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2023-09-21
Tregua in Nagorno Karabakh. Ma la popolazione armena manifesta contro il governo
La protesta di fronte al palazzo del governo a Yerevan (Ansa)
Secondo quanto dichiarato dall’Ufficio presidenziale del Nagorno Karabakh ieri sarebbe stato raggiunto un accordo «per completa cessazione delle ostilità nel Nagorno Karabakh a partire dalle 13.00 del 20 settembre», anche se il ministero della Difesa russo ha riferito che, sempre ieri, uomini armati hanno aperto il fuoco contro un’auto del contingente di peacekeeper russi uccidendo tutte le persone a bordo. Le ostilità sono cessate alle 13.00 ora locale (le 11.00 ora italiana) e il governo di Baku lo ha confermato all’agenzia Ria Novosti: «Il ministero della Difesa della Repubblica dell’Azerbaigian riferisce che, tenendo conto dell’appello dei rappresentanti degli armeni residenti nel Karabakh, ricevuto tramite il contingente russo di mantenimento della pace, è stato raggiunto un accordo per sospendere le misure antiterroristiche locali». L’accordo è stato raggiunto con la mediazione del comando russo di mantenimento della pace nel Nagorno Karabakh. Oggi è previsto un incontro tra i rappresentanti del Nagorno Karabakh e dell’Azerbaigian a Yevlakh (Azerbaigian) nel quale si parlerà secondo gli azeri «delle questioni sollevate dalla parte azerbaigiana sulla reintegrazione, sulla garanzia dei diritti e sulla sicurezza degli armeni del Nagorno Karabakh, nonché sulla questione di garantire il sostentamento della popolazione del Nagorno Karabakh nel quadro della Costituzione dell’Azerbaigian». Come atteso, attorno a questo documento i misteri non mancano.
Primo mistero. L’Armenia non ha partecipato all’elaborazione del testo concordato con la missione russa di mantenimento della pace sul cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh, ha detto ieri mattina il primo ministro Nikol Pashinyan, rilevando che l’Armenia ha un’osservazione a questo riguardo: «Il testo menziona erroneamente le forze armate armene, mentre l’Armenia non mantiene alcuna presenza militare nel Nagorno Karabakh» e questo non può essere certo un errore nella stesura del testo. In un discorso televisivo in diretta, Pashinyan ha affermato che l’Armenia è venuta a conoscenza dell’accordo di cessate il fuoco attraverso i canali di informazione ufficiali del Nagorno Karabakh: «Certamente, siamo venuti a conoscenza del testo e poiché l’Armenia non ha partecipato allo sviluppo di quel testo e non ha preso parte alle discussioni, la nostra prima osservazione è la seguente: il testo menziona le forze armate dell’Armenia, e menziona il ritiro delle rimanenti unità delle forze armate armene dal Nagorno Karabakh. Questo fatto non ci è chiaro dal momento che abbiamo ripetutamente affermato che l’Armenia non ha un esercito nel Nagorno Karabakh dall’agosto 2021. Ma in ogni caso, prendiamo nota di questa affermazione e che le autorità del Nagorno Karabakh l’hanno accettata». Ieri, comunque, migliaia di manifestanti si sono radunati per protestare contro il premier, accusando l’esecutivo di aver abbandonato la popolazione armena della regione contesa. L’opposizione ha avviato una procedura di impeachment.
Secondo mistero. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto di conoscere il contenuto dell’accordo: «Non conosco i dettagli, quindi non posso dire nulla al riguardo. Ripeto ancora una volta che i contatti sono costantemente in corso, quindi non posso confermare con certezza», poi ha confermato che il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan «si sono accordati per una conversazione telefonica» mentre «una conversazione simile con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev non è ancora prevista, ma se necessario, potrà anche aver luogo», ha precisato Peskov. Il bilancio dell’operazione militare azera è pesante visto che sotto le bombe sono state uccise 32 persone tra cui sette civili, due dei quali bambini. I feriti sono più di 200, 35 civili e almeno 13 bambini. Come vi avevamo riferito ieri, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha mentito quando ha detto: «Durante l’applicazione delle misure anti terrorismo la popolazione civile e le infrastrutture non vengono presi di mira, ma vengono distrutti solo obiettivi militari legittimi».
Una menzogna ripetuta anche al segretario di Stato Usa Antony Blinken con il quale ha avuto un colloquio telefonico. Un fatto che non dovrebbe restare impunito e qui si avverte l’assordante silenzio delle istituzioni internazionali che da anni lasciano che gli armeni vengano massacrati dagli azeri (ricchi produttori e fornitori di petrolio), girandosi dall’altra parte. Reggerà il cessate il fuoco? Impossibile saperlo visti i precedenti e solo i prossimi giorni ci daranno la risposta che attende anche la comunità armena di Roma: «Come armeni della diaspora non possiamo che essere molto addolorati per la sorte dei nostri fratelli in Artsakh, vittime ancora una volta della feroce campagna militare dell’Azerbaigian e già provati da mesi di malnutrizione a causa del blocco del corridoio di Lachin. Stante le ultime notizie di resa pressoché incondizionata di fronte alle bombe azere e di fronte ad una possibile pulizia etnica, siamo molto preoccupati per la sorte dei 120.000 armeni della regione». Anche il destino del patrimonio culturale e religioso armeno è a rischio: «Chiediamo alla comunità internazionale di non abbandonare al loro destino gli armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) e di vigilare perché i loro diritti siano sempre tutelati, agendo con gli opportuni strumenti coercitivi, giuridici e politici. Non possiamo dimenticare che l’inerzia e/o la complicità di vari attori internazionali sta portando la popolazione di un paese libero a vivere in una delle peggiori dittature al mondo. Non abbassiamo la guardia».
Zelensky all’Onu: «Dateci gli F-16»
Le connessioni tra la crisi ucraina e il quadrante africano si fanno sempre più strette. Secondo Cnn, le forze speciali di Kiev potrebbero aver condotto degli attacchi con droni contro le Rsf: le milizie sudanesi che, attualmente in lotta con il leader del Sudan Abdel Fattah Al Burhan, risultano storicamente spalleggiate dai mercenari russi del Wagner Group. «Probabilmente i responsabili sono i servizi speciali ucraini», ha detto una fonte militare ucraina alla testata statunitense, la quale ha tuttavia precisato di non aver potuto verificare in modo indipendente questa informazione. Almeno per ora, Kiev non ha rivendicato gli attacchi, mentre una fonte militare sudanese ha fatto sapere di non essere «a conoscenza di un’operazione ucraina in Sudan».
Ad aprile, Cnn aveva riportato che il Wagner Group aveva fornito missili alle Rsf: in particolare, nelle operazioni di sostegno ai paramilitari sudanesi avrebbe svolto un ruolo anche il generale Khalifa Haftar. Ricordiamo d’altronde che, nell’Est della Libia, Haftar è storicamente spalleggiato dai mercenari russi. Non è comunque la prima volta che emergono connessioni tra la crisi ucraina e il Mediterraneo allargato. L’anno scorso, Vladimir Putin reclutò mercenari siriani da schierare in territorio ucraino, mentre l’Iran ha fornito a Mosca droni da utilizzare nel corso della sua invasione dell’Ucraina. Guarda caso, il ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu, si è appena recato a Teheran, per rafforzare la cooperazione con il regime degli ayatollah.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, dove si è tenuto un vertice del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a cui è stato invitato anche Volodymyr Zelensky: nel suo discorso, oltre a denunciare l’invasione, il leader ucraino ha criticato il potere di veto di cui gode Mosca nel Consiglio di sicurezza stesso. Tuttavia, mentre Zelensky parlava, Lavrov era assente. A sua volta il leader ucraino ha lasciato la sala prima dell’intervento del ministro russo, che, parlando subito dopo l’omologo statunitense Tony Blinken, ha criticato l’Occidente e difeso il potere di veto di Mosca in sede Onu.
Nel frattempo, Putin ha ricevuto a San Pietroburgo il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi: nel corso del colloquio, i due hanno auspicato un incremento della cooperazione commerciale tra Mosca e Pechino. È stato inoltre reso noto che il presidente russo ha accettato l’invito a recarsi nella Repubblica popolare cinese il mese prossimo. Dall’altra parte, resta alta la tensione diplomatica tra Varsavia e Kiev sulla spinosa questione del grano ucraino.
Frattanto la Russia ha detto di aver abbattuto diversi droni ucraini nei pressi di Sebastopoli, mentre Kiev ha annunciato di aver distrutto 17 dei 24 droni inviati da Mosca contro il proprio territorio. Gli attacchi ucraini in Crimea hanno inoltre portato alla sospensione del traffico sul ponte di Kerch. Zelensky, dal canto suo, ha chiesto i caccia F-16, esortando inoltre Donald Trump a rendere noto il piano di pace che avrebbe intenzione di attuare, nel caso riuscisse a tornare alla presidenza degli Usa.
Oggi, il leader ucraino è atteso a Washington per una serie di incontri alla Casa Bianca e al Campidoglio. Se Joe Biden è pronto ad annunciare una nuova tornata di aiuti militari a Kiev, lo Speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy, si è mostrato piuttosto freddo. «Zelensky è eletto al Congresso? È il nostro presidente? Non penso di dover impegnarmi in nulla e penso di avere delle domande per lui», ha detto, per poi aggiungere: «Dove è la responsabilizzazione per i soldi che abbiamo già speso?». Lo Speaker ha definito l’invasione russa una «atrocità», ma ha detto di voler sapere come vengono spesi i soldi dei contribuenti americani e di volere «un piano per la vittoria». Maggiormente a favore del sostegno militare a Kiev si è invece detto il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell.
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Accordo per il cessate il fuoco nella regione separatista dell’Azerbaijan che era sotto i bombardamenti di Baku. Uccisi peacekeeper russi. Folla inferocita a Erevan.Il leader ucraino parla alle Nazioni Unite. Sergej Lavrov si scaglia contro l’Occidente. Secondo la Cnn, le forze di Kiev hanno attaccato con i droni le milizie sudanesi.Lo speciale contiene due articoli.Secondo quanto dichiarato dall’Ufficio presidenziale del Nagorno Karabakh ieri sarebbe stato raggiunto un accordo «per completa cessazione delle ostilità nel Nagorno Karabakh a partire dalle 13.00 del 20 settembre», anche se il ministero della Difesa russo ha riferito che, sempre ieri, uomini armati hanno aperto il fuoco contro un’auto del contingente di peacekeeper russi uccidendo tutte le persone a bordo. Le ostilità sono cessate alle 13.00 ora locale (le 11.00 ora italiana) e il governo di Baku lo ha confermato all’agenzia Ria Novosti: «Il ministero della Difesa della Repubblica dell’Azerbaigian riferisce che, tenendo conto dell’appello dei rappresentanti degli armeni residenti nel Karabakh, ricevuto tramite il contingente russo di mantenimento della pace, è stato raggiunto un accordo per sospendere le misure antiterroristiche locali». L’accordo è stato raggiunto con la mediazione del comando russo di mantenimento della pace nel Nagorno Karabakh. Oggi è previsto un incontro tra i rappresentanti del Nagorno Karabakh e dell’Azerbaigian a Yevlakh (Azerbaigian) nel quale si parlerà secondo gli azeri «delle questioni sollevate dalla parte azerbaigiana sulla reintegrazione, sulla garanzia dei diritti e sulla sicurezza degli armeni del Nagorno Karabakh, nonché sulla questione di garantire il sostentamento della popolazione del Nagorno Karabakh nel quadro della Costituzione dell’Azerbaigian». Come atteso, attorno a questo documento i misteri non mancano. Primo mistero. L’Armenia non ha partecipato all’elaborazione del testo concordato con la missione russa di mantenimento della pace sul cessate il fuoco nel Nagorno Karabakh, ha detto ieri mattina il primo ministro Nikol Pashinyan, rilevando che l’Armenia ha un’osservazione a questo riguardo: «Il testo menziona erroneamente le forze armate armene, mentre l’Armenia non mantiene alcuna presenza militare nel Nagorno Karabakh» e questo non può essere certo un errore nella stesura del testo. In un discorso televisivo in diretta, Pashinyan ha affermato che l’Armenia è venuta a conoscenza dell’accordo di cessate il fuoco attraverso i canali di informazione ufficiali del Nagorno Karabakh: «Certamente, siamo venuti a conoscenza del testo e poiché l’Armenia non ha partecipato allo sviluppo di quel testo e non ha preso parte alle discussioni, la nostra prima osservazione è la seguente: il testo menziona le forze armate dell’Armenia, e menziona il ritiro delle rimanenti unità delle forze armate armene dal Nagorno Karabakh. Questo fatto non ci è chiaro dal momento che abbiamo ripetutamente affermato che l’Armenia non ha un esercito nel Nagorno Karabakh dall’agosto 2021. Ma in ogni caso, prendiamo nota di questa affermazione e che le autorità del Nagorno Karabakh l’hanno accettata». Ieri, comunque, migliaia di manifestanti si sono radunati per protestare contro il premier, accusando l’esecutivo di aver abbandonato la popolazione armena della regione contesa. L’opposizione ha avviato una procedura di impeachment.Secondo mistero. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto di conoscere il contenuto dell’accordo: «Non conosco i dettagli, quindi non posso dire nulla al riguardo. Ripeto ancora una volta che i contatti sono costantemente in corso, quindi non posso confermare con certezza», poi ha confermato che il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan «si sono accordati per una conversazione telefonica» mentre «una conversazione simile con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev non è ancora prevista, ma se necessario, potrà anche aver luogo», ha precisato Peskov. Il bilancio dell’operazione militare azera è pesante visto che sotto le bombe sono state uccise 32 persone tra cui sette civili, due dei quali bambini. I feriti sono più di 200, 35 civili e almeno 13 bambini. Come vi avevamo riferito ieri, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha mentito quando ha detto: «Durante l’applicazione delle misure anti terrorismo la popolazione civile e le infrastrutture non vengono presi di mira, ma vengono distrutti solo obiettivi militari legittimi». Una menzogna ripetuta anche al segretario di Stato Usa Antony Blinken con il quale ha avuto un colloquio telefonico. Un fatto che non dovrebbe restare impunito e qui si avverte l’assordante silenzio delle istituzioni internazionali che da anni lasciano che gli armeni vengano massacrati dagli azeri (ricchi produttori e fornitori di petrolio), girandosi dall’altra parte. Reggerà il cessate il fuoco? Impossibile saperlo visti i precedenti e solo i prossimi giorni ci daranno la risposta che attende anche la comunità armena di Roma: «Come armeni della diaspora non possiamo che essere molto addolorati per la sorte dei nostri fratelli in Artsakh, vittime ancora una volta della feroce campagna militare dell’Azerbaigian e già provati da mesi di malnutrizione a causa del blocco del corridoio di Lachin. Stante le ultime notizie di resa pressoché incondizionata di fronte alle bombe azere e di fronte ad una possibile pulizia etnica, siamo molto preoccupati per la sorte dei 120.000 armeni della regione». Anche il destino del patrimonio culturale e religioso armeno è a rischio: «Chiediamo alla comunità internazionale di non abbandonare al loro destino gli armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) e di vigilare perché i loro diritti siano sempre tutelati, agendo con gli opportuni strumenti coercitivi, giuridici e politici. Non possiamo dimenticare che l’inerzia e/o la complicità di vari attori internazionali sta portando la popolazione di un paese libero a vivere in una delle peggiori dittature al mondo. Non abbassiamo la guardia».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nagorno-karabakh-crisi-2665708924.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-allonu-dateci-gli-f-16" data-post-id="2665708924" data-published-at="1695294155" data-use-pagination="False"> Zelensky all’Onu: «Dateci gli F-16» Le connessioni tra la crisi ucraina e il quadrante africano si fanno sempre più strette. Secondo Cnn, le forze speciali di Kiev potrebbero aver condotto degli attacchi con droni contro le Rsf: le milizie sudanesi che, attualmente in lotta con il leader del Sudan Abdel Fattah Al Burhan, risultano storicamente spalleggiate dai mercenari russi del Wagner Group. «Probabilmente i responsabili sono i servizi speciali ucraini», ha detto una fonte militare ucraina alla testata statunitense, la quale ha tuttavia precisato di non aver potuto verificare in modo indipendente questa informazione. Almeno per ora, Kiev non ha rivendicato gli attacchi, mentre una fonte militare sudanese ha fatto sapere di non essere «a conoscenza di un’operazione ucraina in Sudan». Ad aprile, Cnn aveva riportato che il Wagner Group aveva fornito missili alle Rsf: in particolare, nelle operazioni di sostegno ai paramilitari sudanesi avrebbe svolto un ruolo anche il generale Khalifa Haftar. Ricordiamo d’altronde che, nell’Est della Libia, Haftar è storicamente spalleggiato dai mercenari russi. Non è comunque la prima volta che emergono connessioni tra la crisi ucraina e il Mediterraneo allargato. L’anno scorso, Vladimir Putin reclutò mercenari siriani da schierare in territorio ucraino, mentre l’Iran ha fornito a Mosca droni da utilizzare nel corso della sua invasione dell’Ucraina. Guarda caso, il ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu, si è appena recato a Teheran, per rafforzare la cooperazione con il regime degli ayatollah. Nel frattempo, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, è arrivato ieri al Palazzo di Vetro, dove si è tenuto un vertice del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a cui è stato invitato anche Volodymyr Zelensky: nel suo discorso, oltre a denunciare l’invasione, il leader ucraino ha criticato il potere di veto di cui gode Mosca nel Consiglio di sicurezza stesso. Tuttavia, mentre Zelensky parlava, Lavrov era assente. A sua volta il leader ucraino ha lasciato la sala prima dell’intervento del ministro russo, che, parlando subito dopo l’omologo statunitense Tony Blinken, ha criticato l’Occidente e difeso il potere di veto di Mosca in sede Onu. Nel frattempo, Putin ha ricevuto a San Pietroburgo il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi: nel corso del colloquio, i due hanno auspicato un incremento della cooperazione commerciale tra Mosca e Pechino. È stato inoltre reso noto che il presidente russo ha accettato l’invito a recarsi nella Repubblica popolare cinese il mese prossimo. Dall’altra parte, resta alta la tensione diplomatica tra Varsavia e Kiev sulla spinosa questione del grano ucraino. Frattanto la Russia ha detto di aver abbattuto diversi droni ucraini nei pressi di Sebastopoli, mentre Kiev ha annunciato di aver distrutto 17 dei 24 droni inviati da Mosca contro il proprio territorio. Gli attacchi ucraini in Crimea hanno inoltre portato alla sospensione del traffico sul ponte di Kerch. Zelensky, dal canto suo, ha chiesto i caccia F-16, esortando inoltre Donald Trump a rendere noto il piano di pace che avrebbe intenzione di attuare, nel caso riuscisse a tornare alla presidenza degli Usa. Oggi, il leader ucraino è atteso a Washington per una serie di incontri alla Casa Bianca e al Campidoglio. Se Joe Biden è pronto ad annunciare una nuova tornata di aiuti militari a Kiev, lo Speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy, si è mostrato piuttosto freddo. «Zelensky è eletto al Congresso? È il nostro presidente? Non penso di dover impegnarmi in nulla e penso di avere delle domande per lui», ha detto, per poi aggiungere: «Dove è la responsabilizzazione per i soldi che abbiamo già speso?». Lo Speaker ha definito l’invasione russa una «atrocità», ma ha detto di voler sapere come vengono spesi i soldi dei contribuenti americani e di volere «un piano per la vittoria». Maggiormente a favore del sostegno militare a Kiev si è invece detto il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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