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2021-11-16
Londra è pronta a convivere con il virus
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Convivere con il Covid: mentre i media allarmistici amplificano il ritorno dei lockdown e delle misure restrittive in alcuni paesi europei, il Financial Times, uno dei quotidiani più influenti dell'occidente, attraverso un editoriale spalanca le porte a una visione nuova, a un orizzonte più sereno. Intanto, il Mail On Sunday ci informa che l'Inghilterra si prepara a eliminare una serie di restrizioni, a partire dal tracciamento a tappeto e dall'autoisolamento imposto a chi risulta positivo al virus.
L'editoriale del Financial Times è stato pubblicato l'altro ieri a firma «The editorial board», quindi esprime il pensiero del gruppo editoriale nella sua interezza, e si intitola «I Paesi zero Covid sono finiti fuori strada». Il succo del testo, che analizza il quadro delle misure contro la pandemia in Asia ma che esprime un punto di vista globale, è che la corsa all'azzeramento del virus è destinata a fallire, e che quindi è giunta l'ora di cambiare prospettiva, tendere verso una convivenza con il Covid, anche perché i governi che seguono questa strada sono destinati a raccoglierne i frutti dal punto di vista economico. «Le istruzioni del governo di fare scorte di cibo», scrive il Ft, «sono raramente un segno che tutto va bene. Questo, tuttavia, è il messaggio che il ministero del commercio cinese ha inviato la scorsa settimana, anche se non c'è un problema approvvigionamento alimentare e si registra solo una manciata di casi di Covid ogni giorno. La sua direttiva mostra la crescente tensione causata dalla ricerca cinese del Covid zero e la necessità di una via d'uscita nei pochi Paesi che ancora lo perseguono». La nota trasmessa pochi giorni fa dal ministero del commercio di Pechino alle autorità locali ha provocato il panico, con lunghe code ai supermercati e scaffali vuoti. «Le restrizioni della Cina», prosegue l'editoriale, «per fermare del tutto le catene di trasmissione del Covid, sono diventate sempre più severe. Recentemente, ha chiuso decine di migliaia di visitatori all'interno di Shanghai Disneyland per un test di massa dopo aver scoperto un caso legato al parco a tema un giorno prima. Stress simili sono visibili nelle altre giurisdizioni che aspirano ancora allo zero Covid, come Hong Kong e Taiwan: devono mantenere i loro confini quasi sigillati, con lunghe quarantene, anche se i rivali regionali come Singapore, Corea del Sud e Giappone si aprono». Per il Financial Times, dunque, l'aspirazione a raggiungere lo status di Paese zero Covid, è diventata vana e controproducente: «Durante gran parte del 2020 e 2021», si legge ancora, «lo zero Covid è stato un trionfo per i Paesi che lo hanno abbracciato. Era una buona politica per la salute e per l'economia. Ma non è più così». I motivi? «In primo luogo», spiega il prestigioso quotidiano, «il resto del mondo non ha eliminato il Covid, e finché rimane un caso di una malattia infettiva, in qualsiasi parte del mondo, essa può sempre tornare. Zero Covid per sempre significa quindi chiusura delle frontiere per sempre. In secondo luogo, l'emergere della variante Delta, più contagiosa, significa che solo chiusure estreme possono eliminare la malattia, e i vaccini non possono più fornire una soluzione totale. L'eliminazione del Covid non è possibile. Non importa quante volte un Paese elimini la malattia, essa tornerà e continuerà a tornare. In questa fase, quindi, le chiusure delle frontiere e le chiusure draconiane», argomenta il Ft, «semplicemente rimandano il momento in cui il Covid diventerà inevitabilmente endemico in una popolazione».
Siamo di fronte a un ragionamento all'insegna del più sano pragmatismo. Lo stesso pragmatismo con il quale il governo inglese, come informa il Mail On Sunday, si prepara a abolire una lunga serie di restrizioni: «Lo scorso settembre», spiega il giornale inglese, «i deputati hanno esteso le leggi che costringono coloro che prendono il virus, così come le persone non vaccinate che possono essere state esposte ad esso, ad autoisolarsi per dieci giorni. Ma i funzionari del governo ora prevedono che l'autoisolamento obbligatorio sarà abbandonato a marzo». Il Mail On Sunday spiega anche che a marzo verrà eliminato il sussidio di 500 sterline destinato ai cittadini a basso reddito che vanno in autoisolamento, e che i funzionari del governo stanno anche elaborando piani per tagliare i costi del sistema di tracciamento capillare. I funzionari del governo valutano anche come «improbabile» il raggiungimento dell'obiettivo dell'Organizzazione mondiale della sanità di avere il 70 per cento del mondo vaccinato, poiché 80 Paesi, la metà dei quali in Africa, sono destinati a non riuscire a vaccinare il 40% della loro popolazione entro la fine di quest'anno. Attualmente, in Inghilterra, coloro che si autoisolano sono chiamati a casa dal personale del Nhs Test and Trace, che controlla che rispettino le regole. I funzionari, tuttavia, si stanno preparando a raccomandare ai ministri di eliminare queste chiamate. Ancora: i viaggiatori non vaccinati che arrivano nel Regno Unito dall'estero devono a loro volta autoisolarsi per dieci giorni e vengono chiamati ogni giorno. Anche queste chiamate potrebbero essere eliminate. A più lungo termine, l'Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito sta progettando di porre fine all'intero regime di tracciamento nazionale. La strategia di convivenza col Covid e fine delle restrizioni è stata battezzata operazione ramp down, in italiano «rampa di discesa». Anche uscita dal tunnel, rende bene l'idea.
Giro di vite sui gruppi anti Draghi. Perquisizioni per 18 attivisti
La chat Telegram «Basta dittatura» li ha fatti incontrare virtualmente, poi a cementare i rapporti tra 18 degli aderenti al gruppo che contava decine di migliaia di iscritti sarebbe stata, secondo la ricostruzione della Procura di Torino, l'avversione alle regole imposte dal green pass e dal vaccino anti Covid 19. Ieri però, in seguito alle indagini avviate dalle toghe piemontesi, sono scattate le perquisizioni in tutta Italia, 16 le città coinvolte nell'operazione svolta dalla polizia. Istigazione a delinquere aggravata dal ricorso a strumenti telematici e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato, sono le accuse che gli inquirenti del pool terrorismo ed eversione contestano a vario titolo ai 18 inquisiti. I quali tra loro in chat parlavano di «impiccagioni», «gambizzazioni» e «fucilazioni». I propositi di violenza erano diretti verso le principali figure istituzionali, in particolare nei confronti del premier Mario Draghi vertice «del regime fascista del Draghistan». Ma non solo, perché tra gli altri obiettivi da colpire figuravano anche giornalisti, medici, scienziati e altri personaggi pubblici «colpevoli» di «asservimento» e «collaborazionismo».
Nell'abitazione di uno degli indagati, originario di Torretta (Palermo), è stata sequestrata una tanica di acido «da lanciare contro le forze dell'ordine». A Brescia, fanno sapere gli inquirenti, sono state trovate una balestra, alcune baionette ed un vecchio fucile, a Cremona alcuni coltelli ed a Siena un documento storico riconducibile al nazifascismo.
Concretamente gli indagati come avrebbero voluto impiegare i materiali sequestrati? Quali le azioni da mettere in atto? «Tra gli incitamenti più pericolosi c'erano gli inviti a bloccare strade, autostrade, stazioni, a utilizzare armi in manifestazioni di piazza. Bastoni, spranghe, bombe carta, liquido infiammabile e acido da gettare contro le forze dell'ordine durante i cortei», ha spiegato il dirigente della Digos di Torino, Carlo Ambra.
Dopo i sequestri, sempre su Telegram, alcuni utenti si sono scagliati contro l'operazione: «Se non vi sembra questa dittatura cosa lo è?». E ancora: «Se vuoi fare del male a qualcuno durante questa dittatura è sufficiente creare un profilo su Telegram con il nome, cognome e una foto, e scrivere una frase un po' offensiva contro la dittatura, per esempio: “Dovrebbero essere presi a calci nel c..."». Altri, invece, hanno continuato a prendere di mira gli agenti di polizia. «Ste m... criminali stanno 24 ore su 24 a monitorarci. Hanno già finito di perseguire tutti i mafiosi e sono passati agli anti-dittatura» e «Grazie alle m... criminali nazidittatoriali della Digos per il riconoscimento». Inevitabili le minacce per il pm, Valentina Sellaroli, che lo scorso settembre ha richiesto la chiusura del canale «Basta dittatura». «Sapete cosa fare a Valentina Sellaroli, a tutta la Procura di Torino e al questore Vincenzo Ciarambino», è stato scritto nei gruppi paralleli su Telegram. Sul canale di messaggistica c'è chi ha provato a fare dell'ironia: «Ho delle uova quasi scadute in frigo, per sicurezza le butto perché se viene la Digos potrebbe accusarmi di stare pianificando il lancio di uova marce».
La maggior parte dei perquisiti era già nota alle forze dell'ordine, «sia per aver aderito a posizioni estremiste sia per precedenti reati quali resistenza a pubblico ufficiale, furto, rapina, estorsione ed in materia di stupefacenti». Eppure «tra gli indagati figurano anche soggetti incensurati caduti nella spirale dell'odio online».
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Mentre qui c'è chi tifa lockdown, prendendo esempio solo dai Paesi esteri più chiusuristi, il Regno Unito sta per dire addio ai meccanismi di tracciamento. E il Financial Times avverte: «Eliminare il Covid è impossibile, basta misure draconiane».Giro di vite sui gruppi anti Draghi. Perquisizioni per 18 attivisti. Nel mirino il canale Telegram «Basta dittatura»: per i pm è istigazione a delinquere.Lo speciale comprende due articoli. Convivere con il Covid: mentre i media allarmistici amplificano il ritorno dei lockdown e delle misure restrittive in alcuni paesi europei, il Financial Times, uno dei quotidiani più influenti dell'occidente, attraverso un editoriale spalanca le porte a una visione nuova, a un orizzonte più sereno. Intanto, il Mail On Sunday ci informa che l'Inghilterra si prepara a eliminare una serie di restrizioni, a partire dal tracciamento a tappeto e dall'autoisolamento imposto a chi risulta positivo al virus. L'editoriale del Financial Times è stato pubblicato l'altro ieri a firma «The editorial board», quindi esprime il pensiero del gruppo editoriale nella sua interezza, e si intitola «I Paesi zero Covid sono finiti fuori strada». Il succo del testo, che analizza il quadro delle misure contro la pandemia in Asia ma che esprime un punto di vista globale, è che la corsa all'azzeramento del virus è destinata a fallire, e che quindi è giunta l'ora di cambiare prospettiva, tendere verso una convivenza con il Covid, anche perché i governi che seguono questa strada sono destinati a raccoglierne i frutti dal punto di vista economico. «Le istruzioni del governo di fare scorte di cibo», scrive il Ft, «sono raramente un segno che tutto va bene. Questo, tuttavia, è il messaggio che il ministero del commercio cinese ha inviato la scorsa settimana, anche se non c'è un problema approvvigionamento alimentare e si registra solo una manciata di casi di Covid ogni giorno. La sua direttiva mostra la crescente tensione causata dalla ricerca cinese del Covid zero e la necessità di una via d'uscita nei pochi Paesi che ancora lo perseguono». La nota trasmessa pochi giorni fa dal ministero del commercio di Pechino alle autorità locali ha provocato il panico, con lunghe code ai supermercati e scaffali vuoti. «Le restrizioni della Cina», prosegue l'editoriale, «per fermare del tutto le catene di trasmissione del Covid, sono diventate sempre più severe. Recentemente, ha chiuso decine di migliaia di visitatori all'interno di Shanghai Disneyland per un test di massa dopo aver scoperto un caso legato al parco a tema un giorno prima. Stress simili sono visibili nelle altre giurisdizioni che aspirano ancora allo zero Covid, come Hong Kong e Taiwan: devono mantenere i loro confini quasi sigillati, con lunghe quarantene, anche se i rivali regionali come Singapore, Corea del Sud e Giappone si aprono». Per il Financial Times, dunque, l'aspirazione a raggiungere lo status di Paese zero Covid, è diventata vana e controproducente: «Durante gran parte del 2020 e 2021», si legge ancora, «lo zero Covid è stato un trionfo per i Paesi che lo hanno abbracciato. Era una buona politica per la salute e per l'economia. Ma non è più così». I motivi? «In primo luogo», spiega il prestigioso quotidiano, «il resto del mondo non ha eliminato il Covid, e finché rimane un caso di una malattia infettiva, in qualsiasi parte del mondo, essa può sempre tornare. Zero Covid per sempre significa quindi chiusura delle frontiere per sempre. In secondo luogo, l'emergere della variante Delta, più contagiosa, significa che solo chiusure estreme possono eliminare la malattia, e i vaccini non possono più fornire una soluzione totale. L'eliminazione del Covid non è possibile. Non importa quante volte un Paese elimini la malattia, essa tornerà e continuerà a tornare. In questa fase, quindi, le chiusure delle frontiere e le chiusure draconiane», argomenta il Ft, «semplicemente rimandano il momento in cui il Covid diventerà inevitabilmente endemico in una popolazione». Siamo di fronte a un ragionamento all'insegna del più sano pragmatismo. Lo stesso pragmatismo con il quale il governo inglese, come informa il Mail On Sunday, si prepara a abolire una lunga serie di restrizioni: «Lo scorso settembre», spiega il giornale inglese, «i deputati hanno esteso le leggi che costringono coloro che prendono il virus, così come le persone non vaccinate che possono essere state esposte ad esso, ad autoisolarsi per dieci giorni. Ma i funzionari del governo ora prevedono che l'autoisolamento obbligatorio sarà abbandonato a marzo». Il Mail On Sunday spiega anche che a marzo verrà eliminato il sussidio di 500 sterline destinato ai cittadini a basso reddito che vanno in autoisolamento, e che i funzionari del governo stanno anche elaborando piani per tagliare i costi del sistema di tracciamento capillare. I funzionari del governo valutano anche come «improbabile» il raggiungimento dell'obiettivo dell'Organizzazione mondiale della sanità di avere il 70 per cento del mondo vaccinato, poiché 80 Paesi, la metà dei quali in Africa, sono destinati a non riuscire a vaccinare il 40% della loro popolazione entro la fine di quest'anno. Attualmente, in Inghilterra, coloro che si autoisolano sono chiamati a casa dal personale del Nhs Test and Trace, che controlla che rispettino le regole. I funzionari, tuttavia, si stanno preparando a raccomandare ai ministri di eliminare queste chiamate. Ancora: i viaggiatori non vaccinati che arrivano nel Regno Unito dall'estero devono a loro volta autoisolarsi per dieci giorni e vengono chiamati ogni giorno. Anche queste chiamate potrebbero essere eliminate. A più lungo termine, l'Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito sta progettando di porre fine all'intero regime di tracciamento nazionale. La strategia di convivenza col Covid e fine delle restrizioni è stata battezzata operazione ramp down, in italiano «rampa di discesa». Anche uscita dal tunnel, rende bene l'idea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-e-pronta-a-convivere-con-il-virus-2655664337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giro-di-vite-sui-gruppi-anti-draghi-perquisizioni-per-18-attivisti" data-post-id="2655664337" data-published-at="1637018995" data-use-pagination="False"> Giro di vite sui gruppi anti Draghi. Perquisizioni per 18 attivisti La chat Telegram «Basta dittatura» li ha fatti incontrare virtualmente, poi a cementare i rapporti tra 18 degli aderenti al gruppo che contava decine di migliaia di iscritti sarebbe stata, secondo la ricostruzione della Procura di Torino, l'avversione alle regole imposte dal green pass e dal vaccino anti Covid 19. Ieri però, in seguito alle indagini avviate dalle toghe piemontesi, sono scattate le perquisizioni in tutta Italia, 16 le città coinvolte nell'operazione svolta dalla polizia. Istigazione a delinquere aggravata dal ricorso a strumenti telematici e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato, sono le accuse che gli inquirenti del pool terrorismo ed eversione contestano a vario titolo ai 18 inquisiti. I quali tra loro in chat parlavano di «impiccagioni», «gambizzazioni» e «fucilazioni». I propositi di violenza erano diretti verso le principali figure istituzionali, in particolare nei confronti del premier Mario Draghi vertice «del regime fascista del Draghistan». Ma non solo, perché tra gli altri obiettivi da colpire figuravano anche giornalisti, medici, scienziati e altri personaggi pubblici «colpevoli» di «asservimento» e «collaborazionismo». Nell'abitazione di uno degli indagati, originario di Torretta (Palermo), è stata sequestrata una tanica di acido «da lanciare contro le forze dell'ordine». A Brescia, fanno sapere gli inquirenti, sono state trovate una balestra, alcune baionette ed un vecchio fucile, a Cremona alcuni coltelli ed a Siena un documento storico riconducibile al nazifascismo. Concretamente gli indagati come avrebbero voluto impiegare i materiali sequestrati? Quali le azioni da mettere in atto? «Tra gli incitamenti più pericolosi c'erano gli inviti a bloccare strade, autostrade, stazioni, a utilizzare armi in manifestazioni di piazza. Bastoni, spranghe, bombe carta, liquido infiammabile e acido da gettare contro le forze dell'ordine durante i cortei», ha spiegato il dirigente della Digos di Torino, Carlo Ambra. Dopo i sequestri, sempre su Telegram, alcuni utenti si sono scagliati contro l'operazione: «Se non vi sembra questa dittatura cosa lo è?». E ancora: «Se vuoi fare del male a qualcuno durante questa dittatura è sufficiente creare un profilo su Telegram con il nome, cognome e una foto, e scrivere una frase un po' offensiva contro la dittatura, per esempio: “Dovrebbero essere presi a calci nel c..."». Altri, invece, hanno continuato a prendere di mira gli agenti di polizia. «Ste m... criminali stanno 24 ore su 24 a monitorarci. Hanno già finito di perseguire tutti i mafiosi e sono passati agli anti-dittatura» e «Grazie alle m... criminali nazidittatoriali della Digos per il riconoscimento». Inevitabili le minacce per il pm, Valentina Sellaroli, che lo scorso settembre ha richiesto la chiusura del canale «Basta dittatura». «Sapete cosa fare a Valentina Sellaroli, a tutta la Procura di Torino e al questore Vincenzo Ciarambino», è stato scritto nei gruppi paralleli su Telegram. Sul canale di messaggistica c'è chi ha provato a fare dell'ironia: «Ho delle uova quasi scadute in frigo, per sicurezza le butto perché se viene la Digos potrebbe accusarmi di stare pianificando il lancio di uova marce». La maggior parte dei perquisiti era già nota alle forze dell'ordine, «sia per aver aderito a posizioni estremiste sia per precedenti reati quali resistenza a pubblico ufficiale, furto, rapina, estorsione ed in materia di stupefacenti». Eppure «tra gli indagati figurano anche soggetti incensurati caduti nella spirale dell'odio online».
Sullo sfondo lo stabilimento Ilva, nel riquadro Michael Flacks (Ansa)
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...
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Ansa
Interventi resi possibili soprattutto il taglio delle aliquote dell’Irpef, grazie al prelievo su banche e assicurazioni. Per le banche, infatti, è stato aumentato del 2% l’Irap, con un gettito di circa 1,3 miliardi di euro. Inoltre, è stata ulteriormente ridotta la deducibilità sulle perdite pregresse: le percentuali scendono dal 43% al 35% per il 2026 e dal 54% al 42% per il 2027. In questo caso, le risorse garantite sono circa 600 milioni di euro in due anni. Irap più pesante anche per le assicurazioni, per le quali, in aggiunta, è stata innalzata al 12,5% l’aliquota sulla polizza Rc auto per gli infortuni al conducente. Alle compagnie sono richiesti 1,3 miliardi attraverso il versamento di un acconto pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti, dovuto per l’anno precedente al gettito dalla manovra è tutto qui. Altre risorse, circa mezzo miliardo, arrivano dall’aumento delle accise sui carburanti, mentre 213 dal rincaro dei tabacchi.
Il pilastro della manovra è rappresentato dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef per i redditi fino a 50.000 euro, dal 35 al 33%. Tra le altre voci la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali (per i redditi fino a 33.000 euro e per i contratti rinnovati dal 2024 al 2026). Sui premi di risultato e forme di partecipazione agli utili d’impresa, fino a 5.000 euro, l’imposta sostitutiva scende all’1%. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.
A sostegno delle imprese ci sono l’estensione fino al 30 settembre 2028 dell’iperammortamento, le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e Zes (532,64 milioni). L’altro destinatario delle risorse è la famiglia, alla quale sono state destinati 1,5 miliardi di euro. La manovra promette agevolazioni per il calcolo dell’Isee. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu. A neodiplomati la nuova Carta Valore Cultura per l’acquisto di materiali e prodotti culturali.
Tra i temi più dibattuti ci sono la rottamazione quinquies e gli affitti brevi. I debiti maturati dall’1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 potranno essere estinti attraverso una rateizzazione su 9 anni con 54 rate bimestrali, con un interesse al 3%. Per le locazioni turistiche, resta la cedolare al 21% per il primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo e dal terzo scatta l’attività di impresa.
Alcuni dei nodi sono rimasti sospesi e saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi. Resta un capitolo aperto, quello delle pensioni con la richiesta della Lega di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile che scatta dal 2027. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto che «si vedrà nel 2026» e ha ricordato che l’aumento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 dell’età pensionabile, laddove ci sarebbe stato un innalzamento automatico di tre mesi dal 2027, ha richiesto come «copertura oltre un miliardo». La legge di Bilancio, inoltre, fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando la rendita della previdenza complementare. Altro cantiere aperto sempre da parte della Lega per il dopo manovra, è il ritorno alla flat tax incrementale e a quella per i giovani under 30 e under 35. Forza Italia invece punta a irrobustire il sostegno ai ceti medi e ad allargare la base dell’Irpef almeno a 60.000.
Nel 2026 il governo potrà valersi dell’ottava rata del Pnrr, pari a 12,8 miliardi di euro, inviata dalla Commissione europea a seguito della valutazione positiva sul raggiungimento di 32 obiettivi. Inoltre, è stata inoltrata anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata, anch’essa pari a 12,8 miliardi di euro. «L’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del Pnrr, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79% della dotazione totale, a fronte della media europea del 60%», ha affermato il premier Meloni.
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L'imam della comunità islamica di Torino, Mohamed Shanin (Ansa)
La decisione della Corte d’appello di Caltanissetta rappresenta un nuovo stop per il governo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. I giudici hanno infatti confermato che l’imam torinese Mohamed Shahin, in quanto richiedente asilo, può restare sul territorio italiano in attesa che la sua domanda di protezione internazionale venga esaminata. Una pronuncia che non cancella formalmente il decreto di espulsione firmato dal ministero dell’Interno, ma che ne sospende l’efficacia, impedendone l’esecuzione fino alla conclusione della procedura. Si tratta di una conferma di quanto già stabilito in primo grado dal tribunale di Caltanissetta, contro cui l’Avvocatura dello Stato aveva presentato ricorso. Anche in appello, tuttavia, la linea dell’esecutivo si è scontrata con la valutazione dei giudici, che hanno ritenuto legittima la permanenza di Shahin in Italia in virtù della richiesta di asilo presentata dopo l’arresto. Un esito che, sul piano politico, viene letto come l’ennesimo schiaffo al Viminale, impegnato da mesi a difendere un provvedimento adottato esclusivamente per ragioni di sicurezza nazionale.
La vicenda affonda le sue radici nello scorso novembre, quando il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione nei confronti dell’imam, motivandolo con la presenza di elementi ritenuti indicativi di una radicalizzazione ideologica. Al centro del dossier vi erano anche alcune dichiarazioni sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, considerate dalle autorità incompatibili con la permanenza sul territorio nazionale. In seguito al decreto, Mohamed Shahin era stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa dell’esecuzione dell’espulsione. Ma già in quella fase era arrivato un primo, significativo stop per il governo: la Corte d’appello di Torino aveva infatti disposto la sua liberazione, ritenendo che non sussistessero i presupposti giuridici per il trattenimento nel Cpr. Una decisione che aveva di fatto indebolito l’impianto del provvedimento ministeriale, pur senza metterlo formalmente in discussione.
Ora, con la pronuncia della Corte d’appello di Caltanissetta, l’azione dell’esecutivo subisce un ulteriore rallentamento. I giudici non entrano nel merito del decreto di espulsione, ma ribadiscono che la presentazione di una domanda di protezione internazionale produce effetti sospensivi, imponendo allo Stato di attendere l’esito della procedura prima di procedere con l’allontanamento. Una distinzione tecnica, ma politicamente pesante, perché di fatto congela l’iniziativa del governo. Sul piano amministrativo resta aperto un altro fronte cruciale: quello relativo alla revoca del permesso di soggiorno di Shahin. Su questo aspetto dovrà pronunciarsi il Tar del Lazio nel mese di gennaio. Anche in questo caso, però, i tempi della giustizia amministrativa si sovrappongono alle esigenze di sicurezza rivendicate dal Viminale, alimentando la frizione tra poteri dello Stato.
A complicare ulteriormente il quadro è l’emersione del nome di Mohamed Shahin negli atti dell’Operazione Domino, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di una presunta rete di raccolta e trasferimento di fondi destinati a Hamas. Nell’ordinanza firmata dal gip Silvia Carpantini viene ricostruita l’attività della cosiddetta cellula di Mohammed Hannoun, attiva anche in Italia. Tra i contatti citati compare più volte - pur senza risultare indagato - proprio l’imam di Torino. Il suo nome emerge in diverse conversazioni intercettate, talvolta con errori di battitura, ma comunque riconducibili a Shahin. Dagli atti risulta che l’imam intrattenesse rapporti diretti con uno degli arrestati, l’uomo accusato di raccogliere fondi a Torino per destinarli a Gaza. Un elemento che rafforza, sul piano politico, la convinzione dell’esecutivo di trovarsi di fronte a un profilo altamente problematico, anche in assenza di contestazioni penali formali. Non sorprende, quindi, la dura reazione di Fratelli d’Italia. La deputata Augusta Montaruli, che da tempo segue il caso, parla apertamente di una distorsione del sistema. «È incredibile - ha dichiarato - che dopo anni di permanenza in Italia emerga una richiesta di protezione internazionale solo a seguito di un decreto di espulsione. Ma ancora più incredibile è che questo strumento diventi un modo per bloccare l’allontanamento, a fronte di elementi che, al di là delle eventuali responsabilità penali, si aggiungono ad altri che già motivavano un’espulsione preventiva per ragioni di sicurezza nazionale». Il caso di Mohammed Shahin si conferma così come uno dei dossier più sensibili per il governo sul fronte dell’immigrazione e della prevenzione. Non un annullamento formale delle decisioni del Viminale, ma una serie di incredibili stop giudiziari che ne paralizzano l’efficacia, alimentando lo scontro politico e lasciando aperta una partita che, tra tribunali ordinari, giustizia amministrativa e procedure di asilo, è tutt’altro che chiusa e che mette a repentaglio la sicurezza nazionale.
Hannoun non risponde alle domande. A sinistra presentano il conto a Elly
La notte di Mohammad Hannoun nel carcere di Marassi ha già una scadenza. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha deciso che il carcere genovese non è il posto giusto per un uomo accusato di terrorismo. E così, a breve, l’architetto palestinese di 63 anni, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cellula italiana di Hamas, verrà trasferito. A Ferrara o ad Alessandria, entrambe strutture dotate di sezioni ad «alta sorveglianza», quelle riservate ai detenuti accusati di terrorismo o eversione. Sezioni speciali. Sorveglianza rafforzata. Isolamento più rigido. «Si tratta di una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura», spiegano i suoi difensori, Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio. Hannoun, dal momento dell’arresto, è stato posto in isolamento. Sabato le manette, poi Marassi. E ieri mattina alle 9 in punto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che l’ha privato della libertà: Silvia Carpanini. E la scelta dell’indagato è stata netta. Hannoun si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Gli abbiamo consigliato noi di avvalersi», spiegano ancora i legali, «perché non ha avuto modo ancora di leggere gli atti». Ma non è stato un muro totale. Perché Hannoun, pur senza rispondere alle domande, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha parlato per circa mezz’ora. Ha rivendicato la sua storia, la sua attività di raccolta fondi «per iniziative precise di beneficenza a favore del popolo palestinese in tutte le sedi, cioè Gaza, la Cisgiordania e i campi profughi, attività che ha cominciato a svolgere negli anni Novanta». Hannoun ha confermato la finalità umanitaria del suo agire e ha provato a smontare la pietra angolare dell’accusa: ha negato con forza di avere finanziato direttamente o indirettamente Hamas. Poi ha spiegato come funzionava la raccolta fondi e la loro distribuzione prima e dopo il 7 ottobre 2023. Da una parte l’accusa, che parla di oltre 7 milioni di euro transitati attraverso associazioni benefiche fondate e guidate da Hannoun, soldi che secondo gli investigatori avrebbero alimentato Hamas. Dall’altra la versione dell’indagato, che insiste su un’attività di beneficenza cominciata 30 anni fa, su canali, modalità e contesti che, a suo dire, nulla avrebbero a che fare con il finanziamento del terrorismo. I suoi avvocati valutano i prossimi passi, ovvero «se presentare una qualche istanza di attenuazione della misura o se proporre ricorso al tribunale del Riesame». Sulla vicenda piove da sinistra una bomba su Pd. A lanciarla è l’ex dem Sandro Gozi, eurodeputato dei centristi di Renew Europe (ma è stato eletto con il partito di Emmanuel Macron) e segretario generale del Partito democratico europeo, in relazione alle manifestazioni pro Pal: «La sinistra deve fare i conti con una realtà scomoda. C’è imbarazzo, legato a una sottovalutazione e a un’ingenuità, da parte dei propri leader. Questo mix deve essere subito superato da Elly Schlein, altrimenti non puoi guidare il Pd». La ramanzina di Gozi prosegue: «Parliamo di posizioni politiche molto nette, come quelle di chi ha definito Hamas un movimento di resistenza o che ha detto che si possono uccidere tranquillamente gli ebrei, che non potevano essere mescolate con l’entusiasmo di tanti giovani e non che, in buona fede, hanno partecipato alle iniziative pro Pal. Movimenti interi sono stati strumentalizzati». L’eurodeputato ha poi criticato duramente anche il comportamento di alcuni amministratori locali dem: «Quei sindaci, che sono andati a quelle manifestazioni, sono stati davvero degli sprovveduti a dare, poi la cittadinanza onoraria a un personaggio come la Albanese». Il riferimento è a Francesca Albanese, la giurista relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Anche Bonelli (Angelo, portavoce di Alleanza dei Verdi e Sinistra, ndr), dopo le ultime rivelazioni, ha dovuto scaricarla».
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Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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