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2023-12-20
Niente aiuti Usa per Kiev prima del 2024
Getty Images
La strada degli aiuti militari americani all’Ucraina continua a rivelarsi in salita. Secondo quanto riportato ieri da The Hill, è altamente improbabile che i senatori repubblicani e la Casa Bianca riescano a trovare un accordo per approvare il nuovo pacchetto di assistenza prima della fine dell’anno.
Due settimane fa, il Gop aveva bloccato alla Camera alta un provvedimento da 110 miliardi di dollari, di cui 61 consistenti in aiuti a Kiev. La richiesta dei repubblicani è che, in cambio del via libera a tale pacchetto, i dem acconsentano a misure più severe nella gestione dell’immigrazione clandestina al confine con il Messico. Negli scorsi giorni, le trattative tra le parti sono proseguite, ma - almeno per ora - non sembrano in procinto di sbloccarsi. A confermare che se ne riparlerà probabilmente l’anno prossimo è stato il capo negoziatore repubblicano, il senatore James Lankford. Insomma, sembra proprio che prima di gennaio non si faranno passi avanti. In particolare, a subordinare l’approvazione del pacchetto alla questione delle frontiere sono anche senatori repubblicani graniticamente a favore di Kiev, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Questo occorre precisarlo per smentire una certa vulgata, secondo cui il Gop si starebbe muovendo sulla base di considerazioni isolazioniste o addirittura filorusse. In realtà, oltre a chiedere misure energiche sul contrasto migratorio, il Partito repubblicano sta da tempo invocando una strategia più chiara sull’Ucraina e una razionalizzazione degli aiuti.
Dal canto suo, la Casa Bianca ha fatto sapere che potrebbe approvare un nuovo pacchetto di aiuti ucraini entro l’anno, precisando tuttavia che si tratterebbe dell’ultimo, almeno fin quando il Congresso non stabilirà di dare semaforo verde a ulteriore assistenza. Stando infatti a una nota del supervisore dei conti del Dipartimento della difesa, Mike McCord, il Pentagono avrebbe ormai stanziato tutti i fondi disponibili per Kiev. «Stiamo ancora pianificando un ulteriore pacchetto di aiuti per l’Ucraina alla fine di questo mese. Tuttavia, quando ciò sarà fatto, come ha chiarito oggi il supervisore dei conti McCord nella sua nota al Congresso, non avremo più l’autorità di rifornimento a nostra disposizione, e avremo bisogno che il Congresso agisca senza indugio, come andiamo ripetendo», ha dichiarato lunedì il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby.
Per Joe Biden si tratta di un dilemma politico. Se non raggiunge un accordo per sbloccare gli aiuti, la sua credibilità internazionale subirà un duro colpo. Se però va incontro ai repubblicani sull’immigrazione clandestina, rischia una rivolta dall’ala sinistra del Partito democratico. Non si può neppure escludere che il presidente stia usando il Gop come foglia di fico, per giustificare un tentativo di tirare i remi in barca. Il Washington Post ha recentemente rivelato degli attriti tra Washington e Kiev sulla questione della controffensiva ucraina. Biden è inoltre in campagna elettorale per la riconferma e, tra l’elettorato americano, gli aiuti all’Ucraina non sono più granché popolari (come dimostrato da un sondaggio della Cnn dello scorso agosto).
Nel frattempo, il governo italiano ha stabilito di prolungare di un anno gli aiuti a Kiev. «Abbiamo scelto come dicastero e come governo di prorogare un atto di indirizzo, deciso ormai già un anno fa dal governo precedente, lasciando immutato il dettato del decreto e decidendo di ottemperare, appena ve ne saranno le condizioni, a un passaggio parlamentare», ha affermato il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto. È chiaro che, pur in questa fase di incertezza americana, l’attuale governo italiano vuole ribadire la collocazione atlantista di Roma. Al di là di un discorso di principio, Palazzo Chigi punta sulle relazioni transatlantiche e sul presentarsi come alleato affidabile agli occhi di Washington, soprattutto in un momento in cui Emmanuel Macron ha rispolverato il suo ambiguo velleitarismo diplomatico (che già fece fiasco l’anno scorso, durante i primi mesi della crisi ucraina). Si tratta di un credito di cui Roma potrebbe in futuro beneficiare su altri tavoli (a partire dal Mediterraneo).
Vladimir Putin ostenta frattanto un atteggiamento spavaldo. «Valutando la situazione attuale sulla linea del contatto di combattimento, si può dire con sicurezza che le nostre truppe mantengono l’iniziativa», ha detto, per poi tornare a dirsi contrario a un’eventuale adesione di Kiev nella Nato. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha inoltre affermato che Mosca è pronta ad aggirare le recenti sanzioni europee sui diamanti russi. «Per quanto riguarda i diamanti russi, era stato previsto, la Russia si era preparata. Dubito che non esistano opzioni per aggirare tali sanzioni. Esistono e verranno implementate», ha dichiarato. Nel frattempo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere di voler parlare col presidente russo per rilanciare l’accordo sul grano. Tutto questo, mentre Mosca sta rinsaldando i suoi legami con Pechino. Proprio ieri, il primo ministro russo, Mikhail Mishustin, ha iniziato una visita di due giorni in Cina, dove dovrebbe incontrare Xi Jinping. A tal proposito, sempre ieri, l’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha auspicato un rafforzamento della cooperazione energetica tra i due Paesi. Ne consegue che il problema di Putin non è l’isolamento internazionale. È semmai l’abbraccio soffocante con Xi, che sta mettendo Mosca in una posizione sempre più subordinata a quella di Pechino. Una dinamica a cui l’Occidente deve prestare la massima attenzione.
Il Texas sfida apertamente Biden e si fa la sua legge anti clandestini
L’immigrazione clandestina torna a dividere gli Stati Uniti. Il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha recentemente siglato una legge che rende reato statale l’ingresso irregolare nello stesso territorio texano. La norma, che dovrebbe entrare in vigore a marzo, prevede che i clandestini possano essere arrestati e rimpatriati dalle autorità statali. «Oggi a Brownsville ho firmato tre nuove leggi per proteggere meglio i texani e gli americani dalle politiche open border di Joe Biden. L’ingresso illegale in Texas è adesso un reato soggetto a rimpatrio o a reclusione. Il Texas finanzierà anche la costruzione di nuovi muri e aumenterà le sanzioni contro il traffico di esseri umani», ha dichiarato Abbott su X.
Stando ai suoi sostenitori, la nuova legge contro gli ingressi illegali è un provvedimento di natura deterrente. Eppure, come prevedibile, le polemiche non sono mancate. Secondo il mondo progressista, si tratterebbe di una legge incostituzionale, in quanto avocherebbe a sé dei poteri spettanti al governo federale. In particolare, i critici si rifanno a una sentenza della Corte suprema del 2012, che stabiliva la superiorità dell’autorità federale su quella statale in materia di gestione migratoria. Ci si attende quindi che la nuova legge texana possa ben presto affrontare un’ondata di ricorsi legali. «Questa è una legge estremista che renderà le comunità del Texas meno sicure», ha tuonato la Casa Bianca.
Resta comunque il fatto che la questione migratoria continua a tenere banco. Domenica, la Us Customs and Border Protection (Cbp) ha temporaneamente sospeso le operazioni su due ponti ferroviari che collegano Texas e Messico: una decisione presa dopo che era stato rilevato un incremento degli arrivi di immigrati clandestini attraverso quelle tratte ferroviarie. «Dopo aver osservato una recente rinascita delle organizzazioni di trafficanti che spostano migranti attraverso il Messico tramite treni merci, la Cbp sta intraprendendo ulteriori azioni per aumentare il personale e affrontare la questione relativa a questo preoccupante sviluppo, anche in collaborazione con le autorità messicane», si legge in una nota emessa dall’agenzia federale. Non è d’altronde un mistero che lo stallo al Senato sugli aiuti all’Ucraina sia dettato dalla richiesta dei repubblicani di implementare delle misure maggiormente severe alla frontiera con il Messico.
Del resto, quello migratorio è un dossier centrale anche nella campagna elettorale in vista delle primarie presidenziali repubblicane, che inizieranno il 15 gennaio con il caucus dell’Iowa. Donald Trump, che a novembre ha ricevuto l’endorsement da Abbott, sta puntando molto sul contrasto all’immigrazione illegale. È anche in quest’ottica che vanno lette le sue controverse parole, secondo cui gli immigrati «stanno avvelenando il sangue del nostro Paese». Secondo un recente sondaggio condotto da Fox News, per il 34% degli americani la situazione alla frontiera meridionale è una «emergenza», mentre per il 45% rappresenta un «problema grave». La stessa rilevazione ha infine registrato che il 79% degli intervistati è favorevole a un incremento delle forze dell’ordine al confine. D’altronde, ad attaccare Joe Biden sulla questione delle frontiere non è soltanto Trump, ma anche gli altri due principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana, Nikki Haley e Ron DeSantis. È quindi chiaro che, con l’approssimarsi delle primarie, il dossier migratorio diverrà sempre più centrale nel dibattito politico statunitense.
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Prosegue il braccio di ferro tra democratici e repubblicani. A rimetterci è proprio Volodymyr Zelensky, che non troverà il nuovo pacchetto di assistenza sotto l’albero di Natale. Intanto, però, l’Italia ha prorogato di un anno il suo sostegno militare all’alleato ucraino.Il Texas sfida apertamente Joe Biden e si fa la sua legge anti clandestini. Greg Abbott scavalca il governo federale. La questione potrebbe finire alla Corte suprema.Lo speciale contiene due articoli.La strada degli aiuti militari americani all’Ucraina continua a rivelarsi in salita. Secondo quanto riportato ieri da The Hill, è altamente improbabile che i senatori repubblicani e la Casa Bianca riescano a trovare un accordo per approvare il nuovo pacchetto di assistenza prima della fine dell’anno. Due settimane fa, il Gop aveva bloccato alla Camera alta un provvedimento da 110 miliardi di dollari, di cui 61 consistenti in aiuti a Kiev. La richiesta dei repubblicani è che, in cambio del via libera a tale pacchetto, i dem acconsentano a misure più severe nella gestione dell’immigrazione clandestina al confine con il Messico. Negli scorsi giorni, le trattative tra le parti sono proseguite, ma - almeno per ora - non sembrano in procinto di sbloccarsi. A confermare che se ne riparlerà probabilmente l’anno prossimo è stato il capo negoziatore repubblicano, il senatore James Lankford. Insomma, sembra proprio che prima di gennaio non si faranno passi avanti. In particolare, a subordinare l’approvazione del pacchetto alla questione delle frontiere sono anche senatori repubblicani graniticamente a favore di Kiev, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Questo occorre precisarlo per smentire una certa vulgata, secondo cui il Gop si starebbe muovendo sulla base di considerazioni isolazioniste o addirittura filorusse. In realtà, oltre a chiedere misure energiche sul contrasto migratorio, il Partito repubblicano sta da tempo invocando una strategia più chiara sull’Ucraina e una razionalizzazione degli aiuti. Dal canto suo, la Casa Bianca ha fatto sapere che potrebbe approvare un nuovo pacchetto di aiuti ucraini entro l’anno, precisando tuttavia che si tratterebbe dell’ultimo, almeno fin quando il Congresso non stabilirà di dare semaforo verde a ulteriore assistenza. Stando infatti a una nota del supervisore dei conti del Dipartimento della difesa, Mike McCord, il Pentagono avrebbe ormai stanziato tutti i fondi disponibili per Kiev. «Stiamo ancora pianificando un ulteriore pacchetto di aiuti per l’Ucraina alla fine di questo mese. Tuttavia, quando ciò sarà fatto, come ha chiarito oggi il supervisore dei conti McCord nella sua nota al Congresso, non avremo più l’autorità di rifornimento a nostra disposizione, e avremo bisogno che il Congresso agisca senza indugio, come andiamo ripetendo», ha dichiarato lunedì il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby.Per Joe Biden si tratta di un dilemma politico. Se non raggiunge un accordo per sbloccare gli aiuti, la sua credibilità internazionale subirà un duro colpo. Se però va incontro ai repubblicani sull’immigrazione clandestina, rischia una rivolta dall’ala sinistra del Partito democratico. Non si può neppure escludere che il presidente stia usando il Gop come foglia di fico, per giustificare un tentativo di tirare i remi in barca. Il Washington Post ha recentemente rivelato degli attriti tra Washington e Kiev sulla questione della controffensiva ucraina. Biden è inoltre in campagna elettorale per la riconferma e, tra l’elettorato americano, gli aiuti all’Ucraina non sono più granché popolari (come dimostrato da un sondaggio della Cnn dello scorso agosto). Nel frattempo, il governo italiano ha stabilito di prolungare di un anno gli aiuti a Kiev. «Abbiamo scelto come dicastero e come governo di prorogare un atto di indirizzo, deciso ormai già un anno fa dal governo precedente, lasciando immutato il dettato del decreto e decidendo di ottemperare, appena ve ne saranno le condizioni, a un passaggio parlamentare», ha affermato il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto. È chiaro che, pur in questa fase di incertezza americana, l’attuale governo italiano vuole ribadire la collocazione atlantista di Roma. Al di là di un discorso di principio, Palazzo Chigi punta sulle relazioni transatlantiche e sul presentarsi come alleato affidabile agli occhi di Washington, soprattutto in un momento in cui Emmanuel Macron ha rispolverato il suo ambiguo velleitarismo diplomatico (che già fece fiasco l’anno scorso, durante i primi mesi della crisi ucraina). Si tratta di un credito di cui Roma potrebbe in futuro beneficiare su altri tavoli (a partire dal Mediterraneo). Vladimir Putin ostenta frattanto un atteggiamento spavaldo. «Valutando la situazione attuale sulla linea del contatto di combattimento, si può dire con sicurezza che le nostre truppe mantengono l’iniziativa», ha detto, per poi tornare a dirsi contrario a un’eventuale adesione di Kiev nella Nato. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha inoltre affermato che Mosca è pronta ad aggirare le recenti sanzioni europee sui diamanti russi. «Per quanto riguarda i diamanti russi, era stato previsto, la Russia si era preparata. Dubito che non esistano opzioni per aggirare tali sanzioni. Esistono e verranno implementate», ha dichiarato. Nel frattempo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto sapere di voler parlare col presidente russo per rilanciare l’accordo sul grano. Tutto questo, mentre Mosca sta rinsaldando i suoi legami con Pechino. Proprio ieri, il primo ministro russo, Mikhail Mishustin, ha iniziato una visita di due giorni in Cina, dove dovrebbe incontrare Xi Jinping. A tal proposito, sempre ieri, l’ambasciatore cinese in Russia, Zhang Hanhui, ha auspicato un rafforzamento della cooperazione energetica tra i due Paesi. Ne consegue che il problema di Putin non è l’isolamento internazionale. È semmai l’abbraccio soffocante con Xi, che sta mettendo Mosca in una posizione sempre più subordinata a quella di Pechino. Una dinamica a cui l’Occidente deve prestare la massima attenzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niente-aiuti-kiev-prima-2024-2666682001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-texas-sfida-apertamente-biden-e-si-fa-la-sua-legge-anti-clandestini" data-post-id="2666682001" data-published-at="1703036858" data-use-pagination="False"> Il Texas sfida apertamente Biden e si fa la sua legge anti clandestini L’immigrazione clandestina torna a dividere gli Stati Uniti. Il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha recentemente siglato una legge che rende reato statale l’ingresso irregolare nello stesso territorio texano. La norma, che dovrebbe entrare in vigore a marzo, prevede che i clandestini possano essere arrestati e rimpatriati dalle autorità statali. «Oggi a Brownsville ho firmato tre nuove leggi per proteggere meglio i texani e gli americani dalle politiche open border di Joe Biden. L’ingresso illegale in Texas è adesso un reato soggetto a rimpatrio o a reclusione. Il Texas finanzierà anche la costruzione di nuovi muri e aumenterà le sanzioni contro il traffico di esseri umani», ha dichiarato Abbott su X. Stando ai suoi sostenitori, la nuova legge contro gli ingressi illegali è un provvedimento di natura deterrente. Eppure, come prevedibile, le polemiche non sono mancate. Secondo il mondo progressista, si tratterebbe di una legge incostituzionale, in quanto avocherebbe a sé dei poteri spettanti al governo federale. In particolare, i critici si rifanno a una sentenza della Corte suprema del 2012, che stabiliva la superiorità dell’autorità federale su quella statale in materia di gestione migratoria. Ci si attende quindi che la nuova legge texana possa ben presto affrontare un’ondata di ricorsi legali. «Questa è una legge estremista che renderà le comunità del Texas meno sicure», ha tuonato la Casa Bianca. Resta comunque il fatto che la questione migratoria continua a tenere banco. Domenica, la Us Customs and Border Protection (Cbp) ha temporaneamente sospeso le operazioni su due ponti ferroviari che collegano Texas e Messico: una decisione presa dopo che era stato rilevato un incremento degli arrivi di immigrati clandestini attraverso quelle tratte ferroviarie. «Dopo aver osservato una recente rinascita delle organizzazioni di trafficanti che spostano migranti attraverso il Messico tramite treni merci, la Cbp sta intraprendendo ulteriori azioni per aumentare il personale e affrontare la questione relativa a questo preoccupante sviluppo, anche in collaborazione con le autorità messicane», si legge in una nota emessa dall’agenzia federale. Non è d’altronde un mistero che lo stallo al Senato sugli aiuti all’Ucraina sia dettato dalla richiesta dei repubblicani di implementare delle misure maggiormente severe alla frontiera con il Messico. Del resto, quello migratorio è un dossier centrale anche nella campagna elettorale in vista delle primarie presidenziali repubblicane, che inizieranno il 15 gennaio con il caucus dell’Iowa. Donald Trump, che a novembre ha ricevuto l’endorsement da Abbott, sta puntando molto sul contrasto all’immigrazione illegale. È anche in quest’ottica che vanno lette le sue controverse parole, secondo cui gli immigrati «stanno avvelenando il sangue del nostro Paese». Secondo un recente sondaggio condotto da Fox News, per il 34% degli americani la situazione alla frontiera meridionale è una «emergenza», mentre per il 45% rappresenta un «problema grave». La stessa rilevazione ha infine registrato che il 79% degli intervistati è favorevole a un incremento delle forze dell’ordine al confine. D’altronde, ad attaccare Joe Biden sulla questione delle frontiere non è soltanto Trump, ma anche gli altri due principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana, Nikki Haley e Ron DeSantis. È quindi chiaro che, con l’approssimarsi delle primarie, il dossier migratorio diverrà sempre più centrale nel dibattito politico statunitense.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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