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2021-11-26
«Meno muscoli e più cervello». La Cdp draghiana riannoda la rete
L'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco (Ansa)
«Non rispondo a mercati aperti su queste cose in questo momento». Così l'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, ha risposto a una domanda su Tim durante la presentazione del piano di Cdp al 2024, il primo da lui firmato. Ma la filosofia di Cdp sulle partecipazioni possedute (tra cui, oltre al 10% di Tim, anche la maggioranza di Fincantieri), e dunque anche sulle infrastrutture strategiche del Paese come le Tlc, emerge in parte dalle pieghe del nuovo piano annunciato ieri. E anche da una frase importante detta da Scannapieco al termine nella parte finale del suo intervento: Cdp «viene spesso definita sui giornali “cassaforte" dello Stato, ma non c'è cosa più distante. Cassaforte dà l'idea di una cosa pesante e inerte, di una Cdp con tanti muscoli e poco cervello, mentre noi vogliamo sviluppare la parte della testa e diventare un soggetto promotore», ha detto l'ad alla presenza del ministro dell'Economia, Daniele Franco, e del presidente dell'Acri, Francesco Profumo. Ovvero dei suoi azionisti: il Tesoro, in maggioranza, e le Fondazioni.
In sostanza, non un bancomat come avrebbero voluto i grillini, né un soggetto statico, pesante, ma un «centro di risorse finanziarie e quindi muscoli e competenze tecniche e quindi cervello per avere un ruolo addizionale e complementare al mercato: noi dovremo fare qualcosa di diverso rispetto alle banche». Diventando «più selettiva» negli investimenti attraverso anche l'aumento delle competenze tecniche interne per «dare una sorta di stampino di qualità» per attrarre altri capitali». Quanto alle partecipazioni, ha spiegato Scannapieco, Cassa depositi e prestiti si occuperà delle sue partecipazioni con una «nuova logica di gestione». Da una parte ci saranno le partecipazioni considerate strategiche dove il gruppo manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese; «dall'altra gli interventi di scopo, dove l'impegno è finalizzato alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale». Tradotto: Cdp rimarrà azionista stabile a sostegno delle infrastrutture o asset strategici del Paese, mentre per quanto riguarda gli asset non strategici, ha riassunto l'ad, «si entra, si aiuta, ma una volta raggiunto l'obiettivo si esce». In generale, l'operatività si dovrà basare sulla «capacità di attrarre risorse da altri investitori».
Se, e come, verrà tradotta questa strategia sul campo della partita in corso tra il fondo americano Kkr e i francesi di Vivendi per il controllo di Tim e della rete, lo si capirà nelle prossime settimane. Di certo, nel piano della Cassa ci sono 7 miliardi per investimenti nell'equity nel triennio che riguardano sia investimenti diretti ancora da chiudere, come quello in Aspi («Non siamo ancora proprietari, se tutto va bene il closing può avvenire nel primo trimestre 2022», ha detto ieri), ma soprattutto il sostegno ai fondi per coinvestimenti. Il nuovo piano strategico punta a impegnare 65 miliardi nel triennio 2022-24, con un incremento del 5% rispetto al piano precedente con un'attivazione di investimenti stimati nel complesso a 128 miliardi. Vi vengono individuate quattro aree prioritarie di intervento: cambiamento climatico, crescita inclusiva, sostegno alle filiere produttive, innovazione e digitalizzazione. Per il settore immobiliare, viene confermato l'impegno nel comparto del turismo e una focalizzazione su social, senior e student housing, con l'obiettivo di realizzare un forte impatto sul territorio grazie alla partnership con le fondazioni di origine bancaria. Altre sfide? «Ci piacerebbe, per valorizzare la nostra partecipazione in Euronext, aiutare più imprese a quotarsi». Poi c'è la volontà di «dare suggerimenti al governo per snellire le procedure di quotazione e fare in mondo che il mercato azionario diventi una fonte alternativa». Su Open fiber «stiamo aspettando nei prossimi giorni la possibilità di fare il closing della nostra operazione con Enel». E sullo sviluppo del cloud «abbiamo sottoposto un'offerta, abbiamo lavorato bene con nostri partner, Leonardo, Tim e Sogei, Cassa ha un ruolo più finanziario. Ora la palla è al governo», ha aggiunto Scannapieco.
L'ad di Cdp non ha invece voluto parlare a mercati aperti di Tim perché il dossier resta caldissimo: ieri il titolo del gruppo di Tlc ha affrontato una seduta in altalena a Piazza Affari per poi chiudere in ribasso del 2,6% a 0,48 euro, sotto il livello della potenziale Opa di Kkr. A Borsa chiusa, l'ad Luigi Gubitosi ha inviato una lettera al board in vista del cda di oggi dichiarandosi pronto a fare un passo indietro per consentire un «sereno esame» dell'offerta di Kkr. Mercoledì scorso il premier, Mario Draghi, ha precisato che il governo si porrà tre priorità nell'analizzare la proposta degli americani: «La protezione dell'occupazione, la protezione della tecnologia e la protezione della rete, dell'infrastruttura». Oggi il cda straordinario di Tim, nel quale il voto di Giovanni Gorno Tempini (presidente di Cdp) rischia di essere decisivo. Penderà verso Gubitosi o i francesi?
Gubitosi pronto a lasciare le deleghe
Alla vigilia del consiglio di amministrazione straordinario di Tim, convocato per oggi, l'ad Luigi Gubitosi si è detto pronto a fare un passo indietro, pur di agevolare la valutazione dell'offerta non vincolante presentata venerdì scorso dal fondo di private equity statunitense Kkr. A farlo sapere è stato lo stesso Gubitosi in una lettera ai consiglieri: «Al fine di favorire il processo decisionale da parte del consiglio, metto a disposizione del cda le deleghe che mi avete conferito. Se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr, sarò contento che sia avvenuto».
Non è mancato un richiamo a chi potrebbe cercare di giocare sul fattore tempo per rimandare la decisione. «Atteggiamenti dilatori da parte del consiglio, che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti, sono da evitare», ha scritto Gubitosi, precisando che «la stessa trattazione è tra gli ultimi punti dell'ordine del giorno del cda», il che «può dare un senso di scarsa priorità». Per l'ad di Tim è invece «urgente nominare i consulenti finanziari e approvare l'immediata concessione di un periodo di tempo ragionevole per effettuare una limitata due diligence su documenti e informazioni accettabili per il consiglio. Tecnicamente potremmo essere pronti a una data room in 48/72 ore», ha aggiunto Gubitosi, secondo cui «le non troppo velate accuse che mi sono state rivolte in relazione alla mia presunta vicinanza a Kkr, oltre a essere totalmente fuori luogo e false come ho ripetutamente fatto presente, non devono essere utilizzate strumentalmente per rallentare il processo di esame dell'indicazione di interesse, tentativo dal quale mi dissocio in modo netto».
Da qui la proposta del passo indietro, motivata da Gubitosi in questa maniera: «Il nostro dovere è quello di tutelare gli interessi di tutti i nostri stakeholder, in particolare il mercato, di non privilegiare posizioni individuali e di agire nel rispetto rigoroso delle regole con rapidità per tutelare la stabilità della nostra società».
Per il momento, almeno formalmente, il governo sta alla finestra, con il ministro all'Innovazione tecnologica Vittorio Colao - già numero uno di Vodafone - che ha precisato: «Non si commentano situazioni di mercato in essere. Ovviamente siamo molto interessati a preservare la sicurezza del Paese e il buono sviluppo dell'infrastruttura». La palla passa ora nelle mani di Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,9% del capitale, che nelle scorse settimane non ha risparmiato critiche all'operato di Gubitosi e che ha definito l'offerta di Kkr «totalmente insufficiente»: secondo indiscrezioni la mossa dell'ad sarebbe un tentativo di anticipare un'eventuale sfiducia da parte dei soci transalpini, rimuovendo così un grosso ostacolo all'esame dell'offerta del fondo Usa.
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Dario Scannapieco presenta il piano da 65 miliardi: «Vogliamo diventare soggetto promotore». Fra le priorità, il cloud: «Abbiamo fatto l'offerta, aspettiamo il governo». Oggi, al cda, Cassa decisiva per il futuro di Tim.Il numero uno di Telecom, Luigi Gubitosi: «Disposto a fare un passo indietro per permettere la serena valutazione dell'offerta di Kkr. Le accuse di una mia vicinanza al fondo Usa sono false».Lo speciale contiene due articoli.«Non rispondo a mercati aperti su queste cose in questo momento». Così l'amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, ha risposto a una domanda su Tim durante la presentazione del piano di Cdp al 2024, il primo da lui firmato. Ma la filosofia di Cdp sulle partecipazioni possedute (tra cui, oltre al 10% di Tim, anche la maggioranza di Fincantieri), e dunque anche sulle infrastrutture strategiche del Paese come le Tlc, emerge in parte dalle pieghe del nuovo piano annunciato ieri. E anche da una frase importante detta da Scannapieco al termine nella parte finale del suo intervento: Cdp «viene spesso definita sui giornali “cassaforte" dello Stato, ma non c'è cosa più distante. Cassaforte dà l'idea di una cosa pesante e inerte, di una Cdp con tanti muscoli e poco cervello, mentre noi vogliamo sviluppare la parte della testa e diventare un soggetto promotore», ha detto l'ad alla presenza del ministro dell'Economia, Daniele Franco, e del presidente dell'Acri, Francesco Profumo. Ovvero dei suoi azionisti: il Tesoro, in maggioranza, e le Fondazioni. In sostanza, non un bancomat come avrebbero voluto i grillini, né un soggetto statico, pesante, ma un «centro di risorse finanziarie e quindi muscoli e competenze tecniche e quindi cervello per avere un ruolo addizionale e complementare al mercato: noi dovremo fare qualcosa di diverso rispetto alle banche». Diventando «più selettiva» negli investimenti attraverso anche l'aumento delle competenze tecniche interne per «dare una sorta di stampino di qualità» per attrarre altri capitali». Quanto alle partecipazioni, ha spiegato Scannapieco, Cassa depositi e prestiti si occuperà delle sue partecipazioni con una «nuova logica di gestione». Da una parte ci saranno le partecipazioni considerate strategiche dove il gruppo manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese; «dall'altra gli interventi di scopo, dove l'impegno è finalizzato alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale». Tradotto: Cdp rimarrà azionista stabile a sostegno delle infrastrutture o asset strategici del Paese, mentre per quanto riguarda gli asset non strategici, ha riassunto l'ad, «si entra, si aiuta, ma una volta raggiunto l'obiettivo si esce». In generale, l'operatività si dovrà basare sulla «capacità di attrarre risorse da altri investitori». Se, e come, verrà tradotta questa strategia sul campo della partita in corso tra il fondo americano Kkr e i francesi di Vivendi per il controllo di Tim e della rete, lo si capirà nelle prossime settimane. Di certo, nel piano della Cassa ci sono 7 miliardi per investimenti nell'equity nel triennio che riguardano sia investimenti diretti ancora da chiudere, come quello in Aspi («Non siamo ancora proprietari, se tutto va bene il closing può avvenire nel primo trimestre 2022», ha detto ieri), ma soprattutto il sostegno ai fondi per coinvestimenti. Il nuovo piano strategico punta a impegnare 65 miliardi nel triennio 2022-24, con un incremento del 5% rispetto al piano precedente con un'attivazione di investimenti stimati nel complesso a 128 miliardi. Vi vengono individuate quattro aree prioritarie di intervento: cambiamento climatico, crescita inclusiva, sostegno alle filiere produttive, innovazione e digitalizzazione. Per il settore immobiliare, viene confermato l'impegno nel comparto del turismo e una focalizzazione su social, senior e student housing, con l'obiettivo di realizzare un forte impatto sul territorio grazie alla partnership con le fondazioni di origine bancaria. Altre sfide? «Ci piacerebbe, per valorizzare la nostra partecipazione in Euronext, aiutare più imprese a quotarsi». Poi c'è la volontà di «dare suggerimenti al governo per snellire le procedure di quotazione e fare in mondo che il mercato azionario diventi una fonte alternativa». Su Open fiber «stiamo aspettando nei prossimi giorni la possibilità di fare il closing della nostra operazione con Enel». E sullo sviluppo del cloud «abbiamo sottoposto un'offerta, abbiamo lavorato bene con nostri partner, Leonardo, Tim e Sogei, Cassa ha un ruolo più finanziario. Ora la palla è al governo», ha aggiunto Scannapieco. L'ad di Cdp non ha invece voluto parlare a mercati aperti di Tim perché il dossier resta caldissimo: ieri il titolo del gruppo di Tlc ha affrontato una seduta in altalena a Piazza Affari per poi chiudere in ribasso del 2,6% a 0,48 euro, sotto il livello della potenziale Opa di Kkr. A Borsa chiusa, l'ad Luigi Gubitosi ha inviato una lettera al board in vista del cda di oggi dichiarandosi pronto a fare un passo indietro per consentire un «sereno esame» dell'offerta di Kkr. Mercoledì scorso il premier, Mario Draghi, ha precisato che il governo si porrà tre priorità nell'analizzare la proposta degli americani: «La protezione dell'occupazione, la protezione della tecnologia e la protezione della rete, dell'infrastruttura». Oggi il cda straordinario di Tim, nel quale il voto di Giovanni Gorno Tempini (presidente di Cdp) rischia di essere decisivo. Penderà verso Gubitosi o i francesi?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meno-muscoli-piu-cervello-cdp-2655799720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gubitosi-pronto-a-lasciare-le-deleghe" data-post-id="2655799720" data-published-at="1637914058" data-use-pagination="False"> Gubitosi pronto a lasciare le deleghe Alla vigilia del consiglio di amministrazione straordinario di Tim, convocato per oggi, l'ad Luigi Gubitosi si è detto pronto a fare un passo indietro, pur di agevolare la valutazione dell'offerta non vincolante presentata venerdì scorso dal fondo di private equity statunitense Kkr. A farlo sapere è stato lo stesso Gubitosi in una lettera ai consiglieri: «Al fine di favorire il processo decisionale da parte del consiglio, metto a disposizione del cda le deleghe che mi avete conferito. Se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr, sarò contento che sia avvenuto». Non è mancato un richiamo a chi potrebbe cercare di giocare sul fattore tempo per rimandare la decisione. «Atteggiamenti dilatori da parte del consiglio, che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti, sono da evitare», ha scritto Gubitosi, precisando che «la stessa trattazione è tra gli ultimi punti dell'ordine del giorno del cda», il che «può dare un senso di scarsa priorità». Per l'ad di Tim è invece «urgente nominare i consulenti finanziari e approvare l'immediata concessione di un periodo di tempo ragionevole per effettuare una limitata due diligence su documenti e informazioni accettabili per il consiglio. Tecnicamente potremmo essere pronti a una data room in 48/72 ore», ha aggiunto Gubitosi, secondo cui «le non troppo velate accuse che mi sono state rivolte in relazione alla mia presunta vicinanza a Kkr, oltre a essere totalmente fuori luogo e false come ho ripetutamente fatto presente, non devono essere utilizzate strumentalmente per rallentare il processo di esame dell'indicazione di interesse, tentativo dal quale mi dissocio in modo netto». Da qui la proposta del passo indietro, motivata da Gubitosi in questa maniera: «Il nostro dovere è quello di tutelare gli interessi di tutti i nostri stakeholder, in particolare il mercato, di non privilegiare posizioni individuali e di agire nel rispetto rigoroso delle regole con rapidità per tutelare la stabilità della nostra società». Per il momento, almeno formalmente, il governo sta alla finestra, con il ministro all'Innovazione tecnologica Vittorio Colao - già numero uno di Vodafone - che ha precisato: «Non si commentano situazioni di mercato in essere. Ovviamente siamo molto interessati a preservare la sicurezza del Paese e il buono sviluppo dell'infrastruttura». La palla passa ora nelle mani di Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,9% del capitale, che nelle scorse settimane non ha risparmiato critiche all'operato di Gubitosi e che ha definito l'offerta di Kkr «totalmente insufficiente»: secondo indiscrezioni la mossa dell'ad sarebbe un tentativo di anticipare un'eventuale sfiducia da parte dei soci transalpini, rimuovendo così un grosso ostacolo all'esame dell'offerta del fondo Usa.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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