
Tutte le persone intellettualmente oneste riconoscono il primato britannico, anzi forse la sequenza di primati vantati dal Regno Unito nella ormai biennale vicenda del Covid: i primi a produrre un vaccino, i primi a svolgere la campagna vaccinale iniziale e il relativo richiamo, i primi per terze dosi, e soprattutto (ciò che più conta, adesso) i primi a scegliere la strada della convivenza con il virus, i primi per diffusione di anticorpi nella popolazione, i primi a uscire da ogni forma (esplicita o strisciante) di lockdown, i primi ad abbandonare qualunque tipo di restrizione.
Ciononostante (anzi: proprio a causa di questi oggettivi successi), in Uk la discussione pubblica è sempre stata vibrante, e, in almeno due passaggi decisivi (la scorsa estate e poi in autunno), proprio il tenore del dibattito mediatico, politico e scientifico ha orientato il governo verso le decisioni più aperte e ragionevoli, sconfiggendo tendenze - che pure esistevano - verso linee più chiusuriste.
Oggi, anche a partita pressoché vinta, la buona abitudine di sollevare i problemi, di rifiutare la logica dello «scurdammoce o’ passato», resiste e persiste, affrontando anche il tabù dei dati sulla mortalità infantile. A farlo è il gruppo Hart (acronimo di Health advisory & recovery team, un gruppo di medici, scienziati, economisti e altri accademici), già in passato combattivo contro ogni ipotesi di restrizione e di lockdown obbligatorio, anche a livello scolastico e universitario, a favore di terapie ulteriori rispetto alla vaccinazione, e a favore della maggior trasparenza possibile sui dati. Vale la pena di ricordarlo ancora: tutto ciò nel paese che, a partire dai siti governativi, vanta la più trasparente e accessibile massa di dati disponibili per il pubblico, a partire da quelli relativi agli eventi avversi.
Questa settimana gli esperti di Hart hanno scritto una lettera aperta al capo dell’Mhra (l’Aifa britannica, l’agenzia regolatoria sui farmaci), e, a cascata, a tutti i responsabili politici e sanitari britannici (dal ministro della Sanità Sajid Javid al massimo consulente scientifico del governo sir Patrick Vallance, passando per il Chief medical officer sir Chris Witty). Oggetto della open letter: chiedere «una indagine urgente per determinare se i vaccini anti Covid possano essere stati causa dei numeri significativi delle morti recentemente constatate tra bambini e giovani adulti».
Prosegue la lettera: «Chiediamo anche che i dati anonimizzati e le informazioni disponibili, che mostrano quanti bambini sono morti a seguito della vaccinazione (ed entro quanti giorni), siano pubblicati con totale trasparenza, nell’interesse pubblico». I firmatari evocano l’ipotesi di un «significativo incremento nel numero delle morti di giovani, a seguito della campagna di vaccinazione, rispetto ai dati medi del quinquennio precedente, 2015-2019». E chiedono anche di poter verificare in modo separato i dati relativi ai giovani maschi, evocando per loro rischi particolarmente elevati di miocardite.
Il gruppo Hart cita in particolare, prendendo in esame il periodo tra il 1° maggio e il 24 dicembre 2021, 402 morti tra i maschi compresi nella fascia 15-19 anni (65 in più della media registrata nei 5 anni precedenti), 163 morti tra le ragazze della stessa età (12 in meno della media registrata nei 5 anni precedenti), e quindi, combinando i due dati, 565 morti complessive tra ragazzi e ragazze (53 in più rispetto alla media del 2015-2019). Dato, sottolineano gli esperti di Hart, «considerato un incremento statisticamente rilevante» dallo stesso Ufficio nazionale di statistica. Peraltro, aggiungono, c’è anche il timore che i dati reali siano più elevati a causa dei ritardi accumulati in questo periodo nella registrazione dei dati relativi ai decessi, specie di quelli la cui causa risulti incerta.
Di qui la domanda: si può derubricare a «coincidenza» il fatto che questo incremento nelle morti sia avvenuto nel pieno della campagna di vaccinazione? Il gruppo Hart ha buon gioco, dal suo punto di vista, a ricordare quando, il 3 settembre scorso, il Comitato tecnico scientifico Uk aveva sconsigliato la vaccinazione dei bambini (in particolare nella fascia 12-15 anni) sulla base della valutazione comparativa di benefici e rischi: ma quell’orientamento fu rovesciato in sede politica, promuovendo la vaccinazione dei più piccoli essenzialmente con l’obiettivo di ridurre le potenziali assenze da scuola. Ancora: il gruppo Hart ricorda quando lo stesso Comitato tecnico-scientifico, all’inizio di agosto, aveva raccomandato una sola dose per i ragazzi di 16-17 anni, proprio a causa dei rischi di miocardite.
Per tutte queste ragioni, gli esperti di Hart chiedono un’indagine immediata. Con apprezzabile serietà e rigore, scrivono esplicitamente che questo incremento nella mortalità «non dimostra che i vaccini stiano causando morte, o tramite miocardite o per altra via», ma aggiungono che «una connessione non può essere esclusa». Di qui la richiesta di indagare e pubblicare dati e risultati con massima urgenza.
Come si vede, siamo perfettamente nel quadro di come funziona una società aperta: non si fa scandalismo o sensazionalismo, ma si pongono domande precise alle autorità, che hanno il dovere di rispondere in modo convincente.
Balza agli occhi il confronto con l’Italia. Sul sito Aifa, l’ultimo «Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid 19», tecnicamente il nono, si ferma al 26 settembre 2021. Fino a quel momento, i rapporti erano stati pubblicati a ritmo mensile; poi si evocò il passaggio a un ritmo trimestrale. Ma, a meno di nostri errori e omissioni, il decimo rapporto ancora non c’è.
















