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2021-11-26
«Meno muscoli e più cervello». La Cdp draghiana riannoda la rete
L'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco (Ansa)
«Non rispondo a mercati aperti su queste cose in questo momento». Così l'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, ha risposto a una domanda su Tim durante la presentazione del piano di Cdp al 2024, il primo da lui firmato. Ma la filosofia di Cdp sulle partecipazioni possedute (tra cui, oltre al 10% di Tim, anche la maggioranza di Fincantieri), e dunque anche sulle infrastrutture strategiche del Paese come le Tlc, emerge in parte dalle pieghe del nuovo piano annunciato ieri. E anche da una frase importante detta da Scannapieco al termine nella parte finale del suo intervento: Cdp «viene spesso definita sui giornali “cassaforte" dello Stato, ma non c'è cosa più distante. Cassaforte dà l'idea di una cosa pesante e inerte, di una Cdp con tanti muscoli e poco cervello, mentre noi vogliamo sviluppare la parte della testa e diventare un soggetto promotore», ha detto l'ad alla presenza del ministro dell'Economia, Daniele Franco, e del presidente dell'Acri, Francesco Profumo. Ovvero dei suoi azionisti: il Tesoro, in maggioranza, e le Fondazioni.
In sostanza, non un bancomat come avrebbero voluto i grillini, né un soggetto statico, pesante, ma un «centro di risorse finanziarie e quindi muscoli e competenze tecniche e quindi cervello per avere un ruolo addizionale e complementare al mercato: noi dovremo fare qualcosa di diverso rispetto alle banche». Diventando «più selettiva» negli investimenti attraverso anche l'aumento delle competenze tecniche interne per «dare una sorta di stampino di qualità» per attrarre altri capitali». Quanto alle partecipazioni, ha spiegato Scannapieco, Cassa depositi e prestiti si occuperà delle sue partecipazioni con una «nuova logica di gestione». Da una parte ci saranno le partecipazioni considerate strategiche dove il gruppo manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese; «dall'altra gli interventi di scopo, dove l'impegno è finalizzato alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale». Tradotto: Cdp rimarrà azionista stabile a sostegno delle infrastrutture o asset strategici del Paese, mentre per quanto riguarda gli asset non strategici, ha riassunto l'ad, «si entra, si aiuta, ma una volta raggiunto l'obiettivo si esce». In generale, l'operatività si dovrà basare sulla «capacità di attrarre risorse da altri investitori».
Se, e come, verrà tradotta questa strategia sul campo della partita in corso tra il fondo americano Kkr e i francesi di Vivendi per il controllo di Tim e della rete, lo si capirà nelle prossime settimane. Di certo, nel piano della Cassa ci sono 7 miliardi per investimenti nell'equity nel triennio che riguardano sia investimenti diretti ancora da chiudere, come quello in Aspi («Non siamo ancora proprietari, se tutto va bene il closing può avvenire nel primo trimestre 2022», ha detto ieri), ma soprattutto il sostegno ai fondi per coinvestimenti. Il nuovo piano strategico punta a impegnare 65 miliardi nel triennio 2022-24, con un incremento del 5% rispetto al piano precedente con un'attivazione di investimenti stimati nel complesso a 128 miliardi. Vi vengono individuate quattro aree prioritarie di intervento: cambiamento climatico, crescita inclusiva, sostegno alle filiere produttive, innovazione e digitalizzazione. Per il settore immobiliare, viene confermato l'impegno nel comparto del turismo e una focalizzazione su social, senior e student housing, con l'obiettivo di realizzare un forte impatto sul territorio grazie alla partnership con le fondazioni di origine bancaria. Altre sfide? «Ci piacerebbe, per valorizzare la nostra partecipazione in Euronext, aiutare più imprese a quotarsi». Poi c'è la volontà di «dare suggerimenti al governo per snellire le procedure di quotazione e fare in mondo che il mercato azionario diventi una fonte alternativa». Su Open fiber «stiamo aspettando nei prossimi giorni la possibilità di fare il closing della nostra operazione con Enel». E sullo sviluppo del cloud «abbiamo sottoposto un'offerta, abbiamo lavorato bene con nostri partner, Leonardo, Tim e Sogei, Cassa ha un ruolo più finanziario. Ora la palla è al governo», ha aggiunto Scannapieco.
L'ad di Cdp non ha invece voluto parlare a mercati aperti di Tim perché il dossier resta caldissimo: ieri il titolo del gruppo di Tlc ha affrontato una seduta in altalena a Piazza Affari per poi chiudere in ribasso del 2,6% a 0,48 euro, sotto il livello della potenziale Opa di Kkr. A Borsa chiusa, l'ad Luigi Gubitosi ha inviato una lettera al board in vista del cda di oggi dichiarandosi pronto a fare un passo indietro per consentire un «sereno esame» dell'offerta di Kkr. Mercoledì scorso il premier, Mario Draghi, ha precisato che il governo si porrà tre priorità nell'analizzare la proposta degli americani: «La protezione dell'occupazione, la protezione della tecnologia e la protezione della rete, dell'infrastruttura». Oggi il cda straordinario di Tim, nel quale il voto di Giovanni Gorno Tempini (presidente di Cdp) rischia di essere decisivo. Penderà verso Gubitosi o i francesi?
Gubitosi pronto a lasciare le deleghe
Alla vigilia del consiglio di amministrazione straordinario di Tim, convocato per oggi, l'ad Luigi Gubitosi si è detto pronto a fare un passo indietro, pur di agevolare la valutazione dell'offerta non vincolante presentata venerdì scorso dal fondo di private equity statunitense Kkr. A farlo sapere è stato lo stesso Gubitosi in una lettera ai consiglieri: «Al fine di favorire il processo decisionale da parte del consiglio, metto a disposizione del cda le deleghe che mi avete conferito. Se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr, sarò contento che sia avvenuto».
Non è mancato un richiamo a chi potrebbe cercare di giocare sul fattore tempo per rimandare la decisione. «Atteggiamenti dilatori da parte del consiglio, che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti, sono da evitare», ha scritto Gubitosi, precisando che «la stessa trattazione è tra gli ultimi punti dell'ordine del giorno del cda», il che «può dare un senso di scarsa priorità». Per l'ad di Tim è invece «urgente nominare i consulenti finanziari e approvare l'immediata concessione di un periodo di tempo ragionevole per effettuare una limitata due diligence su documenti e informazioni accettabili per il consiglio. Tecnicamente potremmo essere pronti a una data room in 48/72 ore», ha aggiunto Gubitosi, secondo cui «le non troppo velate accuse che mi sono state rivolte in relazione alla mia presunta vicinanza a Kkr, oltre a essere totalmente fuori luogo e false come ho ripetutamente fatto presente, non devono essere utilizzate strumentalmente per rallentare il processo di esame dell'indicazione di interesse, tentativo dal quale mi dissocio in modo netto».
Da qui la proposta del passo indietro, motivata da Gubitosi in questa maniera: «Il nostro dovere è quello di tutelare gli interessi di tutti i nostri stakeholder, in particolare il mercato, di non privilegiare posizioni individuali e di agire nel rispetto rigoroso delle regole con rapidità per tutelare la stabilità della nostra società».
Per il momento, almeno formalmente, il governo sta alla finestra, con il ministro all'Innovazione tecnologica Vittorio Colao - già numero uno di Vodafone - che ha precisato: «Non si commentano situazioni di mercato in essere. Ovviamente siamo molto interessati a preservare la sicurezza del Paese e il buono sviluppo dell'infrastruttura». La palla passa ora nelle mani di Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,9% del capitale, che nelle scorse settimane non ha risparmiato critiche all'operato di Gubitosi e che ha definito l'offerta di Kkr «totalmente insufficiente»: secondo indiscrezioni la mossa dell'ad sarebbe un tentativo di anticipare un'eventuale sfiducia da parte dei soci transalpini, rimuovendo così un grosso ostacolo all'esame dell'offerta del fondo Usa.
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Dario Scannapieco presenta il piano da 65 miliardi: «Vogliamo diventare soggetto promotore». Fra le priorità, il cloud: «Abbiamo fatto l'offerta, aspettiamo il governo». Oggi, al cda, Cassa decisiva per il futuro di Tim.Il numero uno di Telecom, Luigi Gubitosi: «Disposto a fare un passo indietro per permettere la serena valutazione dell'offerta di Kkr. Le accuse di una mia vicinanza al fondo Usa sono false».Lo speciale contiene due articoli.«Non rispondo a mercati aperti su queste cose in questo momento». Così l'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, ha risposto a una domanda su Tim durante la presentazione del piano di Cdp al 2024, il primo da lui firmato. Ma la filosofia di Cdp sulle partecipazioni possedute (tra cui, oltre al 10% di Tim, anche la maggioranza di Fincantieri), e dunque anche sulle infrastrutture strategiche del Paese come le Tlc, emerge in parte dalle pieghe del nuovo piano annunciato ieri. E anche da una frase importante detta da Scannapieco al termine nella parte finale del suo intervento: Cdp «viene spesso definita sui giornali “cassaforte" dello Stato, ma non c'è cosa più distante. Cassaforte dà l'idea di una cosa pesante e inerte, di una Cdp con tanti muscoli e poco cervello, mentre noi vogliamo sviluppare la parte della testa e diventare un soggetto promotore», ha detto l'ad alla presenza del ministro dell'Economia, Daniele Franco, e del presidente dell'Acri, Francesco Profumo. Ovvero dei suoi azionisti: il Tesoro, in maggioranza, e le Fondazioni. In sostanza, non un bancomat come avrebbero voluto i grillini, né un soggetto statico, pesante, ma un «centro di risorse finanziarie e quindi muscoli e competenze tecniche e quindi cervello per avere un ruolo addizionale e complementare al mercato: noi dovremo fare qualcosa di diverso rispetto alle banche». Diventando «più selettiva» negli investimenti attraverso anche l'aumento delle competenze tecniche interne per «dare una sorta di stampino di qualità» per attrarre altri capitali». Quanto alle partecipazioni, ha spiegato Scannapieco, Cassa depositi e prestiti si occuperà delle sue partecipazioni con una «nuova logica di gestione». Da una parte ci saranno le partecipazioni considerate strategiche dove il gruppo manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese; «dall'altra gli interventi di scopo, dove l'impegno è finalizzato alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale». Tradotto: Cdp rimarrà azionista stabile a sostegno delle infrastrutture o asset strategici del Paese, mentre per quanto riguarda gli asset non strategici, ha riassunto l'ad, «si entra, si aiuta, ma una volta raggiunto l'obiettivo si esce». In generale, l'operatività si dovrà basare sulla «capacità di attrarre risorse da altri investitori». Se, e come, verrà tradotta questa strategia sul campo della partita in corso tra il fondo americano Kkr e i francesi di Vivendi per il controllo di Tim e della rete, lo si capirà nelle prossime settimane. Di certo, nel piano della Cassa ci sono 7 miliardi per investimenti nell'equity nel triennio che riguardano sia investimenti diretti ancora da chiudere, come quello in Aspi («Non siamo ancora proprietari, se tutto va bene il closing può avvenire nel primo trimestre 2022», ha detto ieri), ma soprattutto il sostegno ai fondi per coinvestimenti. Il nuovo piano strategico punta a impegnare 65 miliardi nel triennio 2022-24, con un incremento del 5% rispetto al piano precedente con un'attivazione di investimenti stimati nel complesso a 128 miliardi. Vi vengono individuate quattro aree prioritarie di intervento: cambiamento climatico, crescita inclusiva, sostegno alle filiere produttive, innovazione e digitalizzazione. Per il settore immobiliare, viene confermato l'impegno nel comparto del turismo e una focalizzazione su social, senior e student housing, con l'obiettivo di realizzare un forte impatto sul territorio grazie alla partnership con le fondazioni di origine bancaria. Altre sfide? «Ci piacerebbe, per valorizzare la nostra partecipazione in Euronext, aiutare più imprese a quotarsi». Poi c'è la volontà di «dare suggerimenti al governo per snellire le procedure di quotazione e fare in mondo che il mercato azionario diventi una fonte alternativa». Su Open fiber «stiamo aspettando nei prossimi giorni la possibilità di fare il closing della nostra operazione con Enel». E sullo sviluppo del cloud «abbiamo sottoposto un'offerta, abbiamo lavorato bene con nostri partner, Leonardo, Tim e Sogei, Cassa ha un ruolo più finanziario. Ora la palla è al governo», ha aggiunto Scannapieco. L'ad di Cdp non ha invece voluto parlare a mercati aperti di Tim perché il dossier resta caldissimo: ieri il titolo del gruppo di Tlc ha affrontato una seduta in altalena a Piazza Affari per poi chiudere in ribasso del 2,6% a 0,48 euro, sotto il livello della potenziale Opa di Kkr. A Borsa chiusa, l'ad Luigi Gubitosi ha inviato una lettera al board in vista del cda di oggi dichiarandosi pronto a fare un passo indietro per consentire un «sereno esame» dell'offerta di Kkr. Mercoledì scorso il premier, Mario Draghi, ha precisato che il governo si porrà tre priorità nell'analizzare la proposta degli americani: «La protezione dell'occupazione, la protezione della tecnologia e la protezione della rete, dell'infrastruttura». Oggi il cda straordinario di Tim, nel quale il voto di Giovanni Gorno Tempini (presidente di Cdp) rischia di essere decisivo. Penderà verso Gubitosi o i francesi?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meno-muscoli-piu-cervello-cdp-2655799720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gubitosi-pronto-a-lasciare-le-deleghe" data-post-id="2655799720" data-published-at="1637914058" data-use-pagination="False"> Gubitosi pronto a lasciare le deleghe Alla vigilia del consiglio di amministrazione straordinario di Tim, convocato per oggi, l'ad Luigi Gubitosi si è detto pronto a fare un passo indietro, pur di agevolare la valutazione dell'offerta non vincolante presentata venerdì scorso dal fondo di private equity statunitense Kkr. A farlo sapere è stato lo stesso Gubitosi in una lettera ai consiglieri: «Al fine di favorire il processo decisionale da parte del consiglio, metto a disposizione del cda le deleghe che mi avete conferito. Se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr, sarò contento che sia avvenuto». Non è mancato un richiamo a chi potrebbe cercare di giocare sul fattore tempo per rimandare la decisione. «Atteggiamenti dilatori da parte del consiglio, che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti, sono da evitare», ha scritto Gubitosi, precisando che «la stessa trattazione è tra gli ultimi punti dell'ordine del giorno del cda», il che «può dare un senso di scarsa priorità». Per l'ad di Tim è invece «urgente nominare i consulenti finanziari e approvare l'immediata concessione di un periodo di tempo ragionevole per effettuare una limitata due diligence su documenti e informazioni accettabili per il consiglio. Tecnicamente potremmo essere pronti a una data room in 48/72 ore», ha aggiunto Gubitosi, secondo cui «le non troppo velate accuse che mi sono state rivolte in relazione alla mia presunta vicinanza a Kkr, oltre a essere totalmente fuori luogo e false come ho ripetutamente fatto presente, non devono essere utilizzate strumentalmente per rallentare il processo di esame dell'indicazione di interesse, tentativo dal quale mi dissocio in modo netto». Da qui la proposta del passo indietro, motivata da Gubitosi in questa maniera: «Il nostro dovere è quello di tutelare gli interessi di tutti i nostri stakeholder, in particolare il mercato, di non privilegiare posizioni individuali e di agire nel rispetto rigoroso delle regole con rapidità per tutelare la stabilità della nostra società». Per il momento, almeno formalmente, il governo sta alla finestra, con il ministro all'Innovazione tecnologica Vittorio Colao - già numero uno di Vodafone - che ha precisato: «Non si commentano situazioni di mercato in essere. Ovviamente siamo molto interessati a preservare la sicurezza del Paese e il buono sviluppo dell'infrastruttura». La palla passa ora nelle mani di Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,9% del capitale, che nelle scorse settimane non ha risparmiato critiche all'operato di Gubitosi e che ha definito l'offerta di Kkr «totalmente insufficiente»: secondo indiscrezioni la mossa dell'ad sarebbe un tentativo di anticipare un'eventuale sfiducia da parte dei soci transalpini, rimuovendo così un grosso ostacolo all'esame dell'offerta del fondo Usa.
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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