Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».