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2021-11-20
Morsa del governo sulla manovra. Solo 2 miliardi per ridurre l’Irap
Luigi Marattin (Ansa)
Il tavolo dei rappresentanti delle forze politiche di maggioranza, riunitosi ieri sulla legge di bilancio, tornerà a essere convocato lunedì 22. Intanto, da qui ad allora, dalle parti del Mef saranno messe a punto alcune simulazioni più puntuali sulle ipotesi discusse nella riunione di questa settimana. Tuttavia, a meno di colpi di scena, per ora le notizie sono due, e tutt'altro che brillanti dal punto di vista dei contribuenti. La prima: il governo non sembra intenzionato a incrementare la dotazione del fondo per il taglio delle tasse in manovra. Nelle intenzioni dell'esecutivo, 8 miliardi erano e 8 miliardi resteranno, né più né meno. Al Parlamento, in questo schema, resterebbe solo la scelta del dosaggio dei fondi, la decisione su come e dove distribuirli e utilizzarli: ma la dimensione della torta (piccola) non si allargherebbe.
La seconda: sempre nelle intenzioni del Mef (e del Pd), di quegli 8 miliardi ben 6 andrebbero utilizzati per un intervento sul cuneo fiscale e solo 2 per altri tagli fiscali. Il che - inutile girarci intorno - depone a sfavore dell'operazione complessiva, nel senso della sua pressoché totale impercettibilità dal punto di vista dei contribuenti. Giova ricordare che ai tempi del governo guidato da Romano Prodi, nel 2006, il taglio del cuneo ebbe una dimensione ancora maggiore (7-8 miliardi), ma i benefici furono limitatissimi per i lavoratori. Figurarsi stavolta. E figurarsi (a maggior ragione) l'impalpabilità dell'intervento residuo, pari ad appena 2 miliardi.
Sullo sfondo, restano altri tre elementi politici, due emersi al tavolo e uno a margine della riunione. Nell'incontro, in rappresentanza della Lega, il responsabile economico del partito Alberto Bagnai ha sostenuto una tesi razionale: che, anche in considerazione della loro portata quantitativamente limitata, gli interventi debbano almeno essere comunicabili, comprensibili, intellegibili da parte dell'opinione pubblica. In questo senso, la Lega propone un intervento sull'Iva e un intervento sull'Irap dei soggetti cosiddetti non Ires (quindi dei soggetti Irpef).
Sempre al tavolo, su tutt'altro versante politico, è invece parsa a molti singolare l'insistenza del presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin (Italia viva), su una tempistica ultra accelerata dell'iter di un altro provvedimento, la legge delega fiscale. Nello schema preferito da Marattin, la legge delega dovrebbe andare in Gazzetta Ufficiale (avendo quindi già ricevuto l'approvazione definitiva da entrambe le Camere) ai primi di gennaio. A questo fine, con decisione inconsueta, sono state radicalmente sforbiciate le audizioni, dando spazio pressoché esclusivamente a documenti scritti.
La tesi alla base della decisione di tagliar corto è che già sia avvenuta una raffica di audizioni nei mesi scorsi, davanti alle due commissioni Finanze, nell'ambito della loro recente indagine conoscitiva sui temi fiscali. E questo è indubbiamente vero: ma una cosa è fare audizioni in termini generali, altro conto è decidere di non farle pur in presenza di un testo base del governo su cui le parti sociali avrebbero interesse a discutere con i parlamentari.
Più in generale, i sostenitori dell'accelerazione dell'iter della legge delega sottolineano l'utilità di un suo cammino cronologicamente parallelo rispetto alla manovra: l'una e l'altra - in questa ipotesi - destinate a essere chiuse entro fine anno. Ciò consentirebbe - dicono - di avere uno sguardo d'insieme, di stabilire cosa debba essere inserito in un veicolo e cosa nell'altro.
Sul versante opposto, non senza validissime ragioni, si fa notare che una simile fretta appare innaturale. Anche perché le uniche «armi», sulla legge delega, il Parlamento le ha ora, attraverso la fissazione di precisi paletti che condizionino i futuri decreti delegati che il governo dovrà scrivere. Ma una volta licenziata dalle Camere la legge delega, quando il governo varerà i singoli decreti delegati, su questi ultimi le commissioni parlamentari potranno solo esprimere pareri (cioè non potranno modificarli in nulla).
Fonti di Italia viva parlano invece di un contatto telefonico tra Matteo Renzi e Matteo Salvini: come se, al di là dell'urgenza di Marattin, Renzi comprendesse l'esigenza di un dialogo costruttivo tra le forze politiche di maggioranza.
Tornando alla Lega, sembra infine acquisito che tra gli emendamenti leghisti un posto significativo sarà occupato dalla proposta di trasferire risorse dal rifinanziamento del reddito di cittadinanza all'irrobustimento del troppo misero taglio di tasse previsto dal governo in manovra. Su questo Salvini è stato esplicito anche con Mario Draghi, preannunciando una forte iniziativa parlamentare del suo partito su questo tema. Le prossime settimane si incaricheranno di mostrare se la Lega troverà sponde e collaborazione rispetto a questa operazione emendativa.
Conte ora sogna elezioni anticipate
La pattuglia di parlamentari M5s fedeli a Giuseppe Conte si assottiglia ogni giorno che passa, la leadership dell'ex premier è già debolissima, e così i pochi contiani rispolverano il mai definitivamente archiviato obiettivo di far cadere il governo e andare al voto anticipato, indipendentemente da chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. La figuraccia sulla Rai ha afflosciato il ciuffo di Giuseppi, che medita vendetta. Sono ore incandescenti. L'altro ieri pomeriggio, a Palazzo Madama, si è svolta una riunione informale di una trentina di senatori M5s, alla presenza del ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli, molto vicino a Conte. A quanto apprende La Verità, gli interventi dei contiani sono stati più che bellicosi: «Sulla manovra», ha attaccato un senatore, «dobbiamo scatenare in Parlamento un vero e proprio Vietnam. Presentiamo centinaia di emendamenti, facciamo ostruzionismo duro».
Tuttavia, l'ultima figuraccia, quella sulla Rai, ha fatto esplodere i malumori della stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati nei confronti di Conte e dei suoi «pulcini», come vengono etichettati i vicepresidenti del M5s Paola Taverna, Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, battuta mutuata da Lucia Annunziata. Uno di questi, Turco, è finito sulla graticola quando è diventato di pubblico dominio il suo incontro di martedì scorso a Palazzo Chigi con Antonio Funiciello, capo di gabinetto del premier Mario Draghi. I due hanno discusso delle nomine in Rai, senza che i gruppi parlamentari fossero informati. Dall'entourage dell'ex premier raccontano che il vicepresidente M5s è stato convocato a Palazzo Chigi e semplicemente informato della lista dei nomi dei direttori dei tg, che la mattina dopo, mercoledì 17, è arrivata al cda di Viale Mazzini, scatenando l'ira di Giuseppi e la decisione di impedire ai pentastellati di partecipare ai programmi della Rai. «Turco», racconta alla Verità una fonte di primissimo piano del M5s, «è andato a trattare per conto di Conte, senza informare nessuno. Altro che semplice informativa: si è trattato di un vertice del quale nessuno ha saputo nulla, finché la notizia non è uscita sui giornali, mettendo in grandissimo imbarazzo i capigruppo Davide Crippa e Mariolina Castellone, apparsi in diretta video insieme con Conte mentre l'ex premier pronunciava il suo “editto bulgaro" annunciando il boicottaggio dei programmi della tv di Stato. Crippa e la Castellone non fanno riferimento a Conte, ci hanno messo la faccia e ora si trovano a fronteggiare le giuste proteste dei parlamentari, imbestialiti dalla notizia dell'incontro tra Turco e Funiciello. Siamo al punto più basso della storia del M5s, totalmente scollati dalla realtà. La proposta di Conte di un referendum sulla Rai, in questo momento, tra pandemia e ripresa economica da salvaguardare è incomprensibile, i cittadini penseranno che siamo diventati matti».
La sfuriata sulla Rai, le intenzioni bellicose dei suoi fedelissimi sulla manovra: indizi che riaprono il discorso della voglia matta di Conte di andare alle elezioni. Il motivo? Semplice: pur di fronte a un crollo dei consensi, Conte sceglierebbe i candidati alla Camera e al Senato tra i suoi fedelissimi, con una quota della metà riservata a volti nuovi tutti individuati tra docenti universitari e imprenditori di stretta osservanza contiana. «Quella di staccare la spina al governo», conclude il big grillino, «è l'ossessione di Conte, che ha capito che se la legislatura arriva fino in fondo sarà già stato sostituito al vertice del M5s. I parlamentari lo hanno capito, e sono tutti infuriati. Il M5s può fare tutto tranne che mettersi a giocare con la manovra per interessi del suo leader: gli italiani non ce la perdonerebbero mai». Intanto Virginia Raggi, come anticipato dalla Verità, scalda i motori: la partita per la successione a Conte alla guida dei pentastellati è già iniziata.
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Il Mef preme affinché il Parlamento usi quasi tutti i fondi disponibili per tagliare il cuneo. Nuovo tavolo lunedì Iv vuole correre per approvare allo stesso tempo bilancio e legge delega sul fisco: Matteo Renzi cerca Matteo SalviniIl leader del M5s, sempre più solo dentro il partito, valuta la possibilità di far cadere l'esecutivo. Così potrebbe candidare i fedelissimi e blindare la sua poltronaLo speciale contiene due articoliIl tavolo dei rappresentanti delle forze politiche di maggioranza, riunitosi ieri sulla legge di bilancio, tornerà a essere convocato lunedì 22. Intanto, da qui ad allora, dalle parti del Mef saranno messe a punto alcune simulazioni più puntuali sulle ipotesi discusse nella riunione di questa settimana. Tuttavia, a meno di colpi di scena, per ora le notizie sono due, e tutt'altro che brillanti dal punto di vista dei contribuenti. La prima: il governo non sembra intenzionato a incrementare la dotazione del fondo per il taglio delle tasse in manovra. Nelle intenzioni dell'esecutivo, 8 miliardi erano e 8 miliardi resteranno, né più né meno. Al Parlamento, in questo schema, resterebbe solo la scelta del dosaggio dei fondi, la decisione su come e dove distribuirli e utilizzarli: ma la dimensione della torta (piccola) non si allargherebbe. La seconda: sempre nelle intenzioni del Mef (e del Pd), di quegli 8 miliardi ben 6 andrebbero utilizzati per un intervento sul cuneo fiscale e solo 2 per altri tagli fiscali. Il che - inutile girarci intorno - depone a sfavore dell'operazione complessiva, nel senso della sua pressoché totale impercettibilità dal punto di vista dei contribuenti. Giova ricordare che ai tempi del governo guidato da Romano Prodi, nel 2006, il taglio del cuneo ebbe una dimensione ancora maggiore (7-8 miliardi), ma i benefici furono limitatissimi per i lavoratori. Figurarsi stavolta. E figurarsi (a maggior ragione) l'impalpabilità dell'intervento residuo, pari ad appena 2 miliardi. Sullo sfondo, restano altri tre elementi politici, due emersi al tavolo e uno a margine della riunione. Nell'incontro, in rappresentanza della Lega, il responsabile economico del partito Alberto Bagnai ha sostenuto una tesi razionale: che, anche in considerazione della loro portata quantitativamente limitata, gli interventi debbano almeno essere comunicabili, comprensibili, intellegibili da parte dell'opinione pubblica. In questo senso, la Lega propone un intervento sull'Iva e un intervento sull'Irap dei soggetti cosiddetti non Ires (quindi dei soggetti Irpef). Sempre al tavolo, su tutt'altro versante politico, è invece parsa a molti singolare l'insistenza del presidente della commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin (Italia viva), su una tempistica ultra accelerata dell'iter di un altro provvedimento, la legge delega fiscale. Nello schema preferito da Marattin, la legge delega dovrebbe andare in Gazzetta Ufficiale (avendo quindi già ricevuto l'approvazione definitiva da entrambe le Camere) ai primi di gennaio. A questo fine, con decisione inconsueta, sono state radicalmente sforbiciate le audizioni, dando spazio pressoché esclusivamente a documenti scritti. La tesi alla base della decisione di tagliar corto è che già sia avvenuta una raffica di audizioni nei mesi scorsi, davanti alle due commissioni Finanze, nell'ambito della loro recente indagine conoscitiva sui temi fiscali. E questo è indubbiamente vero: ma una cosa è fare audizioni in termini generali, altro conto è decidere di non farle pur in presenza di un testo base del governo su cui le parti sociali avrebbero interesse a discutere con i parlamentari. Più in generale, i sostenitori dell'accelerazione dell'iter della legge delega sottolineano l'utilità di un suo cammino cronologicamente parallelo rispetto alla manovra: l'una e l'altra - in questa ipotesi - destinate a essere chiuse entro fine anno. Ciò consentirebbe - dicono - di avere uno sguardo d'insieme, di stabilire cosa debba essere inserito in un veicolo e cosa nell'altro. Sul versante opposto, non senza validissime ragioni, si fa notare che una simile fretta appare innaturale. Anche perché le uniche «armi», sulla legge delega, il Parlamento le ha ora, attraverso la fissazione di precisi paletti che condizionino i futuri decreti delegati che il governo dovrà scrivere. Ma una volta licenziata dalle Camere la legge delega, quando il governo varerà i singoli decreti delegati, su questi ultimi le commissioni parlamentari potranno solo esprimere pareri (cioè non potranno modificarli in nulla).Fonti di Italia viva parlano invece di un contatto telefonico tra Matteo Renzi e Matteo Salvini: come se, al di là dell'urgenza di Marattin, Renzi comprendesse l'esigenza di un dialogo costruttivo tra le forze politiche di maggioranza. Tornando alla Lega, sembra infine acquisito che tra gli emendamenti leghisti un posto significativo sarà occupato dalla proposta di trasferire risorse dal rifinanziamento del reddito di cittadinanza all'irrobustimento del troppo misero taglio di tasse previsto dal governo in manovra. Su questo Salvini è stato esplicito anche con Mario Draghi, preannunciando una forte iniziativa parlamentare del suo partito su questo tema. Le prossime settimane si incaricheranno di mostrare se la Lega troverà sponde e collaborazione rispetto a questa operazione emendativa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/morsa-del-governo-sulla-manovra-solo-2-miliardi-per-ridurre-lirap-2655765647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-ora-sogna-elezioni-anticipate" data-post-id="2655765647" data-published-at="1637361740" data-use-pagination="False"> Conte ora sogna elezioni anticipate La pattuglia di parlamentari M5s fedeli a Giuseppe Conte si assottiglia ogni giorno che passa, la leadership dell'ex premier è già debolissima, e così i pochi contiani rispolverano il mai definitivamente archiviato obiettivo di far cadere il governo e andare al voto anticipato, indipendentemente da chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. La figuraccia sulla Rai ha afflosciato il ciuffo di Giuseppi, che medita vendetta. Sono ore incandescenti. L'altro ieri pomeriggio, a Palazzo Madama, si è svolta una riunione informale di una trentina di senatori M5s, alla presenza del ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli, molto vicino a Conte. A quanto apprende La Verità, gli interventi dei contiani sono stati più che bellicosi: «Sulla manovra», ha attaccato un senatore, «dobbiamo scatenare in Parlamento un vero e proprio Vietnam. Presentiamo centinaia di emendamenti, facciamo ostruzionismo duro». Tuttavia, l'ultima figuraccia, quella sulla Rai, ha fatto esplodere i malumori della stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati nei confronti di Conte e dei suoi «pulcini», come vengono etichettati i vicepresidenti del M5s Paola Taverna, Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Alessandra Todde e Mario Turco, battuta mutuata da Lucia Annunziata. Uno di questi, Turco, è finito sulla graticola quando è diventato di pubblico dominio il suo incontro di martedì scorso a Palazzo Chigi con Antonio Funiciello, capo di gabinetto del premier Mario Draghi. I due hanno discusso delle nomine in Rai, senza che i gruppi parlamentari fossero informati. Dall'entourage dell'ex premier raccontano che il vicepresidente M5s è stato convocato a Palazzo Chigi e semplicemente informato della lista dei nomi dei direttori dei tg, che la mattina dopo, mercoledì 17, è arrivata al cda di Viale Mazzini, scatenando l'ira di Giuseppi e la decisione di impedire ai pentastellati di partecipare ai programmi della Rai. «Turco», racconta alla Verità una fonte di primissimo piano del M5s, «è andato a trattare per conto di Conte, senza informare nessuno. Altro che semplice informativa: si è trattato di un vertice del quale nessuno ha saputo nulla, finché la notizia non è uscita sui giornali, mettendo in grandissimo imbarazzo i capigruppo Davide Crippa e Mariolina Castellone, apparsi in diretta video insieme con Conte mentre l'ex premier pronunciava il suo “editto bulgaro" annunciando il boicottaggio dei programmi della tv di Stato. Crippa e la Castellone non fanno riferimento a Conte, ci hanno messo la faccia e ora si trovano a fronteggiare le giuste proteste dei parlamentari, imbestialiti dalla notizia dell'incontro tra Turco e Funiciello. Siamo al punto più basso della storia del M5s, totalmente scollati dalla realtà. La proposta di Conte di un referendum sulla Rai, in questo momento, tra pandemia e ripresa economica da salvaguardare è incomprensibile, i cittadini penseranno che siamo diventati matti». La sfuriata sulla Rai, le intenzioni bellicose dei suoi fedelissimi sulla manovra: indizi che riaprono il discorso della voglia matta di Conte di andare alle elezioni. Il motivo? Semplice: pur di fronte a un crollo dei consensi, Conte sceglierebbe i candidati alla Camera e al Senato tra i suoi fedelissimi, con una quota della metà riservata a volti nuovi tutti individuati tra docenti universitari e imprenditori di stretta osservanza contiana. «Quella di staccare la spina al governo», conclude il big grillino, «è l'ossessione di Conte, che ha capito che se la legislatura arriva fino in fondo sarà già stato sostituito al vertice del M5s. I parlamentari lo hanno capito, e sono tutti infuriati. Il M5s può fare tutto tranne che mettersi a giocare con la manovra per interessi del suo leader: gli italiani non ce la perdonerebbero mai». Intanto Virginia Raggi, come anticipato dalla Verità, scalda i motori: la partita per la successione a Conte alla guida dei pentastellati è già iniziata.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».