dei temi caldi della campagna elettorale per le presidenziali americane del 2016.
È pur vero che proprio Hillary Clinton abbia di recente criticato il governo saudita per l'omicidio del giornalista, Jamal Khashoggi (avvenuto nel 2018). Tuttavia la presenza di Attias nel board evidenzia che i legami tra Riad e i Clinton difficilmente possano dirsi del tutto recisi. Del resto, tra gli speaker invitati quest'anno alla Future investment initiative figura anche Anthony Scaramucci: ex direttore della Comunicazione della Casa Bianca di Donald Trump, che venne silurato dopo appena dieci giorni di attività, lasciandosi in pessimi rapporti con l'ormai ex presidente americano. Probabilmente i sauditi – che avevano trovato notoriamente in Trump un alleato di ferro nella politica mediorientale – stanno adesso (almeno in parte) cercando di riposizionarsi agli occhi del Partito democratico americano. Insomma, Renzi – attraverso Riad – conferma i suoi legami con il network clintoniano: un network che ha visto alcuni dei suoi esponenti entrare nel gabinetto presidenziale di Joe Biden.
Se da una parte gli ha consentito di rafforzare importanti connessioni internazionali, il viaggio saudita ha prodotto anche non pochi grattacapi all'ex premier. Le polemiche in Italia non sono infatti mancate. La figura di Mohammad Bin Salman è particolarmente controversa sul piano dei diritti umani, soprattutto in ragione del caso Khashoggi. Un episodio che, hanno sostenuto i critici, ha ben poco a che fare con il rinascimento di cui, secondo il leader di Italia viva, dovrebbe farsi portatrice la monarchia di Riad. Inoltre, parlando con lo stesso principe ereditario, Renzi si è detto «invidioso del costo del lavoro» che si riscontra in Arabia Saudita. Una posizione un po' bizzarra, visto che nel Paese vige ancora la kafala: un sistema che –per quanto in via di riforma– attribuisce al datore di lavoro un immenso potere sul dipendente.
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Non si placa la polemica sul mancato isolamento dell'ex Rottamatore di ritorno dal viaggio in Arabia Saudita Le regole (sia italiane che arabe) sono chiare: appena sceso dall'aereo doveva chiudersi in casa per 14 giorniIl discorso di Riad scritto a quattro mani con Richard Attias, uomo chiave dei rapporti tra Hillary e i Saud. Imbarazzo per l'elogio renziano del «costo del lavoro» nel regimeLo speciale contiene due articoliPer intervistare, dietro corposo gettone di presenza, il contestato principe Mohammad Bin Salman in una conferenza sull'innovazione organizzata dal Future investment initiative (Fii), fondazione controllata dalla famiglia reale saudita, Matteo Renzi ha solcato i cieli tra Italia e Arabia Saudita convinto di avere già, primo nel mondo, un patentino anti Covid che lo pone al di sopra di ogni regola sanitaria. Sempre che sia fondata la notizia trapelata da Iv, cioè che il senatore di Rignano si sia fatto vaccinare in terra araba con chissà quale farmaco, l'immunizzazione richiede comunque ben altri tempi e una semplice punturina non può averlo reso in poche ore meno contagioso. Gli scienziati ce lo stanno spiegando da mesi, non ci sono ancora prove che il vaccino ci metta rapidamente al riparo dal coronavirus, né che possiamo non trasmetterlo se già lo stiamo incubando. Quindi Renzi è rientrato in gran fretta dalla sua trasferta, dove ha parlato della necessità di «investire nel nuovo rinascimento saudita», per incontrare il nostro capo dello Stato in piena crisi politica. Senza sottoporsi alla quarantena, obbligatoria per chi rientra da Paesi che rientrano nell'elenco «E» del dpcm del 14 gennaio scorso, in vigore fino al prossimo 5 marzo. Decreto che mantiene gli obblighi e le restrizioni negli spostamenti contenute nel precedente dpcm. L'Arabia Saudita è tra gli Stati per, e verso i quali, i viaggi sono consentiti «solo in presenza di precise motivazioni, quali: lavoro, motivi di salute o di studio, assoluta urgenza, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza». Matteo Renzi fa parte del consiglio di fondazione del Fii, nomina grazie alla quale può arrivare a intascare 80.000 dollari l'anno solo in gettoni di presenza alle riunioni, quindi forse potrebbe avere la scusa di essersi mosso «per lavoro». Ma l'articolo 8 del dpcm dice espressamente che «le persone che hanno soggiornato o transitato nei 14 giorni antecedenti all'ingresso in Italia, in Stati o territori di cui agli elenchi D ed E […] anche se asintomatiche si attengono ai seguenti obblighi». Tra questi, si dice che «sono sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all'isolamento fiduciario per un periodo di 14 giorni presso l'abitazione o la dimora indicata». Attenzione, si parla di obblighi, non di scelta raccomandata. La quarantena è d'obbligo di ritorno dai Paesi extra europei. Il leader di Italia viva, invece, non si è sottoposto a isolamento fiduciario obbligatorio e appena rientrato dall'Arabia saudita sul lussuoso jet privato messo a sua disposizione, è salito al Colle rischiando di infettare il presidente Sergio Mattarella. Non può nemmeno inventarsi la scusa di far parte delle «eccezioni», per le quali non scattano l'obbligo di isolamento fiduciario, della sorveglianza e del tampone ma rimangono quelli di autodichiarazione. L'ex Rottamatore, infatti, non è funzionario Ue né un diplomatico, non fa parte del personale militare, delle forze di polizia e dei vigili del fuoco «nell'esercizio delle loro funzioni». Tantomeno è un lavoratore transfrontaliero «per comprovati motivi di lavoro», che deve rientrare nella propria residenza, o uno sportivo che, autorizzato dal ministero della Salute, doveva partecipare a una manifestazione internazionale. È solo un senatore della Repubblica che ha messo a frutto il suo ex incarico di premier e tiene conferenze ben remunerate in giro per il mondo. Attività che non lo sottrae agli obblighi cui devono sottostare tutti i cittadini in questa emergenza sanitaria. E pazienza se sua altezza, il principe ereditario Mohammad Bin Salaman, per Renzi ha chiuso un occhio, non facendo applicare le nuove misure restrittive necessarie ad arrestare la pandemia. L'ingresso in Arabia Saudita agli stranieri provenienti da Paesi in cui sono stati identificati casi della nuova versione del virus (tra cui l'Italia), è infatti possibile solo «a condizione di rispettare un periodo di autoisolamento domiciliare di 7 giorni» e l'obbligo al sesto giorno di quarantena di effettuare un test molecolare. Il senatore di Rignano avrebbe fatto un tampone in partenza per l'Arabia e uno al ritorno, ma non basta. Doveva sottoporsi a quarantena. Renzi «è un cittadino come gli altri», commenta l'ex ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi di Sant'Agata, diplomatico di vasta esperienza. Doveva rispettare le regole «ancor di più, avendo responsabilità di leader parlamentare. Dovrebbe essere d'esempio». Aggiunge l'ex ministro: «Abbiamo visto come manifestare indifferenza nei confronti delle norme anti Covid, mentre la pandemia sta colpendo in modo disastroso l'umanità, è stato un elemento di propagazione del virus». Il presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini non ha dubbi: «Se c'è una restrizione e un obbligo sanitario, nessuno ne può essere esentato. Come gli imprenditori si attengono alle disposizioni governative quando viaggiano per lavoro, così devono fare calciatori, politici e figure istituzionali. Soprattutto per dare l'esempio». Prandini ricorda che «tantissimi cittadini stanno facendo sacrifici, il momento è tremendo sul piano della salute e del lavoro quindi attenzione: le norme valgono per tutti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-quarantena-dopo-la-trasferta-i-dpcm-per-renzi-sono-carta-straccia-2650178963.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-matteo-si-accredita-con-i-clinton" data-post-id="2650178963" data-published-at="1611953421" data-use-pagination="False"> Così Matteo si accredita con i Clinton Nonostante il rientro anticipato a seguito delle dimissioni di Giuseppe Conte, il recente viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita è ricco di significati politici. Nelle scorse ore, è stato pubblicato sul sito Euronews l'intervento, scritto dall'ex premier a quattro mani con Richard Attias, per la Future investment initiative: conferenza internazionale che, dal 2017, si tiene ogni anno a Riad sotto l'egida del Public investment fund (fondo sovrano saudita di cui è presidente lo stesso principe ereditario, Mohammad Bin Salman). Da sottolineare che sia Renzi sia Attias siedano nel board della Future investment initiative foundation. L'intervento firmato dai due riprende, in sé stesso, alcune tematiche spesso citate dall'ex premier italiano: in particolare, quella di un rinascimento culturale e tecnologico da perseguire per il post pandemia. Al di là quindi della retorica rinascimentale, è forse più interessante guardare agli aspetti politici della faccenda. Cominciamo proprio dalla figura di Attias: businessman marocchino (attualmente sposato con l'ex moglie di Sarkozy, Cecilia), la cui società di consulenza, Richard Attias & Associates, fu acquisita al 49% da una controllata del Public investment fund, Sanabil, nel 2019. Attias – ricordiamolo – è stato tra l'altro in passato produttore esecutivo del Forum di Davos, oltre che cofondatore della Global Clinton initiative. Quella stessa Global Clinton initiative che, negli anni passati, ha ricevuto significative donazioni proprio dall'Arabia Saudita: del resto, le connessioni di Hillary Clinton con Riad costituirono uno dei temi caldi della campagna elettorale per le presidenziali americane del 2016. È pur vero che proprio Hillary Clinton abbia di recente criticato il governo saudita per l'omicidio del giornalista, Jamal Khashoggi (avvenuto nel 2018). Tuttavia la presenza di Attias nel board evidenzia che i legami tra Riad e i Clinton difficilmente possano dirsi del tutto recisi. Del resto, tra gli speaker invitati quest'anno alla Future investment initiative figura anche Anthony Scaramucci: ex direttore della Comunicazione della Casa Bianca di Donald Trump, che venne silurato dopo appena dieci giorni di attività, lasciandosi in pessimi rapporti con l'ormai ex presidente americano. Probabilmente i sauditi – che avevano trovato notoriamente in Trump un alleato di ferro nella politica mediorientale – stanno adesso (almeno in parte) cercando di riposizionarsi agli occhi del Partito democratico americano. Insomma, Renzi – attraverso Riad – conferma i suoi legami con il network clintoniano: un network che ha visto alcuni dei suoi esponenti entrare nel gabinetto presidenziale di Joe Biden. Se da una parte gli ha consentito di rafforzare importanti connessioni internazionali, il viaggio saudita ha prodotto anche non pochi grattacapi all'ex premier. Le polemiche in Italia non sono infatti mancate. La figura di Mohammad Bin Salman è particolarmente controversa sul piano dei diritti umani, soprattutto in ragione del caso Khashoggi. Un episodio che, hanno sostenuto i critici, ha ben poco a che fare con il rinascimento di cui, secondo il leader di Italia viva, dovrebbe farsi portatrice la monarchia di Riad. Inoltre, parlando con lo stesso principe ereditario, Renzi si è detto «invidioso del costo del lavoro» che si riscontra in Arabia Saudita. Una posizione un po' bizzarra, visto che nel Paese vige ancora la kafala: un sistema che –per quanto in via di riforma– attribuisce al datore di lavoro un immenso potere sul dipendente.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 aprile con Carlo Cambi
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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