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2024-03-20
«Mai soldati Nato a Kiev, no all’escalation»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
«Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia».
Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato».
Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea».
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area».
Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.
Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax
Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero.
«Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due.
Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
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Giorgia Meloni frena la spirale bellicista dell’Eliseo: «Non siamo favorevoli a un intervento armato diretto, ma la Russia ha la colpa di violare tutti gli accordi». Tensione in aula al Senato: uno studente mima il gesto della pistola contro il premier, poi si scusa.Roberto Speranza si tira fuori dalle Regionali in Basilicata: «Ricevo minacce». Altra lite Conte-Calenda.Lo speciale contiene due articoli. «Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia». Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato». Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea». Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area». Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-soldati-ucraina-2667556781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-schivare-la-batosta-in-basilicata-speranza-ora-si-aggrappa-ai-no-vax" data-post-id="2667556781" data-published-at="1710941782" data-use-pagination="False"> Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero. «Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due. Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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