Anche ieri il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto molto rumore per nulla, la Francia non ha ancora un governo. Nel pomeriggio Bfm tv, aveva parlato di un comunicato con il nome del futuro premier, in arrivo dall’Eliseo tra le 17 e le 20. Per il canale d’informazione il nome di Xavier Bertrand, presidente des Hauts-de-France, sembrava essere quello con più chance di riuscita. Poi però, poco prima dell’ora di cena, l’Eliseo ha cominciato a suonare un’altra musica, lasciando intendere che l’identità del nuovo premier avrebbe potuto essere rivelata addirittura dopo la chiusura delle Paralimpiadi. A quel punto alcuni media hanno parlato di nuovi potenziali candidati. Secondo Cnews, ad esempio, l’ex commissario Ue, Michel Barnier, sarebbe un candidato sostenuto dal segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler. Per Le Figaro invece, Macron avrebbe iniziato a lasciare perdere i nomi di Xavier Bertrand e di Bernard Cazeneuve per «testare dei nuovi nomi».
Fino ad allora, come aveva accennato Bfm tv, il nome di Bertrand sembrava essere il favorito. Le sue quotazioni avevano iniziato a salire leggermente già martedì sera, con la pubblicazione su Le Parisien di un’intervista di Marine Le Pen. La leader del Rassemblement national (Rn) ha teso un minuscolo ramoscello d’ulivo a Macron ammorbidendo le dichiarazioni in favore di un governo tecnico fatte da esponenti del suo partito l’altro ieri. Nell’intervista, Le Pen ha detto che un governo tecnico sarebbe stata una «soluzione da ultima possibilità», aggiungendo anche tre condizioni per non sfiduciare subito un nuovo governo. «Il futuro primo ministro non dovrebbe trattarci come degli appestati, rispettando i nostri parlamentari», ha detto la responsabile Rn. La stessa ha anche preteso che il nuovo capo dell’esecutivo si impegni formalmente a introdurre lo scrutinio proporzionale alle legislative. Infine, Le Pen ha chiesto che il neo premier «non aggravi il problema dell’immigrazione e della mancanza di sicurezza» ma anche che «non tocchi le classi popolari e modeste con le politiche di budget».
Ma ieri, al di là delle Alpi, non si è parlato solo di premier. La giornata era cominciata con una brutta notizia per Emmanuel Macron. Il suo ex primo ministro, Edouard Philippe, ha dichiarato di essere candidato alla presidenza della Repubblica nel 2027, in un’intervista concessa al settimanale Le Point. Le parole di Philippe non hanno sorpreso praticamente nessuno perché le aspirazioni presidenziali dell’ex premier sono un segreto di Pulcinella. Tra l’altro, Philippe si è anche creato il partito Horizons, diventato una delle stampelle macroniste in parlamento. Poi è noto a tutti che, per legge, Macron non potrà candidarsi ad un terzo mandato. Tuttavia l’uscita di ieri è stata accolta piuttosto male praticamente in tutti gli schieramenti politici a cominciare proprio dalla compagine presidenziale. Ad esempio, il capogruppo macronista al Senato, François Patriat, ha detto che l’ex premier ha offerto «un esempio di individualismo». Le parole dell’ex primo ministro sono sembrate un avvertimento se non, addirittura, ad un avviso di sfratto rivolto a Macron. In effetti, dopo cinquanta giorni di crisi politica scatenata dalla decisione presidenziale di sciogliere l’Assemblea nazionale come ripicca a seguito della débacle macronista subita alle europee, persino tra i ranghi di Rénaissance ci si fa sempre meno problemi a dire che il responsabile di questa situazione ha un nome e un cognome: Emmanuel Macron.
Ieri 81 deputati della sinistra radicale d’Oltralpe hanno chiesto la destituzione del presidente. In particolare, sei deputati ecologisti e tre deputati eletti nell’isola francese di La Réunion (e considerati vicini a Lfi) si sono uniti ai 72 parlamentari «Insoumis» che hanno chiesto ufficialmente la destituzione del presidente. Tra i motivi invocati dai firmatari, il rifiuto di Macron di nominare Lucie Castets come primo ministro, precisano le fonti del gruppo Lfi.
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