Immigrati sfruttati e maltrattati. Ma la Cgil vuole importarne di più

Certe verità sono così lampanti che persino la Cgil riesce a coglierle. Solo che poi, essendo la Cgil, di tale verità non sa che farsene e non riesce a cavarne mezza riflessione utile. Prendiamo il caso di Pesaro. Giovedì scorso la Squadra mobile locale effettua un giro di ricognizione in una delle aree più problematiche della città. Tra i vari soggetti identificati c’è un gambiano - già noto alla polizia - che dà in escandescenze, aggredisce gli agenti e ne ferisce quattro (totale: 77 giorni di prognosi).
Drogato e con problemi psichici, il gambiano viene portato al pronto soccorso dove replica la sua furia, causando problemi anche lì. Niente di inedito, ovviamente: di storie come queste se ne leggono ogni giorno. Ma ecco che sul tema interviene Pierpaolo Frega, segretario della Cgil pesarese, il quale fornisce una analisi perfetta dell’accaduto: «Cosa si è fatto nel tempo?», s’indigna giustamente il segretario. «L’uomo, oltre che tossicodipendente è affetto da una grave patologia psichica, ma nel corso degli anni non si è mai riusciti ad espellerlo, si sono utilizzati provvedimenti dettati dalla politica totalmente inefficaci come Daspo e fogli di via, non esistono strutture per misure detentive psichiatriche che potrebbero contenere e gestire le sue patologie».
Il fatto è che l’ottimo Frega ha assolutamente ragione. Un personaggio del genere, estremamente problematico e già conosciuto dagli agenti, dovrebbe essere fuori dall’Italia, e invece non si riesce a espellerlo. Tutte le altre misure, dice giustamente il segretario, sono assolutamente inutili. Bravo, bis. C’è solo un problema: perché Frega non condivide le sue preoccupazioni e la sua indignazione con i suoi compagni del sindacato? Perché non se la prende con la sua compagine politica di riferimento, che da anni si batte per spalancare le frontiere e osteggia ogni tentativo di espellere gli stranieri che causano guai? Già: da una parte il sindacalista si arrabbia perché non si riesce a cacciare gli immigrati che causano disastri, dall’altra però è pur sempre un esponente dalla Cgil, dunque deve prendersela con il governo e con la destra, mica può trovare altri colpevoli. «Le forze dell’ordine sono lasciate sole a gestire un problema sanitario, importante, facendolo diventare un problema di polizia, sperando solo che la magistratura, allo stesso modo impotente, mandi in carcere un soggetto che di fatto è incompatibile con la detenzione», insiste Frega. «Le forze dell’ordine sono chiamate a lavorare cercando di dare risposte concrete ai cittadini, provando a rimanere incolumi, consapevoli che però, dopo di loro, esiste un vuoto e un silenzio assoluto per mancanza atavica di strumenti, di supporto e soprattutto di soluzioni concrete che non spostino solo il problema più in là. Ma è la politica che dovrebbe intervenire ed evitare che il disagio sociale diventi uno scaricabarile tra forze dell’ordine e strutture sanitarie». Già, la politica dovrebbe intervenire, e in effetti interviene. Peccato che quando lo fa ci si mettano di mezzo tutti, dal sindacato alla magistratura, al fine di impedire che il caos migratorio sia risolto.
Il sindacalista pesarese non è affatto isolato. È molto interessante pure ciò che scrivono in queste ore i suoi colleghi della Flai Cgil che rappresentano i lavoratori agricoli. Costoro hanno giustamente preso la parola sul terribile caso di Alagie Singathe, migrante di 29 anni, che si è impiccato a Torretta Antonacci, in Puglia: straziante approdo di anni di sfruttamento come bracciante nei campi di pomodori.
«C’è una similitudine brutale che si consuma nei campi. Da un lato, il pomodoro: colto, schiacciato, spremuto fino a diventare polpa pronta per il consumo. Dall’altro, la vita di chi quel frutto lo ha raccolto: vite spremute con brutale ferocia, svuotate di dignità e diritti, condotte fino alla soglia dell’annientamento», dice Matteo Bellegoni, capo dipartimento Politiche migratorie e Legalità della Flai Cgil. «Non è una questione privata, ma l’ennesima morte politica nell’Italia e nell’Europa dei diritti traditi». Sacrosanto: non si può attraversare i continenti per finire a fare gli schiavi nei campi del Sud Italia. È per questo che l’immigrazione di massa va fermata a ogni costo: perché serve precisamente a rifornire di lavoratori a basso costo la macchina dello sfruttamento. Ancora una volta, il sindacato si indigna per un episodio intollerabile. Ma poi che fa? Facile, se la prende con i bersagli sbagliati.
«Ci ritroviamo in un’Europa che sulla carta vanta dignità e giustizia sociale, ma nei fatti applica decreti rimpatri e caccia al migrante», continua l’esponente della Flai. «La scelta definitiva che ha compiuto Alagie Singathe è il risultato diretto di scelte che rendono le persone invisibili, negando loro lo status di lavoratori per confinarli in quello di clandestini, di delinquenti». Gli fa eco Antonio Ligorio, segretario generale della Flai Puglia: «Torretta Antonacci è oggi il simbolo di una doppia fragilità: quella di un territorio non curato e quella di un’umanità calpestata», dice. «Non accetteremo più il silenzio o la retorica della fatalità. È necessario un impegno chiaro per dire, una volta per tutte: mai più ghetti. Non è più accettabile parlare di fatalità quando da anni denunciamo condizioni di vita disumane nei ghetti agricoli, senza che ci sia stata una reale volontà di intervenire. Quelle denunce sono rimaste inascoltate». Giusto, giustissimo: basta ghetti. Solo che per eliminare i ghetti bisogna prima fermare l’immigrazione soprattutto irregolare che li rifornisce di materiale umano, altrimenti tutto continuerà come prima. Il sindacato, però, questo finge di non capirlo: si strugge per i danni dell’immigrazione, ma continua a sostenerla. In fondo non stupisce: se fornisse soluzioni vere ai problemi concreti, non sarebbe la Cgil.




