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2023-12-20
Niente aiuti Usa per Kiev prima del 2024
Getty Images
La strada degli aiuti militari americani all’Ucraina continua a rivelarsi in salita. Secondo quanto riportato ieri da The Hill, è altamente improbabile che i senatori repubblicani e la Casa Bianca riescano a trovare un accordo per approvare il nuovo pacchetto di assistenza prima della fine dell’anno.
Due settimane fa, il Gop aveva bloccato alla Camera alta un provvedimento da 110 miliardi di dollari, di cui 61 consistenti in aiuti a Kiev. La richiesta dei repubblicani è che, in cambio del via libera a tale pacchetto, i dem acconsentano a misure più severe nella gestione dell’immigrazione clandestina al confine con il Messico. Negli scorsi giorni, le trattative tra le parti sono proseguite, ma - almeno per ora - non sembrano in procinto di sbloccarsi. A confermare che se ne riparlerà probabilmente l’anno prossimo è stato il capo negoziatore repubblicano, il senatore James Lankford. Insomma, sembra proprio che prima di gennaio non si faranno passi avanti. In particolare, a subordinare l’approvazione del pacchetto alla questione delle frontiere sono anche senatori repubblicani graniticamente a favore di Kiev, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Questo occorre precisarlo per smentire una certa vulgata, secondo cui il Gop si starebbe muovendo sulla base di considerazioni isolazioniste o addirittura filorusse. In realtà, oltre a chiedere misure energiche sul contrasto migratorio, il Partito repubblicano sta da tempo invocando una strategia più chiara sull’Ucraina e una razionalizzazione degli aiuti.
Dal canto suo, la Casa Bianca ha fatto sapere che potrebbe approvare un nuovo pacchetto di aiuti ucraini entro l’anno, precisando tuttavia che si tratterebbe dell’ultimo, almeno fin quando il Congresso non stabilirà di dare semaforo verde a ulteriore assistenza. Stando infatti a una nota del supervisore dei conti del Dipartimento della difesa, Mike McCord, il Pentagono avrebbe ormai stanziato tutti i fondi disponibili per Kiev. «Stiamo ancora pianificando un ulteriore pacchetto di aiuti per l’Ucraina alla fine di questo mese. Tuttavia, quando ciò sarà fatto, come ha chiarito oggi il supervisore dei conti McCord nella sua nota al Congresso, non avremo più l’autorità di rifornimento a nostra disposizione, e avremo bisogno che il Congresso agisca senza indugio, come andiamo ripetendo», ha dichiarato lunedì il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby.
Per Joe Biden si tratta di un dilemma politico. Se non raggiunge un accordo per sbloccare gli aiuti, la sua credibilità internazionale subirà un duro colpo. Se però va incontro ai repubblicani sull’immigrazione clandestina, rischia una rivolta dall’ala sinistra del Partito democratico. Non si può neppure escludere che il presidente stia usando il Gop come foglia di fico, per giustificare un tentativo di tirare i remi in barca. Il Washington Post ha recentemente rivelato degli attriti tra Washington e Kiev sulla questione della controffensiva ucraina. Biden è inoltre in campagna elettorale per la riconferma e, tra l’elettorato americano, gli aiuti all’Ucraina non sono più granché popolari (come dimostrato da un sondaggio della Cnn dello scorso agosto).
Nel frattempo, il governo italiano ha stabilito di prolungare di un anno gli aiuti a Kiev. «Abbiamo scelto come dicastero e come governo di prorogare un atto di indirizzo, deciso ormai già un anno fa dal governo precedente, lasciando immutato il dettato del decreto e decidendo di ottemperare, appena ve ne saranno le condizioni, a un passaggio parlamentare», ha affermato il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto. È chiaro che, pur in questa fase di incertezza americana, l’attuale governo italiano vuole ribadire la collocazione atlantista di Roma. Al di là di un discorso di principio, Palazzo Chigi punta sulle relazioni transatlantiche e sul presentarsi come alleato affidabile agli occhi di Washington, soprattutto in un momento in cui Emmanuel Macron ha rispolverato il suo ambiguo velleitarismo diplomatico (che già fece fiasco l’anno scorso, durante i primi mesi della crisi ucraina). Si tratta di un credito di cui Roma potrebbe in futuro beneficiare su altri tavoli (a partire dal Mediterraneo).
Vladimir Putin ostenta frattanto un atteggiamento spavaldo. «Valutando la situazione attuale sulla linea del contatto di combattimento, si può dire con sicurezza che le nostre truppe mantengono l’iniziativa», ha detto, per poi tornare a dirsi contrario a un’eventuale adesione di Kiev nella Nato. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha inoltre affermato che Mosca è pronta ad aggirare le recenti sanzioni europee sui diamanti russi. «Per quanto riguarda i diamanti russi, era stato previsto, la Russia si era preparata. Dubito che non esistano opzioni per aggirare tali sanzioni. Esistono e verranno implementate», ha dichiarato. Nel frattempo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere di voler parlare col presidente russo per rilanciare l’accordo sul grano. Tutto questo, mentre Mosca sta rinsaldando i suoi legami con Pechino. Proprio ieri, il primo ministro russo, Mikhail Mishustin, ha iniziato una visita di due giorni in Cina, dove dovrebbe incontrare Xi Jinping. A tal proposito, sempre ieri, l’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha auspicato un rafforzamento della cooperazione energetica tra i due Paesi. Ne consegue che il problema di Putin non è l’isolamento internazionale. È semmai l’abbraccio soffocante con Xi, che sta mettendo Mosca in una posizione sempre più subordinata a quella di Pechino. Una dinamica a cui l’Occidente deve prestare la massima attenzione.
Il Texas sfida apertamente Biden e si fa la sua legge anti clandestini
L’immigrazione clandestina torna a dividere gli Stati Uniti. Il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha recentemente siglato una legge che rende reato statale l’ingresso irregolare nello stesso territorio texano. La norma, che dovrebbe entrare in vigore a marzo, prevede che i clandestini possano essere arrestati e rimpatriati dalle autorità statali. «Oggi a Brownsville ho firmato tre nuove leggi per proteggere meglio i texani e gli americani dalle politiche open border di Joe Biden. L’ingresso illegale in Texas è adesso un reato soggetto a rimpatrio o a reclusione. Il Texas finanzierà anche la costruzione di nuovi muri e aumenterà le sanzioni contro il traffico di esseri umani», ha dichiarato Abbott su X.
Stando ai suoi sostenitori, la nuova legge contro gli ingressi illegali è un provvedimento di natura deterrente. Eppure, come prevedibile, le polemiche non sono mancate. Secondo il mondo progressista, si tratterebbe di una legge incostituzionale, in quanto avocherebbe a sé dei poteri spettanti al governo federale. In particolare, i critici si rifanno a una sentenza della Corte suprema del 2012, che stabiliva la superiorità dell’autorità federale su quella statale in materia di gestione migratoria. Ci si attende quindi che la nuova legge texana possa ben presto affrontare un’ondata di ricorsi legali. «Questa è una legge estremista che renderà le comunità del Texas meno sicure», ha tuonato la Casa Bianca.
Resta comunque il fatto che la questione migratoria continua a tenere banco. Domenica, la Us Customs and Border Protection (Cbp) ha temporaneamente sospeso le operazioni su due ponti ferroviari che collegano Texas e Messico: una decisione presa dopo che era stato rilevato un incremento degli arrivi di immigrati clandestini attraverso quelle tratte ferroviarie. «Dopo aver osservato una recente rinascita delle organizzazioni di trafficanti che spostano migranti attraverso il Messico tramite treni merci, la Cbp sta intraprendendo ulteriori azioni per aumentare il personale e affrontare la questione relativa a questo preoccupante sviluppo, anche in collaborazione con le autorità messicane», si legge in una nota emessa dall’agenzia federale. Non è d’altronde un mistero che lo stallo al Senato sugli aiuti all’Ucraina sia dettato dalla richiesta dei repubblicani di implementare delle misure maggiormente severe alla frontiera con il Messico.
Del resto, quello migratorio è un dossier centrale anche nella campagna elettorale in vista delle primarie presidenziali repubblicane, che inizieranno il 15 gennaio con il caucus dell’Iowa. Donald Trump, che a novembre ha ricevuto l’endorsement da Abbott, sta puntando molto sul contrasto all’immigrazione illegale. È anche in quest’ottica che vanno lette le sue controverse parole, secondo cui gli immigrati «stanno avvelenando il sangue del nostro Paese». Secondo un recente sondaggio condotto da Fox News, per il 34% degli americani la situazione alla frontiera meridionale è una «emergenza», mentre per il 45% rappresenta un «problema grave». La stessa rilevazione ha infine registrato che il 79% degli intervistati è favorevole a un incremento delle forze dell’ordine al confine. D’altronde, ad attaccare Joe Biden sulla questione delle frontiere non è soltanto Trump, ma anche gli altri due principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana, Nikki Haley e Ron DeSantis. È quindi chiaro che, con l’approssimarsi delle primarie, il dossier migratorio diverrà sempre più centrale nel dibattito politico statunitense.
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Prosegue il braccio di ferro tra democratici e repubblicani. A rimetterci è proprio Volodymyr Zelensky, che non troverà il nuovo pacchetto di assistenza sotto l’albero di Natale. Intanto, però, l’Italia ha prorogato di un anno il suo sostegno militare all’alleato ucraino.Il Texas sfida apertamente Joe Biden e si fa la sua legge anti clandestini. Greg Abbott scavalca il governo federale. La questione potrebbe finire alla Corte suprema.Lo speciale contiene due articoli.La strada degli aiuti militari americani all’Ucraina continua a rivelarsi in salita. Secondo quanto riportato ieri da The Hill, è altamente improbabile che i senatori repubblicani e la Casa Bianca riescano a trovare un accordo per approvare il nuovo pacchetto di assistenza prima della fine dell’anno. Due settimane fa, il Gop aveva bloccato alla Camera alta un provvedimento da 110 miliardi di dollari, di cui 61 consistenti in aiuti a Kiev. La richiesta dei repubblicani è che, in cambio del via libera a tale pacchetto, i dem acconsentano a misure più severe nella gestione dell’immigrazione clandestina al confine con il Messico. Negli scorsi giorni, le trattative tra le parti sono proseguite, ma - almeno per ora - non sembrano in procinto di sbloccarsi. A confermare che se ne riparlerà probabilmente l’anno prossimo è stato il capo negoziatore repubblicano, il senatore James Lankford. Insomma, sembra proprio che prima di gennaio non si faranno passi avanti. In particolare, a subordinare l’approvazione del pacchetto alla questione delle frontiere sono anche senatori repubblicani graniticamente a favore di Kiev, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Questo occorre precisarlo per smentire una certa vulgata, secondo cui il Gop si starebbe muovendo sulla base di considerazioni isolazioniste o addirittura filorusse. In realtà, oltre a chiedere misure energiche sul contrasto migratorio, il Partito repubblicano sta da tempo invocando una strategia più chiara sull’Ucraina e una razionalizzazione degli aiuti. Dal canto suo, la Casa Bianca ha fatto sapere che potrebbe approvare un nuovo pacchetto di aiuti ucraini entro l’anno, precisando tuttavia che si tratterebbe dell’ultimo, almeno fin quando il Congresso non stabilirà di dare semaforo verde a ulteriore assistenza. Stando infatti a una nota del supervisore dei conti del Dipartimento della difesa, Mike McCord, il Pentagono avrebbe ormai stanziato tutti i fondi disponibili per Kiev. «Stiamo ancora pianificando un ulteriore pacchetto di aiuti per l’Ucraina alla fine di questo mese. Tuttavia, quando ciò sarà fatto, come ha chiarito oggi il supervisore dei conti McCord nella sua nota al Congresso, non avremo più l’autorità di rifornimento a nostra disposizione, e avremo bisogno che il Congresso agisca senza indugio, come andiamo ripetendo», ha dichiarato lunedì il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby.Per Joe Biden si tratta di un dilemma politico. Se non raggiunge un accordo per sbloccare gli aiuti, la sua credibilità internazionale subirà un duro colpo. Se però va incontro ai repubblicani sull’immigrazione clandestina, rischia una rivolta dall’ala sinistra del Partito democratico. Non si può neppure escludere che il presidente stia usando il Gop come foglia di fico, per giustificare un tentativo di tirare i remi in barca. Il Washington Post ha recentemente rivelato degli attriti tra Washington e Kiev sulla questione della controffensiva ucraina. Biden è inoltre in campagna elettorale per la riconferma e, tra l’elettorato americano, gli aiuti all’Ucraina non sono più granché popolari (come dimostrato da un sondaggio della Cnn dello scorso agosto). Nel frattempo, il governo italiano ha stabilito di prolungare di un anno gli aiuti a Kiev. «Abbiamo scelto come dicastero e come governo di prorogare un atto di indirizzo, deciso ormai già un anno fa dal governo precedente, lasciando immutato il dettato del decreto e decidendo di ottemperare, appena ve ne saranno le condizioni, a un passaggio parlamentare», ha affermato il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto. È chiaro che, pur in questa fase di incertezza americana, l’attuale governo italiano vuole ribadire la collocazione atlantista di Roma. Al di là di un discorso di principio, Palazzo Chigi punta sulle relazioni transatlantiche e sul presentarsi come alleato affidabile agli occhi di Washington, soprattutto in un momento in cui Emmanuel Macron ha rispolverato il suo ambiguo velleitarismo diplomatico (che già fece fiasco l’anno scorso, durante i primi mesi della crisi ucraina). Si tratta di un credito di cui Roma potrebbe in futuro beneficiare su altri tavoli (a partire dal Mediterraneo). Vladimir Putin ostenta frattanto un atteggiamento spavaldo. «Valutando la situazione attuale sulla linea del contatto di combattimento, si può dire con sicurezza che le nostre truppe mantengono l’iniziativa», ha detto, per poi tornare a dirsi contrario a un’eventuale adesione di Kiev nella Nato. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha inoltre affermato che Mosca è pronta ad aggirare le recenti sanzioni europee sui diamanti russi. «Per quanto riguarda i diamanti russi, era stato previsto, la Russia si era preparata. Dubito che non esistano opzioni per aggirare tali sanzioni. Esistono e verranno implementate», ha dichiarato. Nel frattempo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere di voler parlare col presidente russo per rilanciare l’accordo sul grano. Tutto questo, mentre Mosca sta rinsaldando i suoi legami con Pechino. Proprio ieri, il primo ministro russo, Mikhail Mishustin, ha iniziato una visita di due giorni in Cina, dove dovrebbe incontrare Xi Jinping. A tal proposito, sempre ieri, l’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha auspicato un rafforzamento della cooperazione energetica tra i due Paesi. Ne consegue che il problema di Putin non è l’isolamento internazionale. È semmai l’abbraccio soffocante con Xi, che sta mettendo Mosca in una posizione sempre più subordinata a quella di Pechino. 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La norma, che dovrebbe entrare in vigore a marzo, prevede che i clandestini possano essere arrestati e rimpatriati dalle autorità statali. «Oggi a Brownsville ho firmato tre nuove leggi per proteggere meglio i texani e gli americani dalle politiche open border di Joe Biden. L’ingresso illegale in Texas è adesso un reato soggetto a rimpatrio o a reclusione. Il Texas finanzierà anche la costruzione di nuovi muri e aumenterà le sanzioni contro il traffico di esseri umani», ha dichiarato Abbott su X. Stando ai suoi sostenitori, la nuova legge contro gli ingressi illegali è un provvedimento di natura deterrente. Eppure, come prevedibile, le polemiche non sono mancate. Secondo il mondo progressista, si tratterebbe di una legge incostituzionale, in quanto avocherebbe a sé dei poteri spettanti al governo federale. In particolare, i critici si rifanno a una sentenza della Corte suprema del 2012, che stabiliva la superiorità dell’autorità federale su quella statale in materia di gestione migratoria. Ci si attende quindi che la nuova legge texana possa ben presto affrontare un’ondata di ricorsi legali. «Questa è una legge estremista che renderà le comunità del Texas meno sicure», ha tuonato la Casa Bianca. Resta comunque il fatto che la questione migratoria continua a tenere banco. Domenica, la Us Customs and Border Protection (Cbp) ha temporaneamente sospeso le operazioni su due ponti ferroviari che collegano Texas e Messico: una decisione presa dopo che era stato rilevato un incremento degli arrivi di immigrati clandestini attraverso quelle tratte ferroviarie. «Dopo aver osservato una recente rinascita delle organizzazioni di trafficanti che spostano migranti attraverso il Messico tramite treni merci, la Cbp sta intraprendendo ulteriori azioni per aumentare il personale e affrontare la questione relativa a questo preoccupante sviluppo, anche in collaborazione con le autorità messicane», si legge in una nota emessa dall’agenzia federale. Non è d’altronde un mistero che lo stallo al Senato sugli aiuti all’Ucraina sia dettato dalla richiesta dei repubblicani di implementare delle misure maggiormente severe alla frontiera con il Messico. Del resto, quello migratorio è un dossier centrale anche nella campagna elettorale in vista delle primarie presidenziali repubblicane, che inizieranno il 15 gennaio con il caucus dell’Iowa. Donald Trump, che a novembre ha ricevuto l’endorsement da Abbott, sta puntando molto sul contrasto all’immigrazione illegale. È anche in quest’ottica che vanno lette le sue controverse parole, secondo cui gli immigrati «stanno avvelenando il sangue del nostro Paese». Secondo un recente sondaggio condotto da Fox News, per il 34% degli americani la situazione alla frontiera meridionale è una «emergenza», mentre per il 45% rappresenta un «problema grave». La stessa rilevazione ha infine registrato che il 79% degli intervistati è favorevole a un incremento delle forze dell’ordine al confine. D’altronde, ad attaccare Joe Biden sulla questione delle frontiere non è soltanto Trump, ma anche gli altri due principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana, Nikki Haley e Ron DeSantis. È quindi chiaro che, con l’approssimarsi delle primarie, il dossier migratorio diverrà sempre più centrale nel dibattito politico statunitense.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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