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2023-06-09
Migranti, Piantedosi dà battaglia. Poi l’intesa
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica)
Le trattative dei ministri dell’Interno in Commissione Ue per il patto sull’immigrazione sono andate avanti a lungo, ieri, salvo trovare una quadra in serata che ha lasciato parzialmente soddisfatta l’Italia. La discussione si era a lungo arenata su dettagli anche procedurali, quando la Presidenza svedese ha cominciato a ritenere possibile arrivare a un accordo, a maggioranza qualificata, che contemplasse due condizioni: il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 Paesi su 27), oppure gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue. Per il no si erano espressi 10 Stati, tra cui il nostro: Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Malta, Austria, Danimarca, Grecia e Italia.
La Verità ieri aveva anticipato la linea del governo, che vede Giorgia Meloni scettica. E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, appena atterrato in Lussemburgo, aveva subito rotto gli indugi: «Intendiamo assumere una posizione di responsabilità, ma non possiamo proporre una riforma che sarebbe destinata a fallire». I campi profughi a pagamento fanno storcere il naso al governo italiano. La presidenza svedese ha tirato dritto negli ultimi mesi con la speranza di arrivare a luglio con una prima bozza della riforma. Che non prevedeva il ricollocamento obbligatorio dei migranti (come invece sarebbe avvenuto nella versione finale), ma una sorta di solidarietà imperativa, con i Paesi che decidono di non importare la loro quota che dovranno contribuire versando un 20.000 euro per ogni unità rifiutata. Oppure potranno aiutare i Paesi dell’accoglienza mettendo a disposizione mezzi aeronavali per controllare le frontiere.
Il nuovo Patto Ue sui migranti è articolato su due grandi capitoli: la revisione delle procedura d’asilo (Apr) e la gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). I punti principali della bozza erano questi: fissare una procedura comune in tutta l’Ue per concedere o revocare la protezione internazionale e per stabilire rapidamente alle frontiere chi può ottenere l’asilo e chi va espulso; le domande di asilo dovranno essere esaminate entro 12 settimane; introdurre una quota annuale di posti da ripartire in ogni Paese sulla base di una formula che tiene conto di Pil e popolazione; prevedere un meccanismo che, in caso di maxi sbarchi, consenta al Paese interessato di attivare misure eccezionali; rimpiazzare la versione attuale del regolamento di Dublino con nuove disposizioni per i Paesi di primo ingresso; prevedere un bacino di 30.000 ricollocamenti l’anno (con la solidarietà obbligatoria). Ultimo punto, ritenuto particolarmente controverso, è quello che stabilisce di individuare Paesi terzi non di origine verso i quali sia possibile portare i migranti espulsi. Un aspetto su cui l’Italia rivendica di aver portato a casa un punto importante, ieri. Nel tentativo di raggiungere un accordo su questo paragrafo, la presidenza della Commissione ieri pomeriggio ha convocato in tutta fretta una riunione ristretta con i ministri di Italia, Francia, Germania e Spagna. Mentre il nodo sulle «procedure di frontiera più severe» è ritenuto dall’Italia acqua passata. Piantedosi durante il suo intervento al Consiglio, ha rivendicato che «l’Italia sta anticipando l’Europa nei provvedimenti sulle procedure di frontiera». Il capo del Viminale ha sottolineato la necessità di rivedere i punti caldi. «Nei termini in cui sono state presentate le ultime proposte negoziali riteniamo che ci siano ancora molte cose da fare». La posizione ufficiale è questa. Roma aveva intenzione di non limitare all’incontro di oggi (ieri, ndr) le discussioni sul nuovo patto. Anche perché Piantedosi ha messo in chiaro che le attuali condizioni non sono soddisfacenti. «A fronte di un drammatico aumento dei flussi nel Mediterraneo centrale», ha ricordato il ministro, «la redistribuzione dei migranti tra gli altri Paesi europei è stata di meno di 1.500 persone, che è ben al di sotto dei pur limitati impegni assunti ed è un sintomo di fallimento del principio di solidarietà».«Per affrontare il fenomeno migratorio», ha affermato Piantedosi, «non è sufficiente avere nuove norme europee ma occorre una forte azione esterna dell’Unione. Solo in questo ambito è possibile trovare quelle soluzioni strutturali di cui abbiamo bisogno per prevenire i flussi e favorire i rimpatri. Ed è proprio per questo che ho chiesto oggi di avere un punto sulla dimensione esterna e in particolare sulla situazione in Tunisia».
In serata è stata quindi trovata la quadra, sia pur contestata da alcuni: «Abbiamo ricevuto bozza finale pochi minuti fa di un regolamentazione molto complessa. Non c’è stato tempo per analisi», ha detto il rappresentate polacco.
Ieri la Meloni aveva ribadito: «Se non affrontiamo il tema della difesa dei confini esterni dell’Ue, se non combattiamo il traffico illegale di essere umani, distinguendo chi ha diritto alla protezione secondo la Convenzione di Ginevra, e chi no, sarà molto più difficile affrontare una serie di sfide, tra cui la revisione degli accordi di Dublino, tema sul quale stiamo discutendo in queste ore: speriamo che ci si possa trovare a metà strada». E ha anche ricordato che «l’Italia finora ha lavorato in solitudine, la sfida è che l’Unione europea lavori con l’Italia». Con la luce verde dei 27 il Consiglio ha stabilito il suo mandato negoziale: per l’approvazione definitiva si dovrà trovare una posizione comune con il co-legislatore, l’Europarlamento. Il nodo finale era trovare un testo soddisfacente sulla definizione dei Paesi terzi sicuri dove sarà possibile inviare i migranti che non ricevono asilo.
Scholz in Italia: accordo totale su sbarchi, energia e Ucraina
L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz è stato fruttuoso e carico di significati. Ucraina, migranti, regole finanziarie europee, dossier Lufthansa, energia: la Meloni e Scholz hanno discusso degli argomenti di più stringente attualità. «Siamo consapevoli», ha detto la Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta, «che un dialogo aperto e proficuo sia fondamentale per far avanzare soluzioni europee alle sfide complesse che abbiamo davanti: la Germania sa che senza l’Italia e le nazioni di frontiera è molto più difficile avere un a politica migratoria migliore di quella attuale. Abbiamo lavorato per superare le differenze tra migrazioni primarie e secondarie», ha aggiunto il premier, «se noi non affrontiamo il tema dei confini esterni e combattendo il traffico di esseri umani, sarà molto più difficile affrontare le sfide che abbiamo di fronte, tra cui il superamento del regolamento di Dublino. Abbiamo discusso con Scholz della necessità di un accordo sui finanziamenti del Fondo monetario internazionale alla Tunisia. Abbiamo una visione comune. Per noi la stabilizzazione della Tunisia è prioritaria». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader tedesco: «Le sfide della migrazione e dei rifugiati», ha confermato Scholz, «le possiamo superare solamente assieme nell’Ue. Sono fiducioso che troveremo una risposta comune europea alla sfida della migrazione, dobbiamo gestirla perché ci siano corridoi legali per il personale qualificato ma coloro che non hanno diritto devono tornare al proprio Paese». Il presidente Meloni ha ribadito la necessità di «un nuovo patto di stabilità europeo, che guardi alla crescita, la competitività europea ha bisogno di essere sostenuta da regole adeguate, servono regole fiscali che assicurino flessibilità», e sull’intesa per il rilancio della compagnia aerea di bandiera ha sottolineato di credere che «il recente accordo industriale tra Ita e Lufthansa sia una testimonianza di quanto gli interessi delle nostre nazioni possano essere convergenti sul piano strategico». Roma e Berlino non arretrano di un millimetro sulla necessità di sostenere l’Ucraina: «L’aggressione russa all’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «ha cambiato radicalmente il contesto di sicurezza. La compattezza europea è un punto di forza, il presidente russo Vladimir Putin non aveva fatto conti con questo, ha sottostimato l’Europa. Assieme siamo al fianco dell’Ucraina, che appoggiamo con le armi, con l’addestramento militare e lo faremo fino a quando sarà necessario». Sull’energia: «La cooperazione rinforzata per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico è molto importante», ha evidenziato Scholz, «e «il potenziamento delle reti gioverà a tutti soprattutto per la sicurezza dell’approvvigionamento. Sono lieto che abbiamo deciso di portare avanti il lavoro per una pipeline per il gas e l’idrogeno tra l’Italia e la Germania».
Da segnalare, sempre ieri, l’intesa per il partenariato strategico siglata dalla Meloni col presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev. Il partenariato, si legge nella dichiarazione congiunta, prevede una cooperazione rafforzata nei seguenti settori: interazione politica, in materia di difesa e sicurezza, nonché in ambito legale, cooperazione economica e commerciale, cultura, scienza, educazione e turismo. Sempre relativamente all’area centro-asiatica, inoltre, Italia e Azerbaijan firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan di Leonardo, nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti della Difesa dei due Paesi.
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Giornata di trattative serrate sulla normativa Ue per modificare il diritto d’asilo. Il rappresentante italiano contesta la proposta dei campi profughi a pagamento. Accordo in extremis, la Polonia dissente su tempi e modi. Viminale soddisfatto della quadra.Intanto siglate importanti partnership strategiche con Uzbekistan e Azerbaijan.Lo speciale contiene due articoli.Le trattative dei ministri dell’Interno in Commissione Ue per il patto sull’immigrazione sono andate avanti a lungo, ieri, salvo trovare una quadra in serata che ha lasciato parzialmente soddisfatta l’Italia. La discussione si era a lungo arenata su dettagli anche procedurali, quando la Presidenza svedese ha cominciato a ritenere possibile arrivare a un accordo, a maggioranza qualificata, che contemplasse due condizioni: il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 Paesi su 27), oppure gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue. Per il no si erano espressi 10 Stati, tra cui il nostro: Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Malta, Austria, Danimarca, Grecia e Italia. La Verità ieri aveva anticipato la linea del governo, che vede Giorgia Meloni scettica. E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, appena atterrato in Lussemburgo, aveva subito rotto gli indugi: «Intendiamo assumere una posizione di responsabilità, ma non possiamo proporre una riforma che sarebbe destinata a fallire». I campi profughi a pagamento fanno storcere il naso al governo italiano. La presidenza svedese ha tirato dritto negli ultimi mesi con la speranza di arrivare a luglio con una prima bozza della riforma. Che non prevedeva il ricollocamento obbligatorio dei migranti (come invece sarebbe avvenuto nella versione finale), ma una sorta di solidarietà imperativa, con i Paesi che decidono di non importare la loro quota che dovranno contribuire versando un 20.000 euro per ogni unità rifiutata. Oppure potranno aiutare i Paesi dell’accoglienza mettendo a disposizione mezzi aeronavali per controllare le frontiere. Il nuovo Patto Ue sui migranti è articolato su due grandi capitoli: la revisione delle procedura d’asilo (Apr) e la gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). I punti principali della bozza erano questi: fissare una procedura comune in tutta l’Ue per concedere o revocare la protezione internazionale e per stabilire rapidamente alle frontiere chi può ottenere l’asilo e chi va espulso; le domande di asilo dovranno essere esaminate entro 12 settimane; introdurre una quota annuale di posti da ripartire in ogni Paese sulla base di una formula che tiene conto di Pil e popolazione; prevedere un meccanismo che, in caso di maxi sbarchi, consenta al Paese interessato di attivare misure eccezionali; rimpiazzare la versione attuale del regolamento di Dublino con nuove disposizioni per i Paesi di primo ingresso; prevedere un bacino di 30.000 ricollocamenti l’anno (con la solidarietà obbligatoria). Ultimo punto, ritenuto particolarmente controverso, è quello che stabilisce di individuare Paesi terzi non di origine verso i quali sia possibile portare i migranti espulsi. Un aspetto su cui l’Italia rivendica di aver portato a casa un punto importante, ieri. Nel tentativo di raggiungere un accordo su questo paragrafo, la presidenza della Commissione ieri pomeriggio ha convocato in tutta fretta una riunione ristretta con i ministri di Italia, Francia, Germania e Spagna. Mentre il nodo sulle «procedure di frontiera più severe» è ritenuto dall’Italia acqua passata. Piantedosi durante il suo intervento al Consiglio, ha rivendicato che «l’Italia sta anticipando l’Europa nei provvedimenti sulle procedure di frontiera». Il capo del Viminale ha sottolineato la necessità di rivedere i punti caldi. «Nei termini in cui sono state presentate le ultime proposte negoziali riteniamo che ci siano ancora molte cose da fare». La posizione ufficiale è questa. Roma aveva intenzione di non limitare all’incontro di oggi (ieri, ndr) le discussioni sul nuovo patto. Anche perché Piantedosi ha messo in chiaro che le attuali condizioni non sono soddisfacenti. «A fronte di un drammatico aumento dei flussi nel Mediterraneo centrale», ha ricordato il ministro, «la redistribuzione dei migranti tra gli altri Paesi europei è stata di meno di 1.500 persone, che è ben al di sotto dei pur limitati impegni assunti ed è un sintomo di fallimento del principio di solidarietà».«Per affrontare il fenomeno migratorio», ha affermato Piantedosi, «non è sufficiente avere nuove norme europee ma occorre una forte azione esterna dell’Unione. Solo in questo ambito è possibile trovare quelle soluzioni strutturali di cui abbiamo bisogno per prevenire i flussi e favorire i rimpatri. Ed è proprio per questo che ho chiesto oggi di avere un punto sulla dimensione esterna e in particolare sulla situazione in Tunisia». In serata è stata quindi trovata la quadra, sia pur contestata da alcuni: «Abbiamo ricevuto bozza finale pochi minuti fa di un regolamentazione molto complessa. Non c’è stato tempo per analisi», ha detto il rappresentate polacco.Ieri la Meloni aveva ribadito: «Se non affrontiamo il tema della difesa dei confini esterni dell’Ue, se non combattiamo il traffico illegale di essere umani, distinguendo chi ha diritto alla protezione secondo la Convenzione di Ginevra, e chi no, sarà molto più difficile affrontare una serie di sfide, tra cui la revisione degli accordi di Dublino, tema sul quale stiamo discutendo in queste ore: speriamo che ci si possa trovare a metà strada». E ha anche ricordato che «l’Italia finora ha lavorato in solitudine, la sfida è che l’Unione europea lavori con l’Italia». Con la luce verde dei 27 il Consiglio ha stabilito il suo mandato negoziale: per l’approvazione definitiva si dovrà trovare una posizione comune con il co-legislatore, l’Europarlamento. Il nodo finale era trovare un testo soddisfacente sulla definizione dei Paesi terzi sicuri dove sarà possibile inviare i migranti che non ricevono asilo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/migranti-piantedosi-battaglia-poi-intesa-2661156289.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scholz-in-italia-accordo-totale-su-sbarchi-energia-e-ucraina" data-post-id="2661156289" data-published-at="1686290741" data-use-pagination="False"> Scholz in Italia: accordo totale su sbarchi, energia e Ucraina L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz è stato fruttuoso e carico di significati. Ucraina, migranti, regole finanziarie europee, dossier Lufthansa, energia: la Meloni e Scholz hanno discusso degli argomenti di più stringente attualità. «Siamo consapevoli», ha detto la Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta, «che un dialogo aperto e proficuo sia fondamentale per far avanzare soluzioni europee alle sfide complesse che abbiamo davanti: la Germania sa che senza l’Italia e le nazioni di frontiera è molto più difficile avere un a politica migratoria migliore di quella attuale. Abbiamo lavorato per superare le differenze tra migrazioni primarie e secondarie», ha aggiunto il premier, «se noi non affrontiamo il tema dei confini esterni e combattendo il traffico di esseri umani, sarà molto più difficile affrontare le sfide che abbiamo di fronte, tra cui il superamento del regolamento di Dublino. Abbiamo discusso con Scholz della necessità di un accordo sui finanziamenti del Fondo monetario internazionale alla Tunisia. Abbiamo una visione comune. Per noi la stabilizzazione della Tunisia è prioritaria». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader tedesco: «Le sfide della migrazione e dei rifugiati», ha confermato Scholz, «le possiamo superare solamente assieme nell’Ue. Sono fiducioso che troveremo una risposta comune europea alla sfida della migrazione, dobbiamo gestirla perché ci siano corridoi legali per il personale qualificato ma coloro che non hanno diritto devono tornare al proprio Paese». Il presidente Meloni ha ribadito la necessità di «un nuovo patto di stabilità europeo, che guardi alla crescita, la competitività europea ha bisogno di essere sostenuta da regole adeguate, servono regole fiscali che assicurino flessibilità», e sull’intesa per il rilancio della compagnia aerea di bandiera ha sottolineato di credere che «il recente accordo industriale tra Ita e Lufthansa sia una testimonianza di quanto gli interessi delle nostre nazioni possano essere convergenti sul piano strategico». Roma e Berlino non arretrano di un millimetro sulla necessità di sostenere l’Ucraina: «L’aggressione russa all’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «ha cambiato radicalmente il contesto di sicurezza. La compattezza europea è un punto di forza, il presidente russo Vladimir Putin non aveva fatto conti con questo, ha sottostimato l’Europa. Assieme siamo al fianco dell’Ucraina, che appoggiamo con le armi, con l’addestramento militare e lo faremo fino a quando sarà necessario». Sull’energia: «La cooperazione rinforzata per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico è molto importante», ha evidenziato Scholz, «e «il potenziamento delle reti gioverà a tutti soprattutto per la sicurezza dell’approvvigionamento. Sono lieto che abbiamo deciso di portare avanti il lavoro per una pipeline per il gas e l’idrogeno tra l’Italia e la Germania». Da segnalare, sempre ieri, l’intesa per il partenariato strategico siglata dalla Meloni col presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev. Il partenariato, si legge nella dichiarazione congiunta, prevede una cooperazione rafforzata nei seguenti settori: interazione politica, in materia di difesa e sicurezza, nonché in ambito legale, cooperazione economica e commerciale, cultura, scienza, educazione e turismo. Sempre relativamente all’area centro-asiatica, inoltre, Italia e Azerbaijan firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan di Leonardo, nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti della Difesa dei due Paesi.
Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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Iea sugli investimenti. La Cina e il greggio. Stagione di prezzi elettrici a zero. I metalli dopo la tregua. Eolico offshore tedesco in crisi.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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iStock
L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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