
L’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump è accompagnato da un’attesa messianica: sarà lui l’uomo giusto per la pace in Est Europa? Magari non la otterrà in 24 ore, ma di sicuro ha credenziali migliori di Joe Biden. Ieri, i belligeranti si sono scambiati 300 prigionieri. Sulla strada del negoziato, però, c’è una pietra d’inciampo geopolitica: lo status dell’Ucraina dopo la guerra. Fuori o dentro la Nato? È su questo punto che si è già aperto il braccio di ferro tra il Paese invasore e la prossima amministrazione statunitense.
Il piano Trump per la tregua - Vladimir Putin, dal canto suo, dice di non volere un semplice cessate il fuoco, bensì la fine vera e propria del conflitto - prevede, secondo le indiscrezioni che sono trapelate finora, il «congelamento» della candidatura di Kiev all’entrata nell’Alleanza atlantica. Si tratta di una formula piuttosto generica, che scontenta la Russia, la quale ha messo in chiaro che non accetterà un semplice rinvio dell’adesione ucraina all’organizzazione militare nemica. Domenica, il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, è stato esplicito: «A giudicare dalle numerose fughe di notizie e dall’intervista rilasciata dallo stesso Trump a Time il 12 dicembre», ha dichiarato all’agenzia Tass, The Donald «sta parlando di “congelare” le ostilità lungo la linea di ingaggio e di trasferire agli europei l’ulteriore responsabilità di affrontare la Russia. Non siamo certo soddisfatti delle proposte avanzate». Nell’elenco delle idee che Mosca non intende sottoscrivere, il capo della diplomazia russa ha messo «lo slittamento dell’adesione dell’Ucraina alla Nato per 20 anni e l’invio in Ucraina di un contingente di forze britanniche ed europee». È la prima volta che la Federazione esprime un giudizio sull’eventuale missione di peacekeeping successiva all’armistizio; prima, aveva liquidato la faccenda, limitandosi a osservare che discuterne era prematuro.
La questione dei «caschi blu» europei e quella dell’ingresso di Kiev nella Nato sono strettamente collegate. Da un lato, la presenza sul campo di soldati occidentali, sia pure sotto le rispettive bandiere nazionali, materializzerebbe l’eterno spauracchio dei russi: ritrovarsi gli americani, magari per interposti alleati, nel cortile di casa. È vero che adesso i nostri arsenali sono a secco; ma negli anni a venire, l’industria della Difesa sarà ristrutturata e la già conclamata superiorità tecnologica dell’Ovest sarà suggellata da una rinnovata preparazione a uno scontro più tradizionale, come quello in corso nel Donbass. Dall’altro lato, la semplice sospensione della pratica per includere nel Patto atlantico l’Ucraina non dà alcuna garanzia sul medio-lungo periodo.
Putin ha in mente ciò che successe a Michail Gorbaciov all’inizio degli anni Novanta, quando George Bush senior promise all’omologo russo che la Nato non si sarebbe mai allargata a Est. Quell’accordo tra gentiluomini non bastò a impedire che l’espansione dell’Alleanza poi avvenisse davvero, peraltro a partire dalla presidenza di Bush figlio. Ecco perché lo zar, adesso, pretende un’assicurazione nero su bianco. Probabilmente, una clausola inserita in un trattato di pace. Un impegno firmato. Tanto più che, per reazione all’aggressione del 24 febbraio 2022, altri due Paesi che fungevano da cuscinetto tra l’orbita americana e quella ex sovietica, Svezia e Finlandia, sono entrati a far parte della Nato.
Da questo punto di vista, l’annessione alla Federazione dei territori occupati appare tutto sommato secondaria. Nell’ottica russa, le conquiste sul terreno sono la leva per prendere con la forza ciò che sul piano politico Mosca stava perdendo: un perimetro di sicurezza, piuttosto che un piccolo impero regionale. Le frizioni con il presidente eletto degli Usa sono comunque la prova che qualcosa si sta muovendo e che entrambe le parti hanno sul serio intenzione di intavolare una trattativa. La situazione è fluida ed è per questo che la Slovacchia ha provato a inserirsi nella partita, offrendosi di ospitare i colloqui negoziali. In ogni caso, ieri Putin ha lasciato intendere quali siano i suoi interlocutori prediletti: tra i leader occidentali, infatti, ha inviato gli auguri di Natale e buon anno nuovo solo al serbo Aleksandar Vucic, all’ungherese Viktor Orbán, al turco Recep Erdogan e a papa Francesco.
Nel frattempo, con uno degli ultimi atti del proprio mandato, Biden ha annunciato l’ennesimo pacchetto di aiuti per l’Ucraina da 2,5 miliardi di dollari. Un altro tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a Trump, facendo lievitare il conto dei soldi spesi per l’alleato, che non è passato inosservato. Rispondendo su X al commento di un utente, secondo il quale «Zelensky ha veramente portato a termine una delle più grandi rapine di tutti i tempi», Elon Musk ha rincarato la dose: «Campione di tutti i tempi». Il tycoon non potrà calarsi le braghe davanti a Putin, ma se queste sono le premesse, può darsi non gli dispiaccia tenere Kiev per sempre fuori dalla Nato.






