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2018-09-08
Ma Francesco si mette a parlare di economia
Ansa
Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia.
I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo».
In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda».
Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente.
Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile».
«Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro».
Lorenzo Bertocchi
Si allunga la lista degli Stati Usa sulle tracce dei pedofili nel clero
Nello stato di New York procede l'indagine civile sulle risposte della Chiesa alle accuse di molestie. Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano».
Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno».
La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming.
«Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini».
Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo».
Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale».
C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario».
Lorenzo Bertocchi
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In una lunga intervista al «Sole 24 Ore» il Pontefice si occupa senza risparmiarsi di lavoro, denaro, ambiente e immigrazione Non una sillaba sul caso che scuote il mondo cattolico. Ormai la strategia del silenzio fa sembrare ogni altro discorso un diversivo.Il gesuita esperto di protezione minori: «Il dossier di Carlo Maria Viganò? Vale la pena di indagare».Lo speciale contiene due articoli Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia. I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo». In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda». Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente. Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile». «Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro». Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-il-papa-si-mette-a-parlare-di-economia-2602904308.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-allunga-la-lista-degli-stati-usa-sulle-tracce-dei-pedofili-nel-clero" data-post-id="2602904308" data-published-at="1776851813" data-use-pagination="False"> Si allunga la lista degli Stati Usa sulle tracce dei pedofili nel clero Nello stato di New York procede l'indagine civile sulle risposte della Chiesa alle accuse di molestie. Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano». Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno». La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming. «Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini». Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo». Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale». C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario». Lorenzo Bertocchi
(IStock)
Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione clandestina. È una storiaccia che si consuma a cavallo tra il 2021 e il 2022 proprio negli uffici pubblici della Seconda e della Terza municipalità, tra piazza Dante e via Lieti a Capodimonte. L’indagine, affidata ai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi (coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto), è stata condotta da carabinieri e vigili urbani. A tutti gli indagati l’altro giorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che di solito precede una richiesta di rinvio a giudizio). Al centro del sistema, per gli investigatori, c’era un uomo di 53 anni originario del Bangladesh e residente nel quartiere Sanità. Gestiva un Caf piantato in un buco nel quale riceveva i clienti. Sarebbe stato lui a intercettare i connazionali in cerca di documenti, a raccogliere le richieste e a trasformarle in pratiche da «sbloccare». Un intermediario stabile, con tanto di tariffario. Secondo chi indaga, quello dello straniero era un ruolo centrale, emerso subito dalla ricostruzione dei passaggi tra richieste, pagamenti e lavorazione delle pratiche. Attorno al suo Caf ruotavano due dipendenti: uno di 66 anni in servizio all’epoca negli uffici di piazza Dante, l’altro, 68 anni, in forza alla sede di via Lieti. I due impiegati avrebbero garantito l’accesso ai richiedenti, ognuno nella propria municipalità e nel proprio ufficio.
A piazza Dante, però, stando alle accuse, si sarebbe fatto un passo ulteriore. Non solo denaro. Sarebbero quattro gli episodi, collocati tra giugno e novembre 2021, in cui la contropartita viene indicata da chi indaga in «prestazioni sessuali». Che compaiono nella ricostruzione investigativa, ma non emergerebbero, almeno nella qualificazione delle accuse, come autonome contestazioni penali. L’indagine coinvolge anche altri due ex dipendenti comunali, mentre nel filone legato agli uffici di via Lieti compare un ex consigliere della Terza municipalità. È qui che gli inquirenti individuano un ulteriore livello: un sistema clientelare radicato, capace, secondo l’accusa, di ottenere certificati e documenti sfruttando relazioni interne agli uffici, in alcuni casi operando direttamente dalle postazioni dei dipendenti. Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche (oltre cento): cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi ma anche pakistani, romeni e cinesi. Ovvero coloro i quali avrebbero pagato per ottenere documenti che, sulla carta, spettavano loro di diritto. A volte, però, gli indirizzi sarebbero stati fittizi. Ad accorgersene sono stati gli agenti della Polizia locale che al momento della verifica della residenza si ritrovavano abitazioni di pochi metri quadrati, quasi tutte nel centro storico, con una decina di residenti stranieri. In un caso il numero sarebbe salito oltremodo: 20 stranieri ufficialmente stipati in un «basso», le caratteristiche abitazioni al piano terra del vecchio abitato, con ingresso diretto sulla strada del vicolo. «L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive», alzano la voce i movimenti partenopei per il diritto alla casa, «è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri». Secondo gli attivisti, «neanche si può reagire non riconoscendo il diritto di residenza a centinaia, forse migliaia di singoli e famiglie che in questo momento a Napoli sono “cancellate” (sia migranti che napoletani)». Una lettura che affianca al piano penale quello sociale, indicando nelle difficoltà di accesso ai diritti uno dei fattori che avrebbe favorito il meccanismo contestato dai magistrati. La richiesta al sindaco dem Gaetano Manfredi, infatti, è di «un atto politico dall’amministrazione cittadina che come avvenuto in altre grandi città renda più lineare, sicura e trasparente l’iscrizione anagrafica per tutte le persone che vivono a Napoli, sottraendola a corrotti, faccendieri e traffichini».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 aprile con Flaminia Camilletti