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2020-08-14
Nella caccia alla talpa dentro l’Inps l’Antifrode non ci sta a fare da scudo
Pasquale Tridico (Ansa)
In questo agosto romano è sempre più bollente la temperatura nella sede dell'Inps. La vicenda dei bonus per le partite Iva, intascati anche da 2.000 politici fra cui tre parlamentari, ha provocato forti malumori fra i dipendenti dell'Istituto. Autorevoli fonti interne, che non fanno parte della cerchia ristretta del presidente, Pasquale Tridico, si chiedono «chi abbia portato tanto scompiglio» dentro le mura di via Ciro il Grande. Infatti dentro all'istituto è partita la caccia a chi abbia stilato la lista di proscrizione di parlamentari e amministratori locali, l'abbia messa in un cassetto a maggio e l'abbia tirata fuori ad agosto, proprio alla vigilia del referendum grillino sul taglio di senatori e deputati.
Un elenco che, ovviamente, è un ottimo assist per chi si sta esponendo, come i 5 stelle, per la riduzione delle poltrone a Montecitorio e a Palazzo Madama, tema di facile presa in campagna elettorale. «Chi ha giocato sporco con i dati dell'Inps?», si chiedono numerosi dirigenti. C'è poi una questione: la maggior parte dei furbetti del bonus appartiene alla Lega. Insomma, esattamente un anno dopo «la mossa del cavallo» di Matteo Renzi, che ha messo fuorigioco Matteo Salvini, qualcuno deve aver pensato di dare un altro colpetto al leader leghista in calo nei sondaggi. Ma chi?
Per provare a dipanare la matassa, bisogna sottolineare che i dati sui pubblici amministratori sono desumibili dagli archivi stessi dell'Inps, grazie al fatto che vengono fatte delle specifiche domande di posizione in seguito all'ottenimento dell'incarico amministrativo. Dunque molti dipendenti dell'Inps, anche quelli non appartenenti al gruppo Antifrode, avrebbero potuto trovare i 2.000 politici che hanno beneficiato del bonus. Discorso diverso, invece, per parlamentari e consiglieri regionali: nel loro caso questa informazione non c'è, perché Camere di appartenenze e assemblee regionali non segnalano nessun nome all'istituto. Quindi le informazioni sensibili sui parlamentari non erano a disposizione di tutti, ma solo a una ristretta cerchia, che nelle proprie ricerche ha lasciato traccia nei database dell'istituto. Però sembra che la caccia ai furbetti sia stata compiuta con l'autorizzazione dei vertici e lo stesso capo dell'unità Antifrode dell'Inps, Antonello Crudo, ha fatto sapere che esistono «atti formali». Quindi il dirigente ha certamente informato i suoi superiori del suo lavoro e dei risultati. Ma l'incrocio dei dati era terminato già maggio e quindi i risultati delle verifiche avrebbero potuto essere resi pubblici circa tre mesi fa. «Perché le informazioni», si domandano alcuni alti dirigenti, «sono uscite dopo tanto tempo?». Si tratta di una fuga di notizie a orologeria? Non bisogna dimenticare che il referendum sulla legge che taglia il numero dei parlamentari si avvicina sempre più, infatti il 20 e 21 settembre gli italiani si pronunceranno sulla questione molto cara al M5s. E il caso di questa giorni è un clamoroso assist per il fronte del sì. Ma ci sono anche altre domande senza risposta che assillano i dirigenti che abbiamo contattato. Una fonte ci dice: «Se i sussidi da 600 euro e poi da 1.000 euro erano legittimi perché è stata avviata l'indagine del nucleo Antifrode? Un vero e proprio controsenso. Al contrario, se l'assegno di sostegno ai politici è illegittimo perché non è stato revocato già la scorsa primavera?». Due quesiti da «tertium non datur». C'è infine l'interrogativo più importante: chi ha deciso di dare la caccia ai politici? Difficilmente il mandante, se esiste, verrà scoperto. Però resta il fatto dei deputati che hanno percepito il bonus, due su tre, sono della Lega, mentre il terzo, sembra dei 5 stelle e con ogni probabilità verrà rivelato solo oggi da Tridico in commissione Lavoro. Nel frattempo sui giornali sono usciti altri nomi di leghisti, in particolare di otto consiglieri regionali, mentre gli altri due sono di Pd e Fi. Insomma, nell'intera vicenda lo sbilanciamento a sfavore della Lega è fin troppo evidente. «Mettiamo anche che chi ha fatto l'incrocio iniziale», ci dice un'altra autorevole fonte interna all'Inps, «l'abbia fatto senza input politico, resta il fatto che, una volta scoperti nomi e provenienza partitica qualcuno, forse un superiore del rabdomante, ha fatto uscire la notizia a mio parere in modo strumentale». Qualche risposta prima o tardi la avremo, anche perché il Garante della privacy ha avviato un'indagine e, come detto, Crudo avrebbe riferito ai colleghi di aver in mano «atti formali», ossia i provvedimenti con cui avrebbe informato, in tempi non sospetti, i suoi superiori dell'operazione di incrocio. E che tale operazione «riguardava tanti amministratori pubblici». Ma c'è di più perché «il pool Antifrode avrebbe informato il presidente Tridico e pochi altri via mail sugli esiti delle ispezioni», spiegando che «non si ravvisavano illegittimità e che andavano quindi pagate (le richieste presentate da politici, ndr)». Per approfondire abbiamo provato a contattare Crudo, ma il suo telefono ha squillato a vuoto. Nonostante il suo mutismo, ci risulta però che non voglia fare l'agnello sacrificale. Speriamo che a qualcuno di questi quesiti darà risposta Tridico nell'audizione di oggi. Per farlo sentire a suo agio Matteo Salvini ha dichiarato: «Non ha pagato la cassa integrazione, cosa aspetta a dimettersi?». Domanda che in queste ore si fanno anche diversi dirigenti, dopo che il loro Istituto è stato gettato in mezzo all'ennesima bega politica.
Alla Camera è pronto il terzo grado
Spunta anche il nome del furbett grillino del bonus: è il deputato Marco Rizzone, che ieri il M5s ha deferito al collegio dei Probiviri chiedendone «la sospensione immediata e massima severità nella sanzione», come ha spiegato il reggente Vito Crimi. E oggi alle 12 il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, è atteso dal terzo grado che la commissione Lavoro della Camera ha preparato per lui, anche se in teleconferenza. I ranghi saranno ridotti: ci saranno infatti solo la presidente, Debora Serracchiani, i quattro componenti dell'ufficio di presidenza, più i capigruppo. Per la Lega non potrà esserci, ovviamente, Elena Murelli (al suo posto Andrea Giaccone), fresca di sospensione dal suo partito per aver incassato il bonus Covid 19 da 600 euro.
Dovremmo quindi completare ufficialmente i nomi dei dei «miserabili cinque» (come sono stati ironicamente ribattezzati da Paolo Gentiloni) che hanno chiesto (e in tre casi ottenuto) il bonus destinato a supportare le partite Iva in difficoltà per la pandemia e il lockdown. Due erano già noti, ovvero i leghisti Elena Murelli e Andrea Dara, che il Carroccio, come dicevamo, ha già sospeso, «dopo aver ascoltato e verificato le rispettive posizioni». «Pur non avendo violato alcuna legge è inopportuno che abbiano aderito a tale misura e per questo abbiamo deciso e condiviso con i diretti interessati il provvedimento della sospensione», ha spiegato il capogruppo leghista, Riccardo Molinari. Il terzo è stato svelato ieri sera dal M5s. Infine, un altro leghista e un esponente di Italia viva si sarebbero visti rigettare la domanda dopo averla regolarmente inoltrata.
L'audizione di Tridico alla vigilia di Ferragosto arriva dopo l'ok del Garante della privacy alla pubblicazione della lista dei «colpevoli» e la disponibilità espressa dall'Inps a fornire i dati solo su richiesta della Camera.
Il numero uno dell'Istituto non solo potrà far luce su chi ha preso i soldi, pur potendo contare su un'indennità parlamentare che sfiora i 13.000 euro, ma anche chiarire le modalità di erogazione dei bonus, i controlli effettuati dallo stesso ente e la diffusione delle notizie relative ai media. Si tratta di uno scandalo che, lo ricordiamo, vede coinvolti anche altri 2.000 politici tra presidenti, assessori e consiglieri regionali e comunali.
Non vanno poi trascurati i chiarimenti che Tridico dovrà dare su «eventuali comunicazioni a terzi». Il sospetto secondo le opposizioni, con Italia viva allineata, è che l'Inps possa aver operato un incrocio di dati non autorizzati. Per fini tutt'altro che istituzionali.
Oltre ai nomi dei «disonorevoli», è proprio questo che chiederà il capogruppo di Fratelli d'Italia, Walter Rizzetto: «Visto che si parla di circa 2.000 politici coinvolti, domanderò a Tridico se nei sistemi Inps esiste una cartellina con tutti i nostri nomi. Se cioè ci hanno schedato e perché». È la tesi dell'ampio fronte bipartisan che da giorni chiede le dimissioni di Tridico, vicino al Movimento 5 stelle (fu indicato da Di Maio fra i possibili ministri ed è uno dei padri del reddito di cittadinanza) e perciò accusato di aver usato l'Istituto per screditare il Parlamento.
Non mancano le perplessità soprattutto per il tempismo della fuga di notizie, visto che siamo a un mese dalle elezioni regionali e dal referendum sul taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia dei pentastellati. E proprio per questo la Camera ha accelerato i tempi per l'audizione necessaria per spegnere le polemiche.
«La commissione è la sede opportuna per fare chiarezza», ha commentato il presidente, Roberto Fico, secondo il quale «i parlamentari che avrebbero chiesto il contributo dovrebbero scusarsi e restituire».
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Guerra aperta nell'Istituto. I dirigenti puntano il dito verso il presidente: «Senza un ok dall'alto la trappola non sarebbe riuscita. E l'obiettivo era la Lega». Il capo dell'unità interna, Antonello Crudo: «Esistono atti formali».Oggi il presidente Inps parlerà in Aula. Dovrà giustificare dossier e fughe di notizie. Intanto spunta il «furbetto» Ms5: Marco Rizzone deferito ai probiviri del Movimento.Lo speciale contiene due articoli.In questo agosto romano è sempre più bollente la temperatura nella sede dell'Inps. La vicenda dei bonus per le partite Iva, intascati anche da 2.000 politici fra cui tre parlamentari, ha provocato forti malumori fra i dipendenti dell'Istituto. Autorevoli fonti interne, che non fanno parte della cerchia ristretta del presidente, Pasquale Tridico, si chiedono «chi abbia portato tanto scompiglio» dentro le mura di via Ciro il Grande. Infatti dentro all'istituto è partita la caccia a chi abbia stilato la lista di proscrizione di parlamentari e amministratori locali, l'abbia messa in un cassetto a maggio e l'abbia tirata fuori ad agosto, proprio alla vigilia del referendum grillino sul taglio di senatori e deputati.Un elenco che, ovviamente, è un ottimo assist per chi si sta esponendo, come i 5 stelle, per la riduzione delle poltrone a Montecitorio e a Palazzo Madama, tema di facile presa in campagna elettorale. «Chi ha giocato sporco con i dati dell'Inps?», si chiedono numerosi dirigenti. C'è poi una questione: la maggior parte dei furbetti del bonus appartiene alla Lega. Insomma, esattamente un anno dopo «la mossa del cavallo» di Matteo Renzi, che ha messo fuorigioco Matteo Salvini, qualcuno deve aver pensato di dare un altro colpetto al leader leghista in calo nei sondaggi. Ma chi?Per provare a dipanare la matassa, bisogna sottolineare che i dati sui pubblici amministratori sono desumibili dagli archivi stessi dell'Inps, grazie al fatto che vengono fatte delle specifiche domande di posizione in seguito all'ottenimento dell'incarico amministrativo. Dunque molti dipendenti dell'Inps, anche quelli non appartenenti al gruppo Antifrode, avrebbero potuto trovare i 2.000 politici che hanno beneficiato del bonus. Discorso diverso, invece, per parlamentari e consiglieri regionali: nel loro caso questa informazione non c'è, perché Camere di appartenenze e assemblee regionali non segnalano nessun nome all'istituto. Quindi le informazioni sensibili sui parlamentari non erano a disposizione di tutti, ma solo a una ristretta cerchia, che nelle proprie ricerche ha lasciato traccia nei database dell'istituto. Però sembra che la caccia ai furbetti sia stata compiuta con l'autorizzazione dei vertici e lo stesso capo dell'unità Antifrode dell'Inps, Antonello Crudo, ha fatto sapere che esistono «atti formali». Quindi il dirigente ha certamente informato i suoi superiori del suo lavoro e dei risultati. Ma l'incrocio dei dati era terminato già maggio e quindi i risultati delle verifiche avrebbero potuto essere resi pubblici circa tre mesi fa. «Perché le informazioni», si domandano alcuni alti dirigenti, «sono uscite dopo tanto tempo?». Si tratta di una fuga di notizie a orologeria? Non bisogna dimenticare che il referendum sulla legge che taglia il numero dei parlamentari si avvicina sempre più, infatti il 20 e 21 settembre gli italiani si pronunceranno sulla questione molto cara al M5s. E il caso di questa giorni è un clamoroso assist per il fronte del sì. Ma ci sono anche altre domande senza risposta che assillano i dirigenti che abbiamo contattato. Una fonte ci dice: «Se i sussidi da 600 euro e poi da 1.000 euro erano legittimi perché è stata avviata l'indagine del nucleo Antifrode? Un vero e proprio controsenso. Al contrario, se l'assegno di sostegno ai politici è illegittimo perché non è stato revocato già la scorsa primavera?». Due quesiti da «tertium non datur». C'è infine l'interrogativo più importante: chi ha deciso di dare la caccia ai politici? Difficilmente il mandante, se esiste, verrà scoperto. Però resta il fatto dei deputati che hanno percepito il bonus, due su tre, sono della Lega, mentre il terzo, sembra dei 5 stelle e con ogni probabilità verrà rivelato solo oggi da Tridico in commissione Lavoro. Nel frattempo sui giornali sono usciti altri nomi di leghisti, in particolare di otto consiglieri regionali, mentre gli altri due sono di Pd e Fi. Insomma, nell'intera vicenda lo sbilanciamento a sfavore della Lega è fin troppo evidente. «Mettiamo anche che chi ha fatto l'incrocio iniziale», ci dice un'altra autorevole fonte interna all'Inps, «l'abbia fatto senza input politico, resta il fatto che, una volta scoperti nomi e provenienza partitica qualcuno, forse un superiore del rabdomante, ha fatto uscire la notizia a mio parere in modo strumentale». Qualche risposta prima o tardi la avremo, anche perché il Garante della privacy ha avviato un'indagine e, come detto, Crudo avrebbe riferito ai colleghi di aver in mano «atti formali», ossia i provvedimenti con cui avrebbe informato, in tempi non sospetti, i suoi superiori dell'operazione di incrocio. E che tale operazione «riguardava tanti amministratori pubblici». Ma c'è di più perché «il pool Antifrode avrebbe informato il presidente Tridico e pochi altri via mail sugli esiti delle ispezioni», spiegando che «non si ravvisavano illegittimità e che andavano quindi pagate (le richieste presentate da politici, ndr)». Per approfondire abbiamo provato a contattare Crudo, ma il suo telefono ha squillato a vuoto. Nonostante il suo mutismo, ci risulta però che non voglia fare l'agnello sacrificale. Speriamo che a qualcuno di questi quesiti darà risposta Tridico nell'audizione di oggi. Per farlo sentire a suo agio Matteo Salvini ha dichiarato: «Non ha pagato la cassa integrazione, cosa aspetta a dimettersi?». Domanda che in queste ore si fanno anche diversi dirigenti, dopo che il loro Istituto è stato gettato in mezzo all'ennesima bega politica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-caccia-alla-talpa-dentro-linps-lantifrode-non-ci-sta-a-fare-da-scudo-2646978812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-camera-e-pronto-il-terzo-grado" data-post-id="2646978812" data-published-at="1597359867" data-use-pagination="False"> Alla Camera è pronto il terzo grado Spunta anche il nome del furbett grillino del bonus: è il deputato Marco Rizzone, che ieri il M5s ha deferito al collegio dei Probiviri chiedendone «la sospensione immediata e massima severità nella sanzione», come ha spiegato il reggente Vito Crimi. E oggi alle 12 il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, è atteso dal terzo grado che la commissione Lavoro della Camera ha preparato per lui, anche se in teleconferenza. I ranghi saranno ridotti: ci saranno infatti solo la presidente, Debora Serracchiani, i quattro componenti dell'ufficio di presidenza, più i capigruppo. Per la Lega non potrà esserci, ovviamente, Elena Murelli (al suo posto Andrea Giaccone), fresca di sospensione dal suo partito per aver incassato il bonus Covid 19 da 600 euro. Dovremmo quindi completare ufficialmente i nomi dei dei «miserabili cinque» (come sono stati ironicamente ribattezzati da Paolo Gentiloni) che hanno chiesto (e in tre casi ottenuto) il bonus destinato a supportare le partite Iva in difficoltà per la pandemia e il lockdown. Due erano già noti, ovvero i leghisti Elena Murelli e Andrea Dara, che il Carroccio, come dicevamo, ha già sospeso, «dopo aver ascoltato e verificato le rispettive posizioni». «Pur non avendo violato alcuna legge è inopportuno che abbiano aderito a tale misura e per questo abbiamo deciso e condiviso con i diretti interessati il provvedimento della sospensione», ha spiegato il capogruppo leghista, Riccardo Molinari. Il terzo è stato svelato ieri sera dal M5s. Infine, un altro leghista e un esponente di Italia viva si sarebbero visti rigettare la domanda dopo averla regolarmente inoltrata. L'audizione di Tridico alla vigilia di Ferragosto arriva dopo l'ok del Garante della privacy alla pubblicazione della lista dei «colpevoli» e la disponibilità espressa dall'Inps a fornire i dati solo su richiesta della Camera. Il numero uno dell'Istituto non solo potrà far luce su chi ha preso i soldi, pur potendo contare su un'indennità parlamentare che sfiora i 13.000 euro, ma anche chiarire le modalità di erogazione dei bonus, i controlli effettuati dallo stesso ente e la diffusione delle notizie relative ai media. Si tratta di uno scandalo che, lo ricordiamo, vede coinvolti anche altri 2.000 politici tra presidenti, assessori e consiglieri regionali e comunali. Non vanno poi trascurati i chiarimenti che Tridico dovrà dare su «eventuali comunicazioni a terzi». Il sospetto secondo le opposizioni, con Italia viva allineata, è che l'Inps possa aver operato un incrocio di dati non autorizzati. Per fini tutt'altro che istituzionali. Oltre ai nomi dei «disonorevoli», è proprio questo che chiederà il capogruppo di Fratelli d'Italia, Walter Rizzetto: «Visto che si parla di circa 2.000 politici coinvolti, domanderò a Tridico se nei sistemi Inps esiste una cartellina con tutti i nostri nomi. Se cioè ci hanno schedato e perché». È la tesi dell'ampio fronte bipartisan che da giorni chiede le dimissioni di Tridico, vicino al Movimento 5 stelle (fu indicato da Di Maio fra i possibili ministri ed è uno dei padri del reddito di cittadinanza) e perciò accusato di aver usato l'Istituto per screditare il Parlamento. Non mancano le perplessità soprattutto per il tempismo della fuga di notizie, visto che siamo a un mese dalle elezioni regionali e dal referendum sul taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia dei pentastellati. E proprio per questo la Camera ha accelerato i tempi per l'audizione necessaria per spegnere le polemiche. «La commissione è la sede opportuna per fare chiarezza», ha commentato il presidente, Roberto Fico, secondo il quale «i parlamentari che avrebbero chiesto il contributo dovrebbero scusarsi e restituire».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.