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2024-08-07
Da quando non comanda la sinistra Mps macina utili e assicura dividendi
Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata.
Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.
Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni.
Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi.
Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.
Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia.
Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso.
«Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria.
«Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato».
Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte.
Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».
In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso
Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale).
Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali.
Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile.
Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione.
Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione.
Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
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Missione compiuta per l’esecutivo: i profitti di Siena a metà anno crescono dell’87%. Aumenteranno le cedole (il Tesoro ha il 26%) e il titolo guadagna il 9%. Ora è possibile parlare di acquisizioni, ma attenzione a Unipol.Borse: Tokyo rimbalza e cala l’indice Vix della paura. Prevista volatilità fino alle riunioni sui tassi di metà settembre.Lo speciale contiene due articoli.Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata. Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni. Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi. Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia. Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso. «Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria. «Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato». Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte. Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-macina-utili-assicura-dividendi-2668908240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-attesa-di-fed-e-bce-le-borse-ballano-piazza-affari-in-rosso" data-post-id="2668908240" data-published-at="1723009130" data-use-pagination="False"> In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale). Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali. Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile. Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione. Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione. Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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