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2024-03-20
«Mai soldati Nato a Kiev, no all’escalation»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
«Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia».
Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato».
Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea».
Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area».
Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.
Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax
Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero.
«Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due.
Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
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Giorgia Meloni frena la spirale bellicista dell’Eliseo: «Non siamo favorevoli a un intervento armato diretto, ma la Russia ha la colpa di violare tutti gli accordi». Tensione in aula al Senato: uno studente mima il gesto della pistola contro il premier, poi si scusa.Roberto Speranza si tira fuori dalle Regionali in Basilicata: «Ricevo minacce». Altra lite Conte-Calenda.Lo speciale contiene due articoli. «Sulla proposta avanzata dalla Francia circa il possibile intervento diretto ribadisco anche in questa Aula che la nostra posizione non è favorevole a questa ipotesi foriera di un’escalation pericolosa da evitare a ogni costo»: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ieri al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, fa sentire il suo crescente peso nella politica estera dell’Europa e frena le paturnie belliciste di Emmanuel Macron, che ha ipotizzato l’impiego in Ucraina di truppe della Nato. Al tempo stesso, però, la Meloni, coerentemente con la sua strategia di pieno sostegno a Kiev, conferma la granitica collocazione dell’Italia nel fronte pro-Ucraina e respinge ogni tentazione di una trattativa con la Russia di Vladimir Putin: «Gli ucraini», argomenta la Meloni, «fanno presente che un ostacolo fondamentale a qualsiasi possibile negoziato sta nel fatto che la Russia, fin qui, ha sistematicamente violato gli accordi sottoscritti e il diritto internazionale. Basti pensare che dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, con il Memorandum di Budapest del 1994», ricorda ancora la Meloni, «Kiev ha consegnato a Mosca le numerose testate atomiche in suo possesso in cambio del rispetto dell’inviolabilità dei confini ucraini. A nessuno sfugge che una potenza atomica non sarebbe stata invasa dai russi nel 2014 e poi di nuovo nel 2022, come invece è accaduto in violazione di quel Memorandum. Quindi, come ci si può ragionevolmente sedere a un tavolo di trattative con qualcuno che non ha mai rispettato gli impegni assunti? Ecco perché degli impegni internazionali di sicurezza in favore dell’Ucraina sono il prerequisito indispensabile a qualunque accordo di pace tra Ucraina e Russia». Il premier va oltre: «L’Italia saluta con favore l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e condanna ogni atteggiamento aggressivo della Russia verso questi Paesi amici così come nei confronti dei Paesi baltici. Ribadiamo la nostra condanna ad elezioni farsa nei territori ucraini ed il decesso di Nalvalny il suo nome come simbolo del sacrificio per libertà non sarà dimenticato». Per quel che riguarda le spese militari necessarie per la Difesa europea, Giorgia Meloni rammenta a chi dimostra scetticismo che la pace val bene qualche sacrificio: «Sarà necessario approfondire», sottolinea la Meloni, «il tema delle risorse che servono a livello europeo per fare un salto di qualità nel settore della difesa: l’Italia vuole essere tra i protagonisti di questo dibattito e tra quelli che propongono soluzioni innovative per dotarci di finanziamenti necessari. Rivendichiamo da sempre la necessità che la Nato sia composta da due colonne, una americana e una europea, con pari dignità e pari peso. Ma questo significa», evidenzia la Meloni, «dotarsi di adeguata forza industriale e capacità di deterrenza senza la quale non potrà esserci né sicurezza né libertà per i nostri popoli: sì, la libertà ha un costo». La Meloni bacchetta anche chi ha seminato scetticismo sull’accordo recentemente stretto con l’Ucraina: «Non si tratta dell’impegno a fornire armi», precisa il nostro capo del governo, «ma di un’intesa che riguarda una cooperazione a 360 gradi, come è naturale che avvenga con uno Stato che ha avviato il processo di ingresso nell’Unione europea. La cooperazione di lungo termine sulla sicurezza con Kiev riguarda più la pace che non il conflitto. E non si tratta come qualcuno prova oggi a raccontare, dell’impegno a fornire armi per i prossimi dieci anni. Si tratta invece di una intesa multidimensionale, che fa seguito ad analoghi accordi sottoscritti da altri Stati europei ed occidentali, che riguarda la ricostruzione, l’assistenza umanitaria e una rafforzata collaborazione politica e di sicurezza. Come è naturale che avvenga nei confronti di una Stato che ha avviato il percorso di adesione all’Unione Europea». Dall’Ucraina al Medio Oriente, la Meloni non arretra di un millimetro sulle sue posizioni: «Non possiamo dimenticare», dice, «chi è stato a scatenare questo conflitto: è stato Hamas. Le reticenze ad ammetterlo nascondono un antisemitismo dilagante. Confermo il nostro appoggio agli sforzi di mediazione per un prolungato cessate il fuoco. Israele deve esercitare il legittimo diritto all’autodifesa con proporzionalità e nel rispetto del diritto umanitario. Non siamo insensibili all’enorme tributo di vittime innocenti della popolazione di Gaza», aggiunge la Meloni, «vittime due volte, del cinismo di Hamas che li usa come scudi umani e della risposta di Israele. Ribadiremo la nostra contrarietà a un’azione militare di terra da parte di Israele a Rafah che potrebbe avere conseguenze ancora più catastrofiche sui civili ammassati in quell’area». Episodio inquietante durante i lavori: uno studente del liceo scientifico Righi di Roma che con la classe assisteva alla seduta al Senato ha mimato con le mani il gesto della pistola contro la Meloni. Il ragazzino si è poi scusato, e andrà incontro a un provvedimento disciplinare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-soldati-ucraina-2667556781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-schivare-la-batosta-in-basilicata-speranza-ora-si-aggrappa-ai-no-vax" data-post-id="2667556781" data-published-at="1710941782" data-use-pagination="False"> Per schivare la batosta in Basilicata Speranza ora si aggrappa ai no vax Nello psicodramma della sinistra in Basilicata, dopo la schizofrenia mancava solo il flusso di coscienza. Ed è arrivato sui social, ad opera di uno dei protagonisti di una delle vicende più surreali della recente storia politica italiana. Stiamo parlando del parlamentare del Pd (versante bersaniano) ed ex ministro della Salute Roberto Speranza, che ha sentito l’esigenza di affidare alla Rete la spiegazione al fatto di non essersi candidato lui. E in effetti il quesito è tutt’altro che peregrino, visto che nessuno più di un esponente dem con un passato nella sinistra e con un rapporto consolidato col leader del M5s Giuseppe Conte in qualità di suo ex premier, avrebbe potuto incarnare meglio di Speranza l’operazione «campo largo», nata coi migliori auspici in Sardegna e già affondata tra Abruzzo e Lucania. In sostanza, per il parlamentare dem l’aver fatto il ministro della Salute durante la pandemia ha determinato in lui un trauma inconciliabile con una candidatura a governatore, anche se un anno e mezzo fa questo vulnus non gli aveva impedito di candidarsi alla Camera dei deputati in posizione blindata. Ed è forse sul fatto che la corsa alla presidenza della Basilicata presenterebbe rischi di sconfitta enormi (e la rinuncia a Montecitorio) che bisognerebbe maggiormente indagare, anche perché dopo la prima ondata di Covid Speranza, anziché rimanere traumatizzato, aveva dato alle stampe un libro autocelebrativo poi mandato in fretta e furia al macero. «Vorrei ricordare», ha scritto Speranza, «che il prezzo che io e i miei affetti più cari abbiamo pagato per l’impegno degli anni del Covid è stato altissimo e purtroppo non si è ancora esaurito». Poi, l’accusa a coloro che a suo avviso gli impedirebbero una serena corsa alla presidenza lucana: «Continuano incessanti le minacce di morte e gli insulti quotidiani da schegge della galassia no vax. Sono continue le istigazioni all’odio personale sui social e anche da parte di un pezzo limitato ma molto rumoroso del mondo editoriale». «Questo clima», secondo Speranza, «è ulteriormente peggiorato da quando è stata annunciata la commissione parlamentare d’inchiesta e mi costringe ancora a vivere sotto scorta con tutto ciò che questo comporta per me e per i miei cari». «Con queste argomentazioni», conclude, «ho chiesto ai due leader di Pd e 5 stelle di non considerare la mia disponibilità a candidarmi alla guida della Regione». Con buone possibilità di uscirne sconfitto, si potrebbe aggiungere, ma qui siamo nel terreno delle supposizioni. Quanto alle certezze, c’è quella che Conte e Calenda se le stanno ancora dando di santa ragione, dopo la scelta di quest’ultimo di sostenere l’uscente di centrodestra Vito Bardi. Mentre il campo largo spinge con poca convinzione Piero Marrese dopo il pasticcio del ritiro di Domenico Lacerenza dopo il veto di Conte ad Angelo Chiorazzo, Calenda si è detto «schifato» dalle mosse politiche dei dem locali e ha augurato «buona decrescita infelice» a Conte. Il tutto, mentre la segretaria Elly Schlein continuava ad asserire di voler far dialogare i due. Ma le conseguenze dell’affaire Basilicata hanno diviso anche la famiglia politicamente più influente della regione, e cioè i Pittella: Gianni e Marcello, entrambi passati ad Azione, hanno espresso pareri differenti sulla scelta di Calenda di andare con Bardi, laddove Marcello l’ha appoggiata e Gianni l’ha criticata. Il primo, inoltre, si è segnalato per l’orribile parallelo tra la sua forza politica e gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Che si tratti di una famiglia politicamente disinvolta lo testimonia anche la parabola di papà Pittella (Domenico), scomparso sei anni fa. Eletto parlamentare col Psi, è stato espulso dal partito dopo l’accusa di partecipazione a banda armata, per aver curato clandestinamente in una sua clinica una terrorista rossa ferita in uno scontro a fuoco. In attesa della condanna, fonda un movimento politico assieme al Capo della Loggia P2 Licio Gelli e si allea con altri ex terroristi (stavolta di destra), poi dopo la condanna definitiva a 12 anni fugge in Francia. Quindi rientra per scontare la pena residua.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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