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2024-08-07
Da quando non comanda la sinistra Mps macina utili e assicura dividendi
Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata.
Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.
Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni.
Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi.
Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.
Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia.
Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso.
«Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria.
«Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato».
Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte.
Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».
In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso
Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale).
Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali.
Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile.
Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione.
Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione.
Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
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Missione compiuta per l’esecutivo: i profitti di Siena a metà anno crescono dell’87%. Aumenteranno le cedole (il Tesoro ha il 26%) e il titolo guadagna il 9%. Ora è possibile parlare di acquisizioni, ma attenzione a Unipol.Borse: Tokyo rimbalza e cala l’indice Vix della paura. Prevista volatilità fino alle riunioni sui tassi di metà settembre.Lo speciale contiene due articoli.Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata. Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni. Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi. Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia. Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso. «Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria. «Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato». Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte. Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-macina-utili-assicura-dividendi-2668908240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-attesa-di-fed-e-bce-le-borse-ballano-piazza-affari-in-rosso" data-post-id="2668908240" data-published-at="1723009130" data-use-pagination="False"> In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale). Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali. Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile. Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione. Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione. Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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