«C’è un errore di fondo che ci portiamo dietro da tanti anni. Noi europei abbiamo sempre pensato che gli americani fossero qui con le loro forze militari per farci un favore, o per affinità valoriali, quando invece è sempre stata una questione di interessi».
Cioè?
«Durante la guerra fredda c’erano due grandi potenze in equilibrio, e l’unico problema per entrambe era avere un teatro di guerra che non intaccasse i rispettivi territori. Questo teatro era l’Europa, il campo di battaglia perfetto. Non eravamo candidati alla liberazione: eravamo condannati ad avere la guerra sulle nostre teste. Il pericolo sovietico era reale, e il prezzo della sicurezza era quello di fare da campo di battaglia».
In Europa le spese per la difesa sono decollate ovunque. È sostenibile questo riarmo europeo?
«No, perché si sta pianificando solo il versante finanziario, peraltro a debito. La base dev’essere industriale: occorre avere capacità di produzione reale che faccia fronte ai consumi “di guerra”. Gli Stati Uniti, solo sostenendo l’Ucraina, hanno già ridotto di un quarto le loro riserve strategiche di armi e munizioni. Né loro né noi europei abbiamo le capacità produttiva di lungo periodo per bombe, munizioni e logistica».
Quindi il riarmo tedesco non la preoccupa?
«No, perché la Germania non ha i soldi neanche per partire. Semplicemente si prepara a fare debito, e con il debito non si comprano armi e non si costruiscono fabbriche. L’industria bellica, per essere davvero efficiente, deve trovare fondamento nella prosperità economica, altrimenti ti ritrovi con una locomotiva senza vagoni. Le automobili tedesche, per esempio, non potranno competere con quelle cinesi: sono 50 anni indietro».
Come si immagina la nuova Nato, mentre proprio Berlino si candida a guidarla?
«La Nato diventerà semplicemente una Spa, cioè un’agenzia mercenaria fornitrice di materiale militare, spaziale e di comunicazione, a disposizione di chiunque volesse fare la guerra. È un’idea che circola da anni. Se davvero gli americani si ritirassero, la Nato non potrebbe fare altro che questo. E comunque il 90% di quegli asset, ricordiamocelo, sono americani».
Intanto la minaccia russa sta crescendo, anche nella retorica di Mosca.
«Lei la chiama minaccia, io percezione. E chi gestisce le percezioni è la comunicazione. Si dice dappertutto che la Russia sta perdendo la guerra perché non avanza. Io dal primo giorno ho detto: questa non è una guerra di invasione. Non perché i russi siano buoni, ma perché non hanno la capacità di conquistare e mantenere territorio. Non può farlo la Russia, e nemmeno l’Europa, perché mancano le forze e le strutture organizzative».
Come fa a parlare di «percezione», quando stiamo vivendo la peggiore corsa agli armamenti degli ultimi decenni, e Mosca ordina esercitazioni nucleari al confine con Paesi Nato?
«Mi preoccupa molto la retorica nucleare portata avanti da una parte dello Stato Maggiore russo. E allo stesso tempo mi preoccupa la postura provocatoria degli Stati baltici, finalizzata ad ottenere ciò che vorrebbe Zelensky, vale a dire l’innalzamento della tensione e il coinvolgimento europeo».
Se non difendersi, cosa dovrebbe fare l’Europa?
«Dissuasione sì, ma integrata con altri mezzi. Occorre rendere l’avversario partecipe e collegato alle nostre vicissitudini - diplomazia, ma anche interdipendenza economica, finanziaria e sociale. Se uno è dipendente dall’altro, tutti e due hanno l’interesse comune a non far precipitare l’equilibrio».
Il primo passo per arrivare a una distensione sarebbe togliere le sanzioni alla Russia?
«No, il primo passo è mettersi a tavolino e discutere con serietà. Questa cosa l’ho detta in tv dalla Gruber all’inizio della guerra, e non mi ha chiamato più. Ai negoziati si va non soltanto con la lista delle pretese, ma anche con la lista delle cose che si è disposti a cedere. E a questo punto non ci siamo mai arrivati».
Chi può fare da mediatore con Putin? Angela Merkel?
«No. Merkel è una di quelli che ha partorito gli accordi di Minsk, che erano soltanto delle prese in giro, un trucco delle tre carte. Servono personaggi non affetti da russofobia, privi di pregiudizi culturali. Purtroppo non aiuta l’erosione del diritto internazionale cui stiamo assistendo negli ultimi anni: tutti gli accordi sugli armamenti sono saltati, e nessuno ha più voglia di riscriverli. Io ho lavorato in un mondo che aveva comunque una sua base giuridica. Oggi non c’è più nulla. Servirebbe una costituente, una convenzione per un nuovo ordine internazionale».
E l’Onu?
«Delegittimata. Alcuni Paesi autoritari, che contano molto nel palazzo delle Nazioni Unite, ne hanno minato la credibilità. Il sistema del veto incrociato poi, si è rivelato un’autocastrazione».
Il primo ministro britannico Starmer, intanto, ha sospeso le sanzioni sul petrolio russo.
«Credo che questa mossa sia frutto di un accordo con l’Unione europea, conseguenza dello shock energetico di questi mesi. Gli inglesi hanno fatto il primo passo sulle sanzioni, gli altri Paesi europei seguiranno. C’è qualcosa di ipocrita in tutto questo, ma sono cose che accadono in ogni guerra: si tratta di scambi commerciali».
Al di là dei mezzi materiali, pensa che gli europei abbiano il coraggio per impegnarsi in una guerra ad alta intensità, come prospetta Ursula Von der Leyen, rinunciando agli agi del welfare?
«Non credo, e sarebbe ingiusto imporgli di scegliere tra guerra e pensioni. Mancano gli organici nelle forze armate, nessuno vuole arruolarsi. Gli ucraini sostituiscono la forza lavoro con i droni, ma non basta».
Perché?
«La guerra non si può fare in smartworking. Il robot può sparare al tuo posto, ma per controllare e mantenere il territorio conquistato devi andarci con gli stivali. Stabilire relazioni con le istituzioni, fare in modo che la presenza militare venga accettata dalla popolazione. Per far questo serve l’uomo, non basta la macchina».
E a livello culturale, dopo 80 anni di pace, gli europei sono pronti a sacrificarsi?
«Nel Novecento c’è stato il nazionalismo, con tutte le sue conseguenze nefaste. Ma se mettiamo da parte le degenerazioni, amare la patria e volerla difendere è un sentimento positivo».
Ebbene?
«A me non sembra che gli europei amino le loro classi dirigenti e le istituzioni europee. Si può imporre un dovere di difesa della patria quando l’amore per la bandiera è ai minimi termini?».
Come se lo spiega?
«Forse la narrazione cosmopolita, la retorica della cittadinanza europea, ha reso l’ideale di patria obsoleto. E la storia non torna indietro. Il problema è che, se nei cittadini non c’è questo afflato, allora la guerra diventa soltanto un grande affare economico».
Un affare?
«Certo, e vale per tutti i Paesi, dall’Occidente, alla Cina, alla Russia. Il rischio oggi è che la guerra non abbia alcuna visione strategica, nessuna condivisione, ma solo una dimensione materialistica, che non ha niente a che vedere con il patriottismo».
Lei viene accusato di essere un generale pacifista. Cosa risponde?
«Ma quale pacifista. Sono un amante della pace, che è ben diverso. Uso la ragione, guardo i dati, penso a cosa è accaduto in passato, e poi parlo. Se essere pacifista significa solo scendere in piazza e rinunciare alla sovranità nazionale, allora non ci siamo proprio».