«L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia». Così il premier Giorgia Meloni, all’uscita del seggio di Spinaceto, a Roma, dove si è recata questa mattina per il voto al referendum sulla giustizia, rispondendo a una domanda.
«L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia». Così il premier Giorgia Meloni, all’uscita del seggio di Spinaceto, a Roma, dove si è recata questa mattina per il voto al referendum sulla giustizia, rispondendo a una domanda.
Ansa
- Circa 1.000 ex professionisti e molti iridati di Spagna 1982 chiedono trasparenza sulla gestione del fondo dove hanno versato i contributi: «I conti non tornano». La replica: «Il patrimonio è superiore ai potenziali riscatti».
- L’ex centrocampista Giuseppe Dossena: «All’attuale sindaco di Verona chiedo se è normale che non possiamo neanche consultare i bilanci».
Lo speciale contiene due articoli
Di quanto si è rivalutata la mia liquidazione? È possibile sapere come vengono investiti i contributi che ho messo da parte durante la vita lavorativa? È possibile ritirarli? A quanto ammonta «il capitale dormiente», cioè la liquidità versata e mai «ritirata» dagli aventi diritto? Sono queste alcune delle domande che molti ex professionisti (anche allenatori) rivolgono ai responsabili al fondo di fine carriera dei calciatori, avendo, a quando pare, poche risposte.
La denuncia arriva dalla società di consulenza Offside FC che ha avuto mandato da circa 1.000 ex professionisti, che hanno calcato i campi soprattutto in serie A e B, e pretendono adesso maggiore trasparenza e rispetto di un diritto elementare per qualsiasi metalmeccanico, colletto bianco o dirigente aziendale: avere notizie chiare sulle loro pensioni. Tra questi ci sono decine di nomi noti, non pochi ex campioni del mondo, ma soprattutto una marea di ex atleti professionisti che non hanno mai guadagnato le cifre iperboliche che girano nel calcio oggi.
Ci sono i campioni del mondo di Spagna 1982 con Giuseppe Dossena, Fulvio Collovati e Marco Tardelli in prima fila nella chat degli iridati della banda Bearzot con il fondo che è diventato un frequente argomento di discussione. Oppure Thomas Berthold, difensore di Verona e Roma che il suo mondiale lo ha vinto nel 1990 con la Germania contro l’Argentina di Maradona. E poi Emiliano Viviano (portiere tra le altre di Bologna, Sampdoria, Fiorentina e Arsenal) e Lorenzo Marronaro (attaccante di Lazio, Udinese ed Empoli). Loro fanno parte della schiera, ancora piuttosto ristretta, di chi la faccia ha deciso di mettercela. Ma esistono anche tanti altri campioni, conosciuti al grande pubblico, che per un motivo o per un altro preferiscono evitare di esporsi.
«Il fondo», spiega alla Verità Andrea Ferrato, amministratore di Offside FC, la società che sta portando avanti le istanze dei circa 1.000 professionisti di cui sopra, «è nato nel 1975 e si è alimentato negli anni grazie alla trattenuta in busta paga del 7,5% dello stipendio di qualsiasi giocatore contrattualizzato nei campionati professionistici con una massimale di circa 8.000 euro annui. Come succede per qualsiasi contratto di lavoro, ai fini della liquidazione, questi contributi si rivalutano ogni anno dell’1,5% più il 75% del tasso. Noi abbiamo controllato centinaia di posizioni e nella maggior parte dei casi non c’è rispondenza tra quanto i giocatori hanno versato e le cifre corrisposte o da corrispondere».
Il punto è che il bubbone si sta allargando e ogni giorno che passa nuovi ex che in tanti casi neanche sapevano dell’esistenza del fondo chiedono aiuto a Ferrato. «La liquidazione», continua il consulente, «non viene erogata in automatico, ma si muove solo in seguito a una complicata trafila burocratica. Insomma, è evidente che esistono tantissime posizioni dormienti che oggi anche grazie alla nostra battaglia si stanno svegliando».
I calciatori dal canto loro chiedono a Figc, Aic e Assoallenatori di battere un colpo. Sono le istituzioni che hanno la rappresentanza del fondo.
Risposte? «La Figc», interpellata dalla Verità, «evidenzia di aver appreso della questione a mezzo stampa e che non ha mai ricevuto richieste di chiarimento per via ufficiale». Mentre il commercialista Guido Amico Di Meane che ha un ruolo importante nel fondo spiega alla Verità: «C’è un equivoco di base. Questo fondo non eroga il Tfr, ma l’indennità di fine carriera, che è una prestazione di carattere previdenziale e in applicazione delle norme statutarie non è soggetto a rivalutazione. C’è invece un riconoscimento degli avanzi di gestione che annualmente il cda ha sempre deliberato. Quanto? Tenga conto che il fondo, dal 2000, ha distribuito ai propri iscritti mediamente più dell’82% degli avanzi di gestione». E la mancanza di chiarimenti a chi chiedeva lumi sulla propria posizione? «A me non risulta. Abbiamo risposto inviando a tutti l’estratto della posizione contributiva storica, dove sono indicate nel dettaglio: le società, lo stipendio, il massimale in vigore, l’importo del contributo versato e l’avanzo di gestione annualmente riconosciuto». L’altro punto è l’opacità rispetto agli investimenti. Dove finiscono i contributi dei calciatori? «Nessuna opacità. Innanzitutto», continua Di Meane, «posso dirle che il patrimonio del fondo è superiore a quanto dovuto per chi ha versato e non ancora ritirato l’indennità. Sulla gestione il cda ha dato poteri di ordinaria amministrazione al presidente (Leonardo Grosso ndr) e taluni poteri, sempre di ordinaria amministrazione, al sottoscritto. Per investimenti di natura mobiliari ci avvaliamo di un advisor, ma chiaramente tutte le decisioni più importanti vengono prese in cda. I criteri da seguire per gli investimenti sono, comunque, indicati nell’articolo 18 dello Statuto. Ad oggi gli investimenti mobiliari sono ripartiti per la maggior parte in obbligazioni e titoli di Stato (più dell’80%), il 3% in azionario e il restante in fondi flessibili e alternativi. Oltre agli investimenti mobiliari il fondo ha dal 1993 una partecipazione totalitaria nella Sport Invest 2000 Spa, società di investimenti immobiliari che ha un patrimonio superiore alla partecipazione».
Tutto chiaro? Non proprio. Nelle risposte di Di Meane che ci ha chiesto domande scritte, e quindi in assenza di un reale contraddittorio, non si parla del contenzioso in corso con Emiliano Viviano che ha ottenuto dal tribunale di Roma un decreto ingiuntivo per poter ispezionare e prendere visione dei bilanci. E del fatto che anche di fronte al decreto il fondo ha fatto muro opponendosi. Così come il commercialista non evidenzia che il fondo è un’associazione non riconosciuta e senza scopo di lucro (come i sindacati) e ha quindi maggiore autonomia e meno obblighi verso l’esterno.
E viene fatta poca chiarezza sulla Sport Invest, la società di gestione immobiliare, operativa dal 1996 (3 dipendenti) con lo scopo di diversificare gli investimenti nell’immobiliare. Nel cda ci troviamo lo stesso Di Meane e Francesco Ghirelli, vicepresidente della Figc, oltre al presidente dell’associazione dei calciatori, Umberto Calcagno, e al dg della stessa Aic, Giannantonio Grazioli. Alla guida Leonardo Grasso, che presiede anche il fondo, e Renzo Ulivieri suo vice. Di Meane non dice per esempio che anche il bilancio 2024 ha chiuso in perdita (203.000 euro i compensi per gli amministratori e 52.000 quello dei sindaci) e non chiarisce la percentuale sul totale degli investimenti immobiliari che per natura necessitano di tempi lunghi di liquidazione e possono presentare criticità in caso di richieste in massa di riscatti.
Giuseppe Dossena: «Tommasi si esponga. Ha rappresentato per anni i giocatori»
Il caso del Fondo di fine carriera dei calciatori sta sollevando interrogativi sempre più ampi nel mondo del pallone. Centinaia tra ex giocatori e allenatori - attraverso la società di consulenza Offside Fc e lo studio associato T-Legal Brigida-Vocalelli & Partners - hanno chiesto chiarezza sulla gestione delle somme versate negli anni, denunciando difficoltà nell’accesso alle informazioni e nei meccanismi di liquidazione. Una vicenda che riguarda potenzialmente decine di migliaia di tesserati. Tra chi da tempo chiede trasparenza c’è Giuseppe Dossena, ex centrocampista della Nazionale campione del mondo 1982, protagonista in Serie A con Torino, Bologna e Sampdoria. Da anni è impegnato anche nel sociale con una onlus che aiuta atleti in difficoltà economica e personale, spesso travolti da investimenti sbagliati o vicende familiari complicate.
Molti ex calciatori dicono di non sapere con chiarezza dove siano finiti i soldi versati nel Fondo: è davvero così?
«La gente vuole solo capire: ho preso tutto quello che mi spetta oppure no? E se non l’ho preso, perché? Qui non si tratta di polemica. È una questione di diritto che vale per tutti, anche per chi ha giocato pochi anni in Serie C. Magari sono cifre piccole, ma sono soldi suoi, della sua famiglia».
Il caso è esploso solo di recente. Perché?
«Qualche dubbio c’era già anni fa. Nel 2020, quando mi candidai alla presidenza dell’Associazione italiana calciatori, avevo cominciato ad approfondire la vicenda e avevo notato che presentava un po’ di opacità. Ma allora eravamo in pochi e poi la vita mi ha portato a fare altro. Poi lo studio legale che ci assiste mi ha contattato dicendo: “Abbiamo raccolto ciò che lei aveva denunciato e qualcosa di vero c’è”».
Cosa disse allora?
«Dissi che i calciatori avrebbero dovuto non solo prendere coscienza dello stato delle cose, ma anche prendere in considerazione l’idea di verificare ciò che è stato fatto. Il nostro errore forse è stato fidarci e non analizzare mai la nostra posizione. È vero, spesso veniamo considerati superficiali e la nostra colpa è non aver approfondito, ma mai e poi mai avremmo pensato che chi dovrebbe tutelarci abbia omesso di fornire comunicazioni».
Qual è oggi il problema principale?
«La mancanza di trasparenza. Il Fondo non ha mai pubblicato i bilanci. Prendiamo il caso di Emiliano Viviano che è dovuto andare davanti a un giudice per chiederli. Nonostante gli abbia dato ragione e intimato al Fondo di presentare i bilanci, chi governa il Fondo ha risposto che noi non possiamo avere informazioni su come vengono gestiti i nostri soldi. È assurdo».
Il Fondo però sostiene di essere solido.
«Se è tutto a posto, facciano vedere i bilanci. Così si chiude ogni dubbio. Non basta dire “state tranquilli”: bisogna dimostrarlo».
Ci sono casi di cifre che non tornano?
«Sì, e non pochi. Ma il punto è che oggi un calciatore non ha strumenti per verificare davvero i calcoli. Noi chiediamo trasparenza, non altro».
Di che cifre si parla?
«Fare calcoli è difficile, ma noi abbiamo versato negli anni centinaia e centinaia di milioni. Basta pensare a quanti calciatori sono transitati nelle tre serie professionistiche dal 1975 (quando è stato istituito il Fondo, ndr) a oggi. Solo tra A e B sono circa 69.000. Parliamo di un Fondo che deve per forza in qualche modo tenere una liquidità necessaria a pagare il tfr. Per non parlare del tema investimenti».
Cioè?
«Vogliamo sapere che investimenti ha fatto il Fondo con i nostri soldi. Cosa producono. Con quali interessi. Gli iscritti dovrebbero esserne a conoscenza, invece si scopre che nello statuto c’è scritto che la natura degli investimenti è esclusività del consiglio di amministrazione».
Di chi sono le responsabilità?
«Il Fondo è gestito da tutte le componenti del sistema: federazione, leghe, associazioni. Ma oggi sembra che noi siamo diventati gli avversari».
Avete avuto un confronto con il Fondo?
«Solo attraverso i giornali dove si dice che è tutto a posto. Ma la cosa che mi ha lasciato più di stucco è che il presidente del Fondo Leo Grosso ha detto che lo studio legale che ci rappresenta ha raccontato bugie e ci ha definiti “clienti” offendendoci perché non ci ha considerati come ex calciatori. Così si sta creando una distanza netta tra le parti».
E la Figc in tutto questo?
«Abbiamo chiesto al presidente federale Gabriele Gravina di convocare appena possibile un tavolo. Non è possibile dover passare dai tribunali per avere risposte. Così finalmente riusciremo a capire se siamo noi che ci siamo preoccupati troppo e se il fondo ha gestito nel migliore dei modi i nostri soldi. Oltre questo andrebbe anche modificata la procedura di accesso».
Che non è semplice.
«Ma certo. Tra credenziali, richieste, firme… non è normale. Uno dovrebbe poter entrare da casa e vedere tutto. Non solo la sua posizione, ma lo stato di salute del Fondo».
Lei ha fatto diversi appelli, anche a grandi ex come Buffon, Bonucci, Chiellini.
«Sì, perché chi ha più visibilità ha anche più responsabilità verso le nuove generazioni di calciatori. Non possono girarsi dall’altra parte o dire che non è un problema loro. Mi auguro che chiedano che i bilanci vengano pubblicati e che si facciano portavoce di un’istanza generale. Lasciamo stare gli ex come noi, ma i giovani hanno bisogno di protezione».
Da chi?
«Dai giocatori più importanti, soprattutto gli ex. A cominciare da Damiano Tommasi, oggi sindaco di Verona e prima presidente dell’Aic dove ha fatto battaglie anche lodevoli ma a cui vorrei chiedere se è normale che non abbiamo la possibilità di consultare i bilanci del Fondo».
A un giovane che oggi firma il suo primo contratto cosa direbbe?
«Di verificare quello che sta avvenendo e le procedure. Dopodiché, non dico mensilmente, ma ogni anno, chiedere cosa sta succedendo e come vengono investiti i soldi. Ma in generale il calciatore deve riappropriarsi della propria vita e dei propri interessi. Non può più delegare al procuratore o agli amici come abbiamo fatto noi. Deve sapere esattamente quello che sta facendo».
Il prossimo passo?
«Noi speriamo che la nostra richiesta di incontro venga accolta. Perché sarebbe il primo passo per non dover andare oltre».
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2026-03-23
Iran, Trump: «Accordo in 15 punti, stop all’atomica e cambio di regime». Ma Teheran non conferma
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Donald Trump (Ansa)
Il presidente americano annuncia che in Iran «è in corso un cambio di regime» e che Usa e Israele «hanno eliminato la leadership» di Teheran, rivendicando un’intesa in 15 punti con la rinuncia iraniana all’arma nucleare. Dalla Repubblica islamica arriva però una smentita su ogni negoziato.
Donald Trump accelera sul fronte diplomatico e rilancia l’ipotesi di una svolta nel conflitto con l’Iran. «Abbiamo raggiunto un accordo sui punti principali», ha dichiarato il presidente americano, parlando di contatti «molto buoni e produttivi» e indicando la possibilità concreta di chiudere un’intesa nel giro di pochi giorni. Al centro, secondo la versione della Casa Bianca, ci sarebbe un accordo articolato in quindici punti, con un nodo considerato decisivo: Teheran avrebbe accettato di non dotarsi dell’arma nucleare.
Le parole del presidente arrivano mentre sul terreno la guerra continua e mentre da Teheran giunge una smentita netta. Le autorità iraniane negano qualsiasi negoziato, diretto o indiretto, e respingono la ricostruzione americana, sostenendo che non esistano colloqui in corso con Washington. Una distanza che, al momento, resta profonda e che rende ancora incerto l’esito di una trattativa che gli Stati Uniti descrivono come avanzata.
Tuttavia, stando a quanto riferito dal sito di informazione israeliano Ynet, a portare avanti il negoziato con gli Stati Uniti sarebbe il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Lo stesso Trump ha ammesso alla Cnn che l'interlocutore iraniano è una «persona di alto livello», ricordando che la «leadership iraniana è stata eliminata nella fase uno, nella fase due e in gran parte nella fase tre» e di trattare «con un uomo che ritengo sia il più rispettato». Nel frattempo, il presidente americano ha ordinato una pausa di cinque giorni negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, legando la decisione proprio all’andamento dei contatti. Una sospensione che non riguarda però l’intero quadro militare: Israele continua a colpire obiettivi legati al sistema iraniano, sia a Teheran sia fuori dai confini nazionali, mentre l’Iran mantiene la propria capacità di risposta nella regione. Accanto all’apertura negoziale, il presidente americano ha usato toni molto più duri sul piano politico, parlando apertamente di un «cambio di regime» in Iran e sostenendo che Stati Uniti e Israele avrebbero «eliminato la leadership» di Teheran. Un’affermazione che segna un salto di livello nella narrazione della Casa Bianca e che si inserisce in un contesto già segnato da forte instabilità interna iraniana, tra blackout informatici prolungati e tensioni ai vertici del potere.
Sul piano strategico, uno dei punti più sensibili riguarda lo Stretto di Hormuz. Trump ha indicato la possibilità di una riapertura a breve, ipotizzando anche forme di controllo congiunto. Un passaggio chiave non solo per gli equilibri militari, ma soprattutto per il mercato energetico globale. Non a caso, le sue dichiarazioni hanno avuto effetti immediati: il prezzo del petrolio è sceso dopo giorni di forte volatilità e le Borse europee hanno invertito la rotta, tornando in territorio positivo. Resta però elevata la tensione. L’Iran ha minacciato di minare il Golfo Persico in caso di invasione, mentre proseguono gli attacchi contro obiettivi statunitensi nella regione e le operazioni israeliane contro strutture e figure legate ai Pasdaran. Anche la dimensione internazionale si muove: dalla Russia è arrivata una condanna dei raid su siti energetici iraniani, mentre il Regno Unito ha accolto con favore l’ipotesi di colloqui, sottolineando la necessità di riaprire le rotte marittime. A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema delle sanzioni. Trump ha difeso la decisione di allentarne alcune sul petrolio iraniano, spiegando che l’obiettivo è aumentare l’offerta globale di energia e ridurre la pressione sui mercati. Una scelta che, secondo il presidente, «non farà alcuna differenza» sull’andamento della guerra, ma che segnala un tentativo di tenere insieme pressione militare e stabilizzazione economica.
Il quadro che emerge è quello di una fase sospesa: da un lato l’apertura americana, con la prospettiva di un accordo strutturato e una tregua possibile; dall’altro la linea iraniana, che nega il negoziato e continua a muoversi su un piano di confronto diretto e indiretto. In mezzo, un conflitto ancora attivo, che nelle prossime ore potrebbe avvicinarsi a una de-escalation oppure imboccare una nuova escalation. Molto dipenderà da ciò che accadrà nei cinque giorni di pausa annunciati da Washington.
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Ansa
- Gli ultimi arrivati sono i «Fennecs», che hanno scelto come simbolo il soprannome della nazionale di calcio algerina. Ma la gang più temuta resta la marsigliese DZ.
- Le nuove sostanze psicoattive rappresentano un business a basso costo logistico e alta redditività: il modo ideale per finanziare attività terroristiche. Le periferie restano un grosso bacino di reclutamento.
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Nel capoluogo dell’Isère si fanno chiamare Les Fennecs 38. Una denominazione che combina il soprannome della nazionale algerina, i «Fennecs», con il numero identificativo del dipartimento. Scelta che riflette una duplice appartenenza: francese per nascita o crescita, maghrebina per eredità familiare. Il gruppo si compone prevalentemente di giovani franco-algerini provenienti dalle periferie urbane, contesti dove identità culturale e marginalità sociale spesso convivono. Il fenomeno non è circoscritto a Grenoble. A Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa esistono collettivi analoghi, formati in larga parte da membri della diaspora nordafricana. In queste realtà il calcio rappresenta un potente catalizzatore identitario e uno spazio di aggregazione. Tuttavia, accanto alla dimensione festiva, negli ultimi anni si sono registrate tensioni che hanno acceso il confronto politico e mediatico.
Durante il Mondiale in Qatar del 2022, le vittorie del Marocco contro Spagna e Portogallo provocarono mobilitazioni di massa nella capitale francese. Migliaia di persone si riversarono nelle strade; in alcune zone si verificarono scontri, atti vandalici e interventi delle forze dell’ordine. Episodi analoghi si ripeterono a Lione e Marsiglia. In vista della semifinale Francia-Marocco, le autorità predisposero un imponente dispositivo di sicurezza, ritenendo l’evento ad alto valore simbolico. Per comprendere pienamente tali dinamiche occorre però considerare un ulteriore elemento: molte celebrazioni si svolgono in quartieri già segnati da economie illegali radicate. In diverse periferie francesi lo spaccio al dettaglio è organizzato in strutture gerarchiche stabili, con turni, vedette e controllo del territorio. Si tratta di sistemi paralleli consolidati, indipendenti dalle partite ma pronti a sfruttare ogni occasione di visibilità.
Fennec 38 è tuttavia solo una tessera di un mosaico molto più ampio: la Francia conta circa 3.000 piazze di spaccio attive e nel 2024 ha registrato 367 omicidi o tentati omicidi legati al narcotraffico. Al vertice di questo sistema rimane la cosiddetta mafia DZ, nata nei quartieri settentrionali di Marsiglia. Il nome richiama il prefisso internazionale dell’Algeria e il suo emblema è la volpe del deserto. Proprio a quel simbolo si ispira la sigla grenoblese, suggerendo un legame o almeno un’imitazione del modello marsigliese. Il giro d’affari della DZ è stimato tra i 50 e i 100 milioni di euro annui. Il suo epicentro comprende il 13°, 14°, 15° e 16° arrondissement di Marsiglia, ma dal 2020 l’influenza si è estesa a Lione, Digione, Clermont-Ferrand e Nantes. Il principale antagonista, il clan Yoda, è stato ridimensionato dopo l’arresto del leader Félix Bingui in Marocco nel marzo 2024. La guerra tra le due organizzazioni, durata due anni, ha provocato decine di vittime.
Nell’area parigina l’epicentro resta la Seine-Saint-Denis. Qui sono stati sperimentati sistemi innovativi come appartamenti affittati temporaneamente per vendite discrete e cassette automatizzate che consentono ritiri senza contatto diretto. Una sorta di digitalizzazione dello spaccio che complica le indagini. All’inizio del 2025 i feriti da arma da fuoco nella regione sono aumentati del 39%, mentre le sparatorie contro edifici del 59%.
Lione occupa una posizione nevralgica lungo il corridoio del Rodano, asse logistico che collega Marsiglia al Belgio attraverso l’A7. La cocaina sbarcata nel porto mediterraneo risale verso il Nord Europa passando da qui. I circuiti lionesi generano tra i 30 e i 50 milioni di euro l’anno e controllano quartieri come La Duchère, Vaulx-en-Velin e Vénissieux.
Dal 2020 la presenza della DZ ha contribuito a un incremento del 40% delle violenze tra bande. Fennec 38 è comparsa pubblicamente nel febbraio 2026 con un attacco che ha ferito sei persone, tra cui un bambino. Gli inquirenti ritengono però che il gruppo fosse operativo già dal 2024. Si distingue per l’uso aggressivo dei social: video su TikTok, Snapchat e Telegram mostrano individui armati e simboli identitari. Una strategia intimidatoria che favorisce il reclutamento ma offre anche elementi utili agli investigatori.
Tolosa rappresenta un mercato da circa 20 milioni di euro annui, mentre Rennes testimonia la diffusione del fenomeno anche nelle città medie.
Nei quartieri nord di Marsiglia il tasso di omicidi raggiunge livelli paragonabili a contesti latinoamericani, a fronte di una media nazionale di 1,3 ogni 100.000 abitanti. Le organizzazioni dispongono di arsenali significativi. Nel 2023 sono state sequestrate 8.000 armi, tra cui circa 300 di tipo militare. Kalashnikov e granate, spesso provenienti dai Balcani via Italia e Svizzera, sono acquistabili a costi relativamente contenuti, favorendo la militarizzazione dei conflitti. La cocaina entra principalmente dai porti di Marsiglia, Le Havre e Bordeaux. Nel 2024 sono state intercettate 110 tonnellate di stupefacenti, 21 delle quali cocaina, ma si stima che solo il 10-20% dei flussi venga bloccato. Il mercato francese vale circa 7 miliardi di euro l’anno. Con 3,7 milioni di sperimentatori e 1,1 milioni di consumatori abituali, la domanda è in crescita, sostenuta dall’aumento della produzione globale, che nel 2024 ha raggiunto le 4.000 tonnellate.
Nel 2025 è stata istituita la Procura nazionale contro la criminalità organizzata, operativa dal 2026, con l’obiettivo di centralizzare il contrasto. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha definito il narcotraffico una «minaccia esistenziale». Sono state avviate operazioni di bonifica e programmi di «città ad alta sicurezza» in 25 centri urbani.
Un tratto comune alle principali piazze di spaccio è la crescente professionalizzazione. Le organizzazioni operano con ruoli definiti: venditori al dettaglio, «nourrices» incaricate di custodire droga e armi nelle abitazioni, vedette per segnalare l’arrivo delle pattuglie, autisti per la distribuzione. Esistono turnazioni, compensi settimanali e codici interni. La violenza diventa uno strumento di gestione del potere: consolida l’autorità del gruppo, scoraggia i concorrenti e comunica al quartiere chi detiene il controllo. In questo contesto, le dinamiche identitarie e i collettivi di tifo possono trasformarsi in terreno di reclutamento. Offrono simboli, appartenenza e visibilità, elementi attrattivi per adolescenti cresciuti in aree dove le opportunità sociali sono limitate. L’immagine pubblica, amplificata dai social network, rafforza reputazione e intimidazione.
La filiera logistica non si esaurisce nei porti. Una volta entrata nel Paese, la merce viene frazionata e smistata lungo l’asse Marsiglia–Lione–Grenoble, sfruttando capannoni, garage, appartamenti in affitto e veicoli intestati a prestanome. L’aumento dell’offerta globale ha ridotto i prezzi all’ingrosso, spingendo le reti criminali a compensare con volumi maggiori e presenza territoriale più aggressiva. Quando i margini si comprimono, il controllo delle piazze diventa decisivo e la competizione degenera rapidamente. Le operazioni di polizia producono arresti e sequestri, ma l’equilibrio resta instabile. Il vero squilibrio è nei tempi di reazione: lo Stato agisce attraverso procedure complesse, mentre le organizzazioni si ristrutturano in pochi giorni, spostando uomini e attività da un quartiere all’altro. È in questa differenza di velocità che si misura l’attuale asimmetria. La Francia si trova così davanti a una sfida strutturale. Da un lato un mercato miliardario, alimentato da domanda stabile e flussi internazionali in crescita; dall’altro istituzioni chiamate a riaffermare la propria autorità in territori dove la presenza statale è percepita come intermittente.
Il salto di qualità nelle intimidazioni fa sospettare infiltrazioni jihadiste
Lo scorso 6 febbraio, attorno alle 14.45, tre o quattro persone hanno scagliato un ordigno esplosivo all’interno di un centro estetico nel cuore di Grenoble, nel dipartimento dell’Isère. «Sei individui hanno riportato ferite lievi a causa della deflagrazione e la vetrata dell’esercizio commerciale è stata distrutta», ha riferito al Dauphiné Libéré il procuratore della Repubblica di Grenoble, Étienne Manteaux, giunto sul luogo dell’attacco. Nel giro di poche ore ha iniziato a circolare sui social network un filmato di rivendicazione attribuito a un gruppo che si fa chiamare «Fennec 38», accompagnato da ulteriori minacce. Nelle immagini, condivise massicciamente in rete, si vede un uomo con il volto coperto e vestito di scuro togliere la sicura a quello che appare come un ordigno a mano, gettarlo all’interno del locale e allontanarsi rapidamente, mentre un passante tenta invano di chiudere l’ingresso.
Il magistrato ha precisato che «il bilancio provvisorio parla di sei feriti non gravi», tutti medicati sul posto senza necessità di ricovero. L’ordigno, ha aggiunto, «non era concepito per provocare vittime», bensì per lanciare un segnale intimidatorio. Dopo l’azione, gli aggressori si sono dileguati a bordo di un’auto parcheggiata poco distante. Le registrazioni mostrano una prima esplosione seguita da un’ulteriore detonazione. All’interno del negozio si trovavano il titolare e diversi clienti, tra cui un bambino di cinque anni e una giovane di diciassette: anche loro sono rimasti coinvolti dall’onda d’urto. La facciata è stata devastata e i danni si sono estesi lungo il raggio dell’esplosione e i responsabili risultano al momento irreperibili.
Un secondo video, anch’esso diffuso online, mostra un uomo a volto coperto che si presenta come appartenente ai «Fennec 38» e proclama: «Siamo i Fennec 38, attivi a Grenoble. Da oggi, 6 febbraio 2026, avvisiamo tutti i quartieri della città. Chiunque abbia mancato di rispetto al nostro capo sarà fatto esplodere da un nostro uomo. Pagherete. E per chi ci sostiene o ci ostacola, la sorte sarà la stessa: vi faremo saltare in aria. Ricordate: abbiamo uomini che amano la morte quanto voi amate la vita». Il filmato si chiude con l’immagine di un fennec davanti alla bandiera algerina, animale considerato simbolo nazionale dell’Algeria. La formula «amiamo la morte come voi amate la vita» è stata in passato utilizzata anche da organizzazioni jihadiste come Al-Qaeda e lo Stato Islamico. Per il procuratore di Grenoble, l’episodio rappresenta «un salto di qualità nella spregiudicatezza dei responsabili e nella ricerca di visibilità per le loro azioni».
L’attacco riaccende inoltre l’attenzione su un contesto cittadino già segnato da precedenti episodi legati all’estremismo islamista. Negli ultimi anni Grenoble è stata più volte citata nei rapporti dell’antiterrorismo per casi di radicalizzazione individuale, reti di proselitismo nei quartieri sensibili, transiti di foreign fighters diretti verso i teatri siro-iracheni e attività di propaganda online riconducibili all’orbita dello Stato Islamico. A ciò si aggiungono indagini su predicatori radicali, associazioni sciolte per derive fondamentaliste e cellule smantellate prima del passaggio all’azione. Il rischio, sottolineano fonti investigative, è quello di infiltrazioni jihadiste capaci di sfruttare contesti di marginalità urbana, tensioni sociali e circuiti criminali locali per radicarsi ulteriormente. La combinazione tra microcriminalità organizzata, traffici illegali e narrativa estremista costituisce un terreno fertile per derive violente. In questo quadro, l’episodio del centro estetico non viene letto soltanto come un gesto intimidatorio isolato, ma come un possibile segnale di saldatura tra dinamiche delinquenziali e simbologie jihadiste.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il mercato delle droghe sintetiche, in forte espansione anche nell’area dell’Isère. Le nuove sostanze psicoattive – dalla metanfetamina ai cannabinoidi sintetici, fino alle pasticche di ecstasy di ultima generazione – circolano con crescente facilità nei quartieri periferici e nelle reti di spaccio legate a bande giovanili. Si tratta di un business ad alta redditività e a basso costo logistico, spesso gestito attraverso canali digitali, pagamenti criptati e consegne rapide. Secondo gli investigatori, proprio questi circuiti rappresentano un possibile punto di contatto tra criminalità comune ed estremismo: il traffico di stupefacenti può finanziare attività radicali, offrire coperture logistiche e creare bacini di reclutamento tra giovani già inseriti in contesti di illegalità. Le droghe sintetiche, inoltre, alimentano un clima di violenza diffusa legato alla competizione per il controllo delle piazze di spaccio. Regolamenti di conti, intimidazioni e uso di armi improvvisate diventano strumenti ordinari di pressione territoriale. In una realtà urbana dove coesistono fragilità sociali, reti criminali e segnali di radicalizzazione, il rischio è che fenomeni diversi finiscano per intrecciarsi, generando una miscela esplosiva. Grenoble, già alle prese con tensioni strutturali, si trova così a fronteggiare non soltanto un episodio eclatante, ma una sfida più ampia che coinvolge sicurezza, prevenzione e tenuta del tessuto sociale.
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Carolina Orlandi (Ansa)
La figlia del capo della comunicazione di Mps: «La commissione parlamentare ha certificato che fu ucciso. Ma a Siena c’è omertà».
«Quella mattina, prima di uscire per andare in banca, mi prestò le sue pantofole: è l’ultimo ricordo che mi resta di lui». Quella mattina era il 6 marzo 2013, esattamente tredici anni fa. David Rossi, il potente - come lo descrivono le cronache «guardone» - direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, la banca rossa più antica del mondo trascinata dai rossi e non solo in uno scandalo finanziario gigantesco, non tornerà più a casa. Alle 19 e 59 le telecamere - ma solo un filmato sarà disponibile con l’orario peraltro sbagliato - registrano il volo di David dal terzo piano di Rocca Salimbeni.
Si schianta di schiena sul piancito di vicolo Monte Pio che costeggia sul retro la «fortezza» medievale della banca. Per 29 minuti resta agonizzante senza che nessuno faccia nulla per soccorrerlo; nei filmati si vede un uomo che dal fondo del vicolo osserva: resta fermo qualche minuto col cellulare all’orecchio quasi a volersi accertare che Rossi sia davvero morente mentre lacrima dal cielo una nebbia di pioggia. Ammonisce un proverbio Sioux: «Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini». Carolina Orlandi da 156 lune cammina in quelle pantofole e di David Rossi e per David Rossi sa tutto e tutto ha lottato. «Avevo vent’anni e il mio tempo s’è fermato lì: la verità su David la devo a lui, a me stessa, a mia mamma Antonella, ma anche alla giustizia e ai tantissimi che di lui conservano l’eredità umana». Quella verità è emersa tra mille difficoltà, tra cento depistaggi, da un coro di maldicenza che rimbalza dai vicoli aviti di Siena alle stanze ovattate della finanza e forse delle Procure, nell’ultimo mese; David Rossi non si è suicidato: è stato ammazzato.
C’è sollievo, rabbia, ancora più energia? Come si reagisce a sapere dopo 13 anni di aver avuto ragione e di essersi vista chiudere le porte in faccia fino alla derisione?
«C’è prima di tutto la speranza di poter piangere finalmente tutte le lacrime che non ho pianto per tredici anni. A mia mamma e a me hanno rubato perfino la possibilità del dolore. Perché abbiamo dovuto, noi che chiedevamo giustizia, che volevamo la verità, difenderci dall’infamia, da accuse assurde, da una indifferenza sospetta. E poi sì, c’è ancora più energia. Io no so se siamo all’ultimo miglio, anzi, ma so che ora lo sforzo per arrivare alla definizione della verità e all’individuazione dei colpevoli deve essere massimo. Sono, siamo consapevoli che le conclusioni a cui è approdata la seconda commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dall’onorevole Gianluca Vinci che non finirò mai di ringraziare ha stabilito con certezza che David è stato prima aggredito, poi appeso fuori dalla finestra del suo ufficio, infine lasciato cadere. Sappiamo che è stato assassinato, ma non sappiamo né da chi, né perché. Ora voglio vedere se la magistratura sentirà l’obbligo di indagare».
Perché non è ancora approdata la nuova inchiesta a Siena?
«Non lo so e in tutta franchezza faccio fatica a spiegarmelo. So che la Procura di Siena per ora non ha riaperto l’inchiesta, ma semplicemente posto a modello 45, quello dove si annotano le notizie che non costituiscono reato, alcune comunicazioni che le sono pervenute dalla seconda commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di David. Se abbiano intenzione di procedere non è dato sapere».
Ma come? Il Parlamento dice che quello di Rossi è un omicidio e ancora non si riapre l’inchiesta?
«Non è neppure la prima volta. Quando ha concluso i lavori la prima commissione d’inchiesta parlamentare - l’onorevole Walter Rizzetto allora come oggi, quando dichiara che assegnare il fascicolo di nuovo a Siena è un errore, si è battuto oltre ogni limite - il fascicolo approdò a Genova e non se ne fece niente. Stavolta ci sono perizie, relazioni del medico legale, c’è quel filmato che io non riesco neppure a guardare che ricostruisce punto per punto come andò quella sera, ci sono le prove che le indagini sono state sbagliate, a essere buoni, ci sono testimoni, c’è l’indagine sull’uomo che si vede nel filmato in fondo al vicolo, eppure nulla, per adesso, a livello di Procura si muove».
Che impressione le fa sapere che i magistrati che hanno indagato sulla morte di David e che archiviarono il caso come suicidio sono rimasti quasi tutti a Siena?
«Per me è sconvolgente: lo è come parte di questa vicenda, ma aggiungo che da cittadina mi sento in pericolo».
Il caso Rossi è un altro caso Garlasco?
«Da ciò che ha stabilito la commissione parlamentare d’inchiesta di sicuro ci sono indagini malfatte, ci sono omissioni, ci sono pregiudizi. In questo senso – ammesso che ciò che si dice dell’inchiesta su Garlasco sia vero – ci sono delle similitudini, ma fermiamoci qui. Nel caso dell’assassinio di David c’è un sistema che deve essere indagato. A Siena la banca era, e forse ancora è, tutto. Indagare sulla morte di David significa scoperchiare qualcosa che invece deve essere lasciato dormiente. Lui forse poteva rivelare cose che riguardavano più livelli di potere e credo che questo condizionamento ci sia anche sull’inchiesta. Una cosa è sicura: io alla sola negligenza nelle indagini non ci ho mai creduto e a maggior ragione non ci credo oggi».
Della pista di ‘ndrangheta che ne pensa? Possibile che Rossi sia stato ucciso su commissione?
«Non ho elementi per dirlo e soprattutto non spetta a me dirlo. So che si sta seguendo una pista che porta a Viadana in zona Banca Antonveneta che peraltro è all’origine del caso Montepaschi e dove la criminalità organizzata ha interessi finanziari forti. Ma credo che la decisione di uccidere David sia maturata per altri motivi».
Quali?
«Lui nei giorni prima del 13 marzo era molto spaventato. Non riusciva a spiegarsi perché avessero perquisito il suo ufficio e lui stesso fosse stato oggetto di perquisizioni. Dal suo ufficio passavano le relazioni esterne del Monte, le sponsorizzazioni, gli investimenti pubblicitari, ma lui non aveva una cognizione diretta degli affari della banca. Per questo aveva deciso di parlare con i magistrati. Sì, lui temeva per noi e per la sua vita in quei giorni ed è vero che disse a mia mamma: quando questa tempesta finisce me ne vado, facciamo altro. Credo che David abbia firmato con una mail la sua condanna a morte».
In che senso?
«Lui ha scritto al dottor Fabrizio Viola che era amministratore delegato del Monte una mail in cui annunciava la sua intenzione di farsi interrogare dalla Procura perché temeva che i magistrati non avessero inquadrato bene la sua figura, quello che era il suo ruolo in banca. Lo aveva iniziato a sospettare da quelle perquisizioni. Credo che quella mail l’abbiano letta in tanti e che lo abbiano buttato giù dalla finestra per tappargli la bocca».
Tant’è che la commissione d’inchiesta ha stabilito che una mail in cui Rossi annunciava di volersi suicidare è falsa. È una della tante stranezze…
«Hanno archiviato con l’indicazione che David si è suicidato, invece sappiamo che è stato suicidato. Più stranezza di questa?».
David Rossi al Monte dei Paschi è arrivato non subito: prima aveva una sua agenzia di comunicazione, poi ha lavorato con Pierluigi Piccini sindaco di Siena che ha fatto importanti rivelazioni e con lui è approdato al Monte. Come si spiega che dei racconti di Piccini non si è tenuto conto?
«Me lo spiego perché a Siena c’è un sistema di potere che tutto pervade e c’è un comportamento omertoso. Le rivelazioni del sindaco Piccini che denunciava collusioni dovevano essere prese molto più sul serio. Ancora oggi c’è chi ci accusa di volere fomentare il caos in città. David è vittima anche del sistema Siena anche se per fortuna oggi c’è molta più gente che ci sostiene, che vuole la verità».
Un sistema che ha portato addirittura a processo sua madre e il giornalista Davide Vecchi per violazione della privacy per la pubblicazione di quella famosa e mail tra David e Viola?
«Sì e non era mai accaduto prima. È stato un calvario nel calvario per mia madre: durato tre anni. L’assoluzione è avvenuta nel 2018 e il giudice Alessio Innocenti in sentenza dà una lezione a chi li ha indagati dicendo che quel processo non sarebbe mai dovuto iniziare».
Oggi come sta Antonella?
«Lei non si è mai più ripresa, da tredici anni vive in un limbo popolato da incubi. Non ha mai smesso di chiedere la verità e ora finalmente le viene un po’ di speranza dalle conclusioni dell’inchiesta del Parlamento. Però attende che la verità venga proclamata dai giudici».
E lei Carolina, che non è la figlia biologica di David, come vive?
«Grazie di questa domanda sul rapporto tra me e David. Lui e mia mamma si sono messi insieme che io avevo 5 anni: tre quarti della mia vita, prima che lui fosse ucciso, li ho passati con David. Ero una ragazza e sono una donna fortunata perché ho avuto quattro genitori: ho un ottimo rapporto con la nuova compagna di mio padre e con mio padre, ma David è colui il quale mi ha indicato la strada. Ho scelto di scrivere, di vivere scrivendo perché da piccolina andavo in ufficio con lui e mi insegnava a leggere i giornali, mi insegnava a guardare il mondo con gli occhi della curiosità. Come vivo? Spero di poter piangere perché finora ho dovuto lottare. L’assassinio di David mi ha lasciato una cicatrice profonda: non mi fido più di nessuno, faccio fatica a entrare in sintonia. Ma spero che questa verità che è emersa e le tante persone che mi stano positivamente intorno mi servano a poter riascoltare le mie emozioni».
Una curiosità: ha un conto al Monte dei Paschi?
«L’ho chiuso subito. Mia madre no, deve tenerlo aperto perché ha il mutuo da pagare. David non ha neppure maturato la pensione in banca, lei vive con la pensione da giornalista».
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