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2022-09-21
Van Gogh in mostra a Roma. Un percorso di vita, arte, emozione
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Vincent Van Gogh, Il seminatore, Giugno 1888 © Kröller-Müller Museum, Otterlo, The Netherlands
Breve la sua vita, durata solo 37 anni, dal 1853 al 1890. E altrettanto breve la sua attività artistica, tutta concentrata fra il 1880 e il 1890. Un solo decennio. Eppure, in un arco di tempo così limitato, Vincent Van Gogh è riuscito a produrre quasi novecento dipinti e più di mille disegni, oltre a svariati schizzi rimasti incompiuti.
Irrequieto, tormentato, incompreso, geniale, minato nel corpo e nello spirito da una profonda fragilità e instabilità emotiva, quella di Van Gogh non è stata un’esistenza facile, ma segnata da numerose tragedie e sconvolta dalla follia. Figlio di un pastore protestante, maggiore di sei figli, Van Gogh lasciò presto l’Olanda - sua terra d’origine - per iniziare un lungo pellegrinaggio artistico e di vita in tutta Europa: unico punto fermo l’adorato fratello minore (e suo mecenate) , Theo, che lo incoraggiò a dipingere e con il quale intrattenne una corrispondenza epistolare lunga tutta una vita.
Da L’ Aia a Londra, passando per Bruxelles, Anversa e Amsterdam, da Parigi alla Provenza, la vita di Van Gogh fu tutt’uno con la sua arte, la sua fonte di ispirazione. Viveva e dipingeva quello che vedeva: natura, cose, persone. Anche sé stesso, immortalandosi nei suoi famosi (e numerosi) Autoritratti, forse con la volontà d lasciare una traccia del suo passaggio terreno. Ma Van Gogh dipingeva «a modo suo». E non solo per quel tratto inconfondibile e particolare fatto di pennellate corpose, cromie accese e contrastanti, colori in rilievo (tubi di pittura a olio spremuti direttamente sulla tela…): lui, nevrotico e sensibile, a tratti mistico, dipingeva le emozioni. Coglieva l’umanità della natura e dei paesaggi. Rappresentava il suo sentire, perché «i veri pittori non dipingono le cose come sono, le dipingono come sentono che sono». Ed è qui che sta il suo genio. Nel saper cogliere l’anima. Anche in una sedia di paglia, in un campo di patate o in un vaso di girasoli.
Lontano dai dettami accademici, Van Gogh amava ed ammirava Rubens, gli impressionisti , i postimpressionisti (a Parigi frequentò, fra gli altri, Toulouse-Lautrec e Seurat) e conosceva bene le stampe giapponesi. Forte, particolare e discussa la sua amicizia con Paul Gaugain, artista straordinario e rivoluzionario come lui, con il quale visse nove settimane ad Arles e per il quale (ma il fatto è tutto da verificare…) al termine di una lite si tagliò il lobo dell’orecchio sinistro. Van Gogh cercava gli altri, ma poi, nevrotico e folle, li rifuggiva e li allontanava. Per restare solo e unico. Come la sua inarrivabile arte.
La mostra a Palazzo Bonaparte
La mostra in programma a Roma proprio alla vigilia dei 170 anni della nascita di Van Gogh, attraverso 50 opere provenienti dal prestigioso Museo Kröller Müller di Otterlo (che custodisce, insieme a quello di Amsterdam, uno dei più grandi patrimoni delle opere dell’artista ) e tante testimonianze biografiche, conduce il visitatore in un percorso espositivo dal filo conduttore cronologico e che fa riferimento ai periodi e ai luoghi dove il pittore visse: da quello olandese, al soggiorno parigino, da quello ad Arles, fino a St. Remy e Auvers-Sur-Oise, dove , con un colpo di fucile al petto - partito forse casualmente - mise fine alla sua triste vita.
Fra i capolavori esposti, assolutamente da segnalare lo straordinario Autoritratto a fondo azzurro con tocchi verdi del 1887, dove l’immagine dell’artista si staglia di tre quarti, lo sguardo insolitamente fiero (caratteristica piuttosto rara in Van Gogh). E poi Il seminatore, realizzato ad Arles nel giugno 1888, Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy (1889), tela che rivela l’aspetto di un intricato e tragico tumulto interiore, Burrone (1889), che sembra inghiottire e preannunciare la fine di ogni speranza , il Vecchio disperato (1890), immagine inequivocabile di una disperazione fatale.
Una mostra di grande valore, che racconta la storia del più grande artista olandese moderno dopo Rembrandt.
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Tra gli eventi più attesi dell’anno, il prossimo 8 ottobre (sino al 26 marzo 2023) inaugura a Palazzo Bonaparte la grande mostra dedicata a Vincent Van Gogh, uno degli artisti più famosi e amati del mondo. Esposte ben 50 opere, tutte provenienti dal Museo Kröller Müller di Otterlo, in un percorso espositivo che racconta la vicenda umana e artistica del genio olandese.Breve la sua vita, durata solo 37 anni, dal 1853 al 1890. E altrettanto breve la sua attività artistica, tutta concentrata fra il 1880 e il 1890. Un solo decennio. Eppure, in un arco di tempo così limitato, Vincent Van Gogh è riuscito a produrre quasi novecento dipinti e più di mille disegni, oltre a svariati schizzi rimasti incompiuti.Irrequieto, tormentato, incompreso, geniale, minato nel corpo e nello spirito da una profonda fragilità e instabilità emotiva, quella di Van Gogh non è stata un’esistenza facile, ma segnata da numerose tragedie e sconvolta dalla follia. Figlio di un pastore protestante, maggiore di sei figli, Van Gogh lasciò presto l’Olanda - sua terra d’origine - per iniziare un lungo pellegrinaggio artistico e di vita in tutta Europa: unico punto fermo l’adorato fratello minore (e suo mecenate) , Theo, che lo incoraggiò a dipingere e con il quale intrattenne una corrispondenza epistolare lunga tutta una vita. Da L’ Aia a Londra, passando per Bruxelles, Anversa e Amsterdam, da Parigi alla Provenza, la vita di Van Gogh fu tutt’uno con la sua arte, la sua fonte di ispirazione. Viveva e dipingeva quello che vedeva: natura, cose, persone. Anche sé stesso, immortalandosi nei suoi famosi (e numerosi) Autoritratti, forse con la volontà d lasciare una traccia del suo passaggio terreno. Ma Van Gogh dipingeva «a modo suo». E non solo per quel tratto inconfondibile e particolare fatto di pennellate corpose, cromie accese e contrastanti, colori in rilievo (tubi di pittura a olio spremuti direttamente sulla tela…): lui, nevrotico e sensibile, a tratti mistico, dipingeva le emozioni. Coglieva l’umanità della natura e dei paesaggi. Rappresentava il suo sentire, perché «i veri pittori non dipingono le cose come sono, le dipingono come sentono che sono». Ed è qui che sta il suo genio. Nel saper cogliere l’anima. Anche in una sedia di paglia, in un campo di patate o in un vaso di girasoli. Lontano dai dettami accademici, Van Gogh amava ed ammirava Rubens, gli impressionisti , i postimpressionisti (a Parigi frequentò, fra gli altri, Toulouse-Lautrec e Seurat) e conosceva bene le stampe giapponesi. Forte, particolare e discussa la sua amicizia con Paul Gaugain, artista straordinario e rivoluzionario come lui, con il quale visse nove settimane ad Arles e per il quale (ma il fatto è tutto da verificare…) al termine di una lite si tagliò il lobo dell’orecchio sinistro. Van Gogh cercava gli altri, ma poi, nevrotico e folle, li rifuggiva e li allontanava. Per restare solo e unico. Come la sua inarrivabile arte. La mostra a Palazzo BonaparteLa mostra in programma a Roma proprio alla vigilia dei 170 anni della nascita di Van Gogh, attraverso 50 opere provenienti dal prestigioso Museo Kröller Müller di Otterlo (che custodisce, insieme a quello di Amsterdam, uno dei più grandi patrimoni delle opere dell’artista ) e tante testimonianze biografiche, conduce il visitatore in un percorso espositivo dal filo conduttore cronologico e che fa riferimento ai periodi e ai luoghi dove il pittore visse: da quello olandese, al soggiorno parigino, da quello ad Arles, fino a St. Remy e Auvers-Sur-Oise, dove , con un colpo di fucile al petto - partito forse casualmente - mise fine alla sua triste vita. Fra i capolavori esposti, assolutamente da segnalare lo straordinario Autoritratto a fondo azzurro con tocchi verdi del 1887, dove l’immagine dell’artista si staglia di tre quarti, lo sguardo insolitamente fiero (caratteristica piuttosto rara in Van Gogh). E poi Il seminatore, realizzato ad Arles nel giugno 1888, Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy (1889), tela che rivela l’aspetto di un intricato e tragico tumulto interiore, Burrone (1889), che sembra inghiottire e preannunciare la fine di ogni speranza , il Vecchio disperato (1890), immagine inequivocabile di una disperazione fatale. Una mostra di grande valore, che racconta la storia del più grande artista olandese moderno dopo Rembrandt.
Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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