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2024-03-20
«Mai soldati Nato a Kiev, no all’escalation»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
«Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia».
Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato».
Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea».
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area».
Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.
Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax
Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero.
«Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due.
Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
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Giorgia Meloni frena la spirale bellicista dell’Eliseo: «Non siamo favorevoli a un intervento armato diretto, ma la Russia ha la colpa di violare tutti gli accordi». Tensione in aula al Senato: uno studente mima il gesto della pistola contro il premier, poi si scusa.Roberto Speranza si tira fuori dalle Regionali in Basilicata: «Ricevo minacce». Altra lite Conte-Calenda.Lo speciale contiene due articoli. «Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia». Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato». Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea». Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area». Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-soldati-ucraina-2667556781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-schivare-la-batosta-in-basilicata-speranza-ora-si-aggrappa-ai-no-vax" data-post-id="2667556781" data-published-at="1710941782" data-use-pagination="False"> Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero. «Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due. Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi
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Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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