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2018-04-01
Vassalli della Francia: Macron ci invade con i suoi gendarmi
ANSA
L'incapacità di controllare e difendere i confini, la pessima gestione dell'invasione migratoria, la sudditanza nei confronti degli ingombranti vicini europei: nella vicenda grottesca di Bardonecchia si concentrano tutte le storture dell'Italia così come l'hanno lasciata i governi a trazione progressista.
Tutto, in questa storia, gronda squallore: le meraviglie dell'Europa unita finiscono nel cesso di un centro per migranti, con i gendarmi francesi che costringono un uomo a sottoporsi al test dell'urina. Un'immagine più triste sarebbe difficile persino immaginarla.
E si possono chiamare in causa tutti i trattati fra nazioni del mondo, ma la questione centrale resta l'atteggiamento del Paese attualmente guidato da Emmanuel Macron. Ovvero l'uomo che, nel luglio 2017, dichiarava: «La Francia non ha sempre fatto la sua parte per quanto riguarda i rifugiati, stiamo accelerando i processi e lo faremo». Peccato che poi abbia fatto l'esatto contrario. La Francia, ormai da parecchio tempo, ha deciso di blindare le proprie frontiere, ma solo in un senso, a quanto pare.
Gli amichevoli cugini - così gonfi d'entusiasmo europeista - hanno sempre respinto tutti gli immigrati che tentavano di oltrepassare il confine. Prima lo hanno fatto a Ventimiglia, trasformando la città ligure in una specie di area di sosta per clandestini con ampio corredo di militanti antagonisti (i cosiddetti no borders): un bel guazzabuglio di cui è stata l'Italia a doversi far carico. Adesso la storia si ripete a Bardonecchia, dove - una settimana - è stata respinta una nigeriana di 31 anni, incinta e affetta da un linfoma - che è morta poco dopo il parto cesareo (effettuato all'ospedale Sant'Anna di Torino).
Poi, però, i doganieri d'Oltralpe si sentono in diritto di trascinare un uomo, nigeriano anche lui, nel bagno di un centro migranti perché sospettano che sia uno spacciatore. In pratica, ci usano come lo scarico di casa.
Di questo comportamento, la Francia deve rendere conto, senza il minimo dubbio. Tutto questo bailamme, però, deve far riflettere parecchio anche noi italiani. Anche il nostro Paese ha delle responsabilità. O, meglio, le hanno i politici che l'hanno guidato finora. Se attorno alla frontiera c'è caos, è perché ci siamo fatti carico di un numero abnorme di migranti, e abbiamo consentito agli altri Stati europei - Francia e Germania in primis - di trasformarci nel loro campo profughi. In sede comunitaria abbiamo sempre chinato la testa, accettando ogni imposizione. Anzi, talvolta ci siamo volontariamente prestati all'invasione. Mentre gli altri facevano di tutto per chiudersi, noi spalancavamo le frontiere.
Macron, invece, le frontiere le apre solo per far entrare qui i suoi agenti, e l'insulto appare ancora più grave nel quadro avvilente della crisi migratoria. Non siamo gli scendiletto dei francesi, e se qualcuno ha comunicato a Parigi questo messaggio, è ora di far sapere che la musica deve cambiare.
Francesco Borgonovo
Bardonecchia è un caso diplomatico
Di solito individuano qualcuno ad alta quota e avvisano le autorità italiane. Ogni tanto capita che intercettino migranti e passeur proprio al confine. L'altra sera, invece, armi in pugno, hanno sconfinato. Con arroganza sono entrati nel comune più occidentale d'Italia, Bardonecchia, nella Val di Susa, e hanno portato il loro uomo, un sospetto corriere della droga, fino nella sede assegnata dal Comune alla Ong Rainbow 4 Africa, per costringerlo a sottoporsi all'esame delle urine.
Di stupefacenti alla fine non c'era traccia. E ora la questione dei cinque gendarmi francesi che hanno invaso il territorio italiano è diventata un caso diplomatico e politico. L'operazione di polizia di frontiera, spregiudicata, ha messo in luce tutti i limiti delle politiche italiane sull'immigrazione. Dalla Farnesina è partita una richiesta di spiegazioni. E una convocazione dell'ambasciatore francese a Roma. Ma da Parigi hanno risposto con un secondo schiaffo: «Al fine di evitare qualsiasi incidente in futuro, le autorità francesi sono a disposizione di quelle italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo nel quale i doganieri francesi possono intervenire sul territorio italiano in virtù di un accordo (sugli uffici di controlli transfrontalieri) del 1990 in condizioni di rispetto della legge e delle persone». Parole pesanti, contenute in una nota ufficiale firmata dal ministro dei conti pubblici francesce Gérald Darmanin, al quale fanno capo i doganieri sconfinatori. La risposta, a muso duro, è arrivata dal leader della Lega Matteo Salvini: «Altro che espellere i diplomatici russi, qui bisogna allontanare i diplomatici francesi».
Gli animi sono roventi. Alimentati dall'esasperazione per i continui tentativi dei migranti di passare le Alpi. Stando ai dati del Soccorso alpino, ci provano in media 30 migranti al giorno, 900 in un mese. C'è chi si avventura lungo i binari della ferrovia, che a tratti, però, sono troppo stretti. Più di qualcuno ci ha rimesso le penne. Gli attivisti di Rainbow 4 Africa lo sanno bene. Sono loro che assistono chi tenta di varcare la frontiera. E, per questo motivo, dalla gendarmeria francese sono visti un po' come dei supporter dei migranti. La notizia di una guida alpina francese indagata per avere aiutato una migrante in attesa dà l'idea del contesto in cui ci si muove.
Qualche settimana fa, invece, i ragazzi di Rainbow 4 Africa, hanno prestato soccorso a una donna incinta e malata che era stata respinta al confine. È morta dopo il parto all'ospedale Sant'Anna di Torino. E siccome il contesto è questo, hanno temuto il peggio quando hanno visto entrare nella loro sede gli agenti della brigata ferroviaria di Modane armati e in uniforme. I gendarmi avevano individuato il giovane nigeriano residente in Italia a bordo di un treno alta velocità Tgv Parigi-Milano. Di solito scaricano i migranti davanti alla stazione ma questa volta sono stati duri: secondo il racconto dei presenti hanno intimidito un medico, i mediatori culturali e i volontari dell'Asgi, l'associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione. E fino all'intervento degli agenti del commissariato nella sede di Rainbow 4 Africa sembravano loro le autorità. È stata una «grave ingerenza nell'operato delle Ong e delle istituzioni italiane», rivendicano da Rainbow 4 Africa.
E ricordano: «Un presidio sanitario è un luogo neutro, rispettato anche nei luoghi di guerra». Il sindaco di Bardonecchia, Francesco Avato, è andato su tutte le furie: «Non avevano alcun diritto di introdursi lì dentro. Non si permettano mai più». Il primo cittadino ha spiegato anche che in quel luogo si incontrano i migranti per spiegare loro i rischi del viaggio che hanno deciso di intraprendere e si cerca di convincerli a rimanere in Italia, dove possono trovare accoglienza. E anche se ai gendarmi francesi i metodi di accoglienza italiani non piacciono, sono meccanismi che conoscono bene.
L'ambasciatore Christian Masset è a Roma da oltre un anno ormai. E anche se il sito web istituzionale dell'ambasciata ieri sembrava essere in stand by, fonti vicine a palazzo Farnese, sede della massima rappresentanza diplomatica francese in Italia, riferiscono di diverse comunicazioni scambiate con Emmanuel Macron sul caso Bardonecchia. La versione che è arrivata a Parigi e che poi è stata riversata nel comunicato di Darmanin è questa: in base al codice doganale, gli agenti hanno chiesto al nigeriano se acconsentisse a un test delle urine per individuare la presenza di eventuali stupefacenti. L'uomo ha accettato per iscritto. E per realizzare questi controlli in condizioni di rispetto della persona, gli agenti hanno atteso che il treno arrivasse a Bardonecchia per poter utilizzare il locale della stazione. Una versione che, però, configge in modo netto con quella fornita dalla Ong: «Il comportamento adottato nei confronti dell'ospite nigeriano», sostengono da Rainbow 4 Africa, «appare irrispettoso dei diritti umani». «È stato un atto arrogante e intimidatorio. Un atto che conferma un clima di grande ostilità per chi pratica accoglienza e per chi aiuta coloro che sono in difficoltà», afferma Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty international. Ha alzato la voce anche Paolo Narcisi, presidente dell'organizzazione non governativa: «Azione intollerabile nei confronti di persone venute per richiedere protezione». Resta da capire perché il nigeriano era in viaggio sul treno francese. «Ennesimo errore sulla questione migranti», tuona Enrico Letta. Uno dei tanti. La prova che la politica italiana sull'immigrazione è tutta da rivedere.
Fabio Amendolara
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Bardonecchia è un caso diplomatico. La polizia transalpina irrompe in un centro di accoglienza e preleva campioni di urina da un nigeriano. La Farnesina convoca l'ambasciatore e chiede spiegazioni, ma da Parigi replicano: «Regole rispettate».Lasciamo che l'Ue ci tratti da campo profughi: gli «alleati» agiscono di conseguenza.Lo speciale contiene due articoli L'incapacità di controllare e difendere i confini, la pessima gestione dell'invasione migratoria, la sudditanza nei confronti degli ingombranti vicini europei: nella vicenda grottesca di Bardonecchia si concentrano tutte le storture dell'Italia così come l'hanno lasciata i governi a trazione progressista. Tutto, in questa storia, gronda squallore: le meraviglie dell'Europa unita finiscono nel cesso di un centro per migranti, con i gendarmi francesi che costringono un uomo a sottoporsi al test dell'urina. Un'immagine più triste sarebbe difficile persino immaginarla. E si possono chiamare in causa tutti i trattati fra nazioni del mondo, ma la questione centrale resta l'atteggiamento del Paese attualmente guidato da Emmanuel Macron. Ovvero l'uomo che, nel luglio 2017, dichiarava: «La Francia non ha sempre fatto la sua parte per quanto riguarda i rifugiati, stiamo accelerando i processi e lo faremo». Peccato che poi abbia fatto l'esatto contrario. La Francia, ormai da parecchio tempo, ha deciso di blindare le proprie frontiere, ma solo in un senso, a quanto pare. Gli amichevoli cugini - così gonfi d'entusiasmo europeista - hanno sempre respinto tutti gli immigrati che tentavano di oltrepassare il confine. Prima lo hanno fatto a Ventimiglia, trasformando la città ligure in una specie di area di sosta per clandestini con ampio corredo di militanti antagonisti (i cosiddetti no borders): un bel guazzabuglio di cui è stata l'Italia a doversi far carico. Adesso la storia si ripete a Bardonecchia, dove - una settimana - è stata respinta una nigeriana di 31 anni, incinta e affetta da un linfoma - che è morta poco dopo il parto cesareo (effettuato all'ospedale Sant'Anna di Torino). Poi, però, i doganieri d'Oltralpe si sentono in diritto di trascinare un uomo, nigeriano anche lui, nel bagno di un centro migranti perché sospettano che sia uno spacciatore. In pratica, ci usano come lo scarico di casa. Di questo comportamento, la Francia deve rendere conto, senza il minimo dubbio. Tutto questo bailamme, però, deve far riflettere parecchio anche noi italiani. Anche il nostro Paese ha delle responsabilità. O, meglio, le hanno i politici che l'hanno guidato finora. Se attorno alla frontiera c'è caos, è perché ci siamo fatti carico di un numero abnorme di migranti, e abbiamo consentito agli altri Stati europei - Francia e Germania in primis - di trasformarci nel loro campo profughi. In sede comunitaria abbiamo sempre chinato la testa, accettando ogni imposizione. Anzi, talvolta ci siamo volontariamente prestati all'invasione. Mentre gli altri facevano di tutto per chiudersi, noi spalancavamo le frontiere. Macron, invece, le frontiere le apre solo per far entrare qui i suoi agenti, e l'insulto appare ancora più grave nel quadro avvilente della crisi migratoria. Non siamo gli scendiletto dei francesi, e se qualcuno ha comunicato a Parigi questo messaggio, è ora di far sapere che la musica deve cambiare. 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E ora la questione dei cinque gendarmi francesi che hanno invaso il territorio italiano è diventata un caso diplomatico e politico. L'operazione di polizia di frontiera, spregiudicata, ha messo in luce tutti i limiti delle politiche italiane sull'immigrazione. Dalla Farnesina è partita una richiesta di spiegazioni. E una convocazione dell'ambasciatore francese a Roma. Ma da Parigi hanno risposto con un secondo schiaffo: «Al fine di evitare qualsiasi incidente in futuro, le autorità francesi sono a disposizione di quelle italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo nel quale i doganieri francesi possono intervenire sul territorio italiano in virtù di un accordo (sugli uffici di controlli transfrontalieri) del 1990 in condizioni di rispetto della legge e delle persone». Parole pesanti, contenute in una nota ufficiale firmata dal ministro dei conti pubblici francesce Gérald Darmanin, al quale fanno capo i doganieri sconfinatori. La risposta, a muso duro, è arrivata dal leader della Lega Matteo Salvini: «Altro che espellere i diplomatici russi, qui bisogna allontanare i diplomatici francesi». Gli animi sono roventi. Alimentati dall'esasperazione per i continui tentativi dei migranti di passare le Alpi. Stando ai dati del Soccorso alpino, ci provano in media 30 migranti al giorno, 900 in un mese. C'è chi si avventura lungo i binari della ferrovia, che a tratti, però, sono troppo stretti. Più di qualcuno ci ha rimesso le penne. Gli attivisti di Rainbow 4 Africa lo sanno bene. Sono loro che assistono chi tenta di varcare la frontiera. E, per questo motivo, dalla gendarmeria francese sono visti un po' come dei supporter dei migranti. La notizia di una guida alpina francese indagata per avere aiutato una migrante in attesa dà l'idea del contesto in cui ci si muove. Qualche settimana fa, invece, i ragazzi di Rainbow 4 Africa, hanno prestato soccorso a una donna incinta e malata che era stata respinta al confine. È morta dopo il parto all'ospedale Sant'Anna di Torino. E siccome il contesto è questo, hanno temuto il peggio quando hanno visto entrare nella loro sede gli agenti della brigata ferroviaria di Modane armati e in uniforme. I gendarmi avevano individuato il giovane nigeriano residente in Italia a bordo di un treno alta velocità Tgv Parigi-Milano. Di solito scaricano i migranti davanti alla stazione ma questa volta sono stati duri: secondo il racconto dei presenti hanno intimidito un medico, i mediatori culturali e i volontari dell'Asgi, l'associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione. E fino all'intervento degli agenti del commissariato nella sede di Rainbow 4 Africa sembravano loro le autorità. È stata una «grave ingerenza nell'operato delle Ong e delle istituzioni italiane», rivendicano da Rainbow 4 Africa. E ricordano: «Un presidio sanitario è un luogo neutro, rispettato anche nei luoghi di guerra». Il sindaco di Bardonecchia, Francesco Avato, è andato su tutte le furie: «Non avevano alcun diritto di introdursi lì dentro. Non si permettano mai più». Il primo cittadino ha spiegato anche che in quel luogo si incontrano i migranti per spiegare loro i rischi del viaggio che hanno deciso di intraprendere e si cerca di convincerli a rimanere in Italia, dove possono trovare accoglienza. E anche se ai gendarmi francesi i metodi di accoglienza italiani non piacciono, sono meccanismi che conoscono bene. L'ambasciatore Christian Masset è a Roma da oltre un anno ormai. E anche se il sito web istituzionale dell'ambasciata ieri sembrava essere in stand by, fonti vicine a palazzo Farnese, sede della massima rappresentanza diplomatica francese in Italia, riferiscono di diverse comunicazioni scambiate con Emmanuel Macron sul caso Bardonecchia. La versione che è arrivata a Parigi e che poi è stata riversata nel comunicato di Darmanin è questa: in base al codice doganale, gli agenti hanno chiesto al nigeriano se acconsentisse a un test delle urine per individuare la presenza di eventuali stupefacenti. L'uomo ha accettato per iscritto. E per realizzare questi controlli in condizioni di rispetto della persona, gli agenti hanno atteso che il treno arrivasse a Bardonecchia per poter utilizzare il locale della stazione. Una versione che, però, configge in modo netto con quella fornita dalla Ong: «Il comportamento adottato nei confronti dell'ospite nigeriano», sostengono da Rainbow 4 Africa, «appare irrispettoso dei diritti umani». «È stato un atto arrogante e intimidatorio. Un atto che conferma un clima di grande ostilità per chi pratica accoglienza e per chi aiuta coloro che sono in difficoltà», afferma Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty international. Ha alzato la voce anche Paolo Narcisi, presidente dell'organizzazione non governativa: «Azione intollerabile nei confronti di persone venute per richiedere protezione». Resta da capire perché il nigeriano era in viaggio sul treno francese. «Ennesimo errore sulla questione migranti», tuona Enrico Letta. Uno dei tanti. La prova che la politica italiana sull'immigrazione è tutta da rivedere. Fabio Amendolara
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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