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2025-01-08
Rimpatriati i tunisini degli insulti all’Italia. Però Milano resta un Far West
Ansa
Già sconfitto alle ultime elezioni regionali in Lombardia, ma ancora potenziale candidato a sindaco di Milano nel 2027, il dem Pierfrancesco Majorino sembra avere sempre un certo fiuto per le dichiarazioni pubbliche inutili. Così, mentre ieri attaccava il governo e proponeva il capoluogo lombardo amministrato da Beppe Sala «come una piattaforma di lavoro comune» e «laboratorio» sulla sicurezza, è emerso che soltanto il 4 gennaio scorso due marocchini sono stati arrestati per aver commesso alcune rapine in meno di mezz’ora nei dintorni della stazione Centrale. Un record, di cui Majorino evidentemente non si è neppure reso conto dal momento che secondo il consigliere regionale del Pd «la sicurezza dovrebbe essere molto di più un tema in grado di unire» che non dividere. Chissà cosa pensano delle dichiarazioni di Majorino i due immigrati, di 22 e 26 anni, che sabato, in solo mezz’ora di tempo, tra le 7.45 e le 8.15, hanno commesso quattro rapine minacciando turisti e milanesi con un taglierino e derubandoli di smartphone, denaro e effetti personali. I carabinieri del Nucleo Radiomobile li hanno individuati nelle vie limitrofe alla stazione. Uno è stato fermato in via Settembrini. Addosso aveva un taglierino e una banconota da 50 corone norvegesi presa ad una vittima. In via Vitruvio hanno trovato l’altro che ha cercato di scappare, ma è stato raggiunto e fermato. Durante la fuga, ha provato a nascondere sotto un’auto il suo giubbino, dove sono stati trovati tre smartphone e 600 euro in contanti. La refurtiva recuperata è stata restituita, mentre i due arrestati sono stati portati a San Vittore.
Caso vuole che proprio ieri due tunisini - che durante l’ultimo dell’anno si trovavano sulla statua di Vittorio Emanuele e si erano filmati mentre insultavano il nostro Paese- siano stati rimpatriati. Si tratti di due giovani nati nel 2001 e 2002, che erano entrati dalla frontiera di Lampedusa nel 2023 e 2024. Vantavano già precedenti penali per i reati di ricettazione, porto abusivo di oggetti atti ad offendere e tentato furto. Uno dei due nel 2024 aveva formalizzato richiesta di protezione internazionale ritenuta manifestamente infondata dalla competente commissione territoriale. I due tunisini tornati nel loro Paese, a quanto pare, non hanno nulla che vedere con quelli che avrebbero invece molestato una ragazza belga, Laura Barbier, che nei giorni scorsi ha raccontato il suo Capodanno da incubo in piazza del Duomo. Ieri alla trasmissione 4 di sera è andata in onda un’anticipazione dell’intervista che Laura Barbier ha rilasciato al programma Dritto e Rovescio che si potrà vedere domani in prima serata su Retequattro. La ragazza ha ripetuto ancora una volta la sua serata da incubo: «Entrando nella Galleria siamo stati accerchiati da una quarantina di uomini che avevano dai 20 ai 40 anni che ci hanno bloccato la strada e che non ci lasciavano passare. Ed è lì che sono iniziati i palpeggiamenti, sia al di fuori che dentro i nostri vestiti. Ho provato a reagire, ho tirato calci, ho urlato, ho insultato, anche con le mani ho provato a difendermi». Poi ha aggiunto: «All’uscita della Galleria abbiamo trovato la polizia, un uomo e una donna. Ho raccontato alla poliziotta cosa ci era successo - in inglese come ho potuto, perché non parlo italiano - e lei, con le lacrime agli occhi, ci ha detto “non posso fare nulla, mi dispiace”».
La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha aperto un fascicolo per violenza sessuale di gruppo, al momento a carico di ignoti, sulle presunte aggressioni e molestie sessuali che la studentessa di Liegi avrebbe subito con cinque suoi amici la notte di Capodanno. Di denunce formali non ne sono state ancora presentate. Ma la Procura sta cercando l’uomo italiano che avrebbe aiutato i ragazzi, anche perché la sua stessa moglie sarebbe stata molestata la stessa sera. Nell’inchiesta, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, gli stessi magistrati che si sono occupati degli abusi sessuali in serie in piazza Duomo durante i festeggiamenti del Capodanno 2023, è stata depositata una prima informativa della Squadra mobile. Oltre alle analisi in corso delle telecamere della zona, gli investigatori dovranno individuare e sentire alcuni testimoni e raccogliere, attraverso i canali internazionali, l’eventuale denuncia della ragazza e i racconti degli amici. La violenza sessuale di gruppo è un reato per cui si può procedere d’ufficio. Quindi la Procura ha deciso di muoversi in autonomia. «Non sta a me fare valutazioni di questo tipo. Mi limito a osservare che avevamo un grosso dispositivo di sicurezza con oltre 800 persone e che in piazza abbiamo gestito circa 25.000 persone, di cui molti stranieri», spiegava ieri il questore di Milano, Bruno Megale, rispondendo alle domande dei cronisti sulla possibilità che un concerto o un evento di Capodanno avrebbe potuto garantire maggiore sicurezza in piazza Duomo. Come noto, infatti, il sindaco Beppe Sala ha deciso di risparmiare sui costi, evitando di organizzare un evento che forse sarebbe servito a non lasciare la piazza solo nelle mani di gang di immigrati.
Intanto, ieri sera al Tg de La7 sono state diffuse le immagini, presenti nel fascicolo dell’inchiesta della Procura, sull’inseguimento che il 24 novembre portò alla morte di Ramy El Gaml. Dal video, sembrerebbe che lo scooter T Max con sopra i due nordafricani finisca contro il semaforo perché toccato dall’auto dei carabinieri che cerca di bloccare il motorino. Ma l’entità del contatto non è chiara (né, del resto, si capisce come gli agenti avrebbero potuto fermare i due malviventi che fuggivano a tutta velocità per le vie del centro). Di sicuro farà discutere.
Gualtieri boicotta le zone rosse. E il prefetto si accoda.
Al sindaco di Roma Roberto Gualtieri non piacciono le zone rosse. Lui per la capitale preferisce le zone a vigilanza rafforzata, ovvero luoghi temporaneamente sorvegliati speciali dai quali sarà possibile allontanare pregiudicati o persone considerate pericolose o moleste. Un modo per non applicare in toto la direttiva del Viminale. Le prime tre macro aree verranno definite nel giro di qualche giorno e saranno a ridosso dello scalo ferroviario di Termini, nel quartiere Esquilino e poi in strade limitrofe alla stazione Tuscolana. «Qui non si tratta di fare interventi spot o zone rosse che poi vanno e vengono e che rischiano di spostare le attività illegali da una parte all’altra. Si tratta invece di mettere in campo tasselli per alzare a livello strutturale la sicurezza in città», ha detto Gualtieri replicando con uno slogan da propaganda elettorale: «Roma per noi deve essere tutta una grande zona bianca dove tutti possono circolare in sicurezza». L’importante, insomma, è non chiamarla zona rossa. E questo nonostante altre città guidate dal centrosinistra dopo Milano abbiano già avviato l’iter indicato dal Viminale. Città come Bologna, Napoli e Firenze. La decisione è stata presa ieri mattina durante una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal prefetto Lamberto Giannini, che si è accodato a Gualtieri. Il tutto dopo l’intervista rilasciata dall’ex capo della polizia Franco Gabrielli che, a sua volta, bocciava le zone rosse. Giannini, che è tra i nomi indicati in questi giorni nel «toto Dis», il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza lasciato da Elisabetta Belloni, proprio sulla sicurezza preferisce la linea dem. Che non è condivisa neppure dai pentastellati: «Da sempre noi del Movimento 5 stelle ci siamo battuti per la sicurezza dell’area di Termini e dell’Esquilino. È un passo avanti, quindi, che siano state create le zone di vigilanza rafforzata, a partire proprio dal quadrante da noi indicato. Tuttavia riteniamo che non sia sufficiente. Davanti alle sfide del degrado e della criminalità, che rischiano di accentuarsi con l’anno giubilare, Roma non può permettersi di sperimentare soluzioni poco efficaci. Chiediamo al sindaco e al prefetto di istituire delle vere e proprie zone rosse, sul modello di altre grandi città come Milano». Gualtieri insomma con una sola mossa è riuscito a spaccare anche il campo largo. Dal centrodestra non l’hanno presa bene.Per la deputata della Lega ed ex magistrato Simonetta Matone il sindaco Gualtieri «non sa dove si trova ma lo sanno bene i romani che vogliono più sicurezza e un po’ meno Disneyland». «Il sindaco non faccia l’armocromista pensando ai colori delle zone da presidiare e si concentri sulla buona riuscita dei provvedimenti del Viminale», ha affermato il deputato leghista Nicola Ottaviani. Mentre i consiglieri comunali di Forza Italia Rachele Mussolini, Francesco Carpano e Francesco Bucci attaccano: il sindaco è «l’unica nota stonata della giornata» perché «continua a minimizzare sul tema della sicurezza». È stato il prefetto Giannini a illustrare le misure che verranno messe in campo. «Ritengo che la stazione Termini sia uno dei posti più sicuri della città», ha sottolineato il prefetto, spiegando che «sui luoghi del Giubileo abbiamo rafforzato tutti i presidi». Quindi verranno individuati alcuni luoghi dove si rafforzeranno ulteriormente i controlli. In ogni caso si tratterebbe di provvedimenti «limitati nel tempo e riguarderanno un numero ristretto di aree». Quanto ai Daspo urbani, è stato spiegato, «verranno effettuati controlli ripetuti. Se ci sono soggetti che commettono reati o creano problemi di ordine pubblico verranno allontanati. Reiterando con questi comportamenti si valuteranno provvedimenti».
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In mezz’ora quattro rapine in Centrale. Majorino lunare: «La città sarà un laboratorio». Nuovo video sulla morte di Ramy. Per Roma previste diverse aree «a vigilanza rafforzata». D’accordo Giannini, più in linea con l’ex autorità Franco Gabrielli.Lo speciale contiene due articoli.Già sconfitto alle ultime elezioni regionali in Lombardia, ma ancora potenziale candidato a sindaco di Milano nel 2027, il dem Pierfrancesco Majorino sembra avere sempre un certo fiuto per le dichiarazioni pubbliche inutili. Così, mentre ieri attaccava il governo e proponeva il capoluogo lombardo amministrato da Beppe Sala «come una piattaforma di lavoro comune» e «laboratorio» sulla sicurezza, è emerso che soltanto il 4 gennaio scorso due marocchini sono stati arrestati per aver commesso alcune rapine in meno di mezz’ora nei dintorni della stazione Centrale. Un record, di cui Majorino evidentemente non si è neppure reso conto dal momento che secondo il consigliere regionale del Pd «la sicurezza dovrebbe essere molto di più un tema in grado di unire» che non dividere. Chissà cosa pensano delle dichiarazioni di Majorino i due immigrati, di 22 e 26 anni, che sabato, in solo mezz’ora di tempo, tra le 7.45 e le 8.15, hanno commesso quattro rapine minacciando turisti e milanesi con un taglierino e derubandoli di smartphone, denaro e effetti personali. I carabinieri del Nucleo Radiomobile li hanno individuati nelle vie limitrofe alla stazione. Uno è stato fermato in via Settembrini. Addosso aveva un taglierino e una banconota da 50 corone norvegesi presa ad una vittima. In via Vitruvio hanno trovato l’altro che ha cercato di scappare, ma è stato raggiunto e fermato. Durante la fuga, ha provato a nascondere sotto un’auto il suo giubbino, dove sono stati trovati tre smartphone e 600 euro in contanti. La refurtiva recuperata è stata restituita, mentre i due arrestati sono stati portati a San Vittore. Caso vuole che proprio ieri due tunisini - che durante l’ultimo dell’anno si trovavano sulla statua di Vittorio Emanuele e si erano filmati mentre insultavano il nostro Paese- siano stati rimpatriati. Si tratti di due giovani nati nel 2001 e 2002, che erano entrati dalla frontiera di Lampedusa nel 2023 e 2024. Vantavano già precedenti penali per i reati di ricettazione, porto abusivo di oggetti atti ad offendere e tentato furto. Uno dei due nel 2024 aveva formalizzato richiesta di protezione internazionale ritenuta manifestamente infondata dalla competente commissione territoriale. I due tunisini tornati nel loro Paese, a quanto pare, non hanno nulla che vedere con quelli che avrebbero invece molestato una ragazza belga, Laura Barbier, che nei giorni scorsi ha raccontato il suo Capodanno da incubo in piazza del Duomo. Ieri alla trasmissione 4 di sera è andata in onda un’anticipazione dell’intervista che Laura Barbier ha rilasciato al programma Dritto e Rovescio che si potrà vedere domani in prima serata su Retequattro. La ragazza ha ripetuto ancora una volta la sua serata da incubo: «Entrando nella Galleria siamo stati accerchiati da una quarantina di uomini che avevano dai 20 ai 40 anni che ci hanno bloccato la strada e che non ci lasciavano passare. Ed è lì che sono iniziati i palpeggiamenti, sia al di fuori che dentro i nostri vestiti. Ho provato a reagire, ho tirato calci, ho urlato, ho insultato, anche con le mani ho provato a difendermi». Poi ha aggiunto: «All’uscita della Galleria abbiamo trovato la polizia, un uomo e una donna. Ho raccontato alla poliziotta cosa ci era successo - in inglese come ho potuto, perché non parlo italiano - e lei, con le lacrime agli occhi, ci ha detto “non posso fare nulla, mi dispiace”».La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha aperto un fascicolo per violenza sessuale di gruppo, al momento a carico di ignoti, sulle presunte aggressioni e molestie sessuali che la studentessa di Liegi avrebbe subito con cinque suoi amici la notte di Capodanno. Di denunce formali non ne sono state ancora presentate. Ma la Procura sta cercando l’uomo italiano che avrebbe aiutato i ragazzi, anche perché la sua stessa moglie sarebbe stata molestata la stessa sera. Nell’inchiesta, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, gli stessi magistrati che si sono occupati degli abusi sessuali in serie in piazza Duomo durante i festeggiamenti del Capodanno 2023, è stata depositata una prima informativa della Squadra mobile. Oltre alle analisi in corso delle telecamere della zona, gli investigatori dovranno individuare e sentire alcuni testimoni e raccogliere, attraverso i canali internazionali, l’eventuale denuncia della ragazza e i racconti degli amici. La violenza sessuale di gruppo è un reato per cui si può procedere d’ufficio. Quindi la Procura ha deciso di muoversi in autonomia. «Non sta a me fare valutazioni di questo tipo. Mi limito a osservare che avevamo un grosso dispositivo di sicurezza con oltre 800 persone e che in piazza abbiamo gestito circa 25.000 persone, di cui molti stranieri», spiegava ieri il questore di Milano, Bruno Megale, rispondendo alle domande dei cronisti sulla possibilità che un concerto o un evento di Capodanno avrebbe potuto garantire maggiore sicurezza in piazza Duomo. Come noto, infatti, il sindaco Beppe Sala ha deciso di risparmiare sui costi, evitando di organizzare un evento che forse sarebbe servito a non lasciare la piazza solo nelle mani di gang di immigrati. Intanto, ieri sera al Tg de La7 sono state diffuse le immagini, presenti nel fascicolo dell’inchiesta della Procura, sull’inseguimento che il 24 novembre portò alla morte di Ramy El Gaml. Dal video, sembrerebbe che lo scooter T Max con sopra i due nordafricani finisca contro il semaforo perché toccato dall’auto dei carabinieri che cerca di bloccare il motorino. Ma l’entità del contatto non è chiara (né, del resto, si capisce come gli agenti avrebbero potuto fermare i due malviventi che fuggivano a tutta velocità per le vie del centro). Di sicuro farà discutere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-resta-un-far-west-2670769093.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gualtieri-boicotta-le-zone-rosse-e-il-prefetto-si-accoda" data-post-id="2670769093" data-published-at="1736331232" data-use-pagination="False"> Gualtieri boicotta le zone rosse. E il prefetto si accoda. Al sindaco di Roma Roberto Gualtieri non piacciono le zone rosse. Lui per la capitale preferisce le zone a vigilanza rafforzata, ovvero luoghi temporaneamente sorvegliati speciali dai quali sarà possibile allontanare pregiudicati o persone considerate pericolose o moleste. Un modo per non applicare in toto la direttiva del Viminale. Le prime tre macro aree verranno definite nel giro di qualche giorno e saranno a ridosso dello scalo ferroviario di Termini, nel quartiere Esquilino e poi in strade limitrofe alla stazione Tuscolana. «Qui non si tratta di fare interventi spot o zone rosse che poi vanno e vengono e che rischiano di spostare le attività illegali da una parte all’altra. Si tratta invece di mettere in campo tasselli per alzare a livello strutturale la sicurezza in città», ha detto Gualtieri replicando con uno slogan da propaganda elettorale: «Roma per noi deve essere tutta una grande zona bianca dove tutti possono circolare in sicurezza». L’importante, insomma, è non chiamarla zona rossa. E questo nonostante altre città guidate dal centrosinistra dopo Milano abbiano già avviato l’iter indicato dal Viminale. Città come Bologna, Napoli e Firenze. La decisione è stata presa ieri mattina durante una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal prefetto Lamberto Giannini, che si è accodato a Gualtieri. Il tutto dopo l’intervista rilasciata dall’ex capo della polizia Franco Gabrielli che, a sua volta, bocciava le zone rosse. Giannini, che è tra i nomi indicati in questi giorni nel «toto Dis», il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza lasciato da Elisabetta Belloni, proprio sulla sicurezza preferisce la linea dem. Che non è condivisa neppure dai pentastellati: «Da sempre noi del Movimento 5 stelle ci siamo battuti per la sicurezza dell’area di Termini e dell’Esquilino. È un passo avanti, quindi, che siano state create le zone di vigilanza rafforzata, a partire proprio dal quadrante da noi indicato. Tuttavia riteniamo che non sia sufficiente. Davanti alle sfide del degrado e della criminalità, che rischiano di accentuarsi con l’anno giubilare, Roma non può permettersi di sperimentare soluzioni poco efficaci. Chiediamo al sindaco e al prefetto di istituire delle vere e proprie zone rosse, sul modello di altre grandi città come Milano». Gualtieri insomma con una sola mossa è riuscito a spaccare anche il campo largo. Dal centrodestra non l’hanno presa bene.Per la deputata della Lega ed ex magistrato Simonetta Matone il sindaco Gualtieri «non sa dove si trova ma lo sanno bene i romani che vogliono più sicurezza e un po’ meno Disneyland». «Il sindaco non faccia l’armocromista pensando ai colori delle zone da presidiare e si concentri sulla buona riuscita dei provvedimenti del Viminale», ha affermato il deputato leghista Nicola Ottaviani. Mentre i consiglieri comunali di Forza Italia Rachele Mussolini, Francesco Carpano e Francesco Bucci attaccano: il sindaco è «l’unica nota stonata della giornata» perché «continua a minimizzare sul tema della sicurezza». È stato il prefetto Giannini a illustrare le misure che verranno messe in campo. «Ritengo che la stazione Termini sia uno dei posti più sicuri della città», ha sottolineato il prefetto, spiegando che «sui luoghi del Giubileo abbiamo rafforzato tutti i presidi». Quindi verranno individuati alcuni luoghi dove si rafforzeranno ulteriormente i controlli. In ogni caso si tratterebbe di provvedimenti «limitati nel tempo e riguarderanno un numero ristretto di aree». Quanto ai Daspo urbani, è stato spiegato, «verranno effettuati controlli ripetuti. Se ci sono soggetti che commettono reati o creano problemi di ordine pubblico verranno allontanati. Reiterando con questi comportamenti si valuteranno provvedimenti».
Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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