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2024-03-20
«Mai soldati Nato a Kiev, no all’escalation»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
«Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia».
Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato».
Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea».
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area».
Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.
Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax
Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero.
«Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due.
Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
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Giorgia Meloni frena la spirale bellicista dell’Eliseo: «Non siamo favorevoli a un intervento armato diretto, ma la Russia ha la colpa di violare tutti gli accordi». Tensione in aula al Senato: uno studente mima il gesto della pistola contro il premier, poi si scusa.Roberto Speranza si tira fuori dalle Regionali in Basilicata: «Ricevo minacce». Altra lite Conte-Calenda.Lo speciale contiene due articoli. «Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia». Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato». Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea». Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area». Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-soldati-ucraina-2667556781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-schivare-la-batosta-in-basilicata-speranza-ora-si-aggrappa-ai-no-vax" data-post-id="2667556781" data-published-at="1710941782" data-use-pagination="False"> Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero. «Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due. Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
Le copertine di Vanity fair, Silvia Salis a sinistra e Matteo Renzi a destra
Conosciuto come problem solver è soprattutto un abile stratega della comunicazione, in più ci aggiunge grandi capacità relazionali. Agnoletti è amico di tutti e ha buoni rapporti con tutti. Se ne è tornato a parlare per la gestione della comunicazione di Silvia Salis, il sindaco di Genova che mira a diventare premier. Per farlo c'è bisogno di costruire un personaggio forte, pop e soprattutto credibile. Chi meglio di lui? Matteo Renzi infatti esiste grazie a lui anche se l'ex premier lo ha messo all'angolo all'apice del successo. «Sì, ci ho pianto. Ma come, ti accompagno fino alla porta di Palazzo Chigi e poi vengo messo da parte? Però col tempo ho capito che aveva ragione lui, non ero ancora pronto» riconosce a Mowmag raccontando tutta la genesi della vicenda. «Quando Renzi diventa segretario del partito, cioè a dicembre del 2012, per mesi ha il doppio incarico: sindaco e segretario. Mi dice: “Serve qualcuno a Roma che segua il partito”. Gli suggerisco di prendere Filippo Sensi, mio amico e dipendente del PD. La verità è che, da lì a poco, le cose più importanti le concentra su di lui. Io mi ricordo benissimo dov’ero e che giorno era quando ho capito che era finita». E nella sostanza finì così: «Avevo fissato a Matteo un’intervista con Il Messaggero. Quel pomeriggio mi chiama e mi dice: “No, però questa intervista falla seguire a Filippo”. E io balbetto: “Matteo, ma l’ho fissata io”. E lui: “No, no, fidati di me, meglio lui”. Fine. Era domenica, ero in un negozio di scarpe con la mia famiglia. Riattacco la telefonata e in quel momento realizzo che Filippo era diventato l’uno e io il due. Infatti, pochi mesi dopo, Renzi viene nominato presidente del Consiglio e sceglie Filippo portavoce. A me chiede solo dopo di andare comunque a lavorare per Palazzo Chigi, ma nel frattempo avevo scelto di stare al fianco di Dario Nardella, mio amico da almeno 20 anni, ed ero tornato a vivere, diciamo, perché Matteo negli ultimi tempi era stato durissimo».
Non solo Renzi, oggi Agnoletti segue la Salis appunto, ma non solo. Nel suo portafoglio clienti ci sono nomi importanti e a chi dice che prende clienti gratis solo per avere un ritorno d'immagine spiega: «Gratis mai, per fortuna. Per le campagne elettorali, si sa, inutile chiedere grandi cifre, ma infatti noi con la politica facciamo il dieci per cento del nostro fatturato».
Tra gli altri ci sono Francesca Fagnani, Aldo Cazzullo, Monica Maggioni, Fabio Fazio. E poi Eugenio Giani e Sara Funaro e altri dem. Segue molti programmi Rai e non solo e ha stretto consulenze di prestigio e clienti di alto profilo, tra i quali Gruppo FS, MSC Crociere, ANCE, Alia Spa e altre ancora. L'anno scorso il suo compleanno ha radunato tante personalità del mondo politico e dello spettacolo. In questo modo ha rappresentato plasticamente la sua idea di politica pop e per questo è divenuto uno degli eventi più esclusivi dell'anno. Oggi di fatto è uno degli uomini più potenti in Italia, che sa perfettamente quanto il potere, tuttavia, sia «un esercizio temporaneo che nel mio piccolo per un po’ ho esercitato».
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Ad aprile è cresciuta la rata dei mutui variabili: +5 euro su un finanziamento medio, ma le stime indicano ulteriori aumenti nei prossimi mesi. L’Euribor risale e le tensioni globali spingono verso un possibile nuovo giro di rialzi entro fine anno.
Nel mese di aprile 2026, i mutui a tasso variabile stanno vivendo un aumento delle rate, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia agito ieri direttamente sui tassi di interesse. Secondo le stime di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard di 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro al mese, con previsioni di un ulteriore incremento anche nel mese di maggio 2026. Le previsioni suggeriscono un aumento consistente delle rate fino a fine anno, con impatti rilevanti per le famiglie italiane che hanno optato per finanziamenti a tasso variabile.
Questo aumento delle rate è strettamente legato all'andamento dell’Euribor, il tasso di interesse a cui sono generalmente agganciati i mutui variabili in Italia. L'Euribor ha visto un’inversione di tendenza importante, passando da un livello vicino al 2% a febbraio 2026 a un 2,15% a metà aprile. Questo rialzo è stato principalmente influenzato dalle tensioni geopolitiche e dall'aumento dei tassi d'interesse a livello globale.
Nel dettaglio, a gennaio 2022, l'Euribor era ancora sotto il 0%, il che ha reso i mutui variabili più convenienti per i cittadini. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente con l'inizio del conflitto internazionale che ha aumentato l'incertezza nei mercati finanziari. Gli ultimi aumenti hanno comportato un impatto diretto sulle rate mensili, che sono aumentate di circa 5 euro per i mutui variabili standard.
Gli esperti del settore si aspettano che la Bce, pur non intervenendo direttamente sui tassi a breve, stia preparando il terreno per un rialzo delle sue politiche monetarie nei mesi a venire. Le stime indicano che, entro il secondo semestre del 2026, i tassi d’interesse potrebbero essere aumentati nuovamente per contrastare l’inflazione, spingendo ulteriormente l’Euribor verso l’alto.
La previsione è che, nel mese di giugno 2026, l'Euribor possa salire fino al 3,66%, un livello che porterebbe la rata mensile di un mutuo medio a 642 euro, con un incremento di circa 21 euro rispetto ad aprile 2026. Allo stesso modo, a dicembre 2026, la rata potrebbe salire a 668 euro, con una differenza di 47 euro rispetto alla rata prevista per aprile 2026.
Questi aumenti non sono da sottovalutare. Per un mutuo medio italiano, che potrebbe coinvolgere importi come quelli da 126.000 euro, l'aumento delle rate si traduce in una crescita del pagamento mensile che può pesare significativamente sul budget familiare. Ad esempio, se si conferma l'aumento della rata di 47 euro a dicembre, si parla di una spesa annuale aggiuntiva di circa 564 euro, un impatto notevole per le famiglie che già affrontano l’incertezza economica dovuta a fattori come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici.
Le proiezioni sui tassi mostrano che l’incremento delle rate potrebbe continuare nei mesi successivi, con l'Euribor che potrebbe persino raggiungere valori ancora più alti, in linea con le politiche monetarie della Bce tese a contenere la crescita dei prezzi. Nonostante l'aumento dei tassi sui mutui variabili, gli esperti suggeriscono che molti italiani potrebbero comunque preferire il tasso variabile per approfittare delle condizioni favorevoli, almeno fino a quando i tassi non raggiungeranno livelli insostenibili.
In risposta a questa situazione, molti mutuatari potrebbero considerare la possibilità di passare al tasso fisso, che sebbene offra maggiore stabilità, potrebbe risultare più costoso in un contesto di tassi elevati. Attualmente, le banche italiane stanno mantenendo spread relativamente contenuti sui tassi fissi, offrendo un'opzione ancora interessante per chi desidera bloccare le proprie rate a lungo termine.
Crédit Agricole Italia offre un tasso fisso del 2,99%, garantendo rate costanti per tutta la durata del mutuo. Questo tipo di tasso è ideale per chi cerca stabilità economica, evitando sorprese nei pagamenti mensili. Credem propone un tasso del 3,10%, legato all’indice Irs a 25 anni, con una riduzione dello 0,15%. Questo può essere vantaggioso per chi desidera sfruttare le fluttuazioni del mercato per ottenere condizioni favorevoli a lungo termine. Bper, con un tasso fisso del 3,25%, offre rate costanti e un mutuo stabile per chi preferisce la certezza nel lungo periodo. Infine, Banca Sella propone un tasso fisso di 3,30%, leggermente più elevato, ma adatto a chi predilige la sicurezza di pagamenti fissi e costanti.
La scelta del miglior mutuo dipende dalle preferenze personali. I tassi fissi, come quelli offerti da Crédit Agricole, Bper e Banca Sella, sono ideali per chi cerca stabilità, mentre la proposta di Credem con tasso variabile potrebbe essere conveniente per chi desidera approfittare delle fluttuazioni favorevoli dei tassi di mercato.
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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