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2018-10-20
Nessuno si indigna se dalle mense rimangono fuori i bambini italiani
Le bugie avranno pure le gambe corte, ma c'è gente che le porta in giro in auto, motivo per cui continuano a circolare senza problemi. Sul caso di Lodi e dei «bambini stranieri tenuti fuori dalla mensa», per esempio, da giorni sentiamo le fandonie più disparate. I progressisti di mezzo mondo sono sul piede di guerra, cianciano di apartheid e di razzismo. Si è mobilitato persino quel furbone di Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari europei che non ama farsi gli affari suoi. «Da cittadino sono scioccato», ha detto riguardo alle vicende della città lombarda. Beh, prima di commentare a sproposito, lui e tutti gli altri farebbero meglio a documentarsi un pochettino meglio sulla realtà del nostro Paese, almeno per quello che riguarda le mense scolastiche.
Sono tanti i Comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, ad avere problemi a riguardo. Il fatto che molti abitanti non paghino il servizio, mette in seria difficoltà le amministrazioni, costringendole a prendere provvedimenti. A Magenta (Milano), lo scorso giugno, il sindaco Chiara Calati e il vicesindaco Simone Gelli hanno svelato l'esistenza di un buco di oltre 190.000 euro dovuto ai «furbetti della mensa». Una situazione insostenibile, per cui si sono rese necessarie misure estreme: sospensione del servizio per chi approfittava dei denari pubblici. «È una questione di equità ma prima ancora di rispetto nei confronti di chi ha sempre pagato nei tempi previsti», disse Simone Gelli. Italiani o stranieri che fossero, per i genitori morosi la via era obbligata: niente soldi, niente mensa.
Ancora più grave la situazione nel Comune di Limbiate (Milano). Lo scorso aprile, il sindaco Antonio Romeo ha spiegato che su 2.200 famiglie, 1.550 non pagavano il servizio. Risultato: un debito di 242.000 euro sul groppone dell'amministrazione. Per una piccola città sono un sacco di soldi. Alla fine, a maggio, il Comune ha dovuto ricorrere alle maniere forti: 163 bambini figli di genitori morosi sono stati lasciati fuori dalla mensa scolastica. C'erano anche figli di italiani, ma sui giornali non si sono letti pezzi indignati.
E non si sono letti nemmeno per le 46 famiglie morose di Cesano Maderno (Monza e Brianza). Dal 22 ottobre i loro bambini non potranno mangiare in mensa come gli altri, a meno che non siano saldati i debiti con l'azienda che gestisce il servizio di refezione.
Tanto per restare nei dintorni di Monza, a Besana Brianza, lo scorso aprile il Comune ha dichiarato di avere accumulato - in soli otto mesi - un debito di 15.000 euro con la società che si occupa della mensa scolastica. A Rho (Milano), spiegava Il Giorno lo scorso luglio, «la morosità è raddoppiata, passando da un debito medio annuo di circa 76.000 euro nel quadriennio 2012-2016, ad un debito di circa 150.000 euro nell'anno scolastico 2016-2017». Anche lì, stessa storia: i genitori non pagano? Bene, per i figli niente mensa.
A Ivrea (Torino) il debito del Comune dovuto ai mancati introiti della mensa è di 130.000 euro (dato reso pubblico all'inizio di settembre). A Varedo (Monza e Brianza) sono arrivati a 49.000 euro. A Carnate (Monza e Brianza) hanno provato a ridurre il buco che inizialmente era di 20.000 euro escludendo i morosi dal pranzo. Il sindaco Daniele Nava non è un pericoloso populista, anzi è stato eletto dal centrosinistra. Un po' come Sem Galbiati, primo cittadino di Cavenago che, nel 2012, iniziò una battaglia contro i genitori morosi. Come spiegò Repubblica all'epoca, la linea dura di Galbiati ebbe successo: «Sono 170 le famiglie che hanno tenuto ben chiuso il portafogli, 50 quelle in vera difficoltà».
Tutte queste storie dimostrano almeno due verità. La prima è che, per i piccoli Comuni, è fondamentale stabilire chi ha davvero diritto agli sconti sui costi della mensa. La seconda è che, quando la refezione viene negata ai bimbi italiani, nessuno si scandalizza. Del resto, come spiega il rapporto (Non) tutti a mensa 2018 di Save the children, nel nostro Paese il 49% dei piccoli non usufruisce del servizio (In Sicilia sono l'81,05%, in Molise l'80,29).
Ma c'è di più. A Corsico (Milano) è esploso qualche tempo fa un piccolo caso analogo a quello di Lodi. Il sindaco Filippo Errante (eletto con una lista di centrodestra ma proveniente da sinistra), nel 2016, decise di sospendere il servizio mensa ai figli di genitori morosi. Spiegò che il buco nelle casse comunali ammontava alla bellezza di 1.227.000 euro. Alcune associazioni fecero ricorso al Tar della Lombardia, sostenendo che fossero stati lesi i diritti dei bimbi e delle famiglie. Nel febbraio del 2018, il tribunale ha risposto, e ha dato ragione al sindaco. Secondo il Tar, il servizio di refezione scolastica non rientra nel «diritto all'istruzione». Esso è «strumentale all'attività scolastica». Non solo: «L'ente locale non ha alcun obbligo di istituire ed organizzare» il servizio di refezione. E, se lo fa, può stabilire «la misura percentuale finanziabile con risorse comunali e quella da coprire mediante contribuzione degli utenti».
Non parliamo di «diritti», dunque, ma di un servizio accessorio a cui si accede pagando. Se il Comune decide di offrire contributi alle famiglie, deve fare adeguata selezione. Per inciso, a Corsico il Comune sostiene di aver avuto successo: nel 2016 la morosità era del 12%, nel 2017 si è ridotta al 3,5%. Capite bene che quanto ha deciso il sindaco di Lodi, Sara Casanova, riguardo le mense (per altro appoggiandosi a leggi varate dai governi di centrosinistra tra il 1998 e il 200o) non è proprio così assurdo o così razzista, anzi. Usufruire della mensa gratis o a prezzo scontato non è un diritto, è un privilegio, un aiuto che le amministrazioni concedono a chi ne ha davvero bisogno. Basarsi su autocertificazioni e non fare controlli causa disastri.
Per altro, ci sono anche cittadini ben contenti di non mandare i propri figli alla mensa scolastica. Numerose associazioni di genitori si battono in tutta Italia (l'ultimo caso è nel Lazio) per poter consentire ai propri bambini di consumare a scuola il pasto preparato a casa.
Sulla questione si è pronunciato, a settembre, il Consiglio di Stato, affrontando il caso del Comune di Benevento. L'amministrazione voleva obbligare tutti i bimbi delle materne e delle elementari a mangiare in mensa. Alcuni genitori hanno fatto ricorso al Tar e hanno vinto. Il Comune si è allora rivolto al Consiglio di Stato, che di nuovo ha dato ragione alle famiglie.
Per qualcuno, il panino da casa non è una discriminazione: è una conquista. Ditelo alle mamme straniere di Lodi.
Francesco Borgonovo
Francia senza vergogna: spunta un altro video di clandestini scaricati qui
A sentire loro, si trattava di un irrilevante incidente di percorso. «Operiamo al confine secondo accordi bilaterali. Ci sono talvolta piccola incidenti da una parte e dall'altra ma non è mai rimessa in dubbio la regolare collaborazione». Così l'Eliseo ha spiegato l'incredibile episodio avvenuto nei giorni scorsi a Claviere, piccolo Paese in Provincia di Torino accoccolato sul confine tra Italia e Francia. La polizia italiana aveva ripreso un furgone della gendarmeria francese intanto a fare pulizia. Gli agenti d'Oltralpe hanno scaricato come rifiuti alcuni immigrati clandestini nel bosco, in territorio italiano. Non immaginavano che la zona fosse tenuta d'occhio dalle nostre forze dell'ordine, e hanno agito tranquilli.
Quando sono stati scoperti, i francesi hanno dato la colpa ai gendarmi «inesperti». Ma, ovviamente erano balle. Operazioni simili sono frequenti. Lo ha spiegato persino un rapporto realizzato dalla sezione transalpina di Amnesty international, che ha parlato di ben 26 sconfinamenti avvenuti sempre a Claviere nell'arco di appena 48 ore, tra il 12 e il 13 ottobre. Insomma, che la Francia ci stesse prendendo in giro era già chiaro. Ora, però, spunta un nuovo filmato, girato ieri mattina alle 9.30 a Claviere e diffuso dal Viminale.
Si vede una camionetta della gendarmeria francese parcheggiata in territorio italiano. I gendarmi sono fuori dal mezzo e stanno dando indicazioni a tre persone di colore munite di sacche (probabilmente migranti, dunque). Quando i tre si sono allontanati, i francesi risalgono in auto e se ne vanno. Certo, magari gli agenti hanno solo indicato la strada a tre passanti. Ma è un po' strano, non trovate? Inoltre, il Viminale spiega che c'è un testimone. L'autore del filmato ha visto i tre stranieri scendere dal furgone della gendarmeria, e si è anche reso disponibile a fornire ulteriori chiarimenti. A quanto pare, scene del genere si sono viste spesso da agosto ad oggi.
Matteo Salvini si è comprensibilmente innervosito: «I rapporti Italia-Francia rischiano di essere gravemente danneggiati, e non per colpa nostra», ha detto. Secondo il ministro, ora «Parigi deve chiarire» questa nuova «iniziativa della polizia francese. Iniziativa che appare come una provocazione e un atto ostile». Già, sarebbe proprio ora che Emmanuel Macron si decidesse a fornire qualche spiegazione seria. E, magari, sarebbe pure ora che gli alti papaveri dell'Ue aprissero bocca. In primis, il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici. Questo signore si è sentito in diritto di indignarsi per la vicenda di Lodi, ma si è ben guardato dal commentare il comportamento indegno dei suoi connazionali. Ecco, ora si prenda la briga di dirci con quale diritto i gendarmi possono scaricare i clandestini qui da noi, in barba a qualunque accordo.
Riccardo Torrescura
Fabio Fazio stende il tappeto rosso al sindaco di Riace
E infine arrivò la beatificazione laica di Mimmo Lucano, per mano del pontefice del buonismo: Fabio Fazio. Il quale, domenica sera intervisterà il sindaco di Riace a Che tempo che fa. Lucano, solitamente così timido, riservato e timoroso delle luci dei riflettori, avrà accettato a malincuore... Decisamente meno convinti sembrano i membri leghisti della commissione di Vigilanza Rai, che in una nota hanno scritto: «La tv pubblica non può divulgare modelli distorti sull'onda di strumentalizzazioni ideologiche. Sulla questione prepareremo un'interrogazione».
Chissà di che parlerà, da Fazio, il Mimmo (inter)nazionale. Forse di come quel cattivo di Matteo Salvini, con una decisione arbitraria, inaspettata e punitiva, abbia deciso di chiudere il progetto Sprar di Riace. Ripercorrere le tappe di quel provvedimento allora potrebbe essere propedeutico a una corretta visione della trasmissione.
L'occhio su Riace, come sappiamo, si accende nel 2016, quando l'Italia è sotto il governo illuminato del Pd. Non è un fatto straordinario: il Servizio centrale effettua infatti visite di monitoraggio secondo un calendario che prevede almeno una visita nel triennio di finanziamento. A Riace, il controllo avviene il 20 e 21 luglio 2016, con Angelino Alfano al Viminale.
Da subito emergono una serie di criticità e anomalie gestionali. Nel dicembre 2016 (a metà di quel mese la palla passa a Marco Minniti) avviene una visita ispettiva delle prefettura di Reggio Calabria che, nel confermare la grave situazione di disordine e confusione amministrativa, accerta ulteriori gravi criticità. Il 28 gennaio del 2017, il ministero richiama il Comune calabrese, chiedendo di avviare «un profondo processo di rinnovamento delle procedure poste in essere in attuazione del progetto Sprar per ricondurle entro i confini della piena legalità».
Ora, quando il Servizio nazionale Sprar riscontra delle infrazioni, applica dei punteggi di penalità. Trattandosi di Riace, il ministero si mette di impegno per venirne fuori con le buone, dato che Lucano si è già fatto una fama di «re dell'integrazione». La direttrice del Sistema centrale Sprar del ministero dell'Interno, Daniela Di Capua, ha spiegato: «Il ministero, proprio perché si trattava di Riace, e il progetto era molto conosciuto, ci ha chiesto di andare a spiegare come fare: siamo andati cinque volte in due anni, non avevamo mai fatto tanta assistenza in loco per aiutare un progetto». Un'attenzione particolare, testimoniata anche dal prefetto Mario Morcone, già capo di gabinetto del ministro Minniti, che di Lucano ha detto: «L'ho sempre agevolato», «lo aiutavamo ad ottenere lo sblocco delle somme di cui aveva diritto». Insomma, il ministero fa tutto il possibile per aiutare Lucano e anche qualcosa di più. Dal novembre 2017, viene disposta un'assistenza più assidua nella gestione amministrativa del progetto. Lo scorso aprile, il Servizio centrale invia al Comune di Riace il resoconto dell'attività svolta, richiamando di nuovo l'attenzione sulla necessità di rispettare modalità e tempi di accoglienza previsti dalla legislazione vigente. Arriviamo a maggio e c'è un nuovo monitoraggio: il Servizio centrale nota come, nonostante i richiami, persistano diffuse e gravi criticità sul piano sia qualitativo sia amministrativo. Alle medesime conclusioni giunge anche la prefettura di Reggio Calabria. Due note ministeriali inviate a maggio e giugno accertano che nulla sta cambiando, definendo l'incapacità del Comune di darsi un assetto organizzativo trasparente come cronica. A luglio, il ministero dell'Interno comunica l'avvio del procedimento per l'applicazione delle penalità in merito al progetto e la revoca del contributo concesso. Riace non è un caso isolato: nel corso del 2018 sono stati applicati punteggi di penalità a cinque enti (Caccamo, Racalmuto, Agrigento, Trezzano sul Naviglio, Riace).
Dal Viminale fanno sapere che sugli altri quattro enti è tuttora in corso una valutazione del ministero per sapere se le criticità siano state sanate.
Adriano Scianca
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Tanti Comuni, visti i debiti accumulati, hanno escluso dalla refezione chi non paga e il Tar ha dato loro ragione. In Italia, il 49% dei bimbi non pranza a scuola. Ma per molti genitori è decisamente meglio così.Francia senza vergogna: spunta un altro video di clandestini scaricati qui. Il Viminale diffonde un filmato girato ieri a Claviere: gendarmi conducono tre stranieri oltre il confine, poi tornano in patria. Matteo Salvini furibondo: «Atto ostile, Parigi spieghi». Fabio Fazio stende il tappeto rosso al sindaco di Riace. Mimmo Lucano sarà ospite di Che tempo che fa per la solita serata di propaganda. Ma il suo «modello» era irregolare da tempo. Lo speciale contiene tre articoli. Le bugie avranno pure le gambe corte, ma c'è gente che le porta in giro in auto, motivo per cui continuano a circolare senza problemi. Sul caso di Lodi e dei «bambini stranieri tenuti fuori dalla mensa», per esempio, da giorni sentiamo le fandonie più disparate. I progressisti di mezzo mondo sono sul piede di guerra, cianciano di apartheid e di razzismo. Si è mobilitato persino quel furbone di Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari europei che non ama farsi gli affari suoi. «Da cittadino sono scioccato», ha detto riguardo alle vicende della città lombarda. Beh, prima di commentare a sproposito, lui e tutti gli altri farebbero meglio a documentarsi un pochettino meglio sulla realtà del nostro Paese, almeno per quello che riguarda le mense scolastiche. Sono tanti i Comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, ad avere problemi a riguardo. Il fatto che molti abitanti non paghino il servizio, mette in seria difficoltà le amministrazioni, costringendole a prendere provvedimenti. A Magenta (Milano), lo scorso giugno, il sindaco Chiara Calati e il vicesindaco Simone Gelli hanno svelato l'esistenza di un buco di oltre 190.000 euro dovuto ai «furbetti della mensa». Una situazione insostenibile, per cui si sono rese necessarie misure estreme: sospensione del servizio per chi approfittava dei denari pubblici. «È una questione di equità ma prima ancora di rispetto nei confronti di chi ha sempre pagato nei tempi previsti», disse Simone Gelli. Italiani o stranieri che fossero, per i genitori morosi la via era obbligata: niente soldi, niente mensa. Ancora più grave la situazione nel Comune di Limbiate (Milano). Lo scorso aprile, il sindaco Antonio Romeo ha spiegato che su 2.200 famiglie, 1.550 non pagavano il servizio. Risultato: un debito di 242.000 euro sul groppone dell'amministrazione. Per una piccola città sono un sacco di soldi. Alla fine, a maggio, il Comune ha dovuto ricorrere alle maniere forti: 163 bambini figli di genitori morosi sono stati lasciati fuori dalla mensa scolastica. C'erano anche figli di italiani, ma sui giornali non si sono letti pezzi indignati. E non si sono letti nemmeno per le 46 famiglie morose di Cesano Maderno (Monza e Brianza). Dal 22 ottobre i loro bambini non potranno mangiare in mensa come gli altri, a meno che non siano saldati i debiti con l'azienda che gestisce il servizio di refezione. Tanto per restare nei dintorni di Monza, a Besana Brianza, lo scorso aprile il Comune ha dichiarato di avere accumulato - in soli otto mesi - un debito di 15.000 euro con la società che si occupa della mensa scolastica. A Rho (Milano), spiegava Il Giorno lo scorso luglio, «la morosità è raddoppiata, passando da un debito medio annuo di circa 76.000 euro nel quadriennio 2012-2016, ad un debito di circa 150.000 euro nell'anno scolastico 2016-2017». Anche lì, stessa storia: i genitori non pagano? Bene, per i figli niente mensa. A Ivrea (Torino) il debito del Comune dovuto ai mancati introiti della mensa è di 130.000 euro (dato reso pubblico all'inizio di settembre). A Varedo (Monza e Brianza) sono arrivati a 49.000 euro. A Carnate (Monza e Brianza) hanno provato a ridurre il buco che inizialmente era di 20.000 euro escludendo i morosi dal pranzo. Il sindaco Daniele Nava non è un pericoloso populista, anzi è stato eletto dal centrosinistra. Un po' come Sem Galbiati, primo cittadino di Cavenago che, nel 2012, iniziò una battaglia contro i genitori morosi. Come spiegò Repubblica all'epoca, la linea dura di Galbiati ebbe successo: «Sono 170 le famiglie che hanno tenuto ben chiuso il portafogli, 50 quelle in vera difficoltà». Tutte queste storie dimostrano almeno due verità. La prima è che, per i piccoli Comuni, è fondamentale stabilire chi ha davvero diritto agli sconti sui costi della mensa. La seconda è che, quando la refezione viene negata ai bimbi italiani, nessuno si scandalizza. Del resto, come spiega il rapporto (Non) tutti a mensa 2018 di Save the children, nel nostro Paese il 49% dei piccoli non usufruisce del servizio (In Sicilia sono l'81,05%, in Molise l'80,29). Ma c'è di più. A Corsico (Milano) è esploso qualche tempo fa un piccolo caso analogo a quello di Lodi. Il sindaco Filippo Errante (eletto con una lista di centrodestra ma proveniente da sinistra), nel 2016, decise di sospendere il servizio mensa ai figli di genitori morosi. Spiegò che il buco nelle casse comunali ammontava alla bellezza di 1.227.000 euro. Alcune associazioni fecero ricorso al Tar della Lombardia, sostenendo che fossero stati lesi i diritti dei bimbi e delle famiglie. Nel febbraio del 2018, il tribunale ha risposto, e ha dato ragione al sindaco. Secondo il Tar, il servizio di refezione scolastica non rientra nel «diritto all'istruzione». Esso è «strumentale all'attività scolastica». Non solo: «L'ente locale non ha alcun obbligo di istituire ed organizzare» il servizio di refezione. E, se lo fa, può stabilire «la misura percentuale finanziabile con risorse comunali e quella da coprire mediante contribuzione degli utenti». Non parliamo di «diritti», dunque, ma di un servizio accessorio a cui si accede pagando. Se il Comune decide di offrire contributi alle famiglie, deve fare adeguata selezione. Per inciso, a Corsico il Comune sostiene di aver avuto successo: nel 2016 la morosità era del 12%, nel 2017 si è ridotta al 3,5%. Capite bene che quanto ha deciso il sindaco di Lodi, Sara Casanova, riguardo le mense (per altro appoggiandosi a leggi varate dai governi di centrosinistra tra il 1998 e il 200o) non è proprio così assurdo o così razzista, anzi. Usufruire della mensa gratis o a prezzo scontato non è un diritto, è un privilegio, un aiuto che le amministrazioni concedono a chi ne ha davvero bisogno. Basarsi su autocertificazioni e non fare controlli causa disastri. Per altro, ci sono anche cittadini ben contenti di non mandare i propri figli alla mensa scolastica. Numerose associazioni di genitori si battono in tutta Italia (l'ultimo caso è nel Lazio) per poter consentire ai propri bambini di consumare a scuola il pasto preparato a casa. Sulla questione si è pronunciato, a settembre, il Consiglio di Stato, affrontando il caso del Comune di Benevento. L'amministrazione voleva obbligare tutti i bimbi delle materne e delle elementari a mangiare in mensa. Alcuni genitori hanno fatto ricorso al Tar e hanno vinto. Il Comune si è allora rivolto al Consiglio di Stato, che di nuovo ha dato ragione alle famiglie. Per qualcuno, il panino da casa non è una discriminazione: è una conquista. Ditelo alle mamme straniere di Lodi. 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La polizia italiana aveva ripreso un furgone della gendarmeria francese intanto a fare pulizia. Gli agenti d'Oltralpe hanno scaricato come rifiuti alcuni immigrati clandestini nel bosco, in territorio italiano. Non immaginavano che la zona fosse tenuta d'occhio dalle nostre forze dell'ordine, e hanno agito tranquilli. Quando sono stati scoperti, i francesi hanno dato la colpa ai gendarmi «inesperti». Ma, ovviamente erano balle. Operazioni simili sono frequenti. Lo ha spiegato persino un rapporto realizzato dalla sezione transalpina di Amnesty international, che ha parlato di ben 26 sconfinamenti avvenuti sempre a Claviere nell'arco di appena 48 ore, tra il 12 e il 13 ottobre. Insomma, che la Francia ci stesse prendendo in giro era già chiaro. Ora, però, spunta un nuovo filmato, girato ieri mattina alle 9.30 a Claviere e diffuso dal Viminale. Si vede una camionetta della gendarmeria francese parcheggiata in territorio italiano. I gendarmi sono fuori dal mezzo e stanno dando indicazioni a tre persone di colore munite di sacche (probabilmente migranti, dunque). Quando i tre si sono allontanati, i francesi risalgono in auto e se ne vanno. Certo, magari gli agenti hanno solo indicato la strada a tre passanti. Ma è un po' strano, non trovate? Inoltre, il Viminale spiega che c'è un testimone. L'autore del filmato ha visto i tre stranieri scendere dal furgone della gendarmeria, e si è anche reso disponibile a fornire ulteriori chiarimenti. A quanto pare, scene del genere si sono viste spesso da agosto ad oggi. Matteo Salvini si è comprensibilmente innervosito: «I rapporti Italia-Francia rischiano di essere gravemente danneggiati, e non per colpa nostra», ha detto. Secondo il ministro, ora «Parigi deve chiarire» questa nuova «iniziativa della polizia francese. Iniziativa che appare come una provocazione e un atto ostile». Già, sarebbe proprio ora che Emmanuel Macron si decidesse a fornire qualche spiegazione seria. E, magari, sarebbe pure ora che gli alti papaveri dell'Ue aprissero bocca. In primis, il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici. Questo signore si è sentito in diritto di indignarsi per la vicenda di Lodi, ma si è ben guardato dal commentare il comportamento indegno dei suoi connazionali. Ecco, ora si prenda la briga di dirci con quale diritto i gendarmi possono scaricare i clandestini qui da noi, in barba a qualunque accordo. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nessuno-si-indigna-se-dalle-mense-rimangono-fuori-i-bambini-italiani-2613634590.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="fabio-fazio-stende-il-tappeto-rosso-al-sindaco-di-riace" data-post-id="2613634590" data-published-at="1781590831" data-use-pagination="False"> Fabio Fazio stende il tappeto rosso al sindaco di Riace E infine arrivò la beatificazione laica di Mimmo Lucano, per mano del pontefice del buonismo: Fabio Fazio. Il quale, domenica sera intervisterà il sindaco di Riace a Che tempo che fa. Lucano, solitamente così timido, riservato e timoroso delle luci dei riflettori, avrà accettato a malincuore... Decisamente meno convinti sembrano i membri leghisti della commissione di Vigilanza Rai, che in una nota hanno scritto: «La tv pubblica non può divulgare modelli distorti sull'onda di strumentalizzazioni ideologiche. Sulla questione prepareremo un'interrogazione». Chissà di che parlerà, da Fazio, il Mimmo (inter)nazionale. Forse di come quel cattivo di Matteo Salvini, con una decisione arbitraria, inaspettata e punitiva, abbia deciso di chiudere il progetto Sprar di Riace. Ripercorrere le tappe di quel provvedimento allora potrebbe essere propedeutico a una corretta visione della trasmissione. L'occhio su Riace, come sappiamo, si accende nel 2016, quando l'Italia è sotto il governo illuminato del Pd. Non è un fatto straordinario: il Servizio centrale effettua infatti visite di monitoraggio secondo un calendario che prevede almeno una visita nel triennio di finanziamento. A Riace, il controllo avviene il 20 e 21 luglio 2016, con Angelino Alfano al Viminale. Da subito emergono una serie di criticità e anomalie gestionali. Nel dicembre 2016 (a metà di quel mese la palla passa a Marco Minniti) avviene una visita ispettiva delle prefettura di Reggio Calabria che, nel confermare la grave situazione di disordine e confusione amministrativa, accerta ulteriori gravi criticità. Il 28 gennaio del 2017, il ministero richiama il Comune calabrese, chiedendo di avviare «un profondo processo di rinnovamento delle procedure poste in essere in attuazione del progetto Sprar per ricondurle entro i confini della piena legalità». Ora, quando il Servizio nazionale Sprar riscontra delle infrazioni, applica dei punteggi di penalità. Trattandosi di Riace, il ministero si mette di impegno per venirne fuori con le buone, dato che Lucano si è già fatto una fama di «re dell'integrazione». La direttrice del Sistema centrale Sprar del ministero dell'Interno, Daniela Di Capua, ha spiegato: «Il ministero, proprio perché si trattava di Riace, e il progetto era molto conosciuto, ci ha chiesto di andare a spiegare come fare: siamo andati cinque volte in due anni, non avevamo mai fatto tanta assistenza in loco per aiutare un progetto». Un'attenzione particolare, testimoniata anche dal prefetto Mario Morcone, già capo di gabinetto del ministro Minniti, che di Lucano ha detto: «L'ho sempre agevolato», «lo aiutavamo ad ottenere lo sblocco delle somme di cui aveva diritto». Insomma, il ministero fa tutto il possibile per aiutare Lucano e anche qualcosa di più. Dal novembre 2017, viene disposta un'assistenza più assidua nella gestione amministrativa del progetto. Lo scorso aprile, il Servizio centrale invia al Comune di Riace il resoconto dell'attività svolta, richiamando di nuovo l'attenzione sulla necessità di rispettare modalità e tempi di accoglienza previsti dalla legislazione vigente. Arriviamo a maggio e c'è un nuovo monitoraggio: il Servizio centrale nota come, nonostante i richiami, persistano diffuse e gravi criticità sul piano sia qualitativo sia amministrativo. Alle medesime conclusioni giunge anche la prefettura di Reggio Calabria. Due note ministeriali inviate a maggio e giugno accertano che nulla sta cambiando, definendo l'incapacità del Comune di darsi un assetto organizzativo trasparente come cronica. A luglio, il ministero dell'Interno comunica l'avvio del procedimento per l'applicazione delle penalità in merito al progetto e la revoca del contributo concesso. Riace non è un caso isolato: nel corso del 2018 sono stati applicati punteggi di penalità a cinque enti (Caccamo, Racalmuto, Agrigento, Trezzano sul Naviglio, Riace). Dal Viminale fanno sapere che sugli altri quattro enti è tuttora in corso una valutazione del ministero per sapere se le criticità siano state sanate. Adriano Scianca
Roberto Vannacci (Ansa)
Come il nostro giornale va ripetendo da qualche tempo, per il centrodestra un pungolo come quello di Futuro nazionale non può che essere salutare. A un anno dalle elezioni politiche, infatti, la maggioranza, che forse si stava un po’ adagiando sulla assenza di avversari credibili, ora si trova a fare i conti con un probabile, o quantomeno possibile, alleato che però ha la libertà di ricordare al centrodestra che alcuni degli impegni elettorali non sono stati pienamente mantenuti che sia per colpa dei vincoli europei, dei magistrati, delle crisi internazionali o delle congiunture astrali. Vannacci attua un pressing alto sul governo, che può rispondere in due modi: lanciare la palla più lontano possibile (tattica ch, però, serve solo a prendere tempo) o costruire gioco con impegno, precisione e determinazione, per vincere la partita. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, come abbiamo scritto ieri, ha scelto questa seconda strada, promettendo, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia», aggiungendo di aver già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari. Lo stesso Piantedosi ha aggiunto che ci saranno difficoltà dovute a ricorsi e cavilli, ma insomma: il messaggio di Vannacci sul piano della lotta alla immigrazione clandestina sembra essere stato recepito come stimolo, in positivo.
Ieri, altra conferma, arrivata stavolta da Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e soprattutto leader di Forza Italia, bersaglio polemico preferito del generale e della sua «sporca dozzina». Mentre i suoi avversari interni, come ad esempio Roberto Occhiuto, rilasciano interviste al vetriolo contro il generale, Tajani, che sa bene che un accordo con Vannacci è quasi indispensabile, va sul concreto: «Io mi occupo», risponde il leader di Fi all’ennesima domanda su Futuro nazionale, «non mi preoccupo, mi occupo di quello che devo fare. Quindi, non ho mai problemi, cerco di fare tutto ciò che serve e dare risposte ai cittadini. Se il centrodestra sarà in grado di dare risposte concrete, come stiamo facendo, perché i dati dell’export dimostrano che il governo sta lavorando bene, sta sostenendo il mondo delle imprese. Questi sono risultati che sono convinto che gli italiani premieranno. Il resto sono chiacchiere, sono un po’ un teatrino della politica. Io credo che sia questo quello che noi dobbiamo fare: dare risposte concrete ai cittadini italiani, questo governo lo sta facendo e vogliamo farlo sempre di più».
Traduzione: Vannacci non è la malattia ma il sintomo, se cresce nei consensi attirando gli elettori delusi dal governo centrodestra, deve essere il governo di centrodestra a recuperare questi elettori, attraverso i fatti. Del resto, mentre chi non ha ruoli di governo o alte responsabilità di partito fa ragionamenti sui massimi sistemi, chi è impegnato ogni giorno su problemi concreti non considera Vannacci un avversario del centrodestra. È il caso del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, pure lui di Forza Italia, che non solo condivide con il generale l’esigenza di puntare sul nucleare di ultima generazione, ma in una intervista alla Verità fa sfoggio di sano realismo rispondendo a una domanda sull’eventuale accordo con Fn: «Le alleanze politiche tra partiti si fanno su programmi e posizioni condivise. Al momento», risponde Pichetto Fratin, «mi sembra che siamo ancora lontani da questa valutazione, ma manca ancora un anno. Non escludo nulla: quando si costruisce un programma di governo bisogna essere concreti, e le posizioni che si leggono sui manifesti tendono ad ammorbidirsi».
Dunque, Vannacci pungola il centrodestra, ma quello che nessuno di noi poteva aspettarsi è che pungolasse pure il centrosinistra. Incredibile ma vero, nel Pd c’è chi si dissocia dagli insulti al grido di «Fascista!» e invita i suoi compagni di partito a darsi una sveglia commentando il fenomeno-generale. Trattasi di Stefano Bonaccini, sconfitto da Elly Schlein alle primarie per la segreteria del Pd, alleatosi prontamente con la sua avversaria e diventato presidente del partito: «Con l’antifascismo», dice Bonaccini a La Stampa, «non abbiamo sconfitto Giorgia Meloni, né basterà a sconfiggere Vannacci. Il Paese è alle soglie della recessione, le bollette energetiche e il caro carburante erodono il potere d’acquisto delle famiglie e colpiscono le imprese: l’estrema destra si nutre di questo malessere e lo trasforma in rancore militante. Il nostro compito è offrire risposte concrete, non fare liste di proscrizione. Sottovalutare la destra», aggiunge Bonaccini, «va evitato come la peste: non vinceremo solo per il fallimento del governo Meloni. In questo considero Vannacci davvero un campanello per tutti».
Futuro nazionale, intanto, incassa il pareggio con la Lega nei sondaggi (5,3% per entrambi i partiti secondo Swg per il Tg di La7) e Vannacci pubblica un video da Bruxelles: «Remigrazione! Grazie anche al mio voto in commissione Libe del Parlamento europeo», dice il generale, «abbiamo approvato il nuovo regolamento per il rimpatrio degli immigrati illegali. La remigrazione inizia anche da Bruxelles». Gli applausi in sottofondo ovviamente non sono per lui, ma l’effetto, occorre riconoscerlo, è scenicamente notevole.
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Il portiere di Capo Verde, Vozinha, sventola la bandiera nazionale dopo lo 0-0 contro la Spagna (Ansa)
D’accordo, non sarà il Mondiale più bello di sempre e nemmeno quello più semplice da raccontare. Le polemiche sul format allargato, le partite sbilanciate sulla carta e un’organizzazione che continua a far discutere fanno da cornice a una competizione che molti osservano con diffidenza. Eppure, quando il pallone inizia a rotolare, il torneo trova sempre il modo di produrre storie che sfuggono a qualsiasi schema.
Ieri, in una giornata in cui ogni pronostico è saltato e nazionali più quotate han dovuto fare i conti con l'organizzazione e la vivacità di vere e proprie cenerentole, è successo ancora. La Spagna campione d’Europa si è fermata sullo 0-0 contro Capo Verde, alla prima partita della sua storia ai Mondiali. E a prendersi la scena è stato Vozinha. Il portiere della nazionale capoverdiana ha chiuso la serata più importante della sua carriera con sette parate, il premio di migliore in campo e le lacrime agli occhi. Josimar José Évora Dias, questo il suo nome completo, è diventato il simbolo dell'impresa di Capo Verde contro la Spagna. Anche il suo nome racchiude un piccolo pezzo di storia del calcio: il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, in omaggio all'argentino Jorge Valdano, ma le autorità di Capo Verde non approvarono la scelta. Alla fine divenne Josimar, come il difensore brasiliano che si mise in luce ai Mondiali del 1986, l'anno della sua nascita.
A quarant'anni, al debutto assoluto del suo Paese in un Mondiale, è riuscito a mantenere la porta inviolata contro i campioni d'Europa in carica, diventando il portiere più anziano di sempre a riuscirci all'esordio nella competizione. Al fischio finale, mentre sventolava la bandiera di Capo Verde, il quarantenne non è riuscito a trattenere la commozione. «Ho pianto perché pensavo ai miei nonni: mi hanno cresciuto ma sono mancati qualche anno fa», ha spiegato. Nemmeno sua madre era sugli spalti di Atlanta: problemi legati al visto le hanno impedito di raggiungere gli Stati Uniti. «Nemmeno da bambino ho mai sognato un momento del genere. Ora posso dire che ne è valsa la pena», ha aggiunto l'eroe degli Squali Blu. Se il campo lo ha consacrato a sorpresa tra i protagonisti del torneo, i social hanno fatto il resto. Prima del fischio d'inizio Vozinha aveva circa 50.000 follower su Instagram; poche ore dopo il pareggio contro la Spagna aveva già superato quota 2,5 milioni. Una crescita vertiginosa che racconta meglio di tante parole l'impatto avuto dalla sua prestazione.
Ma quella di Capo Verde è una storia collettiva. In difesa, ad esempio, si è distinto Roberto Pico Lopes, autore di un salvataggio decisivo nel finale su Oyarzabal. Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, il centrale dello Shamrock Rovers deve la propria avventura internazionale a LinkedIn. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese dall'allora commissario tecnico Rui Águas. Lo ignorò per mesi, convinto che si trattasse di spam. Solo dopo un secondo tentativo decise di tradurlo con Google Translate, scoprendo che Capo Verde stava cercando giocatori con origini nel Paese. Accettò senza esitazione. Sei anni dopo si è ritrovato a fermare l'attacco della Spagna in una partita destinata a entrare nella storia del calcio capoverdiano.
Perché se il risultato più clamoroso della giornata è arrivato da Atlanta, le sorprese non sono finite lì. A Seattle, il Belgio ha evitato la sconfitta soltanto grazie all'ingresso di Romelu Lukaku. I Diavoli Rossi allenati da Rudi Garcia erano andati sotto nel primo tempo per effetto della rete di Ashour, servito dall'intramontabile Mohamed Salah nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno. Poi il palo colpito da De Bruyne su punizione e, al 66', la svolta: Lukaku entra in campo e dieci secondi dopo propizia l'autogol di Hany che vale l'1-1 finale. Ha dovuto rincorrere anche l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fermato sull'1-1 dall'Arabia Saudita a Miami. Dopo il vantaggio saudita firmato da Al Amri, la Celeste ha sbattuto a più riprese contro Mohammed Al Owais, già protagonista nella storica vittoria contro l'Argentina ai Mondiali del Qatar. Il portiere saudita ha tenuto in piedi i suoi con una serie di interventi decisivi, arrendendosi soltanto nel finale alla rete del pareggio di Araujo. La nazionale sudamericana, dopo anni in cui si è goduta centravanti come Diego Forlan, Luis Suarez ed Edinson Cavani, paga come non mai l'assenza di un vero bomber. Darwin Nunez, dopo quella stagione brillante al Benfica e il passaggio milionario al Liverpool si è letteralmente perso e il passaggio nel campionato saudita non lo ha di certo aiutato.
Tra la serata e la notte italiana toccherà esordire ad alcune delle favorite per il titolo. Alle 21 sarà il momento della Francia di Kylian Mbappé contro il Senegal. A mezzanotte debutterà la Norvegia di Erling Haaland contro l'Iraq. Infine, alle 3 del mattino, entreranno in scena i campioni del mondo in carica dell'Argentina, guidati ancora una volta da Lionel Messi, attesi dalla sfida contro l'Algeria. Dopo quanto visto nelle ultime ventiquattr'ore, però, una certezza sembra essere venuta meno: ai Mondiali, almeno per una sera, nessuno è davvero imbattibile.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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