True
2023-06-09
Migranti, Piantedosi dà battaglia. Poi l’intesa
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica)
Le trattative dei ministri dell’Interno in Commissione Ue per il patto sull’immigrazione sono andate avanti a lungo, ieri, salvo trovare una quadra in serata che ha lasciato parzialmente soddisfatta l’Italia. La discussione si era a lungo arenata su dettagli anche procedurali, quando la Presidenza svedese ha cominciato a ritenere possibile arrivare a un accordo, a maggioranza qualificata, che contemplasse due condizioni: il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 Paesi su 27), oppure gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue. Per il no si erano espressi 10 Stati, tra cui il nostro: Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Malta, Austria, Danimarca, Grecia e Italia.
La Verità ieri aveva anticipato la linea del governo, che vede Giorgia Meloni scettica. E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, appena atterrato in Lussemburgo, aveva subito rotto gli indugi: «Intendiamo assumere una posizione di responsabilità, ma non possiamo proporre una riforma che sarebbe destinata a fallire». I campi profughi a pagamento fanno storcere il naso al governo italiano. La presidenza svedese ha tirato dritto negli ultimi mesi con la speranza di arrivare a luglio con una prima bozza della riforma. Che non prevedeva il ricollocamento obbligatorio dei migranti (come invece sarebbe avvenuto nella versione finale), ma una sorta di solidarietà imperativa, con i Paesi che decidono di non importare la loro quota che dovranno contribuire versando un 20.000 euro per ogni unità rifiutata. Oppure potranno aiutare i Paesi dell’accoglienza mettendo a disposizione mezzi aeronavali per controllare le frontiere.
Il nuovo Patto Ue sui migranti è articolato su due grandi capitoli: la revisione delle procedura d’asilo (Apr) e la gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). I punti principali della bozza erano questi: fissare una procedura comune in tutta l’Ue per concedere o revocare la protezione internazionale e per stabilire rapidamente alle frontiere chi può ottenere l’asilo e chi va espulso; le domande di asilo dovranno essere esaminate entro 12 settimane; introdurre una quota annuale di posti da ripartire in ogni Paese sulla base di una formula che tiene conto di Pil e popolazione; prevedere un meccanismo che, in caso di maxi sbarchi, consenta al Paese interessato di attivare misure eccezionali; rimpiazzare la versione attuale del regolamento di Dublino con nuove disposizioni per i Paesi di primo ingresso; prevedere un bacino di 30.000 ricollocamenti l’anno (con la solidarietà obbligatoria). Ultimo punto, ritenuto particolarmente controverso, è quello che stabilisce di individuare Paesi terzi non di origine verso i quali sia possibile portare i migranti espulsi. Un aspetto su cui l’Italia rivendica di aver portato a casa un punto importante, ieri. Nel tentativo di raggiungere un accordo su questo paragrafo, la presidenza della Commissione ieri pomeriggio ha convocato in tutta fretta una riunione ristretta con i ministri di Italia, Francia, Germania e Spagna. Mentre il nodo sulle «procedure di frontiera più severe» è ritenuto dall’Italia acqua passata. Piantedosi durante il suo intervento al Consiglio, ha rivendicato che «l’Italia sta anticipando l’Europa nei provvedimenti sulle procedure di frontiera». Il capo del Viminale ha sottolineato la necessità di rivedere i punti caldi. «Nei termini in cui sono state presentate le ultime proposte negoziali riteniamo che ci siano ancora molte cose da fare». La posizione ufficiale è questa. Roma aveva intenzione di non limitare all’incontro di oggi (ieri, ndr) le discussioni sul nuovo patto. Anche perché Piantedosi ha messo in chiaro che le attuali condizioni non sono soddisfacenti. «A fronte di un drammatico aumento dei flussi nel Mediterraneo centrale», ha ricordato il ministro, «la redistribuzione dei migranti tra gli altri Paesi europei è stata di meno di 1.500 persone, che è ben al di sotto dei pur limitati impegni assunti ed è un sintomo di fallimento del principio di solidarietà».«Per affrontare il fenomeno migratorio», ha affermato Piantedosi, «non è sufficiente avere nuove norme europee ma occorre una forte azione esterna dell’Unione. Solo in questo ambito è possibile trovare quelle soluzioni strutturali di cui abbiamo bisogno per prevenire i flussi e favorire i rimpatri. Ed è proprio per questo che ho chiesto oggi di avere un punto sulla dimensione esterna e in particolare sulla situazione in Tunisia».
In serata è stata quindi trovata la quadra, sia pur contestata da alcuni: «Abbiamo ricevuto bozza finale pochi minuti fa di un regolamentazione molto complessa. Non c’è stato tempo per analisi», ha detto il rappresentate polacco.
Ieri la Meloni aveva ribadito: «Se non affrontiamo il tema della difesa dei confini esterni dell’Ue, se non combattiamo il traffico illegale di essere umani, distinguendo chi ha diritto alla protezione secondo la Convenzione di Ginevra, e chi no, sarà molto più difficile affrontare una serie di sfide, tra cui la revisione degli accordi di Dublino, tema sul quale stiamo discutendo in queste ore: speriamo che ci si possa trovare a metà strada». E ha anche ricordato che «l’Italia finora ha lavorato in solitudine, la sfida è che l’Unione europea lavori con l’Italia». Con la luce verde dei 27 il Consiglio ha stabilito il suo mandato negoziale: per l’approvazione definitiva si dovrà trovare una posizione comune con il co-legislatore, l’Europarlamento. Il nodo finale era trovare un testo soddisfacente sulla definizione dei Paesi terzi sicuri dove sarà possibile inviare i migranti che non ricevono asilo.
Scholz in Italia: accordo totale su sbarchi, energia e Ucraina
L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz è stato fruttuoso e carico di significati. Ucraina, migranti, regole finanziarie europee, dossier Lufthansa, energia: la Meloni e Scholz hanno discusso degli argomenti di più stringente attualità. «Siamo consapevoli», ha detto la Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta, «che un dialogo aperto e proficuo sia fondamentale per far avanzare soluzioni europee alle sfide complesse che abbiamo davanti: la Germania sa che senza l’Italia e le nazioni di frontiera è molto più difficile avere un a politica migratoria migliore di quella attuale. Abbiamo lavorato per superare le differenze tra migrazioni primarie e secondarie», ha aggiunto il premier, «se noi non affrontiamo il tema dei confini esterni e combattendo il traffico di esseri umani, sarà molto più difficile affrontare le sfide che abbiamo di fronte, tra cui il superamento del regolamento di Dublino. Abbiamo discusso con Scholz della necessità di un accordo sui finanziamenti del Fondo monetario internazionale alla Tunisia. Abbiamo una visione comune. Per noi la stabilizzazione della Tunisia è prioritaria». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader tedesco: «Le sfide della migrazione e dei rifugiati», ha confermato Scholz, «le possiamo superare solamente assieme nell’Ue. Sono fiducioso che troveremo una risposta comune europea alla sfida della migrazione, dobbiamo gestirla perché ci siano corridoi legali per il personale qualificato ma coloro che non hanno diritto devono tornare al proprio Paese». Il presidente Meloni ha ribadito la necessità di «un nuovo patto di stabilità europeo, che guardi alla crescita, la competitività europea ha bisogno di essere sostenuta da regole adeguate, servono regole fiscali che assicurino flessibilità», e sull’intesa per il rilancio della compagnia aerea di bandiera ha sottolineato di credere che «il recente accordo industriale tra Ita e Lufthansa sia una testimonianza di quanto gli interessi delle nostre nazioni possano essere convergenti sul piano strategico». Roma e Berlino non arretrano di un millimetro sulla necessità di sostenere l’Ucraina: «L’aggressione russa all’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «ha cambiato radicalmente il contesto di sicurezza. La compattezza europea è un punto di forza, il presidente russo Vladimir Putin non aveva fatto conti con questo, ha sottostimato l’Europa. Assieme siamo al fianco dell’Ucraina, che appoggiamo con le armi, con l’addestramento militare e lo faremo fino a quando sarà necessario». Sull’energia: «La cooperazione rinforzata per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico è molto importante», ha evidenziato Scholz, «e «il potenziamento delle reti gioverà a tutti soprattutto per la sicurezza dell’approvvigionamento. Sono lieto che abbiamo deciso di portare avanti il lavoro per una pipeline per il gas e l’idrogeno tra l’Italia e la Germania».
Da segnalare, sempre ieri, l’intesa per il partenariato strategico siglata dalla Meloni col presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev. Il partenariato, si legge nella dichiarazione congiunta, prevede una cooperazione rafforzata nei seguenti settori: interazione politica, in materia di difesa e sicurezza, nonché in ambito legale, cooperazione economica e commerciale, cultura, scienza, educazione e turismo. Sempre relativamente all’area centro-asiatica, inoltre, Italia e Azerbaijan firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan di Leonardo, nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti della Difesa dei due Paesi.
Continua a leggereRiduci
Giornata di trattative serrate sulla normativa Ue per modificare il diritto d’asilo. Il rappresentante italiano contesta la proposta dei campi profughi a pagamento. Accordo in extremis, la Polonia dissente su tempi e modi. Viminale soddisfatto della quadra.Intanto siglate importanti partnership strategiche con Uzbekistan e Azerbaijan.Lo speciale contiene due articoli.Le trattative dei ministri dell’Interno in Commissione Ue per il patto sull’immigrazione sono andate avanti a lungo, ieri, salvo trovare una quadra in serata che ha lasciato parzialmente soddisfatta l’Italia. La discussione si era a lungo arenata su dettagli anche procedurali, quando la Presidenza svedese ha cominciato a ritenere possibile arrivare a un accordo, a maggioranza qualificata, che contemplasse due condizioni: il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 Paesi su 27), oppure gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue. Per il no si erano espressi 10 Stati, tra cui il nostro: Lituania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Malta, Austria, Danimarca, Grecia e Italia. La Verità ieri aveva anticipato la linea del governo, che vede Giorgia Meloni scettica. E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, appena atterrato in Lussemburgo, aveva subito rotto gli indugi: «Intendiamo assumere una posizione di responsabilità, ma non possiamo proporre una riforma che sarebbe destinata a fallire». I campi profughi a pagamento fanno storcere il naso al governo italiano. La presidenza svedese ha tirato dritto negli ultimi mesi con la speranza di arrivare a luglio con una prima bozza della riforma. Che non prevedeva il ricollocamento obbligatorio dei migranti (come invece sarebbe avvenuto nella versione finale), ma una sorta di solidarietà imperativa, con i Paesi che decidono di non importare la loro quota che dovranno contribuire versando un 20.000 euro per ogni unità rifiutata. Oppure potranno aiutare i Paesi dell’accoglienza mettendo a disposizione mezzi aeronavali per controllare le frontiere. Il nuovo Patto Ue sui migranti è articolato su due grandi capitoli: la revisione delle procedura d’asilo (Apr) e la gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr). I punti principali della bozza erano questi: fissare una procedura comune in tutta l’Ue per concedere o revocare la protezione internazionale e per stabilire rapidamente alle frontiere chi può ottenere l’asilo e chi va espulso; le domande di asilo dovranno essere esaminate entro 12 settimane; introdurre una quota annuale di posti da ripartire in ogni Paese sulla base di una formula che tiene conto di Pil e popolazione; prevedere un meccanismo che, in caso di maxi sbarchi, consenta al Paese interessato di attivare misure eccezionali; rimpiazzare la versione attuale del regolamento di Dublino con nuove disposizioni per i Paesi di primo ingresso; prevedere un bacino di 30.000 ricollocamenti l’anno (con la solidarietà obbligatoria). Ultimo punto, ritenuto particolarmente controverso, è quello che stabilisce di individuare Paesi terzi non di origine verso i quali sia possibile portare i migranti espulsi. Un aspetto su cui l’Italia rivendica di aver portato a casa un punto importante, ieri. Nel tentativo di raggiungere un accordo su questo paragrafo, la presidenza della Commissione ieri pomeriggio ha convocato in tutta fretta una riunione ristretta con i ministri di Italia, Francia, Germania e Spagna. Mentre il nodo sulle «procedure di frontiera più severe» è ritenuto dall’Italia acqua passata. Piantedosi durante il suo intervento al Consiglio, ha rivendicato che «l’Italia sta anticipando l’Europa nei provvedimenti sulle procedure di frontiera». Il capo del Viminale ha sottolineato la necessità di rivedere i punti caldi. «Nei termini in cui sono state presentate le ultime proposte negoziali riteniamo che ci siano ancora molte cose da fare». La posizione ufficiale è questa. Roma aveva intenzione di non limitare all’incontro di oggi (ieri, ndr) le discussioni sul nuovo patto. Anche perché Piantedosi ha messo in chiaro che le attuali condizioni non sono soddisfacenti. «A fronte di un drammatico aumento dei flussi nel Mediterraneo centrale», ha ricordato il ministro, «la redistribuzione dei migranti tra gli altri Paesi europei è stata di meno di 1.500 persone, che è ben al di sotto dei pur limitati impegni assunti ed è un sintomo di fallimento del principio di solidarietà».«Per affrontare il fenomeno migratorio», ha affermato Piantedosi, «non è sufficiente avere nuove norme europee ma occorre una forte azione esterna dell’Unione. Solo in questo ambito è possibile trovare quelle soluzioni strutturali di cui abbiamo bisogno per prevenire i flussi e favorire i rimpatri. Ed è proprio per questo che ho chiesto oggi di avere un punto sulla dimensione esterna e in particolare sulla situazione in Tunisia». In serata è stata quindi trovata la quadra, sia pur contestata da alcuni: «Abbiamo ricevuto bozza finale pochi minuti fa di un regolamentazione molto complessa. Non c’è stato tempo per analisi», ha detto il rappresentate polacco.Ieri la Meloni aveva ribadito: «Se non affrontiamo il tema della difesa dei confini esterni dell’Ue, se non combattiamo il traffico illegale di essere umani, distinguendo chi ha diritto alla protezione secondo la Convenzione di Ginevra, e chi no, sarà molto più difficile affrontare una serie di sfide, tra cui la revisione degli accordi di Dublino, tema sul quale stiamo discutendo in queste ore: speriamo che ci si possa trovare a metà strada». E ha anche ricordato che «l’Italia finora ha lavorato in solitudine, la sfida è che l’Unione europea lavori con l’Italia». Con la luce verde dei 27 il Consiglio ha stabilito il suo mandato negoziale: per l’approvazione definitiva si dovrà trovare una posizione comune con il co-legislatore, l’Europarlamento. Il nodo finale era trovare un testo soddisfacente sulla definizione dei Paesi terzi sicuri dove sarà possibile inviare i migranti che non ricevono asilo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/migranti-piantedosi-battaglia-poi-intesa-2661156289.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scholz-in-italia-accordo-totale-su-sbarchi-energia-e-ucraina" data-post-id="2661156289" data-published-at="1686290741" data-use-pagination="False"> Scholz in Italia: accordo totale su sbarchi, energia e Ucraina L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz è stato fruttuoso e carico di significati. Ucraina, migranti, regole finanziarie europee, dossier Lufthansa, energia: la Meloni e Scholz hanno discusso degli argomenti di più stringente attualità. «Siamo consapevoli», ha detto la Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta, «che un dialogo aperto e proficuo sia fondamentale per far avanzare soluzioni europee alle sfide complesse che abbiamo davanti: la Germania sa che senza l’Italia e le nazioni di frontiera è molto più difficile avere un a politica migratoria migliore di quella attuale. Abbiamo lavorato per superare le differenze tra migrazioni primarie e secondarie», ha aggiunto il premier, «se noi non affrontiamo il tema dei confini esterni e combattendo il traffico di esseri umani, sarà molto più difficile affrontare le sfide che abbiamo di fronte, tra cui il superamento del regolamento di Dublino. Abbiamo discusso con Scholz della necessità di un accordo sui finanziamenti del Fondo monetario internazionale alla Tunisia. Abbiamo una visione comune. Per noi la stabilizzazione della Tunisia è prioritaria». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader tedesco: «Le sfide della migrazione e dei rifugiati», ha confermato Scholz, «le possiamo superare solamente assieme nell’Ue. Sono fiducioso che troveremo una risposta comune europea alla sfida della migrazione, dobbiamo gestirla perché ci siano corridoi legali per il personale qualificato ma coloro che non hanno diritto devono tornare al proprio Paese». Il presidente Meloni ha ribadito la necessità di «un nuovo patto di stabilità europeo, che guardi alla crescita, la competitività europea ha bisogno di essere sostenuta da regole adeguate, servono regole fiscali che assicurino flessibilità», e sull’intesa per il rilancio della compagnia aerea di bandiera ha sottolineato di credere che «il recente accordo industriale tra Ita e Lufthansa sia una testimonianza di quanto gli interessi delle nostre nazioni possano essere convergenti sul piano strategico». Roma e Berlino non arretrano di un millimetro sulla necessità di sostenere l’Ucraina: «L’aggressione russa all’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «ha cambiato radicalmente il contesto di sicurezza. La compattezza europea è un punto di forza, il presidente russo Vladimir Putin non aveva fatto conti con questo, ha sottostimato l’Europa. Assieme siamo al fianco dell’Ucraina, che appoggiamo con le armi, con l’addestramento militare e lo faremo fino a quando sarà necessario». Sull’energia: «La cooperazione rinforzata per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico è molto importante», ha evidenziato Scholz, «e «il potenziamento delle reti gioverà a tutti soprattutto per la sicurezza dell’approvvigionamento. Sono lieto che abbiamo deciso di portare avanti il lavoro per una pipeline per il gas e l’idrogeno tra l’Italia e la Germania». Da segnalare, sempre ieri, l’intesa per il partenariato strategico siglata dalla Meloni col presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev. Il partenariato, si legge nella dichiarazione congiunta, prevede una cooperazione rafforzata nei seguenti settori: interazione politica, in materia di difesa e sicurezza, nonché in ambito legale, cooperazione economica e commerciale, cultura, scienza, educazione e turismo. Sempre relativamente all’area centro-asiatica, inoltre, Italia e Azerbaijan firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan di Leonardo, nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti della Difesa dei due Paesi.
Christine Lagarde (Ansa)
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
Continua a leggereRiduci
Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
Continua a leggereRiduci
Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
Continua a leggereRiduci