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2018-09-08
Ma Francesco si mette a parlare di economia
Ansa
Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia.
I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo».
In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda».
Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente.
Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile».
«Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro».
Lorenzo Bertocchi
Si allunga la lista degli Stati Usa sulle tracce dei pedofili nel clero
Nello stato di New York procede l'indagine civile sulle risposte della Chiesa alle accuse di molestie. Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano».
Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno».
La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming.
«Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini».
Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo».
Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale».
C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario».
Lorenzo Bertocchi
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In una lunga intervista al «Sole 24 Ore» il Pontefice si occupa senza risparmiarsi di lavoro, denaro, ambiente e immigrazione Non una sillaba sul caso che scuote il mondo cattolico. Ormai la strategia del silenzio fa sembrare ogni altro discorso un diversivo.Il gesuita esperto di protezione minori: «Il dossier di Carlo Maria Viganò? Vale la pena di indagare».Lo speciale contiene due articoli Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia. I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo». In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda». Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente. Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile». «Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro». 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Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano». Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno». La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming. «Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini». Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo». Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale». C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario». Lorenzo Bertocchi
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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