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2024-08-07
Da quando non comanda la sinistra Mps macina utili e assicura dividendi
Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata.
Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.
Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni.
Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi.
Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.
Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia.
Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso.
«Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria.
«Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato».
Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte.
Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».
In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso
Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale).
Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali.
Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile.
Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione.
Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione.
Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
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Missione compiuta per l’esecutivo: i profitti di Siena a metà anno crescono dell’87%. Aumenteranno le cedole (il Tesoro ha il 26%) e il titolo guadagna il 9%. Ora è possibile parlare di acquisizioni, ma attenzione a Unipol.Borse: Tokyo rimbalza e cala l’indice Vix della paura. Prevista volatilità fino alle riunioni sui tassi di metà settembre.Lo speciale contiene due articoli.Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata. Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni. Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi. Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia. Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso. «Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria. «Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato». Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte. Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-macina-utili-assicura-dividendi-2668908240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-attesa-di-fed-e-bce-le-borse-ballano-piazza-affari-in-rosso" data-post-id="2668908240" data-published-at="1723009130" data-use-pagination="False"> In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale). Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali. Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile. Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione. Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione. Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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