C’è un Papa alla Sapienza. È un segnale: i templari del laicismo hanno perso qualche metro di egemonia. Ma ciò non basta a sanare la ferita che aprì la censura di Joseph Ratzinger nel 2008. Leone è andato alla Città universitaria per una visita pastorale e un discorso in aula magna; Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis. Sembra una formalità; ma quel discrimine tiene in piedi il muro ideologico dei padroni dell’accademia.
Il saluto di un pontefice, i partigiani della scienza infusa possono tollerarlo. E poi, Robert Francis Prevost è diventato la bestia nera di Donald Trump. Chi detesta il presidente Usa penserà che il nemico del nemico è un amico. Invece, che un successore di Pietro salisse in cattedra, non lo potevano proprio sopportare quei 67 professori che firmarono l’appello per opporsi all’invito a Ratzinger di Renato Guarini, allora rettore dell’ateneo romano, affinché il Papa inaugurasse l’anno accademico.
Il fisico Marcello Cini, morto nel 2012, lo scrisse nella sua lettera aperta al numero uno dell’università, il 14 novembre 2007: dell’insegnamento della teologia, tuonò, «non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli Stati non confessionali. […] I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero […] rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione e tanto meno di una lectio magistralis». Cini attribuì a Benedetto, sulla base di una interpretazione distorta della prolusione a Ratisbona del 2006, la volontà di compromettere l’autonomia delle scienze, nonché il sostegno alla dottrina, ritenuta priva di fondamento, del «disegno intelligente». La mostrificazione del Papa proseguì con Giorgio Parisi: il futuro Nobel rinfacciò al teologo un discorso, tenuto, sempre alla Sapienza, il 15 febbraio 1990, in veste di cardinale. Ratzinger aveva citato - secondo lo scienziato, a sproposito - un passaggio in cui l’epistemologo Paul Feyerabend giustificava la posizione della Chiesa nei confronti di Galileo Galilei. I contestatori avevano scordato che lo stesso Feyerabend, qualche mese dopo l’intervento del porporato, ammise: «La mia tesi è stata presentata correttamente. La Chiesa aveva ragione nell’affermare che gli scienziati non rappresentano l’autorità finale in materia scientifica. […] Si è capito che gli scienziati sono competenti solo in campi ristretti, che spesso essi esulano dalle proprie competenze e, quando lo fanno, i loro giudizi entrano in contrasto». Il Covid ce ne ha fornito sufficiente dimostrazione. Ma al di là del merito, è evidente quale fosse il problema con Benedetto: al torvo oscurantista, il «pastore tedesco» sbeffeggiato in una celebre copertina del Manifesto, non doveva essere offerto il proscenio universitario. Lo ha appena ribadito, all’Unione cristiani cattolici razionali, il professor Carlo Cosmelli, pure lui un fisico, pure lui sottoscrittore del famigerato appello dei 67 docenti: «La nostra obiezione», ha precisato, «non era tanto sulla visita di un pontefice alla Sapienza»; semmai, che egli dovesse «tenere la prolusione di apertura dell’anno accademico».
Fu questo il senso della ribellione, che indusse la Santa Sede, il 15 gennaio 2008, a declinare l’invito del rettore, considerata anche la minaccia di disordini. A differenza di quanto sostenne Cini, non si trattava di difendere la libera scienza dall’irruzione di un inquisitore; al contrario, bisognava blindare l’imperialismo scientista, assicurandosi che la prospettiva della fede fosse silenziata.
Le differenze tra il discorso di Leone XIV e la lezione mai pronunciata da Benedetto XVI spiegano ancor meglio l’acrimonia che si scatenò 18 anni fa. Prevost era in visita pastorale. E, da pastore (non tedesco), ha parlato di pace, di ecologia, della necessità di preservare l’umanesimo dinanzi agli abusi della tecnologia; Ratzinger avrebbe discusso del ruolo pubblico della religione (era il periodo del dialogo con Jürgen Habermas); del suo rapporto con i criteri di verità, indebitamente monopolizzati dalla scienza sperimentale; dell’opportunità di «valorizzare» la «sapienza delle grandi tradizioni religiose»; della ragionevolezza del cristianesimo, la capacità della «comunità credente» di custodire «un tesoro di conoscenza e di esperienze etiche, che risulta importante per l’intera umanità».
I tempi cambiano e, con loro, le priorità: Leone, insieme allo spettro di una catastrofica guerra tra grandi potenze, sente incombere la dittatura dell’algoritmo; Benedetto si batteva contro la dittatura del relativismo. La potenza del messaggio di Ratzinger consisteva nel suo essere autentico «segno di contraddizione», il vero «scandalo» recato dal Vangelo.
Dopodiché, anche Leone è riuscito a segnare un punto. A studenti e professori della Sapienza, ieri, ha ricordato: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità alla fine cerca Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Più che del «disegno», l’intelligenza è di chi lo guarda.
Prevost stana l’Ue: «Il riarmo non è difesa»
Ieri papa Leone XIV ha varcato la soglia dell’Università La Sapienza di Roma, accolto con un’ovazione e un fragoroso applauso che ha risuonato fin dall’ingresso nella Cappella universitaria Divina Sapienza. Qui il pontefice, parlando a braccio, ha subito chiarito l’intento del suo incontro: conoscere la comunità, condividere un momento di fede e riflettere sul ruolo del sapere in un’epoca di crisi profonda. «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta», ha sottolineato Leone XIV.
Poi nel discorso pronunciato nell’aula magna c’è stato un durissimo monito contro il riarmo, con un riferimento particolarmente sferzante alla situazione del Vecchio continente. Leone XIV ha denunciato con forza l’illusione che la sicurezza derivi dall’accumulo di armi, dicendo che «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme». E così ha aggiunto: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Il pontefice ha dipinto l’immagine di un «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», parlando di un vero e proprio «inquinamento della ragione», che distrugge le relazioni umane, dal piano geopolitico a quello quotidiano.
Lo sguardo del Papa si è soffermato sulle ferite sanguinanti della terra: Robert Francis Prevost ha citato i drammi che si consumano in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano e in Iran. Proprio in riferimento a questi scenari, ha messo in guardia contro la «disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie», denunciando il rischio che l’Intelligenza artificiale possa deresponsabilizzare le scelte umane, portando i conflitti in una «spirale di annientamento». Contro questa logica, ha invocato un investimento intellettuale e un’attività di ricerca che vadano nella direzione opposta: «Siano un radicale “sì” alla vita!».
Rivolgendosi direttamente ai giovani, spesso schiacciati dal «ricatto delle aspettative» e da un sistema che riduce l’individuo a dato numerico, il Papa ha ricordato che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». Con queste parole, Leone XIV ha voluto restituire dignità all’inquietudine giovanile, sottraendola alla logica della competitività esasperata che genera ansia e malessere spirituale. «Specialmente chi crede», ha detto il Papa, «sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare». La cultura e l’università, in questa visione, non devono servire solo a raggiungere scopi lavorativi o a ottenere certificazioni tecniche, ma hanno il compito più alto di aiutare a «discernere chi si è», mettendo ordine tra gli strumenti e i fini della vita.
In questo contesto educativo, il ruolo dei docenti viene elevato a missione di cura profonda. Il Papa ha ricordato alla platea accademica che «insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata».
Nella visita di ieri Leone XIV non ha fatto alcun accenno esplicito al rifiuto subìto da Benedetto XVI nel 2008, quando una lettera di 67 professori si oppose alla sua presenza «in nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia».
Una visione di un sapere che non domina, ma serve l’uomo, è stata invece difesa dal pontefice americano anche in un messaggio inviato ieri all’Università Cattolica Boliviana «San Pablo». Prevost ha ricordato che la conoscenza deve essere orientata dal principio veritas in caritate. Il Papa ha esortato le comunità accademiche a restare sentinelle contro la frammentazione del sapere e la sua strumentalizzazione. Perché, come avrebbe dovuto dire Joseph Ratzinger nel discorso che nel 2008 gli fu impedito di pronunciare, «il pericolo del mondo occidentale è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità».