«La Cina va a carbone, gli Stati Uniti producono gas, la Francia punta sul nucleare e la Spagna sulle rinnovabili. Ecco se lei mi chiede un giudizio sul decreto Bollette, mi domando in che direzione stia andando l’Italia e mi sembra che questo provvedimento non sposti granché. Anzi finisce per esacerbare gli animi tra le piccole imprese (rappresentate da Confindustria) e i grandi produttori di energia, con i primi che ne escono vincitori e i secondi che vanno all’attacco. Cui prodest?».
Davide Tabarelli è il presidente di Nomisma Energia e dà una valutazione in chiaroscuro del decreto Bollette. Non è un fautore del disaccoppiamento e ancora meno gli piacciono gli Ets. Parla di giusto palliativo per il bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili e dell’incremento del 2% dell’Irap sui produttori come di una misura comprensibile di ridistribuzione, ma molto pericolosa perché mette a rischio gli investimenti e se mancano gli investimenti diventa ancor più difficile risolvere il vero problema energetico del Paese, la scarsa diversificazione delle fonti.
Presidente, pensare di risolvere tutti i problemi creati da anni di politiche energetiche sbagliate con un decreto non è eccessivo?
«Certo, ma il punto è inquadrarli i problemi per andare nella giusta direzione. Dieci anni fa eravamo qui che ci stavamo “scannando” sul referendum delle trivelle e non le abbiamo volute, nessuno parla del rigassificatore di Piombino, abbiamo chiuso le centrali a carbone di Monfalcone, Fusina (Venezia) e La Spezia, mentre su Brindisi e Civitavecchia si naviga a vista. Questi sono problemi che non vengono affrontati. Poi non ci meravigliamo se in Cina l’energia costa un terzo».
Come poteva affrontare questi problemi il decreto?
«Magari incentivando le Regioni che non mettono i bastoni tra le ruote ai progetti che possono portare a una diversificazione della produzione energetica. Oppure al contrario imponendo dei balzelli a chi lo fa».
In compenso il decreto prova a sterilizzare il sistema degli Ets. È la direzione giusta.
«Da sempre sostengo che il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Ue vada cambiato, ma non credo sia possibile farlo unilateralmente. L’iniziativa che parte da un singolo Paese al massimo può mettere pressione sulla Commissione. Lo spero fortemente ma nutro dei dubbi».
Non è d’accordo neanche con il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Eppure è una misura che stabilizzerà i prezzi.
«Penso che sia un meccanismo farraginoso che si scontra con i principi basilari del commercio che invece dovrebbero essere semplici e lineari proprio per facilitare la trasparenza e garantire la libertà ai partecipanti del mercato di fare prezzi in base alle loro esigenze. Questo meccanismo impone dei vincoli pur di eliminare l’accoppiamento».
C’è stata molta polemica per l’aumento di due punti dell’Irap ai produttori d’energia. I titoli sono crollati e il ministro Pichetto Fratin ha parlato di «oscillazioni naturali». Cosa ne pensa?
«Credo che siamo di fronte a un provvedimento comprensibile, perché lo Stato aveva bisogno di ridistribuire ricchezza dalle grandi aziende produttrici alle piccole e medie aziende, ma comunque emergenziale. Il pericolo però è che i gruppi colpiti per attutire il colpo riducano gli investimenti e quindi anche le risorse per produrre nuova energia. Per il sistema Paese sarebbe un grande problema perché abbiamo una disperata necessità di aumentare l’offerta energetica».
In compenso arriva un bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili. Un aiuto per 2,7 milioni di persone.
«Bene, ma parliamo comunque di un palliativo. Palliativo che si ripete negli anni. E dal governo Draghi che andiamo avanti di bonus in bonus e quindi bene ha fatto il governo a dare un supporto a chi più è in difficoltà. Ma sempre di pezza si parla».
Invece quali sarebbero state le sue misure prioritarie?
«Quelle di cui le ho parlato fino ad adesso. Se l’Italia vuol colmare il gap energetico rispetto ai competitor europei e soprattutto alla Cina, non si può che ripartire dalla necessità di aumentare l’offerta e di diversificarla. Che vuol dire più rigassificatori, tenere aperte le centrali a carbone, più produzione di gas nazionale e di rinnovabili e nell’ottica di lungo periodo puntare sul nucleare. Noi invece siamo ancora qui a battagliare con gli Ets e con i veti di degli ambientalisti e dei territori».
Colpa dell’Europa e dei fanatismi green. Dell’utopia delle rinnovabili panacea di ogni male.
«Certo, ma anche noi potremmo fare qualcosa in più».
«La tassa europea sul carbonio è una tragedia per le fonderie»
Il Cbam, il meccanismo che introduce una tassa sulle emissioni di CO2 incorporate in determinati beni importati da Paesi extra Ue e si applica a settori ad alta intensità di carbonio, quali ferro, acciaio, cemento, alluminio, sta paralizzando il settore delle fonderie. Dopo una fase transitoria iniziata nel 2023, è diventato operativo da gennaio scorso e impone agli importatori di acquistare certificati per coprire le emissioni incorporate. Il problema è che per alcune materie prime l’Europa e l’Italia sono fortemente dipendenti dall’estero, come conseguenza del blocco dell’attività estrattiva per motivi ecologici di rispetto dell’ambiente. A questo handicap si aggiunge la strategia green di Bruxelles che vara le norme di decarbonizzazione senza dare il tempo al mercato di organizzarsi. Ma andiamo con ordine. Una fotografia dello scenario ci vien fornita da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane. «L’avvio delle regole del Cbam è un colpo di grazia in un settore già in crisi». Zanardi non esita a definire la normativa europea come «una tragedia» giacché «nasce come misura di protezione ma diventa un dazio aggiuntivo sulle materie prime che siamo costretti a importare fuori dall’Europa».
Zanardi si riferisce alla ghisa di cui hanno bisogno i fondi per i processi di fusione e che l’Europa prima acquistava dalla Russia a buon mercato ma ora con le sanzioni, è costretta a rivolgersi unicamente a Sud Africa, Brasile, Ucraina che fanno pagare il prodotto di più.
«Intanto i concorrenti cinesi e indiani continuano ad acquistare la ghisa russa e ci fanno concorrenza». A questo problema si è aggiunta la sovratassa sul carbonio imposta dalle regole Cbam su questi materiali. «Siccome il Cbam è una tassa sul carbonio delle emissioni dirette se l’azienda cinese usa il fondo elettrico non ha emissioni dirette. Quelle correlate all’uso delle materie prime non vengono considerate dalle norme europee. Anche le nostre fonderie usano il forno elettrico ma la ghisa la compriamo a caro prezzo non essendo produttori. Questo è lo squilibrio commerciale con i competitor asiatici», afferma Zanardi.
Poi ricorda che «un impianto che potenzialmente potrebbe produrre la materia prima è l’Ilva di Taranto ma sappiamo quale è la situazione». Quindi da una parte la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tuona contro la dipendenza dell’Europa dai fornitori asiatici ma dall’altra non solo non fa nulla per superare questo squilibrio ma aggiunge regole che penalizzano l’industria dell’Unione.
«Come associazione europea delle fonderie abbiamo chiesto a Bruxelles di escludere dal Cbam prodotti quali i lingotti di alluminio e la ghisa in pani. La decisione alla fine è politica e temo che i tempi siano lunghi nonostante il pressing del governo Meloni e di Confindustria».
C’è anche un altro aspetto «folle» della normativa. «Le nuove regole di calcolo della CO2 ci sono state comunicate a dicembre quindi a ridosso dell’entrata in vigore della normativa. Inoltre non sappiamo ancora quanto costeranno i certificati Cbam per coprire le emissioni incorporate. Sappiamo solo che entro settembre 2026 saranno identificati gli enti certificatori che possono verificare quanta CO2 c’è nei vari prodotti. Sappiamo che pagheremo una tassa su quanto importiamo ma non si sa bene di quanto sarà. Gli importatori non riescono a fare i listini. C’è un caos tale che a gennaio le transazioni di ghisa si sono bloccate». Zanardi spiega che «gli importatori di ghisa pagheranno la tassa sulla CO2 a metà 2027 perché solo a febbraio 2027 saranno disponibili i certificati da acquistare per le quote di carbonio. Pertanto oggi l’importatore non sa che prezzo applicare al prodotto e in via cautelare tende a considerare come se ci fosse il livello massimo di CO2».
Quanto al decreto energia, «il governo ha dimostrato buona volontà ma le carte sono in mano a Bruxelles. Quindi siamo in attesa di quello che la Commissione farà».