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2018-12-26
Mariah Carey incassa 500.000 dollari all'anno con la sua canzone di Natale
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ANSA
«All I want for Christmas is you» è da un quarto di secolo la canzone simbolo del Natale. Era il novembre 1994 quando Mariah Carey pubblicò per la Columbia records il singolo scritto con il compositore Walter Afanasieff. Un disco di diamante in Giappone, svariati dischi di platino tra Australia, Italia, Stati Uniti e oltre: grazie a questo successo natalizio, secondo l’Economist, Mariah Carey ha guadagnato in un quarto di secolo oltre 60 milioni di dollari. E ogni anno solo dal mercato del Regno Unito, sostiene l’Independent, la cantante incassa più di 500.000 dollari in royalty. Ma se si includono i diritti d’autore che riceve da altri Paesi nel mondo, il guadagno supera alcuni milioni per questa canzone che, racconta la leggenda, è stata scritta in soli quindici minuti insieme al produttore Walter Afanasieff. Nel 2014, in un’intervista con l’American society of composers, authors and publishers, il produttore ha raccontato di non aver colto inizialmente il grande potenziale della canzone esplosa poi, ha aggiunto, grazie all’estrema semplicità della melodia.
Ma il mercato discografico deve fare i conti con la rivoluzione digitale. Infatti, quest’anno «All I want for Christmas is you» è riuscita a battere un nuovo record, facendo registrare, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, quasi 11 milioni di ascolti sulla piattaforma di streaming Spotify. Ma questo record non si traduce, come si potrebbe pensare, in fiumi di dollari nelle casse di Mariah Carey. Infatti, il sito Quartz ha calcolato il valore di quel record di ascolti. Poiché Spotify paga tra 0,006 e 0,0084 centesimi di dollari per i diritti, quegli 11 milioni di ascolti valgono, nella migliore delle ipotesi (cioè 0,0084 dollari) 92.400 dollari. Una cifra che però va poi divisa tra chi detiene i diritti, cioè cantante, autore, produttori ed etichetta discografica.
Mariah Carey sopravviverà alla rivoluzione digitale che sta tagliando gli introiti agli artisti. Ma che ne sarà dei giovani cantanti emergenti? Riusciranno mai a raggiungere il patrimonio della diva? Certo, da «All I want for Christmas is you» Mariah Carey ha incassato cifre importanti. Ma poca roba se confrontata a quanto guadagnato durante la sua carriera, oltre mezzo miliardo di dollari, circa 520 milioni. Una grossa fetta del suo reddito proviene però contratti di sponsorizzazione, contratti discografici, successi come «I’ll be there» e «Hero«, oltre che da performance lautamente retribuite nello show tv «American idol», circa 450.000 dollari per episodio. Inoltre, pochi mese fa, a fine ottobre, Mariah Carey avrebbe guadagnato diversi milioni di dollari come coach dello show televisivo «The voice», come riporta l’emittente Cnn.
Ma a ricchi incassi Mariah Carey risponde con grandi acquisiti. Basta leggere le classiche della rivista specializzata The Richest, per scoprire che la cantante possiede una proprietà del valore di 125 milioni di dollari a Beverly Hills, in California, un appartamento da 9 milioni a New York con vista su Central Park e alcune case vacanze di lusso a Bel Air, California, e alle Bahamas. Ma anche quando non vive a casa sua, Mariah Carey non bada a spese. Infatti, spende ancora almeno oltre 11.000 dollari a notte quando soggiorna in hotel. Infine, tra le sue spese mensile ci sono 100.000 dollari per fiori esotici, vestiti e l’asilo-tata per i suoi gemelli.
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La cantante statunitense pubblicò nel 1994 il successo natalizio «All I want for Christmas is you». Da allora, in 25 anni, secondo l'Economist, ha guadagnato 60 milioni di dollari. Quest'anno la traccia è riuscita a battere un nuovo record, facendo registrare il 24 dicembre, quasi 11 milioni di ascolti sulla piattaforma di streaming Spotify.«All I want for Christmas is you» è da un quarto di secolo la canzone simbolo del Natale. Era il novembre 1994 quando Mariah Carey pubblicò per la Columbia records il singolo scritto con il compositore Walter Afanasieff. Un disco di diamante in Giappone, svariati dischi di platino tra Australia, Italia, Stati Uniti e oltre: grazie a questo successo natalizio, secondo l’Economist, Mariah Carey ha guadagnato in un quarto di secolo oltre 60 milioni di dollari. E ogni anno solo dal mercato del Regno Unito, sostiene l’Independent, la cantante incassa più di 500.000 dollari in royalty. Ma se si includono i diritti d’autore che riceve da altri Paesi nel mondo, il guadagno supera alcuni milioni per questa canzone che, racconta la leggenda, è stata scritta in soli quindici minuti insieme al produttore Walter Afanasieff. Nel 2014, in un’intervista con l’American society of composers, authors and publishers, il produttore ha raccontato di non aver colto inizialmente il grande potenziale della canzone esplosa poi, ha aggiunto, grazie all’estrema semplicità della melodia.Ma il mercato discografico deve fare i conti con la rivoluzione digitale. Infatti, quest’anno «All I want for Christmas is you» è riuscita a battere un nuovo record, facendo registrare, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, quasi 11 milioni di ascolti sulla piattaforma di streaming Spotify. Ma questo record non si traduce, come si potrebbe pensare, in fiumi di dollari nelle casse di Mariah Carey. Infatti, il sito Quartz ha calcolato il valore di quel record di ascolti. Poiché Spotify paga tra 0,006 e 0,0084 centesimi di dollari per i diritti, quegli 11 milioni di ascolti valgono, nella migliore delle ipotesi (cioè 0,0084 dollari) 92.400 dollari. Una cifra che però va poi divisa tra chi detiene i diritti, cioè cantante, autore, produttori ed etichetta discografica.Mariah Carey sopravviverà alla rivoluzione digitale che sta tagliando gli introiti agli artisti. Ma che ne sarà dei giovani cantanti emergenti? Riusciranno mai a raggiungere il patrimonio della diva? Certo, da «All I want for Christmas is you» Mariah Carey ha incassato cifre importanti. Ma poca roba se confrontata a quanto guadagnato durante la sua carriera, oltre mezzo miliardo di dollari, circa 520 milioni. Una grossa fetta del suo reddito proviene però contratti di sponsorizzazione, contratti discografici, successi come «I’ll be there» e «Hero«, oltre che da performance lautamente retribuite nello show tv «American idol», circa 450.000 dollari per episodio. Inoltre, pochi mese fa, a fine ottobre, Mariah Carey avrebbe guadagnato diversi milioni di dollari come coach dello show televisivo «The voice», come riporta l’emittente Cnn.Ma a ricchi incassi Mariah Carey risponde con grandi acquisiti. Basta leggere le classiche della rivista specializzata The Richest, per scoprire che la cantante possiede una proprietà del valore di 125 milioni di dollari a Beverly Hills, in California, un appartamento da 9 milioni a New York con vista su Central Park e alcune case vacanze di lusso a Bel Air, California, e alle Bahamas. Ma anche quando non vive a casa sua, Mariah Carey non bada a spese. Infatti, spende ancora almeno oltre 11.000 dollari a notte quando soggiorna in hotel. Infine, tra le sue spese mensile ci sono 100.000 dollari per fiori esotici, vestiti e l’asilo-tata per i suoi gemelli.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».