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2018-09-08
Ma Francesco si mette a parlare di economia
Ansa
Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia.
I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo».
In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda».
Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente.
Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile».
«Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro».
Lorenzo Bertocchi
Si allunga la lista degli Stati Usa sulle tracce dei pedofili nel clero
Nello stato di New York procede l'indagine civile sulle risposte della Chiesa alle accuse di molestie. Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano».
Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno».
La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming.
«Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini».
Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo».
Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale».
C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario».
Lorenzo Bertocchi
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In una lunga intervista al «Sole 24 Ore» il Pontefice si occupa senza risparmiarsi di lavoro, denaro, ambiente e immigrazione Non una sillaba sul caso che scuote il mondo cattolico. Ormai la strategia del silenzio fa sembrare ogni altro discorso un diversivo.Il gesuita esperto di protezione minori: «Il dossier di Carlo Maria Viganò? Vale la pena di indagare».Lo speciale contiene due articoli Il Papa concede la sua prima intervista a un giornale economico, lo fa con Il Sole 24 Ore, e affronta temi della dottrina sociale che hanno a che fare con lavoro, finanza, ambiente e migranti senza, ovviamente, fare cenno ai problemi che in questi giorni stanno occupando la cronaca sulla Chiesa. Nessuna domanda sul caso Viganò e sugli abusi del clero negli Stati Uniti, anche perché su questo Francesco ha detto di voler rispondere con il silenzio (per ora). Non sappiamo quando l'intervista sia stata concessa e i dietrologi potrebbero pensare a una strategica virata su temi diversi per allontanare una morsa sempre più pressante, ma il Papa al giornale di Confindustria non poteva che parlare di economia. I «soldi non si fanno con i soldi», dice Francesco al direttore Guido Gentili. «I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all'uomo non il denaro». Così il Papa ripete un caposaldo della dottrina sociale cattolica che pone l'attenzione primaria alla persona e non alle cose. Cita ampiamente il suo predecessore Paolo VI, «che avrò la gioia di proclamare santo il prossimo 14 ottobre», e dice che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo». In una sorta di sommario mette sul tavolo ciò che a suo parere serve per lottare contro l'idolo denaro: «La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l'inserimento dell'azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell'ambiente, il riconoscimento dell'importanza dell'uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi che tengono viva la dimensione comunitaria dell'azienda». Se non si segue questa ricetta, si va incontro a quella che il Papa chiama «cultura dello scarto», dove l'escluso «non è sfruttato ma completamente rifiutato». L'etica giusta, spiega Francesco, «tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all'esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore». In proposito va notato che Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate metteva però in guardia da un utilizzo semplicistico del termine etica in economia: serve «un valido criterio di discernimento», scriveva papa Ratzinger, poiché l'aggettivo «etico», se «adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo». Un rischio da cui il cosiddetto «terzo settore» non è certo esente. Francesco ripete più volte che occorre «essere testimoni di speranza», vale per l'economia e vale anche per il fenomeno dell'immigrazione. Occorre pensare «all'umanità come a una sola famiglia» senza avere paura dei migranti, ma senza nemmeno nascondere le difficoltà dell'accoglienza. «Allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente», esorta Francesco dalle colonne del Sole. Da parte loro, «i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini». In quanto ai governi, «trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l'accoglienza non è facile». «Guadagnarsi il pane è motivo di orgoglio», dice Francesco a Gentili. È il lavoro che «crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione creano dipendenza e deresponsabilizzano». Questo vale anche per i migranti economici, per i quali il Papa auspica che «molti imprenditori e ad altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro Paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro». 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Il procuratore generale di New York, Barbara Underwood, ha ordinato a tutte e otto le diocesi cattoliche dello stato di consegnare i documenti in loro possesso relativi allo scandalo della pedofilia del clero. «Il rapporto del gran giurì della Pennsylvania», ha dichiarato la Underwood, «ha gettato luce su atti incredibilmente depravati da parte del clero cattolico, assistiti da una cultura di segretezza e copertura da parte delle diocesi. Le vittime di New York hanno diritto di essere ascoltate e noi faremo il possibile, per quanto sta nei nostri poteri, per dar loro la giustizia che meritano». Le inchieste della giustizia civile si stanno moltiplicando, perciò potrebbero arrivare nuove sorprese a colpire la Chiesa degli Stati Uniti. Anche per questo il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, invece di essere derubricato a mossa politica contro papa Francesco potrebbe diventare l'occasione per fare chiarezza e recuperare credibilità. In un certo senso ne è convinto anche padre Hans Zollner, gesuita tedesco, professore alla Università Gregoriana e membro della pontificia commissione per la protezione dei minori. Intervistato dall'australiano The Catholic Weekly, ha detto che «sì, vale la pena di indagare». Molte delle considerazioni emerse in questi giorni «mettono alla prova la credibilità [del dossier Viganò]», ma «ci sono molte domande aperte». Di fronte a queste, dice ancora Zollner, «spero, come tutti noi, che il Papa o la Santa Sede risponderanno». La necessità di fare chiarezza sulla testimonianza di Viganò aumenta sulla scorta delle indagini civili. «Abbiamo esaminato il rapporto della giuria della Pennsylvania», ha detto Lisa Madigan, procuratore generale dell'Illinois, «che identifica almeno sette sacerdoti con connessioni con l'Illinois. L'arcidiocesi di Chicago ha accettato di incontrarmi. Ho intenzione di raggiungere le altre diocesi dell'Illinois per avere la stessa conversazione e mi aspetto che i vescovi siano d'accordo e cooperino pienamente». La stessa cosa sta accadendo nel Missouri e c'è un'indagine della polizia aperta a Cheyenne, Wyoming. «Negli Stati Uniti», ha dichiarato il gesuita esperto vaticano del problema abusi, «abbiamo ora un dibattito molto forte, una grande e feroce discussione tra liberali e conservatori che va avanti da molto tempo. Ma dopo la lettera di Viganò, è un problema che riguarda tutta la Chiesa». Gli abusi vengono perpetrati sia in ambienti progressisti che in quelli cosiddetti conservatori, ha spiegato Zollner, e da entrambe le parti abbiamo persone che vogliono superare questa piaga, perciò l'esplosione del caso Viganò potrebbe creare una sorta di «ponte in favore della creazione di una Chiesa più sicura per i bambini». Posto di fronte agli esiti di alcune indagini realizzate negli Stati Uniti, in particolare al dato che rivela come l'81% dei casi di abusi si realizza nei confronti di maschi adolescenti, padre Zollner affronta anche il problema dell'omosessualità nel clero cattolico. «Direi che l'omosessualità prima di tutto non porta automaticamente a comportamenti offensivi, questo è chiaro. E aggiungerei che dalla mia esperienza e da quello che ho letto, non tutte le persone che hanno abusato, non tutti i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi si identificano come omosessuali. Quindi si comportano sessualmente, ma hanno anche tendenze eterosessuali, oppure non si identificano in modo chiaro e unicamente omosessuale. […] Alcuni direbbero che abbiamo una certa percentuale di omosessuali tra il clero, questo è chiaro ora e non abbiamo bisogno di negarlo». Il problema si sposta quindi nell'ingresso ai seminari, e «la Chiesa», ricorda padre Zollner, «ha linee guida in materia e dice che le persone che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate non dovrebbero essere ammesse al seminario o all'ordinazione. La domanda è: cosa significa “tendenza radicata"? Questo non è definito, certamente non dalla scienza. Quindi c'è un momento di discrezione e bisogna riconoscere che ci sono persone omosessuali, o che si definiscono tali, dentro il clero. Non c'è bisogno di negarlo perché è chiaro all'esterno. La domanda più importante è: come vivono? Penso che un prete omosessuale debba affrontare più sfide di un eterosessuale, se non altro per il fatto che deve difendere una dottrina secondo cui l'omosessualità non è normale». C'è quindi una zona grigia per cui potrebbe valere la regola che papa Francesco ha indicato parlando ai vescovi italiani: «Nel dubbio, meglio che [gli omosessuali] non entrino in seminario». Lorenzo Bertocchi
Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Ansa)
Meloni post vertice coglie anche l’occasione per rispondere al rilievo sollevato dal segretario dem Elly Schlein che, condannando i fatti di Torino, non ha mancato di metterci un però: «Le forze dell’ordine sono un patrimonio dello Stato, non una questione di parte. Per questo siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore». Schein ha poi detto di aver chiamato il presidente del Consiglio per un appello all’unità. E Meloni risponde, andando oltre le semplici parole e rivolgendo all’opposizione un appello a una collaborazione istituzionale. Tradotto: i capigruppo di maggioranza hanno ricevuto mandato di proporre a quelli di opposizione la presentazione di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza che potrebbe essere votata già questa settimana in occasione delle relazioni del ministro Piantedosi. Insomma il messaggio del governo è chiaro: vi proponiamo di votare una risoluzione che intervenga subito per risolvere il problema sicurezza e vediamo chi ci sta. È il momento di uscire allo scoperto, secondo il governo.
Dalle opposizioni Schlein tace, ma risponde il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte: «Il governo adesso vuole davvero ascoltare le nostre proposte? È davvero disponibile a fare le cose con serietà e responsabilità senza approfittare del singolo episodio per tattiche strumentali? Se sì, noi ci stiamo e siamo disponibili a verificarlo. Siamo pronti a condividere subito una risoluzione che impegni il governo a dare le risposte che fin qui non ci sono state», spiega il leader pentastellato elencando poi una serie di proposte che poco hanno a che fare con la sicurezza delle piazze o degli agenti che fanno il proprio lavoro come la «perseguibilità d’ufficio per reati odiosi che creano allarme sociale». Difficile trovare un’espressione più vaga di questa. Per il Partito democratico parla Piero De Luca che già, come prevedibile, comincia ad agitare la Costituzione. «Se ci sono altre norme da mettere in campo, ragioniamo insieme, ma insieme davvero, considerando che finora il governo ha approvato vari decreti, reati e pene che si sono rivelati inadeguati. Il tutto con un’unica precisazione per noi decisiva: mettere in campo ciò che serve per deterrenza, prevenzione e repressione, senza però limitare o reprimere diritti costituzionali come l’esercizio della manifestazione del pensiero, della libera espressione delle proprie idee, anche se in dissenso col governo, quando sono pacifiche, corrette e civili. Perché questo è un limite che non va toccato e non va superato dal nostro Paese. Guai a comprimere i diritti costituzionali».
La strategia è già servita ed è sempre la stessa, con la solita complicità del Colle: se una norma non piace si tira in campo il tema della costituzionalità e dei diritti fondamentali.
La reazione del leader di Avs, Angelo Bonelli è scomposta e si può definire negazionista: «Nessuno conosce la risoluzione unitaria. Non è stata presentata e quindi non esiste» e sottolinea: «di proposte sulla sicurezza ne abbiamo fatte tante a partire dalla legge finanziaria per chiedere l’aumento degli organici di polizia, per aumentare e potenziare la prevenzione nei sistemi di investigazione. Il punto è che non devono usare la questione della sicurezza come elemento di strumentalizzazione politica perché tutte le nostre proposte sono state bocciate». In sintesi l’originale proposta di Avs è quella di chiedere più soldi per le forze dell’ordine.
Per il collega Nicola Fratoianni la proposta del governo «è una scatola vuota. Però, le modalità segnalano, quantomeno, un qualche elemento di stranezza: non era ancora capitato che una nota di Palazzo Chigi dicesse al Parlamento cosa fare. Discuteremo con le altre opposizioni. Ma in calendario c’è una informativa, che non richiede una risoluzione». E poi anche lui ribadisce: «difficile commentare ciò che non esiste». Per Riccardo Magi, +Europa, la richiesta della premier «pare un modo per avere un avallo preventivo a norme che il governo ha già annunciato. Un pacchetto sicurezza sui cui contenuti noi non siamo d’accordo», ha spiegato, evidenziando che «se Meloni vuole scrivere che Piantedosi ha fallito la gestione dell’ordine pubblico e che si condannano le violenze allora va bene. Sennò sembra un ricatto».
Nel frattempo la narrazione a sinistra prosegue e punta ancora sulla «strumentalizzazione».
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Ansa
Ma qui non si tratta di consentire agli agenti di sparare all’impazzata, senza rendere conto in alcun modo del loro operato. Ma di evitare che dei servitori dello Stato finiscano come il brigadiere capo Legrottaglie, un carabiniere che dopo 40 anni di servizio e a un solo giorno dalla pensione sette mesi fa è stato ucciso a Francavilla Fontana da un rapinatore. Il bandito lo ha colpito mentre era in fuga e il brigadiere non ha fatto in tempo a reagire. Se Legrottaglie avesse sparato per primo sarebbe ancora vivo, ma premere il grilletto molto probabilmente avrebbe significato essere accusato di omicidio volontario, come è successo al poliziotto antidroga in servizio nel bosco dello spaccio a Milano. Colpire per primo, anche dopo uno speronamento, quasi certamente lo avrebbe messo nei guai con la giustizia, come è successo al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di carcere e a 137.000 euro di provvisionale per aver ucciso un malvivente che aveva ferito un collega con un cacciavite lungo 20 centimetri.
Ecco, lo scudo per poliziotti e carabinieri significa salvare la vita a qualche servitore dello Stato ed evitare che uno di loro finisca sotto processo per aver sparato a un delinquente o aver inseguito chi non si ferma all’alt, come accaduto, sempre a Milano, con il caso Ramy. Lo scudo serve a proteggere le forze dell’ordine, a impedire che finiscano indagate per aver fatto il loro mestiere, significa sottrarre il loro operato a giudizi sommari. Se vogliamo che ci difendano da ladri, rapinatori, stupratori e terroristi non c’è altra via che garantire loro la protezione e la solidarietà dello Stato, affinché non si sentano con le mani legate.
Sinistra e Quirinale a quanto pare hanno dubbi pure sul fermo provvisorio preventivo. Gli uffici giuridici del Colle nutrirebbero perplessità per un provvedimento che non punisce chi ha commesso un reato, ma si pone l’obiettivo che non sia compiuto. Secondo la presidenza della Repubblica le nuove norme non sarebbero compatibili con il dettato costituzionale. E ça va sans dire la sinistra sposa in pieno l’opinione degli uomini di Mattarella.
Eppure, le misure preventive esistono da tempo e nessuno fino a oggi ha alzato il ditino ponendo obiezioni. Che cos’è il Daspo se non un provvedimento che, vietando la partecipazione a manifestazioni sportive, punta a impedire che tifosi violenti scatenino tafferugli durante le partite? Si limita la libertà di movimento di certi soggetti per evitare che vengano compiuti dei reati. Eppure, nessuno si è mai preoccupato della compatibilità costituzionale. Come peraltro non si è opposta la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica quando, durante il Covid, fu vietata al capo dei portuali di Trieste la presenza a una manifestazione nella Capitale. Qual era la pericolosità sociale di Stefano Puzzer? Manifestava pacificamente contro il green pass, non metteva a ferro e fuoco una città. Ma per il solo fatto di aver osato improvvisare una manifestazione – ribadisco, pacifica – fu denunciato e allontanato per ordine del questore.
Dunque, vista la pericolosità dei gruppi antagonisti, quando ci decideremo a metterli fuori legge e a impedire loro di partecipare alle manifestazioni? Capisco il diritto di esprimere le proprie opinioni e anche di contestare una linea politica. A Torino però non abbiamo assistito a una protesta, ma a una guerriglia. Il diritto alla sassaiola, a incendiare i cassonetti, a colpire con il martello un agente non esiste. Esiste la legge e va applicata con durezza, anche impedendo ai terroristi del sabato sera di manifestare. Negli anni Settanta contro il terrorismo lo Stato varò la legge Reale e anche all’epoca qualcuno si appellò alla Costituzione, ma quelle norme contribuirono a fermare le violenze.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 febbraio con Carlo Cambi