True
2024-09-05
'O Ministro ’nnammurato ha pagato il conto
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica)
Sangiuliano risponde che mai un euro dei contribuenti è stato speso per la donna di Pompei, e mostra le prove, ovvero gli estratti del suo conto corrente personale con le spese sostenute per le trasferte. Minuzie, pinzillacchere, di fronte alla liricità del momento in cui Genny ammette che sì, «questo mi pesa doverlo raccontare perché è una vicenda che attiene alla mia sfera privata, con Maria Rosaria Boccia ho avuto una relazione affettiva, personale». La frase che tutta l’Italia aspettava è stata pronunciata: per Sangiuliano una liberazione, un momento catartico. «L’ho conosciuta a maggio», ricorda ’o ministro, «mi è stata presentata da un’amicizia comune. Di Maria Rosaria ho apprezzato la capacità organizzativa, l’ho messa in contatto con la struttura del ministero, per quel che riguarda il G7 si è occupata dei menù di pranzi e cene e dei gadget. Quando però la relazione è diventata personale», aggiunge Sangiuliano, «ho deciso che la nomina venisse sospesa, dopo essermi consultato con alcuni collaboratori». La decisione di sospendere una nomina, quella di Maria Rosaria Boccia a consulente del ministro per i grandi eventi, che vista la relazione tra i due era diventata inopportuna, viene comunicata via e mail al capo di gabinetto, Francesco Gilioli, lo scorso 26 agosto alle 12 e 31: «Caro Francesco», scrive Sangiuliano, «gentile capo gabinetto, in merito alla nomina a consigliere a titolo gratuito della dottoressa Maria Rosaria Boccia, accogliendo le perplessità circa potenziali situazioni di conflitto d’interesse, ti prego di non procedere al riguardo e di non perfezionare gli atti. Dunque, la nomina non avviene. Firmato, Gennaro Sangiuliano».
È a quel punto che Maria Rosaria va su tutte le furie. È delusa, amareggiata. Si sfoga sui social, Dagospia anticipa la notizia, inizia la rumba. Il direttore del Tg1, Chiocci, non fa sconti. «Non deve chiedere scusa a nessuno?», chiede a Sangiuliano, la cui voce si rompe per l’emozione. ’O ministro piange: «Alla persona più importante della mia vita, mia moglie. E a Giorgia Meloni, e a tutti i miei colleghi di governo, che ho messo in imbarazzo».
È il momento dei momenti: le emozioni, i sentimenti, oscurano come è giusto che sia le polemicucce sulla cena, sul pranzo, sul biglietto del treno, sulle quali, peraltro, Sangiuliano ha fatto già più volte chiarezza. Chiocci però sa perfettamente che la gente vuole sapere se Gennaro e Maria Rosaria stanno ancora insieme. La risposta è no. La relazione affettiva, spiega Sangiuliano, si è interrotta quando lui ha avuto la «sensazione» che Maria Rosaria registrasse le conversazioni. Il direttore del Tg1 infierisce, chiede a Sangiuliano se teme ci possano essere altre rivelazioni, magari chat piccanti. Sangiuliano lo esclude, «magari possono uscire delle chat con qualche cuoricino», risponde, ribadendo di non essere «ricattabile». «C’è qualcuno», chiede ancora Chiocci, «dietro Maria Rosaria?». «Non ho motivo di pensarlo», risponde Sangiuliano, che racconta anche del colloquio dell’altro ieri col premier: «Sono andato dalla Meloni e le ho presentato le dimissioni», spiega il ministro della Cultura, «lei mi ha detto di andare avanti». Del resto, i sentimenti sono una cosa, la politica un’altra, e Sangiuliano quando si tratta di ribadire la sua integrità torna ad avere un tono assertivo: «Mai un euro del ministero è stato speso per la dottoressa Boccia», sottolinea il titolare del dicastero, «ho pagato io sulla mia carta di credito personale». ’O ministro sventola dei fogli, sono le stampate del suo estratto conto personale, dalle quali si evince che è stato lui, in persona, a pagare i voli che lo hanno trasportato in giro per l’Italia con Maria Rosaria. Lei, che prima della messa in onda ha pubblicato su Instagram una immagine con i pop corn, commenta live: «Iniziamo a dire bugie», scrive la Boccia, stavolta rischiando molto, «su questo terreno non sono ricattabile...». La storia a quanto pare non è ancora finita. E intanto, insorgono i parlamentari del Pd in Vigilanza Rai: «Quindici minuti di intervista a un ministro su fatti sui quali le opposizioni hanno chiesto di riferire in Parlamento non sono altro che un uso privato del servizio pubblico. Questa non è informazione pubblica, è un regime di informazione che mortifica il servizio pubblico ad un uso privato».
Polignano, i politici ospiti in passato
Il Festival «Il Libro Possibile» è una delle punte di diamante della programmazione culturale della Puglia. Ogni anno accoglie autori di primissimo piano, giornalisti, esponenti delle istituzioni: gli incontri con gli autori si snodano attraverso un calendario di 9 giorni e si svolgono in contemporanea in sei piazze, tra Polignano a Mare e Vieste. Gli organizzatori avevano un cruccio: non erano mai riusciti a ospitare il ministro della Cultura. Il primo è stato Gennaro Sangiuliano, e per quello che poi è accaduto non è stata esattamente una fortuna per la kermesse, che si è ritrovata al centro delle cronache nazionali più a causa dell’affaire-Boccia che per la qualità indiscutibile della manifestazione. La dottoressa di Pompei ha infatti accompagnato Sangiuliano, le foto sono state pubblicate sui social ed è scoppiato il putiferio. L’organizzazione ha dovuto precisare che «Il festival il Libro Possibile si è fatto carico delle spese di viaggio e ospitalità per la partecipazione pubblica del ministro Gennaro Sangiuliano e del suo staff il 13 luglio a Polignano a Mare». L’organizzazione ha confermato di aver «sostenuto le spese del biglietto aereo Roma-Bari andata e ritorno per il ministro della Cultura e di tre stanze d’hotel destinate al ministro, a un agente della scorta e a un collaboratore (la Boccia, ndr). Tutto nel rispetto delle indicazioni ricevute dalla segreteria del ministero». Niente soldi del ministero spesi per la trasferta di Boccia e Sangiuliano, dunque, ma c’è chi sostiene che ciò non equivalga a «niente soldi pubblici» considerato che tra i finanziatori del festival ci sono anche enti per l’appunto pubblici. I contributi pubblici ricevuti dall’Associazione Culturale Artes, che organizza il festival, per la manifestazione del 2023, sono stati 130.000 euro dal Comune di Vieste, 35.000 dal Comune di Polignano a Mare, 15.000 dall’Agenzia Regionale Strategica per lo Sviluppo ecosostenibile del territorio, 10.000 dalla Città metropolitana di Bari. Non siamo riusciti a ottenere il quadro complessivo dei finanziamenti per il festival di quest’anno, poiché il consuntivo del 2024 sarà pubblicato a febbraio 2025, ma dalla organizzazione ci hanno spiegato che la quota di contributi pubblici è inferiore a quella dei partner privati, quindi la linea di Sangiuliano non può essere sconfessata. Con estrema cortesia, ci è stato anche spiegato che è consuetudine della organizzazione offrire agli ospiti e ai loro staff sia il viaggio che l’alloggio. Per le consorti e i consorti, ci viene detto, di solito è l’ospite che provvede alle spese di pernottamento, ma non è una regola rigida: se il budget lo permette, le spese se le accolla l’organizzazione. Tra l’altro, negli anni, sono stati molti gli esponenti della sinistra a essere ospitati dal festival, come è accaduto per Sangiuliano e il suo staff. Tra i vari nomi: gli ex presidenti della Camera Fausto Bertinotti e Laura Boldrini, il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, il ministro dello Sport Giovanna Melandri il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e, ironia della sorte, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia.
Continua a leggereRiduci
Sangiuliano confessa al «Tg1» la relazione con la Boccia, chiede perdono alla moglie e rivela di aver proposto le dimissioni, rifiutate. Sui soldi del dicastero ribadisce: «Mai spesi». Il Pd insorge: «Uso privato della Rai».Alla kermesse hanno presenziato anche Boldrini, Delrio, Bertinotti, Grasso. Il Festival, che riceve più fondi privati che pubblici, ha sempre offerto viaggio e alloggio agli invitati. Lo speciale contiene due articoli.Sangiuliano risponde che mai un euro dei contribuenti è stato speso per la donna di Pompei, e mostra le prove, ovvero gli estratti del suo conto corrente personale con le spese sostenute per le trasferte. Minuzie, pinzillacchere, di fronte alla liricità del momento in cui Genny ammette che sì, «questo mi pesa doverlo raccontare perché è una vicenda che attiene alla mia sfera privata, con Maria Rosaria Boccia ho avuto una relazione affettiva, personale». La frase che tutta l’Italia aspettava è stata pronunciata: per Sangiuliano una liberazione, un momento catartico. «L’ho conosciuta a maggio», ricorda ’o ministro, «mi è stata presentata da un’amicizia comune. Di Maria Rosaria ho apprezzato la capacità organizzativa, l’ho messa in contatto con la struttura del ministero, per quel che riguarda il G7 si è occupata dei menù di pranzi e cene e dei gadget. Quando però la relazione è diventata personale», aggiunge Sangiuliano, «ho deciso che la nomina venisse sospesa, dopo essermi consultato con alcuni collaboratori». La decisione di sospendere una nomina, quella di Maria Rosaria Boccia a consulente del ministro per i grandi eventi, che vista la relazione tra i due era diventata inopportuna, viene comunicata via e mail al capo di gabinetto, Francesco Gilioli, lo scorso 26 agosto alle 12 e 31: «Caro Francesco», scrive Sangiuliano, «gentile capo gabinetto, in merito alla nomina a consigliere a titolo gratuito della dottoressa Maria Rosaria Boccia, accogliendo le perplessità circa potenziali situazioni di conflitto d’interesse, ti prego di non procedere al riguardo e di non perfezionare gli atti. Dunque, la nomina non avviene. Firmato, Gennaro Sangiuliano». È a quel punto che Maria Rosaria va su tutte le furie. È delusa, amareggiata. Si sfoga sui social, Dagospia anticipa la notizia, inizia la rumba. Il direttore del Tg1, Chiocci, non fa sconti. «Non deve chiedere scusa a nessuno?», chiede a Sangiuliano, la cui voce si rompe per l’emozione. ’O ministro piange: «Alla persona più importante della mia vita, mia moglie. E a Giorgia Meloni, e a tutti i miei colleghi di governo, che ho messo in imbarazzo». È il momento dei momenti: le emozioni, i sentimenti, oscurano come è giusto che sia le polemicucce sulla cena, sul pranzo, sul biglietto del treno, sulle quali, peraltro, Sangiuliano ha fatto già più volte chiarezza. Chiocci però sa perfettamente che la gente vuole sapere se Gennaro e Maria Rosaria stanno ancora insieme. La risposta è no. La relazione affettiva, spiega Sangiuliano, si è interrotta quando lui ha avuto la «sensazione» che Maria Rosaria registrasse le conversazioni. Il direttore del Tg1 infierisce, chiede a Sangiuliano se teme ci possano essere altre rivelazioni, magari chat piccanti. Sangiuliano lo esclude, «magari possono uscire delle chat con qualche cuoricino», risponde, ribadendo di non essere «ricattabile». «C’è qualcuno», chiede ancora Chiocci, «dietro Maria Rosaria?». «Non ho motivo di pensarlo», risponde Sangiuliano, che racconta anche del colloquio dell’altro ieri col premier: «Sono andato dalla Meloni e le ho presentato le dimissioni», spiega il ministro della Cultura, «lei mi ha detto di andare avanti». Del resto, i sentimenti sono una cosa, la politica un’altra, e Sangiuliano quando si tratta di ribadire la sua integrità torna ad avere un tono assertivo: «Mai un euro del ministero è stato speso per la dottoressa Boccia», sottolinea il titolare del dicastero, «ho pagato io sulla mia carta di credito personale». ’O ministro sventola dei fogli, sono le stampate del suo estratto conto personale, dalle quali si evince che è stato lui, in persona, a pagare i voli che lo hanno trasportato in giro per l’Italia con Maria Rosaria. Lei, che prima della messa in onda ha pubblicato su Instagram una immagine con i pop corn, commenta live: «Iniziamo a dire bugie», scrive la Boccia, stavolta rischiando molto, «su questo terreno non sono ricattabile...». La storia a quanto pare non è ancora finita. E intanto, insorgono i parlamentari del Pd in Vigilanza Rai: «Quindici minuti di intervista a un ministro su fatti sui quali le opposizioni hanno chiesto di riferire in Parlamento non sono altro che un uso privato del servizio pubblico. Questa non è informazione pubblica, è un regime di informazione che mortifica il servizio pubblico ad un uso privato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ministro-nnammurato-ha-pagato-conto-2669130351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="polignano-i-politici-ospiti-in-passato" data-post-id="2669130351" data-published-at="1725485724" data-use-pagination="False"> Polignano, i politici ospiti in passato Il Festival «Il Libro Possibile» è una delle punte di diamante della programmazione culturale della Puglia. Ogni anno accoglie autori di primissimo piano, giornalisti, esponenti delle istituzioni: gli incontri con gli autori si snodano attraverso un calendario di 9 giorni e si svolgono in contemporanea in sei piazze, tra Polignano a Mare e Vieste. Gli organizzatori avevano un cruccio: non erano mai riusciti a ospitare il ministro della Cultura. Il primo è stato Gennaro Sangiuliano, e per quello che poi è accaduto non è stata esattamente una fortuna per la kermesse, che si è ritrovata al centro delle cronache nazionali più a causa dell’affaire-Boccia che per la qualità indiscutibile della manifestazione. La dottoressa di Pompei ha infatti accompagnato Sangiuliano, le foto sono state pubblicate sui social ed è scoppiato il putiferio. L’organizzazione ha dovuto precisare che «Il festival il Libro Possibile si è fatto carico delle spese di viaggio e ospitalità per la partecipazione pubblica del ministro Gennaro Sangiuliano e del suo staff il 13 luglio a Polignano a Mare». L’organizzazione ha confermato di aver «sostenuto le spese del biglietto aereo Roma-Bari andata e ritorno per il ministro della Cultura e di tre stanze d’hotel destinate al ministro, a un agente della scorta e a un collaboratore (la Boccia, ndr). Tutto nel rispetto delle indicazioni ricevute dalla segreteria del ministero». Niente soldi del ministero spesi per la trasferta di Boccia e Sangiuliano, dunque, ma c’è chi sostiene che ciò non equivalga a «niente soldi pubblici» considerato che tra i finanziatori del festival ci sono anche enti per l’appunto pubblici. I contributi pubblici ricevuti dall’Associazione Culturale Artes, che organizza il festival, per la manifestazione del 2023, sono stati 130.000 euro dal Comune di Vieste, 35.000 dal Comune di Polignano a Mare, 15.000 dall’Agenzia Regionale Strategica per lo Sviluppo ecosostenibile del territorio, 10.000 dalla Città metropolitana di Bari. Non siamo riusciti a ottenere il quadro complessivo dei finanziamenti per il festival di quest’anno, poiché il consuntivo del 2024 sarà pubblicato a febbraio 2025, ma dalla organizzazione ci hanno spiegato che la quota di contributi pubblici è inferiore a quella dei partner privati, quindi la linea di Sangiuliano non può essere sconfessata. Con estrema cortesia, ci è stato anche spiegato che è consuetudine della organizzazione offrire agli ospiti e ai loro staff sia il viaggio che l’alloggio. Per le consorti e i consorti, ci viene detto, di solito è l’ospite che provvede alle spese di pernottamento, ma non è una regola rigida: se il budget lo permette, le spese se le accolla l’organizzazione. Tra l’altro, negli anni, sono stati molti gli esponenti della sinistra a essere ospitati dal festival, come è accaduto per Sangiuliano e il suo staff. Tra i vari nomi: gli ex presidenti della Camera Fausto Bertinotti e Laura Boldrini, il presidente del Senato Pietro Grasso, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, il ministro dello Sport Giovanna Melandri il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e, ironia della sorte, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia.
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
Continua a leggereRiduci
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
Continua a leggereRiduci
Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
Continua a leggereRiduci