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2023-06-15
Per impedire che il partito evapori i dirigenti invocano il soccorso di Marina
Marina Berlusconi (Imagoeconomica)
«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione.
«Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi».
All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.
Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni
Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto.
Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti.
Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio».
Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Pressing per una successione in famiglia. Marcello Dell’Utri: «Fi reggerà». Maurizio Gasparri scettico: «Situazione cambiata, nessuno come Silvio».Oggi il cdm sulla Giustizia «dedicato» al Cav. Toghe e giornalisti contro la stretta sulle pubblicazioni: «Un nuovo bavaglio».Lo speciale contiene due articoli.«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione. «Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi». All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marina-berlusconi-forza-italia-2661330100.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nordio-tira-dritto-su-abuso-dufficio-e-intercettazioni" data-post-id="2661330100" data-published-at="1686779701" data-use-pagination="False"> Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto. Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti. Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio». Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.