- Fiducia anche al Senato con 115 sì. Il premier conferma la svolta: «Basta scambiare la scienza per religione» Matteo Renzi: «Presidenzialismo? Accetto la sfida». Massimiliano Romeo (Lega): «Si cerchi il negoziato, non decide l’Ucraina».
- Il Carroccio deposita un progetto di legge per portarlo a 10.000 euro. Il capo del governo conferma: «Non favorisce l’evasione». Giuseppe Conte attacca: «Così torniamo alle mazzette».
Lo speciale contiene due articoli
Una replica che è valsa più del discorso programmatico pronunciato martedì a Montecitorio. Anche se funestata dalla raucedine, Giorgia Meloni nel suo passaggio a Palazzo Madama ha abbandonato alcuni impacci dovuti all’emozione e ha dato vita a un intervento lungo, con lo stile energico che la caratterizza e con passaggi duri nei confronti dell’opposizione. Prima di incassare la fiducia con 115 voti favorevoli, 79 contrari e cinque astensioni, tra cui Mario Monti, il presidente del Consiglio è entrato decisamente nel merito di alcuni provvedimenti che il suo esecutivo intende mettere in campo. La cosa più importante è che lo ha fatto senza rinunciare a nulla di quanto detto in campagna elettorale.
Tra quelli che potrebbero essere gli highlights della seduta di ieri, il primo posto andrebbe certamente alla standing ovation tributata da tutto il centrodestra al premier, nel momento in cui ha risposto all’ex magistrato e ora senatore grillino Roberto Scarpinato, il quale nel corso della discussione generale aveva dato vita a un durissimo intervento in cui accusava la sua parte politica di essere ancora fascista e di essere stata sostanzialmente collaterale al terrorismo politico. «Mi dovrei stupire», ha osservato il premier, «di un approccio così smaccatamente ideologico. Ma mi stupisce fino a un certo punto, perché l’effetto transfert che lei ha fatto tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico del teorema di parte della magistratura, a cominciare dal depistaggio e dal primo giudizio sulla strage di via d’Amelio».
E sempre in modo energico la Meloni ha replicato alla neo senatrice della sinistra radicale Ilaria Cucchi, che aveva denunciato l’operato delle forze dell’ordine martedì alla Sapienza di Roma, intente a contenere un tentativo di picchettaggio di un convegno da parte degli studenti dei collettivi: «Vengo dalla militanza giovanile», ha detto rivolgendosi alla parlamentare dell’Alleanza Verdi-Sinistra, «in tutta la mia vita non ho mai lavorato per impedire a qualcun altro di dire ciò che voleva dire. La democrazia è nel rispetto delle idee altrui, altrimenti consentiamo che chi non la pensa come noi impedisca di farci parlare».
Ma l’intervento della Meloni, come detto, è andato a riempire di contenuti quello che era stato accennato per titoli nel discorso di martedì, con una certa dovizia di particolari. A partire dall’emergenza più stringente, e cioè quella della crisi energetica e del caro bollette, per la quale occorre «lavorare con molta puntualità a interventi calibrati per le imprese e le famiglie e recuperando risorse dalle pieghe del bilancio, dagli extraprofitti e dai ricavi dello Stato. Se non si procederà con velocità la speculazione ripartirà. Ma tutto quello che c’è da fare lo faremo». Sul fronte fiscale, il premier ha ribadito l’intenzione di procedere con la flat tax, che «premia il merito» perché «chi fa di più è giusto che venga premiato», con la rimozione del tetto ai contanti (fortemente reclamata da Matteo Salvini) e con il taglio del cuneo fiscale, con l’impegno di «arrivare progressivamente a un taglio fiscale di cinque punti. Due terzi ai lavoratori, un terzo alle aziende».
Uno dei passaggi più importanti e per certi versi attesi, dopo qualche freddezza per la scelta di nominare ministro della Salute un tecnico come Orazio Schillaci, è stato quello sul modo di affrontare un’eventuale nuova emergenza Covid, in cui la Meloni è stata netta: prendendo spunto da una risposta all’ex ministro Beatrice Lorenzin, il presidente del Consiglio ha sottolineato che non bisogna mai «scambiare la scienza con la religione». «Noi contestavamo», ha proseguito, «che non c’erano evidenze scientifiche alla base dei provvedimenti scientifici, contestavamo che si scambiasse la scienza per religione». Poi, l’affondo sulle misure anti Covid adottate dal precedente governo, prima fra tutti quella di «escludere ragazzi di 12 anni non vaccinati da qualcosa che sicuramente fa bene, lo sport, perché non avevano una cosa su cui la comunità scientifica non era d’accordo».
Per quanto riguarda il dibattito parlamentare, nella giornata che ha visto Silvio Berlusconi riprendere la parola dopo nove anni e l’estromissione a causa della legge Severino, si è distinto certamente Matteo Renzi, il cui intervento è stato, paradossalmente (ma poi neanche tanto), tra i più apprezzati dal centrodestra e il più contestato dai dem. Prima di assestare un paio di colpi ai suoi ex compagni di partito suscitando le complici risate della Meloni, Renzi ha teso concretamente una mano sulle riforme costituzionali, affermando che il suo gruppo «accetterà la sfida del presidenzialismo».
Ma da sottolineare è anche la posizione della Lega sul fronte della guerra. «L’Italia è nella Nato e la collocazione atlantica non è in discussione. Ma cercate di impostare anche un discorso di negoziati di pace. Va rispettata la volontà degli ucraini ma è meglio dire che decide la comunità internazionale nell’interesse dell’Ucraina», ha dichiarato il presidente dei senatori leghisti, Massimiliano Romeo.
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