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2024-03-20
«Mai soldati Nato a Kiev, no all’escalation»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
«Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia».
Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato».
Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea».
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area».
Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.
Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax
Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero.
«Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due.
Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
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Giorgia Meloni frena la spirale bellicista dell’Eliseo: «Non siamo favorevoli a un intervento armato diretto, ma la Russia ha la colpa di violare tutti gli accordi». Tensione in aula al Senato: uno studente mima il gesto della pistola contro il premier, poi si scusa.Roberto Speranza si tira fuori dalle Regionali in Basilicata: «Ricevo minacce». Altra lite Conte-Calenda.Lo speciale contiene due articoli. «Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia». Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato». Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea». Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area». Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-soldati-ucraina-2667556781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-schivare-la-batosta-in-basilicata-speranza-ora-si-aggrappa-ai-no-vax" data-post-id="2667556781" data-published-at="1710941782" data-use-pagination="False"> Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero. «Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due. Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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