Le pressioni sul Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) per svelare i nomi oscurati all’interno degli Epstein files (eccetto, naturalmente, quelli delle vittime) iniziano a sortire i primi effetti. Da lunedì, i membri eletti del Congresso possono accedere su richiesta ai documenti originali, un primo atto di trasparenza concesso dal governo Usa. Dopo aver esaminato alcuni fascicoli, il deputato repubblicano Thomas Massie, insieme con il collega dem Ro Khanna, ha contestato alcune scelte del Doj. Così, ieri, si è scoperto con chi Epstein commentasse «video di torture»: è il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente e ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo.
«Dove sei? Stai bene? Mi è piaciuto il video delle torture», si legge nell’email inviata da Epstein il 24 aprile del 2009. «Sono in Cina e arriverò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio», risponde l’emiratino. Intanto, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso di aver visitato la famigerata isola di Epstein nel 2012, specificando di esserci stato con la famiglia durante un pranzo e solo per un’ora. Questa versione collima con quanto emerge nei file, al contrario di quanto dichiarato in precedenza sul fatto di aver interrotto i rapporti col faccendiere nel 2005. Altri documenti, però, suggeriscono affari comuni fino al 2014.
Secondo un altro file desecretato, Donald Trump nel 2006 chiamò la polizia di Palm Beach per complimentarsi delle indagini su Epstein: «Grazie al cielo lo state fermando, sanno tutti che cosa fa». Il tycoon, inoltre, consigliava agli inquirenti di concentrarsi sulla «malvagia» compagna di lui, Ghislaine Maxwell, e nel corso della telefonata avrebbe raccontato di essere stato una sola volta in presenza di adolescenti con Epstein e di essere «andato via subito di corsa».
Sempre secondo Massie, risulta coinvolto nello scandalo anche un altro uomo che occupa «una posizione piuttosto elevata in un governo straniero». La sensazione è che stia tremando la classe dirigente di mezzo mondo. Anche se, va ribadito, figurare negli Epstein files non significa automaticamente essere colpevole. All’interno ci sono numerosi documenti contenenti semplici rassegne stampa: basta essere stato qualcuno negli ultimi 20 anni per esserci finiti dentro. Ieri, per esempio, è stato tirato in mezzo anche il calciatore francese Franck Ribéry, ma il suo avvocato ha già annunciato querele.
Chi, invece, sembra coinvolto nelle indagini dell’Fbi è l’ex numero uno di Victoria Secret, il miliardario Les Wexner. Un documento che pare una scheda interna al bureau, de-oscurato grazie alle pressioni dei deputati, lo inquadra come «co-conspirator», cioè una figura rilevante della rete legata a Epstein. Questo non fa di lui un colpevole, ma è piuttosto significativo. Secondo il Financial Times, inoltre, nel 2008 Epstein pagò 100 milioni di dollari a Wexner come risarcimento dopo che questi lo aveva accusato di avergli rubato centinaia di milioni di dollari. Un altro miliardario menzionato nei file per abusi sessuali e altre nefandezze, benché mai alcuna accusa fu intentata contro di lui, è Leon Black, ex ad di Apollo global management. Anche su questa figura, insieme agli altri quattro nomi usciti ieri, si sono accesi i riflettori.
Nel Regno Unito, intanto, i ministri e i parlamentari laburisti hanno confermato la fiducia a Keir Starmer dopo le numerose richieste di dimissioni. Da diversi giorni la stampa inglese canta il de profundis all’attuale premier, che per il momento, però, sta riuscendo a resistere, probabilmente più per il timore di un’ulteriore ascesa del partito di Nigel Farage che per reale credito nei suoi confronti. Anche perché, nonostante questo serrare i ranghi, si rincorrono le voci di ulteriori dimissioni all’interno del Partito laburista. La faccenda è oltremodo delicata perché coinvolge, attraverso il principe Andrew, anche la Casa reale, che tuttavia ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Secondo il Telegraph, il fratello del Re e Epstein stavano pianificando anche possibili affari in Cina.