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2023-06-15
Per impedire che il partito evapori i dirigenti invocano il soccorso di Marina
Marina Berlusconi (Imagoeconomica)
«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione.
«Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi».
All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.
Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni
Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto.
Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti.
Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio».
Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Pressing per una successione in famiglia. Marcello Dell’Utri: «Fi reggerà». Maurizio Gasparri scettico: «Situazione cambiata, nessuno come Silvio».Oggi il cdm sulla Giustizia «dedicato» al Cav. Toghe e giornalisti contro la stretta sulle pubblicazioni: «Un nuovo bavaglio».Lo speciale contiene due articoli.«C’è solo un presidente»: il coro dei tifosi del Milan spiega meglio di decine di retroscena la situazione nella quale si trova Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi. Diventato maggiorenne a 30 anni, il partito sbanda tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà: le dichiarazioni ufficiali dei dirigenti sono tutte all’insegna dell’«andremo avanti nel suo nome», ma la paura riguarda i voti, quelli che Berlusconi continuava a intercettare, fino al mezzo miracolo dell’8% del settembre scorso, e che ora dovranno invece essere raccolti attraverso proposte, impegni, iniziative politiche e il famigerato «radicamento sul territorio». Del resto, l’eredità politica di Silvio è già stata, nei fatti, accantonata: le sue perplessità sulla guerra in Ucraina, la sua spinta incessante per la pace, il suo avvertimento a non rompere per sempre, irrimediabilmente, i rapporti con la Russia, sono stati puntualmente messi da parte e nascosti con imbarazzo dai big del partito, derubricati a pensieri in libertà, tranne quando tirarli fuori e renderli pubblici è stato utile per indebolire Forza Italia, ad esempio durante le trattative per la formazione del governo. Considerato che la politica estera è stata certamente il campo in cui Berlusconi ha raccolto i più grandi successi, basta questa contraddizione per comprendere quanto sarà difficile per Forza Italia non diventare un protettorato politico di Giorgia Meloni, una provincia di Fratelli d’Italia con una parte che invece guarda alla Lega di Matteo Salvini. Il vuoto al centro è un bel problema anche per i due alleati: Berlusconi era la calamita dell’elettorato di centrodestra più moderato, non è assolutamente certo che chi ha sempre votato per lui passerà con scioltezza a preferire un altro partito della coalizione. «Penso che Tajani», dice il sindaco di Imperia Claudio Scajola, ex ministro di Forza Italia, «abbia l’equilibrio, il buon senso, l’esperienza, la moderazione per cogliere che in questo momento bisogna guardare al futuro stando insieme. Perché adesso il pericolo in Forza Italia è il fuggi fuggi», aggiunge Scajola, «adesso non si deve scappare. L’eredità di Berlusconi è il sogno di mettere insieme cattolici, liberali e riformisti in un grande progetto per un’Italia più forte: Forza Italia era Berlusconi se in questa fase ci fosse rilassatezza sarebbe un errore grave». «Forza Italia esiste», riflette Marcello Dell’Utri, «l’ha fatta lui come Mediaset. Mediaset esiste ancora ed esisterà ancora anche Forza Italia. Con chi non ha importanza, la gente ancora per un po’ non scorderà Berlusconi, almeno per un po’. Poi dopo tutto nella vita finisce e quindi sarà il tempo a dire». Tocca ad Antonio Tajani affrontare questa traversata nel deserto che porterà alle Europee del 2024, quando si capirà se Forza Italia è riuscita a sopravvivere oppure no, ma i funerali di ieri hanno dimostrato anche un’altra cosa: Marta c’è. Marta intesa come Fascina, naturalmente, ultima sovrana dell’ultimo dei tanti «cerchi magici» che hanno fatto da scudo al Cav, nel corso degli anni: continuerà a dire la sua nel partito, se la famiglia continuerà a considerarla una di loro. Già, la famiglia: il non detto è che ci vorrebbe proprio, un o una Berlusconi in politica. Sarebbe l’unico modo per garantire la continuità in un partito che repubblica non è mai stato, il cui monarca ieri è stato consegnato alla Storia da una cerimonia funebre che somigliava tanto a quelle che si riservano ai sovrani. Il non detto lo dice Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, vicinissimo ad Antonio Tajani: «L’intera famiglia Berlusconi», sottolinea Barelli a Rtl 102.5, «a partire dai figli, ha un ruolo nelle attività imprenditoriali che hanno caratterizzato l’impegno di Silvio Berlusconi. Da parte loro c’è la volontà di portare avanti questa missione, non solo per dovere nei confronti del padre, ma proprio perché c’è grande convinzione e volontà che Forza Italia vada avanti. Non so se sarà Marina Berlusconi ad esporsi nel partito», aggiunge Barelli, «l’argomento non è stato ancora toccato. Ciò che so è che, col cuore, la famiglia sarà presente nel partito. Poi, valuteranno loro il modo appropriato per abbracciare questa volontà. Certamente, da parte loro, c’è grande affetto verso coloro che, a fianco del loro papà, hanno portato avanti il progetto politico di Berlusconi». All’insegna del realismo, come di consueto, le parole del senatore Maurizio Gasparri: «Per quanto riguarda il futuro di Forza Italia», dice Gasparri al Tg2, «in queste ore, nonostante il grande dolore, ho visto, insieme a Tajani, Barelli e altri che hanno avuto la possibilità di andare ad Arcore, che tutte le persone più vicine a Berlusconi, hanno consapevolezza che la sua eredità è anche quella politica, oltre che finanziaria, televisiva, industriale e produttiva. Non sta a me dire che succederà. Quello che sappiamo è che non esiste un altro gigante come Berlusconi», aggiunge Gasparri, «sicuramente la situazione è cambiata, e bisogna essere consapevoli che non ci sono altre figure di questo spessore né in Forza Italia, né altrove. Ma noi andremo avanti perché noi siamo il centrodestra, fondato da Berlusconi. E siamo nel Partito popolare europeo, il baricentro dei moderati, che sarà essenziale nel prossimo Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024». L’orizzonte è di un anno, dunque, per assumere la forma di un partito classico, con congressi e assemblee. Certo, con un o una Berlusconi in campo sarebbe tutta un’altra storia. Anzi, continuerebbe quella di prima.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/marina-berlusconi-forza-italia-2661330100.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nordio-tira-dritto-su-abuso-dufficio-e-intercettazioni" data-post-id="2661330100" data-published-at="1686779701" data-use-pagination="False"> Nordio tira dritto su abuso d’ufficio e intercettazioni Una riforma che il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha già detto di voler dedicare a Silvio Berlusconi, vista la trentennale battaglia del Cavaliere contro la magistratura politicizzata. Oggi pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il governo dovrebbe dare il via libera al ddl che reca la firma del Guardasigilli Carlo Nordio (annunciato sin dall’insediamento di questo esecutivo) e che interviene su quelle che sono ritenute le maggiori criticità del nostro sistema. Ieri, nel preconsiglio, è stata esaminata una bozza del provvedimento, suscettibile di correzioni, così come sarà suscettibile di cambiamenti nel suo percorso parlamentare, trattandosi di un disegno di legge ordinario e non di un decreto. Uno dei punti più rilevanti è quello della stretta sulle intercettazioni, che già tante polemiche ha provocato e non ha mancato di provocarne anche ieri, quando i contenuti della bozza hanno cominciato a circolare. Secondo quest’ultima potranno essere pubblicate sui media solo le intercettazioni il cui contenuto sia «riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento». Dunque, i giudici dovranno ripulire le carte e i brogliacci da ogni riferimento a persone terze o estranee alle indagini. Sempre per evitare fughe di notizie non penalmente rilevanti o direttamente connesse al procedimento, la bozza prevede che anche nella richiesta del pm e nell’ordinanza del giudice delle misure cautelari non debbano essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti. Immediata (e pavloviana, per certi versi), la levata di scudi delle toghe: il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, esprimendo un giudizio negativo su tutto l’impianto della riforma, ha commentato sulla parte relativa alle intercettazioni che «la limitazione alla pubblicazione di alcune conversazioni crea un’ulteriore tensione tra diritto dell’informazione e diritto dell’imputato». Dura anche la reazione di sindacato e ordine dei giornalisti: il Consiglio nazionale dell’Ordine, in una nota, esprime «preoccupazione» per una possibile limitazione del «diritto dei cittadini ad essere informati», mentre la Fnsi si è già detta pronta a una «mobilitazione» in caso di un «nuovo bavaglio». Le altri parti qualificanti della riforma riguardano l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in virtù del numero esiguo dei processi, rispetto alle aperture dei fascicoli, l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per i reati meno gravi e la riduzione dell’ambito applicativo del reato di traffico di influenze illecite, anch’esso limitato alle condotte più gravi. Completano il quadro la norma per cui l’avviso di garanzia dovrà contenere una «descrizione sommaria del fatto» ed essere notificata con «modalità che tutelino l’indagato da ogni conseguenza impropria», con allusione alla gogna mediatica, e il passaggio dal monocratico al giudice collegiale per l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Ciò però avverrà solo due anni dopo l’approvazione del ddl, a causa della carenza d’organico.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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