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2023-06-15
Per impedire che il partito evapori i dirigenti invocano il soccorso di Marina
Marina Berlusconi (Imagoeconomica)
«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione.
«Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi».
All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.
Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni
Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto.
Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti.
Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio».
Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Pressing per una successione in famiglia. Marcello Dell’Utri: «Fi reggerà». Maurizio Gasparri scettico: «Situazione cambiata, nessuno come Silvio».Oggi il cdm sulla Giustizia «dedicato» al Cav. Toghe e giornalisti contro la stretta sulle pubblicazioni: «Un nuovo bavaglio».Lo speciale contiene due articoli.«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione. «Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi». All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marina-berlusconi-forza-italia-2661330100.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nordio-tira-dritto-su-abuso-dufficio-e-intercettazioni" data-post-id="2661330100" data-published-at="1686779701" data-use-pagination="False"> Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto. Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti. Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio». Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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