True
2023-06-15
Per impedire che il partito evapori i dirigenti invocano il soccorso di Marina
Marina Berlusconi (Imagoeconomica)
«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione.
«Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi».
All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.
Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni
Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto.
Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti.
Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio».
Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
Continua a leggereRiduci
Pressing per una successione in famiglia. Marcello Dell’Utri: «Fi reggerà». Maurizio Gasparri scettico: «Situazione cambiata, nessuno come Silvio».Oggi il cdm sulla Giustizia «dedicato» al Cav. Toghe e giornalisti contro la stretta sulle pubblicazioni: «Un nuovo bavaglio».Lo speciale contiene due articoli.«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione. «Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi». All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marina-berlusconi-forza-italia-2661330100.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nordio-tira-dritto-su-abuso-dufficio-e-intercettazioni" data-post-id="2661330100" data-published-at="1686779701" data-use-pagination="False"> Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto. Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti. Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio». Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
iStock
La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
Continua a leggereRiduci
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.