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2024-08-07
Da quando non comanda la sinistra Mps macina utili e assicura dividendi
Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata.
Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.
Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni.
Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi.
Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.
Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia.
Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso.
«Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria.
«Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato».
Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte.
Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».
In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso
Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale).
Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali.
Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile.
Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione.
Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione.
Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
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Missione compiuta per l’esecutivo: i profitti di Siena a metà anno crescono dell’87%. Aumenteranno le cedole (il Tesoro ha il 26%) e il titolo guadagna il 9%. Ora è possibile parlare di acquisizioni, ma attenzione a Unipol.Borse: Tokyo rimbalza e cala l’indice Vix della paura. Prevista volatilità fino alle riunioni sui tassi di metà settembre.Lo speciale contiene due articoli.Pioggia di acquisti sul Montepaschi dopo la semestrale diffusa prima dell’avvio degli scambi a Piazza Affari. I conti sono caratterizzati dall’aumento delle stime rispetto alle previsioni degli analisti e del dividendo che proiettano il titolo in vetta al listino di giornata. Le azioni della banca senese entrano in contrattazione in ritardo per poi arrivare a guadagnare oltre il 9%, con un massimo toccato a 4,814 euro, recuperando così parte delle perdite subìte in questi giorni di vendite furiose sui mercati di tutto il mondo. Il bilancio finale della seduta resta largamente positivo con il prezzo stabilizzato intorno a 4,7 euro con un rialzo dell’8,7%. Resta anche molto buono il bilancio del titolo in questo 2024, con una crescita pari al 46% rispetto ai livelli di inizio gennaio, quando viaggiava a 3,23 euro.Un rialzo frutto del costante miglioramento della gestione culminato con un utile a metà anno di 1.159 milioni +87,3% sullo stesso periodo del 2023, di cui 827 milioni nel solo secondo trimestre. I risultati scontano minori tasse per 457 milioni come recupero delle perdite degli anni precedenti. I ricavi sono stati pari a 2.031 milioni di euro, in crescita del 9,7% rispetto allo stesso periodo 2023, e un margine d’interesse come differenza fra tassi attivi e passivi di 1.172 milioni, salito dell’8,3% (+89,4 milioni). Bene anche le commissioni nette, incrementate del 9,8% a 736 milioni. Annunciato anche l’aumento del dividendo visto che, a fine anno verrà distribuito il 75% dell’utile contro il 50% precedente. Vuol dire distribuire 950 milioni di dividendi, 250 dei quali destinati allo Stato, se sarà ancora azionista l'anno prossimo. mantenendo fermo l’attuale livello di remunerazione tra il 2025 e il 2028 arriverebbero altri 4,1 miliardi. Una buona notizia per il ministro Giorgetti visto che il Mef detiene ancora il 26,7% del capitale. In queste condizioni le scelte per il futuro diventeranno meno affannose. Il governo potrà decidere se vendere, come chiede Bruxelles, oppure cercare una combinazione diversa. Magari tenendo un presidio azionario per garantire l’ancoraggio territoriale della banca. In «pole position» per chiudere l’operazione c’è sempre Unipol attraverso Bper. Al momento si tratta solo di indiscrezioni che il gruppo assicurativo bolognese ha sempre smentito. Per venerdì è prevista la presentazione del semestre di Unipol. Difficilmente il presidente Carlo Cimbri, potrà sottrarsi alle domande di analisti e giornalisti.Nel frattempo Giorgetti e la Meloni potranno godersi l’avvenuto risanamento di un gruppo che tre anni fa sembrava sul viale del tramonto ponendo termine a sei secoli di storia. Ora invece Mps si trova ai vertici del sistema creditizio con un indice di solidità patrimoniale al 18%. La barca piena di buchi dopo anni di dissennata gestione dei partiti di sinistra a cominciare dal vecchio Pci è oggi una delle realtà più solide e capitalizzate del Paese. Chi l’avrebbe mai detto? L’aggiornamento del piano industriale indica una crescita costante con un con utile lordo di 1,4 miliardi di euro al 2026 e 1,7 miliardi al 2028. Sono anche previste 800 assunzioni. Oggi Mps è ricco a tal punto da poter pensare anche a possibili acquisizioni avendo due miliardi di capitale in eccesso. «Abbiamo molte opportunità che cercheremo di cogliere, nell’interesse dei nostri azionisti», ha detto il ceo Luigi Lovaglio rispondendo alle numerose domande degli analisti al riguardo durante l’incontro con la comunità finanziaria. «Siccome abbiamo molto capitale in eccesso saremo pronti a cogliere opportunità per allargare gli introiti da commissioni», ha evidenziato ancora l’ad. Alla domanda se, tra le varie ipotesi, c’è anche un programma di riacquisto di azioni proprie (buyback) per sostenere le quotazioni del titolo e investire la liquidità, Lovaglio ha risposto: «Noi ora siamo una banca normale. Nel momento in cui si ha un importante livello di capitale in eccesso, se ci sono opportunità che si presentano preferiamo coglierle per crescere sul mercato». Circa l’eventuale riacquisto della quota del gruppo assicurativo francese Axa nella società di bancassicurazione, Lovaglio ha risposto: «Nel nuovo piano al 2028 noi abbiamo messo tutto ciò che dipende da noi. Però», ha aggiunto, «qualora ci fosse l’opportunità di incorporare la joint venture questo potrebbe avere un impatto positivo sul nostro piano, ma non lo consideriamo in questo momento». Ovviamente l’arrivo di Unipo potrebbe cambiare le carte. Riguardo, infine, all’eventualità che Mps possa tornare a considerare una partnership con Anima (di cui in passato deteneva una quota del 10%, poi ceduta a Poste Italiane), Lovaglio ha replicato: «Il piano è basato più sulla parte commerciale. Siamo concentrati sul servizio alla clientela. Poi, come dicevo, se ci sono opportunità le coglieremo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-macina-utili-assicura-dividendi-2668908240.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-attesa-di-fed-e-bce-le-borse-ballano-piazza-affari-in-rosso" data-post-id="2668908240" data-published-at="1723009130" data-use-pagination="False"> In attesa di Fed e Bce le Borse «ballano»: Piazza Affari in rosso Tentativi di rimbalzo, più o meno riusciti, dopo il crollo delle borse di lunedì. Dopo il -12,4% dell’altro ieri, il peggior dato giornaliero dal 1987, il Nikkei giapponese ha chiuso in rialzo del 10,2%. Parigi, dopo aver perso l’1,61% lunedì, ha subito un’ulteriore contrazione del -0,27%, mentre Francoforte supera di poco la cifra tonda con un +0,09% (da -1,73%). Il risultato migliore in Europa lo fa Londra, con un +0,23% (dal -2,05% di lunedì), mentre il dato peggiore è ancora una volta quello di Piazza Affari, che chiude in negativo dello 0,6% (da notare, però, il +8,69% di Mps in seguito alla divulgazione dei dati del primo semestre e all’approvazione del nuovo piano industriale). Il Vix, «l’indice della paura» che misura la volatilità attesa a 30 giorni del S&P500, il principale indice azionario americano, dopo il picco di 65,7 è apparso in discesa. Già lunedì, alla chiusura di Wall Street, si era attestato intorno a 38,57, ma ieri - fino alla chiusura delle borse italiane - è rimasto stabilmente al di sotto dei 30, avvicinandosi ai livelli della fine di settimana scorsa (poco più di 20). Segno che forse, almeno in parte, si sono ridimensionate le preoccupazioni, o quantomeno si prevede un intervento deciso delle banche centrali. Tra le cause identificate dagli analisti per il crollo di ieri, iniziato con un tonfo storico della borsa di Tokyo, figura l’apprezzamento dello yen registrato in seguito alla stretta monetaria decisa dalla Banca centrale giapponese. A rinforzare i timori dei mercati, sono poi subentrati i dati al di sotto delle aspettative sull’occupazione negli Stati Uniti e le semestrali deludenti dei colossi della tecnologia (Google, Apple e Tesla su tutte). A questi fattori, naturalmente, vanno sommate le preoccupazioni per un eventuale allargamento del conflitto in Medio Oriente, visto che l’attacco dell’Iran a Israele - in risposta al raid israeliano a Teheran che ha ucciso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh - è considerato imminente, oltre che inevitabile. Pertanto, i timori di una recessione globale sono forti. Motivo per cui tutti invocano l’intervento della Fed e della Bce. A Wall Street, dopo il crollo di lunedì, tutti accusano la Banca centrale statunitense di aver ignorato i segnali di debolezza già presenti e di aver sbagliato a non tagliare i tassi settimana scorsa. La prossima riunione sarà tra oltre un mese, il 17-18 settembre, data in cui - a meno di convocazioni di emergenza, che tuttavia indicherebbero un preoccupante aggravamento della situazione - sarà annunciato l’allentamento, che ora però è atteso dello 0,5% e non del 0,25%. D’altra parte, un ulteriore peggioramento dell’economia a così breve distanza dalle elezioni non farebbe altro che favorire l’ascesa di Donald Trump, visto anche il tentennamento dimostrato da Kamala Harris nel rispondere alle domande su questioni come l’inflazione. Per quanto riguarda i Paesi europei, la prossima riunione della Bce è prevista per il 12 settembre, quindi prima che vengano ufficializzate le decisioni della Fed. Tuttavia, essendo ormai dato per certo il taglio nell’altra sponda dell’Atlantico, vengono meno anche i timori di Christine Lagarde sul fatto di agire per prima. Infatti, tra le motivazioni addotte per il rinvio dell’allentamento monetario, condivisibili o meno, vi era la paura che un’eventuale azione unilaterale potesse portare a un deprezzamento dell’euro e conseguentemente a importare inflazione. Considerando lo stato della prima economia europea, la Germania, non sarebbe neanche poi così male, ma la Bce, a differenza della Fed, ha come mandato primario la stabilità dei prezzi, lasciando in secondo piano le ragioni dell’occupazione. Al momento la tempesta pare si sia calmata, ma con ogni probabilità (a meno, come detto, di tagli d’emergenza, su cui alcuni scommettono) occorrerà attendere settembre per gli interventi di politica monetaria. Fino ad allora, dunque, è lecito aspettarsi una certa volatilità dei mercati (al netto dell’imprevedibilità degli scenari geopolitici), nella speranza che non sarà troppo tardi per evitare la recessione.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.