Il destro non fa addizioni, intuisce. Non dimostra: collega. Dove il sinistro costruisce, il destro indovina. È affollato, simultaneo, quasi chiassoso: tiene insieme immagini, simboli, analogie. È lì che nascono le fiabe, i miti, la letteratura fantastica. Ed è forse lì che si nasconde una forma di conoscenza più inquietante, perché meno dichiarata: quella che non si lascia dire, ma si lascia intravedere. Se si vuole capire davvero un popolo, non bisogna leggere i suoi codici civili, ma la sua letteratura fantastica: la realtà è lì. Lo intuisce Kafka. Franz Kafka muore nel 1924, quando i lager non esistono ancora, quando l’antisemitismo non ha ancora assunto la sua forma industriale, quando il nazismo è soltanto un’ombra lontana.
Eppure qualcosa, nel suo emisfero destro, registra. Non grandi eventi, quelli sono ancora di là da venire, ma minimi scarti: un saluto meno cordiale, uno sguardo appena inclinato verso il disprezzo, certe righe di giornale dove la lingua comincia a farsi torbida. Sono dettagli insignificanti, quasi invisibili, ma è proprio di questi che si nutre la profezia, non la profezia religiosa, che scende dall’alto, bensì emerge dal basso, come una febbre leggera, come fantasticheria cupa e senza senso. Queste due parole sono fondamentali: senza senso. Kafka racconta storie senza senso. Uomini senza colpa condannati a morte senza sapere perché. Racconta di uomini che si svegliano trasformati in insetti. E gli insetti, si sa, si eliminano. Con cura, con metodo, con prodotti dal nome tecnico e rassicurante, il cianuro di idrogeno ribattezzato Zyklon B. La letteratura fantastica, in questo senso, è un deposito: il luogo dove nascondiamo i mostri quando sono troppo orrendi per essere guardati direttamente, così possiamo parlarne senza esserne distrutti.
Il Novecento ha fatto della letteratura fantastica il proprio specchio più tragicamente vero. Le grandi saghe, mondi lontani, guerre cosmiche, battaglie tra bene e male, non erano evasione, ma traduzione. Raccontavano, con altri nomi e altri volti, uno scontro reale: quello tra culture della vita e culture della morte. Oggi, però, lo scenario è cambiato. Il fantastico contemporaneo ha perso la nobiltà tragica di quelle narrazioni epiche. Non ci sono più grandi eroi, dinastie millenarie che collegano il presente al passato, e che continueranno nei secoli a venire dopo che la battaglia è stata vinta.
Non ci sono nemmeno grandi e oscuri signori, orde che non sono però prive di un qualche valore militare e che si potrebbero anche convertire, chissà, prima o poi. Il secolo Ventesimo è il secolo dell’horror, la fantascienza diventa horror. Se è vero che il fantastico rivela ciò che la realtà nasconde, allora questa proliferazione di corpi senza identità, di decomposizioni senza senso, racconta qualcosa di preciso: una familiarità crescente con la morte, una specie di assuefazione, una familiarità con l’orrore, per esempio un corpicino smembrato nell’aborto. Le sedi di Pro vita e famiglia vengono vandalizzate e colpite da bombe incendiarie. L’orrore non è più confinato nelle storie: trabocca. Lo si ritrova nelle decorazioni grottesche di Halloween, nell’estetica deliberatamente sgradevole, nella bruttezza esibita come linguaggio, nei giocattoli ripugnanti. Non è provocazione: è sintomo. Una cultura che smette di cercare la forma, che rifiuta di festeggiare la vita, finisce per celebrare la decomposizione. E quando questo accade, bisogna tornare all’origine.
Perché ogni civiltà si regge su un punto iniziale, semplice e irriducibile: la vita che nasce. E la vita, nella sua forma elementare, è relazione tra uomo e donna. Quando questo nucleo viene deformato, anche tutto il resto si incrina. La grande ideologia criminale del Novecento, il marxismo, non ha prodotto solo errori politici o economici, enormi e tragici, essendo l’ideologia che ha generato i due gemelli eterozigoti, per citare la definizione dello storico francese Alain Besançon (Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, 2000 Lindau editore): comunismo e nazismo sono rispettivamente internazionalsocialismo e nazionalsocialismo, figli dello stesso odio: l’odio contro l’uomo, contro il cristianesimo, contro la vita, contro le libertà elementari, contro il diritto dei genitori di educare i propri figli. Hanno aggredito, sporcato l’origine della vita: l’amore tra uomo e donna. «Crescete e moltiplicatevi», aveva detto Dio. Odiatevi così da non generare, dice il comunismo.
Comincia Friedrich Engels che in un ridicolo libercolo pubblicato nel 1884, L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, vede il maschio come proprietario e la donna come proprietà. La famiglia, da cellula della società, diventa il nemico da abbattere. Gli uomini sono considerati proprietari e le donne schiave, ma nessun padrone muore per lo schiavo. È proprio lì che si è aperta una frattura. La nostra natalità è crollata. Abbiamo sostituito i figli con cani e gatti, abortire è un diritto, mangiare una bistecca è un crimine. Noi siamo una cultura di morte perché è stata ferita l’origine della vita, e l’origine della vita è l’unione di un uomo e di una donna.
Il marxismo è stato una tragedia non solo dal punto di vista politico ed economico, la causa diretta in Ucraina, ma anche nel resto dell’unione sovietica, nella Cina di Mao, nella Cambogia di Pol Pot, delle più grandi carestie dell’umanità. Il marxismo non è stato solo criminale imbecillità politica ed economica, la più grande causa di morti ammazzati. È stato anche una tragedia di atroce imbecillità antropologica: ha colpito l’origine della vita. Ha dato della famiglia, l’unica possibile, l’unione di un uomo e una donna e dei bambini che hanno messo al mondo, una visione deformata. La famiglia è vista come la cellula malata di una società malata: da abbattere. I servizi sociali e la scuola, fulgida fucina di indottrinamento, come spiega il filosofo Ellul nel libro Propaganda, altro non sono che il braccio molto armato di questa teoria.