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2022-07-03
Martellamento incessante nell’Est. «Sparano con tutti i tipi di armi»
A destra Ramzan Kadyrov (Ansa)
«Lysychansk è nostra», tuonano le truppe cecene alleate di Mosca. Kiev prova a smentire ma la realtà sul campo rimanda la foto dello sfacelo. L’ultimo avamposto del Lugansk è circondato. Anzi, secondo il leader ceceno Ramzan Kadyrov, i filorussi sono già nella parte centrale della città. Kadyrov annuncia la «liberazione dalle unità e dalle mine ucraine» per la quale i combattenti starebbero utilizzando «nuove tecniche di assalto ai quartieri della città, che stanno dando ottimi risultati». Le sue parole sembrano confermate da chi si trova sull’altro fronte, come il governatore del Lugansk, Sergei Gaidai. «Le case private nei villaggi attaccati stanno bruciando una ad una. Con una così alta densità di bombardamenti, abbiamo solo il tempo di recuperare i feriti. Ci sono incendi simultanei in diversi luoghi. Abbiamo a malapena il tempo di eliminare gli incendi su larga scala a Lysychansk». Nell’offensiva finale i russi «hanno aperto il fuoco con tutti i tipi di armi disponibili», ha detto Gaidai, fornendo il quadro completo della volontà russa di archiviare il «problema» Lugansk per passare al Donetsk. È qui che si concentra ora lo sforzo bellico russo e lo sa bene il governatore della regione, Pavlo Kyrylenko, che ha stabilito, a partire da lunedì, il coprifuoco dalle 22 alle 4 di mattina. I russi hanno già mostrato a Solviansk cosa intendono fare nel Donestk. Bombe a grappolo lanciate sulla città hanno ucciso 4 persone e ne hanno ferite altre 7. Il capo dell’amministrazione militare-civile della città di Sloviansk, Vadym Lyakh, ha affermato che «il microdistretto di Lymany è stato preso di mira». Lyakh menziona Barvinkivska, Pidhirna, Danylevsky Street, un «settore privato pacifico dove non ci sono strutture militari». Lyakh ha invitato i residenti della città a non lasciare le abitazioni «senza necessità urgenti e ad evitare assembramenti di persone». Tutto l’Est dell’Ucraina è sottoposto a continue pressioni. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Sumy, Dmytro Zhivytsky, ha riferito che nelle ultime 24 ore sono stati sparati 270 missili nella regione, che si trova nel Nord-Est. Una donna di 64 anni è rimasta ferita nella zona di Shalyginsk, mentre era in giardino. «Ci sono anche infrastrutture danneggiate: case di civili, fattorie, reti elettriche e una torre dell’acqua», ha aggiunto Zhivytsky. L’entità della distruzione è ancora impossibile da quantificare. E se la situazione precipita nel Donbass e in tutta l’area orientale, sotto attacco è tornata anche Odessa. Proprio ieri, giorno che è stato dichiarato di lutto per i morti nell’ultimo bombardamento a Serhiyivka (regione di Odessa), anche Mikolayv ha tremato. Potenti esplosioni sono state avvertite. Lo ha dichiarato il sindaco Oleksandr Senkevich: «Ci sono potenti esplosioni in città! Rimanete nei rifugi!». Non è stato reso noto cosa abbia causato le esplosioni ma le sirene antiaeree hanno suonato in tutta la regione. Mykolaiv conta quasi mezzo milione di abitanti e la sua conquista spianerebbe ai russi la strada verso Odessa. Intanto si aggrava il bilancio delle vittime dell’attacco missilistico su Serhiyivka che è salito a 21 persone. Nel bombardamento 16 persone sono state uccise in un edificio residenziale e 5 persone sono rimaste uccise nel territorio del centro ricreativo, di cui 1 bambino. Altre 39 persone sono rimaste ferite. I soccorritori continuano a rimuovere i detriti. Le forze armate ucraine, in tutto questo, continuano a perdere uomini e mezzi. Secondo il ministero della Difesa russo, gli ucraini hanno accusato notevoli perdite in tutto lo scacchiere militare. «Tre battaglioni della decima divisione montana d’assalto e della 72ª brigata di fanteria meccanizzata hanno perso più della metà degli effettivi», ha annunciato il portavoce del ministero, Igor Konashenkov. «Le forze aeree hanno operato un attacco su un sito di smistamento del primo battaglione della 30ª brigata meccanizzata nei pressi di Artemivsk. Oltre 120 militari ucraini e 14 pezzi di armamento sono stati distrutti». Secondo il portavoce, l’aviazione russa ha anche colpito un deposito della decima brigata montana di assalto ospitato in una fabbrica di trattori a Kharkiv. Dall’inizio dell’invasione anche le forze russe avrebbero perso diversi uomini. Ad oggi, sarebbero «oltre 35.000 effettivi», secondo la stima non verificata pubblicata dal ministero della Difesa ucraino. Oltre ai militari le perdite russe comprendono 217 aerei, 186 elicotteri, 1.582 carri armati e 246 lanciarazzi.
Kuleba spinge per nuove sanzioni
Le distanze tra Occidente e Russia si ampliano sempre di più e sono diverse le conferme dello strappo. Mentre è ancora in piedi il «giallo» sulla partecipazione o meno di Vladimir Putin al G20, l’Ue studia nuove sanzioni nei confronti della stessa – il famoso settimo pacchetto – proprio in vista della riunione dei ministri degli Esteri del G20.
Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ne ha discusso con l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, e, insieme, hanno coordinato le posizioni nei confronti della Federazione. L’idea del nuovo pacchetto sanzonatorio non placa certo gli animi in vista del vertice di novembre, sul quale il presidente indonesiano Joko Widodo si propone come mediatore. Widodo ha infatti invitato Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky al vertice che si terrà in Indonesia nel mese di novembre. Il leader cerca di trasformare il summit in un’occasione per far incontrare Russia e Ucraina. In un primo momento sembrava che Vladimir Putin avesse accettato di sedere al tavolo del summit, poi il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha fatto sapere che il presidente potrebbe non recarsi di persona all’incontro.
Mosca, intanto, mostra di avvicinarsi sempre di più alla Bielorussia e di sentirsi sempre più estranea all’Occidente. Putin incassa l’endorsement del presidente bielorusso Lukashenko, che ha affermato: «L’Europa occidentale ha allevato un mostro chiamato Germania nazista, e ora ne sta creando uno nuovo in Ucraina. La storia si ripete». Mentre la dichiarazione lascia ben intendere quali siano le alleanze che si consolidano, le istituzioni ritenute fondamentali «ad Ovest» per mantenere la pace non godono più della fiducia del Cremlino, che del resto era stato accolto al loro interno con molto scetticismo. Lo strappo di Mosca col Consiglio d’Europa, di cui faceva parte dal 1996, si era già consumato il 16 marzo scorso, portando con sé la conseguenza che la Federazione ha abbandonato anche la Convenzione europea dei diritti umani. Ora il governo russo mostra concretamente di non avere più nulla da spartire con gli europei neanche su temi specifici. La Russia ha adottato infatti una risoluzione che sancisce l’uscita da otto accordi parziali del Consiglio d’Europa. Gli «accordi parziali» sono spazi di cooperazione rafforzata che consentono un’unione più stretta tra alcuni stati membri, e tra questi ed alcuni stati non membri, su tematiche specifiche. Tra questi il Gruppo di Cooperazione contro l’abuso di sostanze stupefacenti e l’accordo parziale allargato per la democrazia. «Si approva la proposta del ministero degli Esteri russo di porre fine a partire dal 16 marzo 2022 alla partecipazione della Russia ai seguenti accordi parziali e parziali allargati del Consiglio d'Europa”, si legge nel documento che ha effetto retroattivo. Tra i principali accordi ai quali Mosca rinuncia, quello del Gruppo Pompidou di cooperazione contro l’uso di droghe e i traffici illeciti, la Commissione di Venezia, l’accordo sulla prevenzione dei disastri naturali, quello sull’insegnamento della storia in Europa. Mosca rinuncia alla collaborazione anche nei settori sportivo, degli itinerari culturali, cinematografico, audiovisivo.
Gli ultimi fili sottili con i quali si tentava di ricucire un minimo di rapporti tra il Cremlino e l’Occidente e dunque anche tra Mosca e Kiev si stanno spezzando tutti, dopo che anche gli ultimi intermediari europei hanno fallito nella missione. Tra questi il presidente francese Emmanuel Macron, che dopo essere stato un interlocutore telefonico privilegiato di Putin, ha chiuso le conversazioni. Queste si sono interrotte dopo il 28 maggio: i due leader si erano parlati almeno 31 volte ancor prima che cominciasse il conflitto. Poi, dopo una visita a Zelensky, che da parte sua auspicava che i colloqui Francia-Russia continuassero in vista di una mediazione, è calato il gelo. L’argomento dell’ultima chiamata di Macron era stato la necessità di assicurare l’esportazione dei cereali ucraini dalle zone occupate. Da allora, non risultano chiamate in entrata o in uscita tra Cremlino ed Eliseo.
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L’esercito russo bombarda senza tregua nella regione del Lugansk e in tutta la zona orientale del Paese Il ceceno Ramzan Kadyrov esulta: «Lysychansk è nostra, siamo in centro città». Ma il governo di Kiev smentisce.Il ministro degli Esteri ucraino ha discusso del settimo pacchetto di provvedimenti con l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell. Resta il giallo sulla presenza di Vladimir Putin al G20.Lo speciale contiene due articoli«Lysychansk è nostra», tuonano le truppe cecene alleate di Mosca. Kiev prova a smentire ma la realtà sul campo rimanda la foto dello sfacelo. L’ultimo avamposto del Lugansk è circondato. Anzi, secondo il leader ceceno Ramzan Kadyrov, i filorussi sono già nella parte centrale della città. Kadyrov annuncia la «liberazione dalle unità e dalle mine ucraine» per la quale i combattenti starebbero utilizzando «nuove tecniche di assalto ai quartieri della città, che stanno dando ottimi risultati». Le sue parole sembrano confermate da chi si trova sull’altro fronte, come il governatore del Lugansk, Sergei Gaidai. «Le case private nei villaggi attaccati stanno bruciando una ad una. Con una così alta densità di bombardamenti, abbiamo solo il tempo di recuperare i feriti. Ci sono incendi simultanei in diversi luoghi. Abbiamo a malapena il tempo di eliminare gli incendi su larga scala a Lysychansk». Nell’offensiva finale i russi «hanno aperto il fuoco con tutti i tipi di armi disponibili», ha detto Gaidai, fornendo il quadro completo della volontà russa di archiviare il «problema» Lugansk per passare al Donetsk. È qui che si concentra ora lo sforzo bellico russo e lo sa bene il governatore della regione, Pavlo Kyrylenko, che ha stabilito, a partire da lunedì, il coprifuoco dalle 22 alle 4 di mattina. I russi hanno già mostrato a Solviansk cosa intendono fare nel Donestk. Bombe a grappolo lanciate sulla città hanno ucciso 4 persone e ne hanno ferite altre 7. Il capo dell’amministrazione militare-civile della città di Sloviansk, Vadym Lyakh, ha affermato che «il microdistretto di Lymany è stato preso di mira». Lyakh menziona Barvinkivska, Pidhirna, Danylevsky Street, un «settore privato pacifico dove non ci sono strutture militari». Lyakh ha invitato i residenti della città a non lasciare le abitazioni «senza necessità urgenti e ad evitare assembramenti di persone». Tutto l’Est dell’Ucraina è sottoposto a continue pressioni. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Sumy, Dmytro Zhivytsky, ha riferito che nelle ultime 24 ore sono stati sparati 270 missili nella regione, che si trova nel Nord-Est. Una donna di 64 anni è rimasta ferita nella zona di Shalyginsk, mentre era in giardino. «Ci sono anche infrastrutture danneggiate: case di civili, fattorie, reti elettriche e una torre dell’acqua», ha aggiunto Zhivytsky. L’entità della distruzione è ancora impossibile da quantificare. E se la situazione precipita nel Donbass e in tutta l’area orientale, sotto attacco è tornata anche Odessa. Proprio ieri, giorno che è stato dichiarato di lutto per i morti nell’ultimo bombardamento a Serhiyivka (regione di Odessa), anche Mikolayv ha tremato. Potenti esplosioni sono state avvertite. Lo ha dichiarato il sindaco Oleksandr Senkevich: «Ci sono potenti esplosioni in città! Rimanete nei rifugi!». Non è stato reso noto cosa abbia causato le esplosioni ma le sirene antiaeree hanno suonato in tutta la regione. Mykolaiv conta quasi mezzo milione di abitanti e la sua conquista spianerebbe ai russi la strada verso Odessa. Intanto si aggrava il bilancio delle vittime dell’attacco missilistico su Serhiyivka che è salito a 21 persone. Nel bombardamento 16 persone sono state uccise in un edificio residenziale e 5 persone sono rimaste uccise nel territorio del centro ricreativo, di cui 1 bambino. Altre 39 persone sono rimaste ferite. I soccorritori continuano a rimuovere i detriti. Le forze armate ucraine, in tutto questo, continuano a perdere uomini e mezzi. Secondo il ministero della Difesa russo, gli ucraini hanno accusato notevoli perdite in tutto lo scacchiere militare. «Tre battaglioni della decima divisione montana d’assalto e della 72ª brigata di fanteria meccanizzata hanno perso più della metà degli effettivi», ha annunciato il portavoce del ministero, Igor Konashenkov. «Le forze aeree hanno operato un attacco su un sito di smistamento del primo battaglione della 30ª brigata meccanizzata nei pressi di Artemivsk. Oltre 120 militari ucraini e 14 pezzi di armamento sono stati distrutti». Secondo il portavoce, l’aviazione russa ha anche colpito un deposito della decima brigata montana di assalto ospitato in una fabbrica di trattori a Kharkiv. Dall’inizio dell’invasione anche le forze russe avrebbero perso diversi uomini. Ad oggi, sarebbero «oltre 35.000 effettivi», secondo la stima non verificata pubblicata dal ministero della Difesa ucraino. Oltre ai militari le perdite russe comprendono 217 aerei, 186 elicotteri, 1.582 carri armati e 246 lanciarazzi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/martellamento-incessante-nellest-sparano-con-tutti-i-tipi-di-armi-2657602099.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kuleba-spinge-per-nuove-sanzioni" data-post-id="2657602099" data-published-at="1656833571" data-use-pagination="False"> Kuleba spinge per nuove sanzioni Le distanze tra Occidente e Russia si ampliano sempre di più e sono diverse le conferme dello strappo. Mentre è ancora in piedi il «giallo» sulla partecipazione o meno di Vladimir Putin al G20, l’Ue studia nuove sanzioni nei confronti della stessa – il famoso settimo pacchetto – proprio in vista della riunione dei ministri degli Esteri del G20. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ne ha discusso con l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, e, insieme, hanno coordinato le posizioni nei confronti della Federazione. L’idea del nuovo pacchetto sanzonatorio non placa certo gli animi in vista del vertice di novembre, sul quale il presidente indonesiano Joko Widodo si propone come mediatore. Widodo ha infatti invitato Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky al vertice che si terrà in Indonesia nel mese di novembre. Il leader cerca di trasformare il summit in un’occasione per far incontrare Russia e Ucraina. In un primo momento sembrava che Vladimir Putin avesse accettato di sedere al tavolo del summit, poi il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha fatto sapere che il presidente potrebbe non recarsi di persona all’incontro. Mosca, intanto, mostra di avvicinarsi sempre di più alla Bielorussia e di sentirsi sempre più estranea all’Occidente. Putin incassa l’endorsement del presidente bielorusso Lukashenko, che ha affermato: «L’Europa occidentale ha allevato un mostro chiamato Germania nazista, e ora ne sta creando uno nuovo in Ucraina. La storia si ripete». Mentre la dichiarazione lascia ben intendere quali siano le alleanze che si consolidano, le istituzioni ritenute fondamentali «ad Ovest» per mantenere la pace non godono più della fiducia del Cremlino, che del resto era stato accolto al loro interno con molto scetticismo. Lo strappo di Mosca col Consiglio d’Europa, di cui faceva parte dal 1996, si era già consumato il 16 marzo scorso, portando con sé la conseguenza che la Federazione ha abbandonato anche la Convenzione europea dei diritti umani. Ora il governo russo mostra concretamente di non avere più nulla da spartire con gli europei neanche su temi specifici. La Russia ha adottato infatti una risoluzione che sancisce l’uscita da otto accordi parziali del Consiglio d’Europa. Gli «accordi parziali» sono spazi di cooperazione rafforzata che consentono un’unione più stretta tra alcuni stati membri, e tra questi ed alcuni stati non membri, su tematiche specifiche. Tra questi il Gruppo di Cooperazione contro l’abuso di sostanze stupefacenti e l’accordo parziale allargato per la democrazia. «Si approva la proposta del ministero degli Esteri russo di porre fine a partire dal 16 marzo 2022 alla partecipazione della Russia ai seguenti accordi parziali e parziali allargati del Consiglio d'Europa”, si legge nel documento che ha effetto retroattivo. Tra i principali accordi ai quali Mosca rinuncia, quello del Gruppo Pompidou di cooperazione contro l’uso di droghe e i traffici illeciti, la Commissione di Venezia, l’accordo sulla prevenzione dei disastri naturali, quello sull’insegnamento della storia in Europa. Mosca rinuncia alla collaborazione anche nei settori sportivo, degli itinerari culturali, cinematografico, audiovisivo. Gli ultimi fili sottili con i quali si tentava di ricucire un minimo di rapporti tra il Cremlino e l’Occidente e dunque anche tra Mosca e Kiev si stanno spezzando tutti, dopo che anche gli ultimi intermediari europei hanno fallito nella missione. Tra questi il presidente francese Emmanuel Macron, che dopo essere stato un interlocutore telefonico privilegiato di Putin, ha chiuso le conversazioni. Queste si sono interrotte dopo il 28 maggio: i due leader si erano parlati almeno 31 volte ancor prima che cominciasse il conflitto. Poi, dopo una visita a Zelensky, che da parte sua auspicava che i colloqui Francia-Russia continuassero in vista di una mediazione, è calato il gelo. L’argomento dell’ultima chiamata di Macron era stato la necessità di assicurare l’esportazione dei cereali ucraini dalle zone occupate. Da allora, non risultano chiamate in entrata o in uscita tra Cremlino ed Eliseo.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.