True
2020-08-14
Nella caccia alla talpa dentro l’Inps l’Antifrode non ci sta a fare da scudo
Pasquale Tridico (Ansa)
In questo agosto romano è sempre più bollente la temperatura nella sede dell'Inps. La vicenda dei bonus per le partite Iva, intascati anche da 2.000 politici fra cui tre parlamentari, ha provocato forti malumori fra i dipendenti dell'Istituto. Autorevoli fonti interne, che non fanno parte della cerchia ristretta del presidente, Pasquale Tridico, si chiedono «chi abbia portato tanto scompiglio» dentro le mura di via Ciro il Grande. Infatti dentro all'istituto è partita la caccia a chi abbia stilato la lista di proscrizione di parlamentari e amministratori locali, l'abbia messa in un cassetto a maggio e l'abbia tirata fuori ad agosto, proprio alla vigilia del referendum grillino sul taglio di senatori e deputati.
Un elenco che, ovviamente, è un ottimo assist per chi si sta esponendo, come i 5 stelle, per la riduzione delle poltrone a Montecitorio e a Palazzo Madama, tema di facile presa in campagna elettorale. «Chi ha giocato sporco con i dati dell'Inps?», si chiedono numerosi dirigenti. C'è poi una questione: la maggior parte dei furbetti del bonus appartiene alla Lega. Insomma, esattamente un anno dopo «la mossa del cavallo» di Matteo Renzi, che ha messo fuorigioco Matteo Salvini, qualcuno deve aver pensato di dare un altro colpetto al leader leghista in calo nei sondaggi. Ma chi?
Per provare a dipanare la matassa, bisogna sottolineare che i dati sui pubblici amministratori sono desumibili dagli archivi stessi dell'Inps, grazie al fatto che vengono fatte delle specifiche domande di posizione in seguito all'ottenimento dell'incarico amministrativo. Dunque molti dipendenti dell'Inps, anche quelli non appartenenti al gruppo Antifrode, avrebbero potuto trovare i 2.000 politici che hanno beneficiato del bonus. Discorso diverso, invece, per parlamentari e consiglieri regionali: nel loro caso questa informazione non c'è, perché Camere di appartenenze e assemblee regionali non segnalano nessun nome all'istituto. Quindi le informazioni sensibili sui parlamentari non erano a disposizione di tutti, ma solo a una ristretta cerchia, che nelle proprie ricerche ha lasciato traccia nei database dell'istituto. Però sembra che la caccia ai furbetti sia stata compiuta con l'autorizzazione dei vertici e lo stesso capo dell'unità Antifrode dell'Inps, Antonello Crudo, ha fatto sapere che esistono «atti formali». Quindi il dirigente ha certamente informato i suoi superiori del suo lavoro e dei risultati. Ma l'incrocio dei dati era terminato già maggio e quindi i risultati delle verifiche avrebbero potuto essere resi pubblici circa tre mesi fa. «Perché le informazioni», si domandano alcuni alti dirigenti, «sono uscite dopo tanto tempo?». Si tratta di una fuga di notizie a orologeria? Non bisogna dimenticare che il referendum sulla legge che taglia il numero dei parlamentari si avvicina sempre più, infatti il 20 e 21 settembre gli italiani si pronunceranno sulla questione molto cara al M5s. E il caso di questa giorni è un clamoroso assist per il fronte del sì. Ma ci sono anche altre domande senza risposta che assillano i dirigenti che abbiamo contattato. Una fonte ci dice: «Se i sussidi da 600 euro e poi da 1.000 euro erano legittimi perché è stata avviata l'indagine del nucleo Antifrode? Un vero e proprio controsenso. Al contrario, se l'assegno di sostegno ai politici è illegittimo perché non è stato revocato già la scorsa primavera?». Due quesiti da «tertium non datur». C'è infine l'interrogativo più importante: chi ha deciso di dare la caccia ai politici? Difficilmente il mandante, se esiste, verrà scoperto. Però resta il fatto dei deputati che hanno percepito il bonus, due su tre, sono della Lega, mentre il terzo, sembra dei 5 stelle e con ogni probabilità verrà rivelato solo oggi da Tridico in commissione Lavoro. Nel frattempo sui giornali sono usciti altri nomi di leghisti, in particolare di otto consiglieri regionali, mentre gli altri due sono di Pd e Fi. Insomma, nell'intera vicenda lo sbilanciamento a sfavore della Lega è fin troppo evidente. «Mettiamo anche che chi ha fatto l'incrocio iniziale», ci dice un'altra autorevole fonte interna all'Inps, «l'abbia fatto senza input politico, resta il fatto che, una volta scoperti nomi e provenienza partitica qualcuno, forse un superiore del rabdomante, ha fatto uscire la notizia a mio parere in modo strumentale». Qualche risposta prima o tardi la avremo, anche perché il Garante della privacy ha avviato un'indagine e, come detto, Crudo avrebbe riferito ai colleghi di aver in mano «atti formali», ossia i provvedimenti con cui avrebbe informato, in tempi non sospetti, i suoi superiori dell'operazione di incrocio. E che tale operazione «riguardava tanti amministratori pubblici». Ma c'è di più perché «il pool Antifrode avrebbe informato il presidente Tridico e pochi altri via mail sugli esiti delle ispezioni», spiegando che «non si ravvisavano illegittimità e che andavano quindi pagate (le richieste presentate da politici, ndr)». Per approfondire abbiamo provato a contattare Crudo, ma il suo telefono ha squillato a vuoto. Nonostante il suo mutismo, ci risulta però che non voglia fare l'agnello sacrificale. Speriamo che a qualcuno di questi quesiti darà risposta Tridico nell'audizione di oggi. Per farlo sentire a suo agio Matteo Salvini ha dichiarato: «Non ha pagato la cassa integrazione, cosa aspetta a dimettersi?». Domanda che in queste ore si fanno anche diversi dirigenti, dopo che il loro Istituto è stato gettato in mezzo all'ennesima bega politica.
Alla Camera è pronto il terzo grado
Spunta anche il nome del furbett grillino del bonus: è il deputato Marco Rizzone, che ieri il M5s ha deferito al collegio dei Probiviri chiedendone «la sospensione immediata e massima severità nella sanzione», come ha spiegato il reggente Vito Crimi. E oggi alle 12 il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, è atteso dal terzo grado che la commissione Lavoro della Camera ha preparato per lui, anche se in teleconferenza. I ranghi saranno ridotti: ci saranno infatti solo la presidente, Debora Serracchiani, i quattro componenti dell'ufficio di presidenza, più i capigruppo. Per la Lega non potrà esserci, ovviamente, Elena Murelli (al suo posto Andrea Giaccone), fresca di sospensione dal suo partito per aver incassato il bonus Covid 19 da 600 euro.
Dovremmo quindi completare ufficialmente i nomi dei dei «miserabili cinque» (come sono stati ironicamente ribattezzati da Paolo Gentiloni) che hanno chiesto (e in tre casi ottenuto) il bonus destinato a supportare le partite Iva in difficoltà per la pandemia e il lockdown. Due erano già noti, ovvero i leghisti Elena Murelli e Andrea Dara, che il Carroccio, come dicevamo, ha già sospeso, «dopo aver ascoltato e verificato le rispettive posizioni». «Pur non avendo violato alcuna legge è inopportuno che abbiano aderito a tale misura e per questo abbiamo deciso e condiviso con i diretti interessati il provvedimento della sospensione», ha spiegato il capogruppo leghista, Riccardo Molinari. Il terzo è stato svelato ieri sera dal M5s. Infine, un altro leghista e un esponente di Italia viva si sarebbero visti rigettare la domanda dopo averla regolarmente inoltrata.
L'audizione di Tridico alla vigilia di Ferragosto arriva dopo l'ok del Garante della privacy alla pubblicazione della lista dei «colpevoli» e la disponibilità espressa dall'Inps a fornire i dati solo su richiesta della Camera.
Il numero uno dell'Istituto non solo potrà far luce su chi ha preso i soldi, pur potendo contare su un'indennità parlamentare che sfiora i 13.000 euro, ma anche chiarire le modalità di erogazione dei bonus, i controlli effettuati dallo stesso ente e la diffusione delle notizie relative ai media. Si tratta di uno scandalo che, lo ricordiamo, vede coinvolti anche altri 2.000 politici tra presidenti, assessori e consiglieri regionali e comunali.
Non vanno poi trascurati i chiarimenti che Tridico dovrà dare su «eventuali comunicazioni a terzi». Il sospetto secondo le opposizioni, con Italia viva allineata, è che l'Inps possa aver operato un incrocio di dati non autorizzati. Per fini tutt'altro che istituzionali.
Oltre ai nomi dei «disonorevoli», è proprio questo che chiederà il capogruppo di Fratelli d'Italia, Walter Rizzetto: «Visto che si parla di circa 2.000 politici coinvolti, domanderò a Tridico se nei sistemi Inps esiste una cartellina con tutti i nostri nomi. Se cioè ci hanno schedato e perché». È la tesi dell'ampio fronte bipartisan che da giorni chiede le dimissioni di Tridico, vicino al Movimento 5 stelle (fu indicato da Di Maio fra i possibili ministri ed è uno dei padri del reddito di cittadinanza) e perciò accusato di aver usato l'Istituto per screditare il Parlamento.
Non mancano le perplessità soprattutto per il tempismo della fuga di notizie, visto che siamo a un mese dalle elezioni regionali e dal referendum sul taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia dei pentastellati. E proprio per questo la Camera ha accelerato i tempi per l'audizione necessaria per spegnere le polemiche.
«La commissione è la sede opportuna per fare chiarezza», ha commentato il presidente, Roberto Fico, secondo il quale «i parlamentari che avrebbero chiesto il contributo dovrebbero scusarsi e restituire».
Continua a leggereRiduci
Guerra aperta nell'Istituto. I dirigenti puntano il dito verso il presidente: «Senza un ok dall'alto la trappola non sarebbe riuscita. E l'obiettivo era la Lega». Il capo dell'unità interna, Antonello Crudo: «Esistono atti formali».Oggi il presidente Inps parlerà in Aula. Dovrà giustificare dossier e fughe di notizie. Intanto spunta il «furbetto» Ms5: Marco Rizzone deferito ai probiviri del Movimento.Lo speciale contiene due articoli.In questo agosto romano è sempre più bollente la temperatura nella sede dell'Inps. La vicenda dei bonus per le partite Iva, intascati anche da 2.000 politici fra cui tre parlamentari, ha provocato forti malumori fra i dipendenti dell'Istituto. Autorevoli fonti interne, che non fanno parte della cerchia ristretta del presidente, Pasquale Tridico, si chiedono «chi abbia portato tanto scompiglio» dentro le mura di via Ciro il Grande. Infatti dentro all'istituto è partita la caccia a chi abbia stilato la lista di proscrizione di parlamentari e amministratori locali, l'abbia messa in un cassetto a maggio e l'abbia tirata fuori ad agosto, proprio alla vigilia del referendum grillino sul taglio di senatori e deputati.Un elenco che, ovviamente, è un ottimo assist per chi si sta esponendo, come i 5 stelle, per la riduzione delle poltrone a Montecitorio e a Palazzo Madama, tema di facile presa in campagna elettorale. «Chi ha giocato sporco con i dati dell'Inps?», si chiedono numerosi dirigenti. C'è poi una questione: la maggior parte dei furbetti del bonus appartiene alla Lega. Insomma, esattamente un anno dopo «la mossa del cavallo» di Matteo Renzi, che ha messo fuorigioco Matteo Salvini, qualcuno deve aver pensato di dare un altro colpetto al leader leghista in calo nei sondaggi. Ma chi?Per provare a dipanare la matassa, bisogna sottolineare che i dati sui pubblici amministratori sono desumibili dagli archivi stessi dell'Inps, grazie al fatto che vengono fatte delle specifiche domande di posizione in seguito all'ottenimento dell'incarico amministrativo. Dunque molti dipendenti dell'Inps, anche quelli non appartenenti al gruppo Antifrode, avrebbero potuto trovare i 2.000 politici che hanno beneficiato del bonus. Discorso diverso, invece, per parlamentari e consiglieri regionali: nel loro caso questa informazione non c'è, perché Camere di appartenenze e assemblee regionali non segnalano nessun nome all'istituto. Quindi le informazioni sensibili sui parlamentari non erano a disposizione di tutti, ma solo a una ristretta cerchia, che nelle proprie ricerche ha lasciato traccia nei database dell'istituto. Però sembra che la caccia ai furbetti sia stata compiuta con l'autorizzazione dei vertici e lo stesso capo dell'unità Antifrode dell'Inps, Antonello Crudo, ha fatto sapere che esistono «atti formali». Quindi il dirigente ha certamente informato i suoi superiori del suo lavoro e dei risultati. Ma l'incrocio dei dati era terminato già maggio e quindi i risultati delle verifiche avrebbero potuto essere resi pubblici circa tre mesi fa. «Perché le informazioni», si domandano alcuni alti dirigenti, «sono uscite dopo tanto tempo?». Si tratta di una fuga di notizie a orologeria? Non bisogna dimenticare che il referendum sulla legge che taglia il numero dei parlamentari si avvicina sempre più, infatti il 20 e 21 settembre gli italiani si pronunceranno sulla questione molto cara al M5s. E il caso di questa giorni è un clamoroso assist per il fronte del sì. Ma ci sono anche altre domande senza risposta che assillano i dirigenti che abbiamo contattato. Una fonte ci dice: «Se i sussidi da 600 euro e poi da 1.000 euro erano legittimi perché è stata avviata l'indagine del nucleo Antifrode? Un vero e proprio controsenso. Al contrario, se l'assegno di sostegno ai politici è illegittimo perché non è stato revocato già la scorsa primavera?». Due quesiti da «tertium non datur». C'è infine l'interrogativo più importante: chi ha deciso di dare la caccia ai politici? Difficilmente il mandante, se esiste, verrà scoperto. Però resta il fatto dei deputati che hanno percepito il bonus, due su tre, sono della Lega, mentre il terzo, sembra dei 5 stelle e con ogni probabilità verrà rivelato solo oggi da Tridico in commissione Lavoro. Nel frattempo sui giornali sono usciti altri nomi di leghisti, in particolare di otto consiglieri regionali, mentre gli altri due sono di Pd e Fi. Insomma, nell'intera vicenda lo sbilanciamento a sfavore della Lega è fin troppo evidente. «Mettiamo anche che chi ha fatto l'incrocio iniziale», ci dice un'altra autorevole fonte interna all'Inps, «l'abbia fatto senza input politico, resta il fatto che, una volta scoperti nomi e provenienza partitica qualcuno, forse un superiore del rabdomante, ha fatto uscire la notizia a mio parere in modo strumentale». Qualche risposta prima o tardi la avremo, anche perché il Garante della privacy ha avviato un'indagine e, come detto, Crudo avrebbe riferito ai colleghi di aver in mano «atti formali», ossia i provvedimenti con cui avrebbe informato, in tempi non sospetti, i suoi superiori dell'operazione di incrocio. E che tale operazione «riguardava tanti amministratori pubblici». Ma c'è di più perché «il pool Antifrode avrebbe informato il presidente Tridico e pochi altri via mail sugli esiti delle ispezioni», spiegando che «non si ravvisavano illegittimità e che andavano quindi pagate (le richieste presentate da politici, ndr)». Per approfondire abbiamo provato a contattare Crudo, ma il suo telefono ha squillato a vuoto. Nonostante il suo mutismo, ci risulta però che non voglia fare l'agnello sacrificale. Speriamo che a qualcuno di questi quesiti darà risposta Tridico nell'audizione di oggi. Per farlo sentire a suo agio Matteo Salvini ha dichiarato: «Non ha pagato la cassa integrazione, cosa aspetta a dimettersi?». Domanda che in queste ore si fanno anche diversi dirigenti, dopo che il loro Istituto è stato gettato in mezzo all'ennesima bega politica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-caccia-alla-talpa-dentro-linps-lantifrode-non-ci-sta-a-fare-da-scudo-2646978812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-camera-e-pronto-il-terzo-grado" data-post-id="2646978812" data-published-at="1597359867" data-use-pagination="False"> Alla Camera è pronto il terzo grado Spunta anche il nome del furbett grillino del bonus: è il deputato Marco Rizzone, che ieri il M5s ha deferito al collegio dei Probiviri chiedendone «la sospensione immediata e massima severità nella sanzione», come ha spiegato il reggente Vito Crimi. E oggi alle 12 il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, è atteso dal terzo grado che la commissione Lavoro della Camera ha preparato per lui, anche se in teleconferenza. I ranghi saranno ridotti: ci saranno infatti solo la presidente, Debora Serracchiani, i quattro componenti dell'ufficio di presidenza, più i capigruppo. Per la Lega non potrà esserci, ovviamente, Elena Murelli (al suo posto Andrea Giaccone), fresca di sospensione dal suo partito per aver incassato il bonus Covid 19 da 600 euro. Dovremmo quindi completare ufficialmente i nomi dei dei «miserabili cinque» (come sono stati ironicamente ribattezzati da Paolo Gentiloni) che hanno chiesto (e in tre casi ottenuto) il bonus destinato a supportare le partite Iva in difficoltà per la pandemia e il lockdown. Due erano già noti, ovvero i leghisti Elena Murelli e Andrea Dara, che il Carroccio, come dicevamo, ha già sospeso, «dopo aver ascoltato e verificato le rispettive posizioni». «Pur non avendo violato alcuna legge è inopportuno che abbiano aderito a tale misura e per questo abbiamo deciso e condiviso con i diretti interessati il provvedimento della sospensione», ha spiegato il capogruppo leghista, Riccardo Molinari. Il terzo è stato svelato ieri sera dal M5s. Infine, un altro leghista e un esponente di Italia viva si sarebbero visti rigettare la domanda dopo averla regolarmente inoltrata. L'audizione di Tridico alla vigilia di Ferragosto arriva dopo l'ok del Garante della privacy alla pubblicazione della lista dei «colpevoli» e la disponibilità espressa dall'Inps a fornire i dati solo su richiesta della Camera. Il numero uno dell'Istituto non solo potrà far luce su chi ha preso i soldi, pur potendo contare su un'indennità parlamentare che sfiora i 13.000 euro, ma anche chiarire le modalità di erogazione dei bonus, i controlli effettuati dallo stesso ente e la diffusione delle notizie relative ai media. Si tratta di uno scandalo che, lo ricordiamo, vede coinvolti anche altri 2.000 politici tra presidenti, assessori e consiglieri regionali e comunali. Non vanno poi trascurati i chiarimenti che Tridico dovrà dare su «eventuali comunicazioni a terzi». Il sospetto secondo le opposizioni, con Italia viva allineata, è che l'Inps possa aver operato un incrocio di dati non autorizzati. Per fini tutt'altro che istituzionali. Oltre ai nomi dei «disonorevoli», è proprio questo che chiederà il capogruppo di Fratelli d'Italia, Walter Rizzetto: «Visto che si parla di circa 2.000 politici coinvolti, domanderò a Tridico se nei sistemi Inps esiste una cartellina con tutti i nostri nomi. Se cioè ci hanno schedato e perché». È la tesi dell'ampio fronte bipartisan che da giorni chiede le dimissioni di Tridico, vicino al Movimento 5 stelle (fu indicato da Di Maio fra i possibili ministri ed è uno dei padri del reddito di cittadinanza) e perciò accusato di aver usato l'Istituto per screditare il Parlamento. Non mancano le perplessità soprattutto per il tempismo della fuga di notizie, visto che siamo a un mese dalle elezioni regionali e dal referendum sul taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia dei pentastellati. E proprio per questo la Camera ha accelerato i tempi per l'audizione necessaria per spegnere le polemiche. «La commissione è la sede opportuna per fare chiarezza», ha commentato il presidente, Roberto Fico, secondo il quale «i parlamentari che avrebbero chiesto il contributo dovrebbero scusarsi e restituire».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
Continua a leggereRiduci
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci